giulio mozzi

La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto: la formazione di Giulio Mozzi

in Letture/Narrazioni

D. Dunque tutto è cominciato lì?

R. No, tutto è cominciato – come ho cercato di spiegare – dalla nascita. Non nel senso che io sia nato predestinato – non concepisco pensieri di questo tipo, l’ho detto e lo ripeto – ma nel senso che la mia vita, ancora prima che io nascessi, si è sviluppata all’interno di certe condizioni, che davano luogo a certe possibilità. Non ci fossero state quelle condizioni, non ci fossero state quelle possibilità, chissà che cosa mi sarebbe successo.

D. Senta, Mozzi.

R. Mi dica.

D. Lei ha cominciato dicendo: «Per caso». E ho l’impressione che stia insistendo a voler far passare quell’idea lì.

R. No. Niente avviene «per caso». Ma molte cose che avvengono hanno una tale quantità di cause e concause, hanno bisogno di così tante condizioni e occasioni per avvenire – che tutto sommato dire «per caso» è onesto, se «per caso» si intende: che non si è capaci di riconoscere e distinguere tutte le cause, ciascuna con il proprio peso, tutte le concause, ciascuna con il proprio peso, tutte le condizioni, ciascuna con il proprio peso, tutte le occasioni, ciascuna con il proprio peso…

D. Lei ha colto le occasioni, questo mi sta dicendo.

R. Sì: quelle che, data la storia mia, della mia famiglia, eccetera, come ho già detto, potevano presentarsi. Ma sia ben chiaro: le ho colte senza avere dentro di me, o senza percepire dentro di me, né un destino né un progetto. È andata così: bene, sono contento.

D. La famiglia, Stefano Dal Bianco, la Confartigianato, Laura Pugno. Non c’è altro?

R. No, c’è tanto altro. Torno a prima, non so quanto prima, diciamo un anno due, della famosa lettera-racconto. Stefano mi aveva suggerito di leggere Marco Lodoli. Lessi Marco Lodoli. Lessi Diario di un millennio che fugge, lessi Grande raccordo. E da Grande raccordo fui folgorato.

D. Zapp!

R. I racconti di Grande raccordo mi sembrarono bellissimi e tremendi. Ma, soprattutto, raccontavano di personaggi che sembravano avere con me – soprattutto per il loro modo di stare nel mondo – un’aria di famiglia. E avevano una forma, quei racconti, una forma che io mi rappresentavo più o meno come una lenta caduta a spirale, che mi affascinava. Poi mi misi a leggere, cosa che non avevo fatta prima, altri autori più o meno di quella generazione – autori che avevano pochi anni più di me, che avevano l’età di mio fratello maggiore. Lessi Pier Vittorio Tondelli: e a colpirmi furono non tanto Altri libertini, che all’epoca parevano chissà che, quanto Pao pao e Camere separate. Leggendo Camere separate pensai – ricordo che distintamente lo pensai, cosa che non mi succede tanto spesso –: «Ma allora è possibile parlare di queste cose qui, ma allora è possibile fare letteratura con una lingua così vicina alla lingua della conversazione tra amici…».

D. Alla lingua delle sue lettere a Laura.

R. E delle lettere di Laura a me.

D. E quali erano le cose delle quali scoprì che era possibile parlare?

R. I sentimenti, per dirla all’ingrosso.

D. E per dirla più finemente?

R. I sentimenti. Poi lessi Vedi alla voce amore di David Grossman, e dalla prima delle quattro parti di quel romanzo imparai che cosa significa scrivere una storia abitando esclusivamente nel punto di vista – nel modo di percezione del mondo – di un personaggio, per di più di un personaggio il cui senso di realtà è diverso da quello dell’adulto standard (era un bambino di nove anni). E poi lessi, infine, le prime pagine dei Fratelli Tanner di Robert Walser, e vi scoprii un giovane apprendista, o commesso di libreria, nel quale mi identificai senza alcuna esitazione. Anche perché nel frattempo, dal 1989, avevo cominciato a lavorare in una libreria.

D. Per avvicinarsi al mondo del libro? O ancora una volta per caso?

R. Alla Frav l’aria era diventata irrespirabile. C’era stato un grosso scandalo, non sto a raccontarlo ora. Io ero devastato, anche per fatti miei – che non le racconto. Mi licenzia. Feci un’estate a spasso, piuttosto brutta. Trovai lavoro, come fattorino, alla Libreria internazionale Cortina. Una libreria universitaria: medicina, ingegneria, elettronica eccetera. Volevo un lavoro semplice e tranquillo. Ci stetti sette anni, fino al 1996, benissimo.

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