giulio mozzi

La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto: la formazione di Giulio Mozzi

in Letture/Narrazioni

D. Io però comincio a perdermi, tra tutte queste cose. È come se lei esistesse molto poco, Mozzi, mentre tutte le cose attorno a lei esistevano molto.

R. Posso dire questo: la somma di una quantità di condizioni, tra le quali la mia sconfitta professionale (passare dall’essere addetto stampa in Frav a fare il fattorino non fu uno scherzo) e personale (della quale non sono disposto a parlare); la libertà mentale data dal nuovo lavoro; la corrispondenza con Laura; le molte letture, e soprattutto certe letture; l’influenza benefica benché non continuativa di Stefano; eccetera eccetera; fattostà che un giorno mi scappò di scrivere una lettera che era un racconto, e Laura se ne accorse.

D. E che racconto era?

R. È il primo racconto, «Lettera accompagnatoria», del mio primo libro, Questo è il giardino.

D. Ma dallo scrivere un racconto al fare un libro ce ne corre.

R. Sì. Era successo questo: Laura, lì a Londra, aveva subito un furto. Le avevano portato via la borsetta in un grande magazzino. Io mi immaginai di essere il ladro, e le scrissi una lettera di quindici pagine nella quale il ladro parlava e parlava, e spiegava perché aveva preso proprio la borsetta sua, e come l’aveva prima pedinata, e come aveva poi tagliato la corda, e che cosa aveva trovato dentro la borsetta – anche un paio di lettere mie… – e che impressione tutto questo gli aveva fatto. Alla fine veniva fuori quasi un innamoramento del ladro per la sua vittima.

D. E lei…

R. Oh, in quel momento ero probabilmente un pochino innamorato di Laura, almeno in immaginazione. Ma lei non lo era di me, almeno nella realtà, e questo tagliava la testa al toro. La lettera-racconto sublimò il tutto, e stop.

D. Ma il libro?

R. Era il febbraio del 1991. Tenga a mente la data. Nel corso dell’anno Laura cominciò a pensare che avremmo potuto farci una rivista. Una rivista per noi due. Farla circolare, e vedere che cosa succedeva. La facemmo. Si chiamò L’aimée, nome scelto da Laura. Ne confezionammo quaranta copie. Conteneva alcune poesie di Laura, in italiano e in inglese, e la mia lettera-racconto. Laura tirò fuori un repertorio di riviste letterarie comperato – anzi no: fotocopiato – non so se a Londra o negli Usa. Mandammo trentaquattro copie a trentaquattro riviste in Gran Bretagna, negli Usa, in Francia, in Germania, in Spagna: scelte, a naso, tra quelle delle quali la scheda diceva che avevano un qualche interesse per la narrativa o la poesia italiana. Quattro copie le spedimmo in Italia: una a Pier Vittorio Tondelli (spedii presso Transeuropa, sapevo del progetto Under 25), una a Marco Lodoli, una a Giuseppe Pontiggia, una a una persona che non nomino perché poi si comportò male.

D. E ce la dica…

R. No. Gli indirizzi di Lodoli e di Pontiggia li aveva – non mi chieda come – Stefano. Spedii il 13 dicembre 1991. Il giorno dopo lessi nei giornali che Tondelli era morto.

D. Che impressione le fece, la cosa?

R. Non mi ricordo. Pontiggia mi scrisse un biglietto: un complimento, breve. Ma quello arrivò qualche settimana dopo. Nel frattempo…

D. Aspetti, aspetti.

R. Mi dica.

D. Perché spedì a Tondelli e a Lodoli, ce l’ha spiegato o almeno fatto capire. Ma Pontiggia? Era stato importante per lei, Pontiggia?

R. No. Non avevo letto nulla di suo. Fu un suggerimento di Stefano, o un’idea di Laura, non so. Credo Stefano.

D. Lei mi sta dicendo, in sostanza, che di tutta la letteratura di quegli anni, lei a stento e solo per spinta altrui aveva letto solo Tondelli e Lodoli?

R. Sì. No.

D. Sì o no?

R. Sì e no. Un po’ per la vicinanza – ma non ininterrotta – di Stefano, un po’ per i fatti miei, leggevo molta poesia. Diciamo che, a tutt’oggi, nel mio studio, per ogni scaffale di prosa narrativa ce ne sono due di poesia. E – prevengo la domanda – sì, anche scribacchiavo delle poesie. Ma, al solito, non sapevo bene che cosa facevo.

D. Mi sa che lei, Mozzi, come si dice dalle sue parti, sta un po’ menando il torrone…

R. Certo. Mi tengo ben distante, in questa chiacchierata, dal cuore del discorso. Oggetti di scrittura che mi erano sostanzialmente incomprensibili – che mi sono tuttora sostanzialmente incomprensibili – esercitavano su di me – esercitano tuttora su di me – un fascino che mi è incomprensibile. Non so cosa dirle. Mi innamorai furiosamente – credo che fosse il 1984, quando ne trovai una copia alla Libreria Ginnasio di Padova, a metà prezzo – di Ciro di Pers. Parlo di innamoramento, e non d’altro, perché l’innamoramento non è un giudizio di valore – quando ci si innamora, ci si innamora di quella persona lì perché è quella persona lì, non perché abbia certe qualità o perché sia migliore di altre persone. E così ho passato non so quante ore e ore, nella mia vita dal 1984 in poi, a leggere e rileggere i sonetti e le canzoni libere – quasi dei recitativi – di questo poeta barocco: che è senza dubbio minore; che solo in un paio di componimenti, forse tre (il sonetto sui calcoli renali; quello sull’orologio a molla Mobile ordigno con dentate rote / lacera il tempo e lo divide in ore; la canzone libera Misera sorte umana / e che cosa è qua giù che non sia vana?) riesce davvero ad arrivare alla bellezza; che umanamente mi commuove, e me lo sento fratello.

D. E così, abbiamo scoperto gli altarini.

R. No, perché dovrei parlare di Machiavelli.

Ultimi da Letture

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare il servizio e presentare annunci pubblicitari personalizzati. Usando il sito accetti questo utilizzo. Consulta la nostra Informativa sui cookie

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare il servizio e presentare annunci pubblicitari personalizzati. Usando il sito accetti questo utilizzo. Consulta la nostra Informativa sui cookie

Chiudi