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Un moto perpetuo da un’elezione all’altra

in Politica & Società

Michele Monte – C’è una fase dell’infanzia nella quale i bambini, agli occhi degli adulti, diventano degli implacabili aguzzini rompiscatole; è quella fase in cui viene ossessivamente ripetuta la domanda “perché?”.
Per l’infante molesto il “perché?” è uno strumento di conoscenza del mondo, un modo per entrarne nelle pieghe; ne evidenzia un naturale moto di curiosità e la necessità di stabilire un contatto con il piano di realtà delle cose (che vede, che sente, che percepisce).
È anche però un implacabile strumento di relazione e di misurazione dell’interlocutore e delle sue risposte. Stai tergiversando, mi racconti delle fantasie, non ti credo… oppure mi tratti alla pari e quindi mi fido di te, ben presto sarai per me un riferimento.

A un certo punto questa fase viene superata e sostituita con qualcosa d’altro ma quel bagaglio di riposte ricevute, buone o cattive che siano state, costituirà da quel momento in poi gran parte dei riferimenti (o dei pregiudizi, sicurezze o insicurezze) che accompagneranno le esperienze future.
Ecco, se questa fase ci accompagnasse in modo costante, magari in modo meno ossessivo, nelle successive attività da adulti probabilmente la qualità del nostro rapporto con il piano della realtà sarebbe più intelligente e proficuo. Soprattutto in una delle attività principali che esprime in modo più accentuato le componenti sociali delle nostre attitudini come la politica, praticata a qualsiasi livello. Da ascoltatore o osservatore interessato, da partecipante attivo e, soprattutto, da chi la vive come impegno quotidiano, derivandone magari un reddito o il proprio riconoscimento e status sociale.

In effetti osservando le dinamiche, i comportamenti individuali e gli scenari che la politica ci propone oggi, si riscontra un pericolosa deriva verso la perdita di senso; l’affievolirsi di quella dote indispensabile della lettura e interpretazione della realtà che potremmo definire “intelligenza politica”.

Qui non c’entra il crollo delle ideologie ma troppo tempo è trascorso dal momento in cui la pratica politica ha abbandonato la costante riflessione sulle proprie radici di senso, trasformandosi in un moto perpetuo da un’elezione all’altra. Incoraggiando il piccolo cabotaggio e lo scambio (e non la sintesi, si badi bene) come principale fulcro della propria azione.

Gli effetti di questa deriva sono molteplici. Da un lato assistiamo allo sfarinamento dei tradizionali meccanismi di selezione del ceto politico con relative mutazioni genetiche che hanno portato ad un aumento della presenza sul proscenio di quella quota, un tempo confinata a una dimensione tollerabile fisiologicamente, di parolai arrivisti motivati da esigenze di carriera e affermazione personale.
Dall’altro, un progressivo distacco dal reale con riti, linguaggi, uno scellerato uso del tempo, infinite guerre puniche dal tenore eminentemente autoreferenziale.

Di tanto in tanto, per contrastare (ma sarà vero?) questa deriva, si levano voci che richiamano la necessità di tornare a parlare di contenuti. Ennesimo tentativo di depistaggio o, se si vuole, un modo per prendere tempo.
I cosiddetti “contenuti” se non inscritti in una cornice di senso hanno più o meno la funzione di marketing di un prodotto qualsiasi.
Nel frattempo, in un mondo che quotidianamente stravolge riferimenti e regole, aumenta la distanza e la capacità di comprensione; figuriamoci poi quella di immaginazione e di produrre innovazione.
A questo proposito sarebbe opportuno a volte soffermarsi a riflettere su alcune aberrazioni del linguaggio e al costante rifugiarsi nel conio di inquietanti neologismi. Una delle peggiori espressioni in questo senso è la definizione di “offerta politica”.

Che ci faccio qui? Chi e quali interessi rappresento? A quale progetto politico e idea di cultura e società faccio riferimento?

Poche e semplici domande che però servono a riposizionarci contemporaneamente sia nel mondo reale che nella dimensione etica della nostra azione. Per quanto tempo riusciremo ancora a farne a meno?

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