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Umberto Eco

La sete di amore libero nei Fratelli Karamazov

in Letture

Parlando dei Karamazov Dostoevskij scriveva: “Il problema principale che sarà trattato in tutte le parti di questo libro, è lo stesso di cui ho sofferto consciamente o inconsciamente tutta la vita: l’esistenza di Dio”. I fratelli Karamazov risulta la sua opera più complessa, più profonda e più compiuta, l’intera vicenda ruota attorno ai tre fratelli del titolo: Dmitrij, Ivàn e Aleksej Karamazov, schematizzando altro non sono che tre sfaccettature dell’animo umano: Dmitrij è l’uomo delle passioni, Ivàn l’uomo della ragione, Aleksej l’uomo del sentimento.

La trama del romanzo è fin troppo schematica, come spesso capita in Dostoevskij, l’impianto narrativo è solo il pretesto per un’ulteriore trivellazione della psiche umana, non è importante chi ha ucciso il padre dei tre fratelli Karamazov, il viscido usuraio Fedor Pavlovic, la questione fondante ruota sempre attorno alla riflessione sull’esistenza umana e soprattutto all’interrogativo angosciante: che cos’è l’amore? È possibile l’amore in un mondo condannato alla libertà?

Se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d’amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è un’infelicità.

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844

Chi sono i personaggi di Dostoevskij? Azzardiamo una risposta: sono creature che sanno, e sanno troppo. E questo li carica di un fardello che impone loro una scelta. Sentono il sapore della vita e amano. Vogliono disperatamente essere amati da una donna, da un uomo ma, soprattutto, da Dio. Si sfidano come due rettili Mitja e il padre per l’amore di Gruseska; Smerdjakov, il figlio bastardo uccide il padre che non l’ama per ottenere in cambio almeno l’affetto del fratellastro Ivàn; Aleksej dopo la morte dello starec Zosima va per il mondo, cerca l’amore di Liza, vuole mettere in pratica la parola del Signore e trova la sua strada parlando a lungo e intensamente con i bambini. Ecco, il tema si focalizza, tra le pagine e pagine del libro è sempre costante la presenza dei bambini: proprio i bambini sono la chiave di volta per cercare di comprendere la grandezza di questa pietra miliare della letteratura mondiale. Troviamo il tema nelle parole di Ivan:

Io so soltanto che il dolore esiste: gli uomini stessi sono colpevoli: era stato dato loro il paradiso, hanno voluto la libertà. Ma se tutti devono soffrire per riconquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano i bambini?

 

Se Dio esiste come può permettere la sofferenza dei bambini? Proprio loro che a Lui sono più vicini, in loro che ancora splende l’innocenza che presto perderanno. Ivan non può accettare l’idea, la semplice idea di Dio in un mondo dove c’è spazio per la sofferenza dei bambini, questo può essere possibile solo in un mondo senza Dio. Solo se Dio non esiste, l’uomo è Dio e tutto è permesso.
È Ivan il personaggio più concreto, più profondo, simboleggia la filosofia che non riesce a digerire lo scontro con il reale. È duro il muro contro cui cozza di continuo la riflessione, Ivàn è l’unico dei tre fratelli a non smettere di indagare in sé, è in lui che si sentono tutte le tribolazioni dell’anima. Guarda nell’abisso e sa che l’abisso guarda dentro di lui ma continua a scendere, in un mondo di parole e teoremi, la fede o le pulsioni della carne appesantirebbero la sua discesa. Ivàn ricorda (sua è la priorità ontologica) Antonius Blok, il segaligno cavaliere del settimo sigillo di Bergman: sono entrambi uomini che non hanno paura degli specchi ma gli specchi gli regalano solo un riflesso vuoto, cercano entrambi Dio, incessantemente. Ed entrambi vorrebbero solo una cosa: la pace del cuore. Sanno anche come raggiungerla: uccidere l’idea di Dio, estirparla per sempre dalla loro testa con un ferro arroventato.

Aleksej ha sempre la fede e lo sa, tentenna solo una notte quando sta per lasciarsi andare alle calde e seriche promesse di Grusenka che gode nel prenderlo in giro per la sua insopportabile purezza; Mitja, di contro, ha scelto la passione, cerca di riflettere ma è sempre il suo lato più istintivo che ha la meglio. Né Aleksej né Dmitrji sono filosofi, hanno scelto due lenti per vedere il mondo che hanno i loro relativi vantaggi: la fede è un caldo abbraccio che impedisce di rompersi la testa in contorsioni mentali; la fisicità è una corazza debole ma è sempre una corazza, Dmtrij rinuncia alla theoria, rinuncia ad aprire gli occhi sul mistero sacro della realtà, vuole amare ma di un amore che la penna di Dostoevskji non descriverà mai, l’amore fatto di caldi sospiri e abbracci, corpi che si cercano e si trovano per scacciare la solitudine dei demoni del cuore (non c’è nemmeno una parola per la sfera sessuale, anche le mire del padre dei Karamazov sono avvolte in un cappotto di castità).
Scartata la fede e rifiutata la vita dei rettili che accomuna Fedor Pavlovic e Dmitrij, a Ivan resta solo la ragione, il pungolo della ragione che lo conduce presto a scontrarsi con i fantasmi della sua coscienza. Sceglie l’ateismo ma vuole disperatamente Dio (il dramma dell’ateo non è forse questo?), vuole essere amato da Dio e si rompe la testa nei suoi ghirigori di incidentali. Riesce a spiegare il mondo ma non riesce a capirlo. I bambini inchiodati sulla croce, i cani che divorano pezzi di pane imbottiti di chiodi scagliati da quegli stessi bambini che il freddo porterà alla tomba.
Prima di perdere la ragione e finire a dialogare con un simpaticissimo povero diavolo, Ivàn in una notte troppo lunga incontra Aleksej e gli narra un suo poema, la celeberrima leggenda del Grande Inquisitore, quella che è la summa di tutta l’opera di Dostoevskij e una delle pagine più importanti di tutta la storia dell’umanità (“una delle pagine più belle e più terribili della letteratura contemporanea” ). La leggenda offre molteplici interpretazioni, è un prisma in cui scomporci.
Cristo, tornato sulla terra nel XVI secolo, si incontra a Siviglia col grande inquisitore. Gesù è giunto nel mondo in silenzio, senza annunciarsi e il popolo infine lo riconosce, dai suoi occhi si sprigionano i raggi della Luce, del Sapere e della Forza. Compie il primo dei nuovi miracoli, ridona la vista a un vecchio, resuscita una bambina (il tema dei bambini, ripetiamo, è sempre costantemente presente). Il Grande Inquisitore ha visto tutto con i suoi occhi infossati in cui splende ancora una luce, come una scintilla di fuoco. Inizia la lotta di sguardi, le guardie conducono il Cristo davanti all’Inquisitore, gonfio come una sanguisuga delle grida degli eretici che bruciano a maggiore gloria del Signore.

Il processo è un monologo allucinato e nella sua lucida follia riecheggiano tutti gli incubi del controllo totale, la stessa filosofia tiene in piedi il Grande Fratello di 1984 e il Grande Inquisitore. L’uomo scarta il regalo di Dio, rifiuta un fardello insopportabile come la libertà, vuole solo sapere davanti a chi inginocchiarsi, vuole solo dissetarsi con mistero, autorità e miracolo.
La prima domanda sfavilla nella notte di Siviglia: “Perché sei venuto a disturbarci?”, l’incubo di Gesù si è realizzato ma scopriremo ben presto che la follia dell’Inquisitore si fonda su una solida base. Il grande merito di cui si fregia l’Inquisitore è la soppressione dell’insopportabile libertà. Gli uomini non hanno mai voluto essere liberi, non è conciliabile l’aspirazione alla felicità con la libertà. Gesù era stato avvisato in tempo, il signore del non essere, Satana, non gli aveva fatto mancare avvertimenti e consigli. Segue la profondissima analisi delle tre parole, le tre frasi che esprimono tutta la futura storia dell’umanità. Sono le tre tentazioni del deserto. Il Cristo le ha rifiutate, voleva che gli uomini lo amassero di un amore libero, non come schiavi riconoscenti, gli uomini dovevano scegliere tra i due abissi e scegliere liberamente. Gli uomini vogliono essere incatenati, non vogliono scegliere. E la Chiesa rinnovata scaccerà via i loro dubbi, offrirà loro pane e la coppa del mistero, saranno felici perché qualcun altro sceglierà per loro. L’inquisitore non riesce a reggere lo sguardo silente del Cristo, ecco il suo dramma: “Io non voglio il tuo amore perché nemmeno io Ti amo”. L’inquisitore sa bene che il suo piano deve realizzarsi e si realizzerà proprio per l’intima natura dell’uomo, Gesù è di ostacolo, deve morire e stavolta deve essere per sempre. Brucerà domani come tutti gli eretici, coloro che sono fuori dal tempo, quelli che non riescono a tenere il passo della storia. L’uomo schiavo è l’uomo felice, alienato ma felice. Il Cristo lo ha ascoltato, in silenzio, non l’ha interrotto mai.

L’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piú… non venire mai piú… mai piú!”. Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.

Ecco la grandezza di Dostoevskij, l’uomo si danna per il silenzio di Dio e Dio risponde in silenzio con l’unica risposta possibile: l’amore. Lo stesso amore che Ivàn cerca disperatamente.
La lettura di Dostoevskij lascia mutati, attiva una nuova vista sul mondo. Siamo partiti su una panchina di ferro nella Pietroburgo irreale delle notti bianche, seduti lì a cullare amori che forse durano solo un istante, quello che separa il dormiveglia dal sogno. Siamo finiti in fondo all’abisso, anelando il bacio muto di Dio. Non abbiamo gli strumenti per rispondere al dramma di Dio e dell’uomo, abbiamo solo dei semi per una futura riflessione:

Se Cristo fosse pur solo il soggetto di un grande racconto, il fatto che questo racconto abbia potuto essere immaginato e voluto da bipedi implumi che sanno solo di non sapere, sarebbe altrettanto miracoloso (miracolosamente misterioso) del fatto che il figlio di un Dio reale si sia veramente incarnato. Questo mistero naturale e terreno non cesserebbe di turbare e ingentilire il cuore di chi non crede. “

Umberto Eco (con Carlo M. Martini), In che cosa crede chi non crede?

[A.P.]

Le interviste impossibili

in Narrazioni/Riscoperte

Alessandro Buttitta – C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui la Rai produceva prodotti di altissima qualità, intervistava con levità Tutankhamon e Gustave Flaubert, portava nel suo raggio d’azione scrittori del calibro di Italo Calvino e Leonardo Sciascia, funamboli della parola della foggia di Giorgio Manganelli e Alberto Arbasino. Era il tempo de Le interviste impossibili, di anni di grazia che vanno dal 1974 al 1975, di sperimentazione che, autentica, usciva dagli steccati autoreferenziali del post-moderno.

L’industria culturale italiana, che aveva in Viale Mazzini il suo centro nevralgico, nobilitava la sua missione di servizio pubblico con opere di indubbio valore, non avendo alcun timore di alzare l’asticella della qualità. D’altronde, se in quelle stagioni alla radio si cimentavano gli autori suddetti con l’ironica riverenza che si deve ai fantasmi di un passato glorioso ma non meno misero del presente, in televisione si programmava e realizzava la visionaria riduzione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto con la regia di un maestro del teatro qual è stato Luca Ronconi.

Le interviste impossibili rappresentano un divertissement letterario che, tra le sue maglie, nasconde autentici tesori. Sono “un gioco suggestivo per gli ozi dei pomeriggi estivi”, stando alla presentazione uscita nel luglio del 1974 su Radio Corriere Tv, ma ridurre a questa definizione la loro portata sarebbe delittuoso. Non c’è solamente una splendida sperimentazione, una riuscitissima contaminazione di generi. Si scoprono gusti, sfumature, dettagli di autori che altrimenti sarebbero andati persi. Indicativa, a tal proposito, è la scelta degli intervistati da parte degli intervistatori. Basti pensare a Italo Calvino che spiazza tutti ascoltando quanto ha da dire e grugnire l’uomo di Neanderthal o al fin troppo dimenticato Nelo Risi, poeta e fratello del più famoso Dino, capace di far dire alla moglie di Tolstoj, con parole mai banali, quanto sia stato difficile amare l’artefice di Anna Karenina e Guerra e pace.

Le interviste impossibili, nate da un’idea di Licia Motta e Sandro D’Amico, all’epoca curatori dei Servizi Prosa in casa Rai, hanno avuto un incredibile successo di critica. Da una parte c’erano gli scrittori che si mettevano in gioco lasciando il perimetro sicuro della pagina scritta per sfidare se stessi e le proprie parole in radio, campo minato di emozioni e sensazioni dove la voce è protagonista. Dall’altra parte c’era il pubblico che aspettava con ansia le disparate e disperate dichiarazioni di Edmondo De Amicis e Charles Dickens, ascoltati da un Giorgio Manganelli in piena fase creativa, o le rimostranze protofemministe della Beatrice dantesca al microfono di Umberto Eco.

Dialoghi brillanti, pieni di stoccate in punta di fioretto e di confessioni al fulmicotone, contraddistinguono le 82 interviste che impreziosiscono le Teche Rai. Riascoltarle – sul sito di Radio3, cercando bene, è possibile – è una continua riscoperta. In questi tempi, dominati dallo sterile chiacchiericcio, rivolgere l’orecchio al passato è sempre cosa buona e giusta. Le interviste impossibili, che hanno adattato ai canoni contemporanei la lezione delle Operette morali di Giacomo Leopardi, sono un unicum della letteratura italiana. Apprezzare il loro contributo nel dibattito culturale del tempo, con considerazioni e sguardi ancora oggi molto attuali, è un modo per omaggiare la qualità di cui si è fatta portavoce una Rai che, al tempo, credeva ciecamente nella leggera forza delle parole.

Vendette incappucciate: sulle tracce dei Beati Paoli

in Spilli

I Beati Paoli apparivano ed erano di fatto come una forza di reazione, moderatrice: essi insorgevano per difendere, proteggere i deboli, impedire le ingiustizie e le violenze: erano uno Stato dentro lo Stato, formidabile perché occulto, terribile perché giudicava senza appello, puniva senza pietà, colpiva senza fallire. E nessuno conosceva i suoi giudici e gli esecutori di giustizia. Essi parevano appartenere al mito più che alla realtà. Erano dappertutto, udivano tutto, sapevano tutto, e nessuno sapeva dove fossero, dove s’adunassero.  L’esercizio del loro ufficio di tutori e di vendicatori si palesava per mezzo di moniti, di lettere, che capitavano misteriosamente. L’uomo al quale giungevano, sapeva di avere sospesa sul capo una condanna di morte.

I misteri che si celano nel ventre della Sicilia non si possono mai contare davvero, proprio come i diavoli sul soffitto della Zisa, la splendida residenza estiva dei re normanni.
Fra questi un posto d’onore spetta alla setta di vendicatori incappucciati, i Beati Paoli, accomunati da un’inestinguibile sete di giustizia. Il libro che ne narra compiutamente le vicende è l’omonimo long-seller firmato dallo scrittore e giornalista siciliano Luigi Natoli, recentemente ripubblicato dalla Sellerio.

La prima uscita di Natoli sull’argomento risale addirittura a un secolo fa, quanto a cavallo del 1910 erano state pubblicate le 239 puntate del romanzo sul Giornale di Sicilia e poi nel 1955 da L’Ora sotto il nome de plum di William Galt sino ad essere raccolte in volume da Flaccovio nel 1971.

Nel libro sono narrate le vicende del protagonista Blasco Da Castiglione, sicilianissimo D’Artagnan guidato dall’amore e dalla sete di giustizia che lo porterà a incrociare la sua strada con gli incappucciati legati a doppio filo dal giuramento di silenzio, ignari della reciproca identità. Gli adepti si riunivano nei sotterranei delle chiese, tutte attorno al quartiere Capo.

“Conosco la carta e i segni…”
“Quali segni?”
“Guardi.”
Gli mostrò sulla cera del sigillo una piccola croce attraversata diagonalmente da due rozze spade.
“Ebbene?” domandò il duca.
“Questa lettera la mandano i Beati Paoli.”
“I Beati Paoli?”
“Eccellenza, sì. Mutano sempre il sigillo: ma io li riconosco.”
Don Raimondo si chiuse in un momento di silenzio; infine domandò: “Credete voi dunque che veramente esistano i Beati Paoli?”
“Come no!…”
“E dove sono?”
“Questo lo sa Dio: sono dappertutto, invisibili, introvabili, e sempre presenti. Quando meno si pensa, li abbiamo ai fianchi, alle spalle, in chiesa, per la strada, forse anche in casa; e non ce ne accorgiamo… Nessuno può guardarsene…”
“Diamine! voi ne fate una pittura terribile!” osservò don Raimondo con una punta di lieve ironia, che serviva a celare il senso di paura dal quale era invaso anche lui.
“Avete paura?” Il birro levò il capo, sorridendo, con gli occhi feroci.

“Del romanzo popolare il libro di Natoli ha proprio l’estrema spregiudicatezza nel ricalcare modelli precedenti, la libertà nell’allungare gli avvenimenti nel riaprire le partite già chiuse, la disinvoltura nel fornire come prefabbricata la psicologia dei suoi protagonisti.
Anzitutto, quasi a stabilire un legame e a dar ragione alla nostra ipotesi, Blasco viene ricalcato paro paro su D’Artagnan: ardito, squattrinato, spregiudicato e social climber come il guascone, come costui entra in scena su di un ronzino scalcagnato e quando mette piede in una osteria rischia di essere preso a bastonate: ha la sua Milady (perchè almeno verso la metà del romanzo Gabriella sfiora il ruolo della perversa vendicativa) che diventa la sua Costanza (Gabriella come Costanza Bonacieux muore avvelenata mentre D’Artagnan-Blasco le sfiora con un ultimo bacio le labbra ormai fredde); ha il suo Richelieu in Don Raimondo, che all’inizio cerca di farlo creatura sua; ha il suo Rochefort in Matteo Lo Vecchio, anima dannata di Richelieu-Raimondo; ha il suo Athos in Coriolano della Floresta. A metà del libro ha un duello con tre gentiluomini piemontesi che ricalca passo per passo il duello dietro il convento dei Carmelitani Scalzi, compresa l’amicizia che da quel momento legherà I contendenti. Ha il suo assedio della Rochelle e il suo brevetto di capitano, salvo che diventa duca alla fine per soprammercato, mentre D’Artagnan deve aspettare tre volumi per ricevere un bastone di maresciallo di Francia, e come lo riceve muore.
Il romanzo, pur di addensare gli episodi e riaprire quelli che sembravano chiusi, non disdegna di passare a tratti alla struttura picaresca, con l’eroe che compie varie peregrinazioni, incontra e reincontra vecchi e nuovi personaggi, passa attraverso traversie inaudite e ne esce sempre gaio come un fringuello” così annotava Umberto Eco nel saggio I Beati Paoli e l’ideologia del romanzo popolare.

Il grande semiologo aggiungeva:

Non potendo essere rivoluzionario perchè deve essere consolatorio, il romanzo popolare è costretto ad insegnare che, se esistono delle contraddizioni sociali, esistono forze che possono sanarle. Ora queste forze non possono essere quelle popolari, perchè il popolo non ha potere, e se lo prende abbiamo la rivoluzione e quindi la crisi. I risanatori devono appartenere alla classe egemone.
Poichè, come classe egemone, non avrebbero interesse a risanare le contraddizioni, devono appartenere a una schiatta di giustizieri che intravvedono una giustizia più ampia e più armonica.
Poichè la società non riconosce il loro bisogno di giustizia e non capirebbe il loro disegno, essi debbono perseguirlo contro la società e contro le leggi.

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