giulio mozzi

La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto: la formazione di Giulio Mozzi

in Letture/Narrazioni

D. I suoi genitori approvarono la sua scelta?

R. No; e non avevano torto. La conseguenza più positiva di quella scelta è che oggi, a cinquantaquattro anni anni, ho più di trent’anni di contributi: perché, ovviamente, cominciai a lavorare subito dopo la maturità e il servizio civile.

D. Perché non avevano torto?

R. Perché oggi sarei meno ignorante. E forse avrei qualche relazione accademica.

D. Lei è ignorante?

R. Quanto basta. Come tutti quelli che fanno da soli, ho una cultura asistematica, deforme, umorale.

D. E non ha relazioni accademiche?

R. Pochissime. Confesso che il mondo degli accademici rimane, per me, assai misterioso.

D. Torniamo a Stefano Dal Bianco.

R. Sì. Ci frequentammo per un po’. Poi, come succede, ci perdemmo di vista: pur abitando a pochi passi l’uno dall’altro. Successero delle cose nella vita di ciascuno di noi – non mi domandi cosa successe nella vita di Stefano, tanto intervisterà anche lui, no?

D. (ride) Penso di sì.

R. Appunto. Ci ritrovammo parecchi anni più tardi, se non sbaglio nel 1986. Stefano era tra gli organizzatori di una manifestazione che si chiamava Poetronike. Una cosa su poesia ed elettronica. Io andai a vedere alcune conferenze, alcune esibizioni: un po’ per curiosità autonoma, un po’ perché c’era di mezzo Stefano.

D. Come mai le interessava una simile manifestazione?

R. Ma, sa, come tutti, io leggevo, scrivevo delle poesie, pensavo che la poesia fosse importante…

D. Come tutti?

R. Sì, come tutti. Come tutti quelli come me, cioè appartenenti a un certo ceto, eccetera. Quello che dicevo prima. E poi erano anni diversi da questi presenti. I libri di poesia circolavano, c’erano locali nei quali si davano pubbliche letture…

D. A Padova?

R. Sì, a Padova. E c’erano riviste in quantità, e così via. Almeno nel milieu che frequentavo – dove spesso ero l’unico che non fosse studente – era così. In questo momento non sono in grado di fare il sociologo di me stesso.

D. Ma mi può raccontare come accadde che cominciò a pensare che la poesia sia importante?

R. No. Il clima generale era favorevole. Mi pareva naturale.

D. Mi saprebbe raccontare un fatto specifico, un evento che si possa considerare iniziale di questo suo atteggiamento?

R. Sì. Però torniamo indietro di una decina d’anni almeno, a quando avevo tredici o quattordici anni. Non so se si tratta di un «primo evento», ma forse lo è. Una sera, credo d’estate, eravamo a casa, dovevano esserci anche dei parenti ospiti. Stavano a chiacchierare con i miei in salotto. Mi misi alla finestra. Guardai il prato alberato – pini marittimi, un paio di abeti – che c’è dietro la nostra casa di allora. A un certo punto presi carta e penna e mi misi a scrivere. Scrissi una specie di poemetto in versi liberi. Non ricordo che cosa ci fosse scritto dentro: sicuramente c’era un ragazzo, si parlava dei pinoli…

D. Fece leggere questo suo testo a qualcuno?

R. Ai genitori, appunto. Che ne furono molto colpiti, soprattutto perché doveva essere un pezzo molto malinconico. D’altra parte, a quattordici anni, che cosa può fare un ragazzino borghese se non esercitarsi nella malinconia?

D. A questo testo ne seguirono altri?

R. Presi l’abitudine di scrivere dei quaderni.

D. Li ha conservati?

R. No.

D. E cosa scriveva?

R. Di tutto. Non racconti. Pensieri, credo. Ma non so più che pensieri. Spesso cercavo di imitare lo stile dei libri che leggevo. Quando lessi Du côté de chez Swann, cominciai a fare delle frasi lunghissime…

D. A che età lo lesse?

R. A diciassette anni. In francese. Ma mi fermai lì. Non andai oltre nella Recherche.

D. Non l’ha più letta tutta?

R. L’ho letta al principio del 2006, tutta di fila, nella traduzione di Giovanni Raboni.

D. Quindi questi quaderni le servivano, diciamo così, per esercizio?

R. Guardi: io non saprei dire a che cosa mi servivano questi quaderni. So che ci scrivevo tanto. Non saprei dirle che cosa c’era dentro. Poi a diciotto anni mi misi a scrivere un saggio storico sulla disfatta di Caporetto.

D. Eh?

R. Giuro. A casa di mia nonna materna c’erano molti libri sulla Grande Guerra. Io, un po’ alla volta, li lessi tutti. E mi venne una curiosità ossessiva per questo evento: la disfatta di Caporetto. Un evento per molti versi inspiegabile, e comunque mitico. Tant’è che «una Caporetto» si dice per dire una disfatta, per antonomasia. Nel frattempo avevo preso un diploma di dattilografia.

D. Come mai?

R. Ci era capitata in casa una venditrice di corsi porta a porta, e i genitori considerarono che non era una cattiva cosa. Così io e mio fratello maggiore lo frequentammo. Facevamo una lezione ogni quindici giorni e un’oretta di esercizio al giorno, a casa. Era un buon metodo. Così, avendo la macchina da scrivere, non mi restava che scrivere. Scrissi un saggio di un centinaio di pagine o poco più.

D. L’ha conservato?

R. No. Vede, io non conservo niente. A un certo punto, diedi via tutti i libri sulla Grande Guerra che avevo accumulato comperandoli nelle librerie dell’usato, o facendomeli regalare. Di colpo, via tutto. Un tot ne buttai via, per fare prima.

D. Ma non scriveva, all’epoca, anche dei racconti o delle poesie?

R. Credo di aver scritto un racconto, uno, e per gioco. Era una scemenza. A scrivere delle poesie cominciai, credo attorno al 1982. E, tanto per prevenire la sua domanda, quasi tutte le ho buttate via.

D. Quasi tutte.

R. Sì. Ecco, si può dire che dal 1984 circa ho cominciato a conservare qualcosa.

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