giulio mozzi

La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto: la formazione di Giulio Mozzi

in Letture/Narrazioni

D. Chi leggeva queste sue poesie?

R. Nessuno. Con una sola eccezione. Scrissi un poemetto in qualche modo ispirato alle Pasque di Apollinaire, Cendrars e Zanzotto – un poemetto che doveva essere davvero orribile, credo – e lo feci leggere alla mia insegnante d’italiano delle superiori. Questo forse, appunto, nel 1984. Lei non sapeva che dirmi. Io mi vantai di averlo spedito a Calvino e di avere ricevuto un biglietto di apprezzamento.

D. Davvero?

R. No, non era vero.

D. E allora, perché lo disse?

R. Non ne ho idea. Per pura vanità. Sempre la vanità. Non mi faccia dire che lo dissi perché già mi sentivo dentro un destino da scrittore. Non esiste. Mi fossi sentito dentro un destino da scrittore, quel poemetto ce l’avrei ancora da qualche parte. E invece no.

D. C’è stato un momento nel quale lei si è reso conto di avere dentro un destino da scrittore?

R. No. Mai.

D. E adesso…

R. Adesso che ho fatto i miei libri, eccetera eccetera, e che anche come scrittore sono morto e risorto un paio di volte, continuo a pensare che non era questo il mio destino: perché il destino non esiste. Possiamo riprendere il filo?

D. Sì. Tornò a incontrare Stefano Dal Bianco, diceva.

R. Sì. E Stefano mi raccontò che con alcuni amici suoi – Mario Benedetti, Fernando Marchiori – stavano per avviare una rivista di poesia, che doveva chiamarsi «Scarto minimo». Quello che gli mancava, era un giornalista che ne assumesse la direzione responsabile. Sa, ogni cosa che si pubblica periodicamente su carta, in Italia, deve avere un giornalista che la firma. Io dissi: «Be’, se vuoi, io la tessera dell’ordine ce l’ho». E così finii col fare il direttore responsabile, ovviamente di paglia, di questa rivista. Quando Stefano Mario e Fernando si incontravano, discutevano, preparavano la rivista, eccetera, cercavo di esserci anch’io. Ma non mettevo bocca. Ascoltavo.

D. Ma questi suoi amici avevano già delle entrature nel campo letterario?

R. Sì. E non mi chieda come se le erano procurate. Credo che sia stata importante, per tutti, l’università. Ma credo che sia stata ancora più importante la determinazione. Loro – così mi sembrava – un destino dentro se lo sentivano. Quindi agivano di conseguenza.

D. Com’è che lei nel frattempo era diventato giornalista? Lei continua a negarlo, ma la passione per la scrittura torna sempre…

R. Intanto: giornalista pubblicista, per la precisione. Poi: la passione per la scrittura non c’entra. Fu tutto merito del corso di dattilografia. Terminato il servizio civile – in un collegio-orfanatrofio – mi misi in cerca di un lavoro. Guardavo gli annunci nel giornale. Facevo colloqui. Avendo un diploma di maturità classica, e non avendo la patente (ancora oggi non ce l’ho), non è che ci fossero tutte queste opportunità. Finché non mi telefonò mio zio Domenico. Domenico lavorava allora alla Federazione regionale dell’artigianato veneto. Mi disse che cercavano una persona per lavoro di segreteria. Si trattava di lavorare a Venezia. A me andava benissimo. Feci un colloquio. Un mese dopo mi chiamarono. Per mia fortuna, si trattava di fare la segreteria dell’ufficio stampa. All’inizio era gestito da una cooperativa di giornalisti. Io dovevo rispondere al telefono, mettere in bella copia i comunicati stampa (loro scrivevano a macchina e correggevano a mano, o addirittura scrivevano a mano), imbustarli, leccare i francobolli, spedire eccetera. Dopo qualche mese chiamai il capo della Frav e gli dissi: «Senta, qui ci sarebbero delle cose da fare, c’è la Fiera tale e l’iniziativa talaltra, ma i giornalisti qui non li vedo da due settimane». Ci fu un po’ di maretta. Il capo della Frav mi disse: «Be’, vedi un po’ cosa riesci a fare tu nel frattempo». Io provai a scrivere dei comunicati, imitando quello che avevo visto fare ai giornalisti. Gli indirizzi li avevo. Per pura fortuna, andò tutto molto bene. Poi il capo della Frav trovò un responsabile dell’ufficio stampa molto, molto bravo: Guido Lorenzon. Guido mi insegnò molte cose, mi fece scrivere molto (producevamo anche delle riviste, facevamo un’agenzia stampa quotidiana ecc.). Dopo qualche anno se ne andò. Per un anno l’ufficio fu retto da Germana Parolini, poi arrivò Maurizio Pescarolo: anche lui molto bravo, anche lui molto disponibile a insegnare. Durante questi anni divenni una specie di tecnico della scrittura, e imparai un po’ di comunicazione. Presi anche la tessera di pubblicista, appunto.

Ultimi da Letture

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare il servizio e presentare annunci pubblicitari personalizzati. Usando il sito accetti questo utilizzo. Consulta la nostra Informativa sui cookie

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare il servizio e presentare annunci pubblicitari personalizzati. Usando il sito accetti questo utilizzo. Consulta la nostra Informativa sui cookie

Chiudi