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Walter Veltroni

Rambo, un Ulisse moderno

in Backstage

Walter Veltroni negli anni Ottanta tracciò un ritratto a tutto tondo dell’ipertricotico e steroidizzato reduce del Vietnam più famoso del grande schermo. Del Rambo protagonista di “Primo sangue” di David Morrell era rimasto l’impianto di base con la sfida tra lo sceriffo e il reduce che innerva il film. Ritratto impietoso della terra dello zio Sam che non ha più spazio per i suoi ragazzi tornati dall’inferno sconfitti e umiliati. Se nel romanzo di Morrell entrambi gli antagonisti muoiono, nel film Rambo sopravvive per ben tre sequel, incluso il nostalgico “John Rambo”. Appenna accennato invece il rapporto col colonnello Trautman che costituisce uno dei valori aggiunti della pellicola. Rambo muore, incerto sino alla fine se suicidarsi con la dinamite o morire a testa alta in uno scontro frontale:
«Una morte così povera. Così brutta e povera. Poi essa lo colse, ma non si trattava affatto del sonno stupefacente, torbido e profondissimo che si era aspettato. Era più simile alla sensazione che si era aspettato dalla dinamite, ma proveniva dalla testa anziché dallo stomaco e non capiva perché dovesse essere così, ne era spaventato, poi, siccome costituiva la somma di quello che rimaneva, lasciò che succedesse, la seguì, proruppe libero, dal suo cranio, catapultato attraverso il cielo, attraverso miriadi di spettri, in avanti, in fuori, eternamente radioso, brillante, e pensò che se continuava ad andare avanti cosi, avrebbe potuto scoprire di essersi sbagliatole, malgrado tutto, vedere Dio».

Specularmente muore anche lo sceriffo, con un rigurgito d’affetto finale per il reduce: «Pensò alla casa nelle colline che aveva messo a posto, ai gatti che vi teneva, e anche di quello non gliene importò niente. Pensò al ragazzo e si senti travolgere da un’ondata d’amore per lui e un secondo prima che la cartuccia vuota avesse completato l’arco della sua caduta, si lasciò andare, accettò tranquillamente. E morì».
Fu lo stesso Stallone a far cambiare il finale già girato, chiamando in disparte il regista: “Ted, posso parlarti per un secondo? Sai, Rambo ne ha passate tante. La polizia lo maltratta. Viene perseguitato senza tregua. Gli vengono mandati addosso i cani. Salta dalle scogliere. Corre nell’acqua ghiacciata. Viene ferito al braccio e deve ricucirsi da solo. Tutto questo, e ora lo uccidiamo?”

Ed ecco l’acuta analisi di Veltroni.

«Rambo è un eroe. Nel senso pieno, mitologico, del termine. Sfida tutti, perché tutti lo sfidano. È l’esultanza del corpo, dei muscoli, dell’agilità, dell’abilità. Non è intelligente, ma scaltro. Ha sofferto molto e una piaga gli è rimasta dentro. Soffre non con il corpo ma con il cuore. Ha un sistema di valori tradizionale, una rigida distinzione tra bene e male. Parla poco e agisce molto. È l’eroe dei tempi che viviamo.
Ma è diventato mito, onore riservato non a tutti gli eroi. Lo dice, con il successo incredibile del film, la straordinaria campagna di merchandising che ha riempito il mondo. Lo dice la quantità di parole scritte, di processi, di assoluzioni, di condanne che Rambo ha ricevuto in pochi mesi. Lo dice la identificazione del nome a personaggi o comportamenti decisi e vincenti. Si giova così della luce riflessa del mito chi, per esempio in politica, non accetta il tempo delle mediazioni, né i linguaggi complessi. Rambo è Craxi, non Andreotti. E il rambismo diviene nella società l’identificazione di comportamenti diffusi che affermano il diritto all’esercizio individuale della giustizia, anche violenta. Il rambismo diventa allora l’esaltazione della rissosità, della prevaricazione, della superiorità del più deciso e violento sugli altri.
Rambo non è semplice manifestazione di pura forza fisica. È, anzi, in questo, un mito originale. I ragazzini della palude dove l’“americano” Nando Moriconi-Alberto Sordi andava a fare il bagno nudo gli urlavano, «facce Tarzan» per istigarlo ad aggredire un tronco d’albero, coccodrillo dell’immaginario. Tarzan era l’elogio dell’agilità, dello spirito di adattamento, del coraggio verso le insidie della Jungla. Maciste era invece la pura forza muscolare, alzava pesi, spezzava funi, lanciava lontano uomini e cose.

Rambo non è solo questo. È, come dice il generale Trautman che lo ha avuto a fianco nel Vietnam, la più «straordinaria macchina da guerra» che esista. Ma è, appunto, una macchina costruita dalla esperienza oltre che dalle attitudini. È eccezionale ma non ha nulla di dichiaratamente eccezionale.
Non appartiene perciò neanche alle tipologie di miti dotati di facoltà che li rendono superiori. Non può volare, come faceva splendidamente Superman, non può correre alla velocità della luce come Flash, non può incantare con magie e illusionismi, come Mandrake.
Rambo non è neanche, però, un mito tutto intelligenza, alla Indiana Jones o James Bond. È anzi un po’ ottuso, privo di ironia e sorriso, violentemente insofferente alle macchine elettroniche che gli appaiono come una inutile e pericolosa esemplificazione della espressione delle potenzialità fisiche dell’uomo.
Di Rambo dunque sappiamo ciò che non è, ciò che non vuole essere. Non è né pura forza, né possessore di doti sovrannaturali, né uomo di grande intelligenza o disponibilità alle opportunità tecnologiche. Rambo è un prodotto sofisticato, complesso. È, questa, solo apparentemente una contraddizione rispetto alla ruvidità della confezione. La costruzione del mito è affidata infatti alla forza di penetrazione del personaggio piuttosto che ai film che appaiono di una rozzezza ed elementarietà disarmanti».

«Rambo smentisce anche tutto l’innamoramento tecnologico di questi anni. Il computer è uno strumento di discriminazione tra chi sa e chi no, una leva nelle mani del potere, una possibilità di controllo. Rambo, tornando alla base in Thailandia dopo la missione, distrugge tutti i video e le tecnologie, come il nuovo Rocky sconfigge il russo assistito dal computer. La macchina è dannosa e inutile. Rambo sembra aver studiato a Francoforte e il suo luddismo tecnologico evoca la paura e il timore di perdita di controllo e di potere presenti nella società.
Rambo vive nell’epoca della metropoli. I ritmi, gli spazi della vita contemporanea sono misurabili con la estensione delle grandi città, con l’inurbamento frenetico, con il dilagare del cemento. Rambo preferisce “l’inferno vietnamita” che è la sua “casa” e, in mancanza, supplisce, come nel primo film, con surrogati di foresta. Alberi e fiumi, cascate e cespugli rinfrancano l’occhio oppresso dall’uniformità degli spazi piccoli e uguali. La foresta nordamericana del primo film o quella vietnamita del secondo sono parenti dei grandi spazi di Greystoke, dell’Amazzonia verde e minacciata di La foresta di smeraldo, degli scenari misteriosi della saga di Indiana Jones e di All’inseguimento della pietra verde. Il verde è l’avventura, perché lì ciascuno è più solo. Solo senza uomini, senza soccorso delle macchine.
La solitudine, la sensazione di isolamento la necessità di farsi rispettare contando sulle proprie forze. Rambo è forse l’espressione più intensa e inquietante di questa tendenza, figlia dell’oggi. Altrimenti si potrebbe, sbagliando, far conto sul forte contenuto ideologico, sul rifiuto delle macchine e della civiltà urbana per definire Rambo un eroe premoderno.
È una solitudine infelice, sofferta, rabbiosa, la sua. Rambo dice «io non esisto» e sa che non può contare, fino in fondo, su nessuno. Rambo piange, nel primo film, sulla sua condizione di emarginato, di isolato costretto a difendersi. Ma Rambo non è il solo ad essere solo né bisogna essere stati a difendere Saigon per sentirsi sperduti. Forse molti di quelli che, nei cinema di tutto il mondo, applaudono il riscatto temerario di Rambo in realtà si sentono, per mille motivi, isolati, emarginati diversi, soli. La organizzazione della società, le tendenze della vita quotidiana accrescono forme e occasioni di solitudine o di affollata convivenza. I trasporti impegnano sempre più tempo, la televisione riduce lo spazio della comunicazione interpersonale e comunque rappresenta la principale, individualistica, catalizzatrice del tempo libero, i quartieri si spogliano dei naturali punti di ritrovo, la vita accelera tutti i suoi tempi, bruscamente. Le tecnologie, poi, esasperano la individualizzazione dei processi lavorativi, formativi, informativi. L’uomo è più solo nella società moderna e la solitudine, come dice Alberto Oliverio in La società solitaria (1979), costituisce «una condizione molto diffusa, tipica dell’alienazione della società moderna, una esperienza tra le più dolorose ed una seria minaccia per l’integrità ed il benessere psicologico dell’individuo».
Forse è per questo che al Rambo immaginario corrisponde il rambismo. Perché la solitudine e l’emarginazione costituiscono un elemento diffuso e unificante. Crescono i divari sociali, le contraddizioni razziali e culturali, le diversità sessuali. Rambo è perciò, in partenza, uno come tanti. Però Rambo è ammirato perché ha lo strumento, nei nervi e nei muscoli, per farla pagare a chi lo isola, per riscattarsi, per prendersi una rivincita. Rambo non rompe l’isolamento ma neanche lo subisce. È un eroe infelice. L’unica donna che incontra, in due film, muore dopo un bacio, trafitta dai nemici di lui. Rambo, come ha scritto Ida Magli, è un Ulisse moderno che, nel viaggio, ricerca se stesso non nella conoscenza come l’eroe omerico ma nella distruzione, strumento della salvezza. Quello di Rambo è un viaggio all’indietro, nel tempo e negli spazi. Qualcosa di diverso dalla tradizione letteraria, cinematografica, culturale e politica della mobilità americana. «Tutto quello che volevo era di andare da quella parte… Tutto quello che volevo era qualcosa di nuovo, niente di speciale» diceva il giovane Huckleberry Finn. Il viaggio naturalmente è una metafora della fuga e della conquista e il cinema e la letteratura d’oltreoceano, da London a Kubrick, da Melville a Spielberg ne sono impregnati.
Rambo invece fugge indietro, a cercare se stesso in una guerra finita da anni».

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