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Tanto tu torni sempre

Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager

in Narrazioni

Il tempo ha decimato i sopravvissuti alle deportazioni nei lager costruiti prima e durante la seconda guerra mondiale. Le testimonianze di chi ha vissuto quella tragedia, però, sono numerose e restano incancellabili. Ogni racconto fa storia a sé, per le emozioni personali e intime che si porta dietro. Ma il contesto generale è inevitabilmente comune. Alla lunga, le esperienze rischiano di somigliarsi. Perché quella di Ines, allora, sarebbe diversa dalle altre?
Innanzitutto lei può raccontare di essere stata imprigionata in tre luoghi di detenzione tra i più infami: prima Mauthausen (per pochi giorni), poi Auschwitz-Birkenau e infine Ravensbrück. Ma questo potrebbe essere solo un dato statistico. Allora va aggiunto che Ines non è ebrea, e non era partigiana o dichiaratamente antifascista. In quei tre lager ci finì per un atto di coraggio e per la solidarietà verso alcuni compagni di lavoro. «Se non avessi seguito il mio istinto, se mi fossi fermata un attimo a ragionare, probabilmente non l’avrei fatto…», riflette oggi. Nel disegno criminale del Terzo Reich, la deportazione di un’ebrea, di una partigiana o di un’antifascista aveva una “logica”, sia pure aberrante. Quella di Ines fu del tutto casuale.
Ecco l’originalità della sua storia. Ines è stata sottoposta a una delle prove più atroci che possano capitare. Eppure la serenità con cui ne parla contrasta con l’orrore delle vicende vissute. Da anni gira per le scuole di Lombardia a portare la sua testimonianza. Lo considera un dovere, una missione. Desidera che nulla venga dimenticato, rimosso o, peggio ancora, negato oltre l’evidenza.

Il viaggio da Mauthausen dura tutto il giorno. Lento. Tremendo. Siamo chiuse nello scompartimento. Non possiamo scendere. Possiamo solo dormicchiare e bisbigliare tra noi, facendoci mille domande senza alcuna risposta. Dalle chiacchiere delle SS che passano ogni tanto, cogliamo una parola: Cecoslovacchia. La stiamo attraversando. Dai finestrini vediamo alberi carichi di neve, prati gelati, candelotti di ghiaccio dappertutto… Dove ci stanno portando?
È ormai sera quando ci accorgiamo che il treno sta rallentando. Poi le carrozze si fermano. Sento un fragore infernale. Sembrano spranghe arrugginite o ferri vecchi che stridono cozzando tra loro. Stanno aprendo i vagoni. Nevischia. Una luce al neon, fredda, rischiara un paesaggio lunare. Vediamo ufficiali delle SS, medici e altre persone che trascinano carrelli… Ancora quegli ordini secchi, duri, come a Mauthausen. Ci fanno scendere. Noi siamo giovani, agili e svelte: con un balzo siamo giù. Ma ci sono anche anziani, donne incinte e invalidi, che faticano a muoversi. Allora i soldati salgono sul vagone e li buttano a terra a pedate e frustate. Chi cade inizia a piangere e a urlare. Ci stringiamo le une contro le altre. Tremiamo per il freddo, ma anche per la paura. Il gelo ci penetra nelle ossa e nella mente, nel cervello. Non riesco a connettere. Cos’è questa, l’Apocalisse?

Quando tutti sono scesi dal treno, le SS prendono pacchi e valigie e li mettono sui carrelli che vengono spinti via.4 Con me io ho solo quello che porto addosso. Poi comincia la selezione. Gli uomini di qua, le donne di là. I giovani a destra, i vecchi a sinistra. Chi può lavorare da una parte, chi non ce la fa dall’altra. Basta un cenno dei medici. Così i mariti vengono separati dalle mogli. I figli allontanati dalle madri. Persone abbracciate divise a strattoni. Bambini gridano chiamando le loro mamme. Vecchi e infermi sono fatti salire a forza su alcuni camion. Per calmare i loro familiari, i soldati spiegano che li mandano subito nei reparti: così, quando arriveranno anche loro, li troveranno là ad aspettarli. È pazzesco, incredibile. Inimmaginabile. In tutti i libri che ho letto non ho mai trovato nulla di simile o di lontanamente paragonabile. Continuo a chiedermi dove sono capitata. Questa non è una fabbrica. Altro che lavorare e guadagnare tanti soldi!

Ci avviamo in colonna. Passiamo sotto una torretta: c’è un soldato di guardia. Ci portano in un padiglione, in fila, davanti a una soldatessa che usa strani aggeggi. Guardo meglio. Mi accorgo che tatua numeri sull’avambraccio delle persone davanti a me. Ma i tatuaggi li usano i marinai, oppure i galeotti…
«Allora sono proprio prigioniera!», crollano così anche le mie residue illusioni.
Quand’è il mio turno, provo a protestare.
«Io non ho fatto niente… Perché mi mettete questo numero?».
Nessuna risposta. La soldatessa è velocissima. Sono tutti puntini minuscoli, ma in un attimo finisce: 76150. Guardo quel numero poco sopra il mio polso sinistro. Cerco di cancellarlo, sfregandoci sopra. Ma è impossibile. Poi mi accorgo che la soldatessa sta fissando i miei occhi e i miei capelli scuri.
«Tu, molto nera… Tu Juden!», sbraita.
«No, non sono ebrea… Sono cristiana», ribatto.
«Tu Juden!», insiste.
«Macché Juden… Sono cristiana, ti ho detto!», ribadisco.
Alla fine si convince e mi lascia in pace.
Ci portano alle docce. Più della vergogna già provata a Mauthausen, mi preoccupano una catenina e un anellino d’oro. Ci sono affezionata e non li voglio perdere. Mi ricordo del dentifricio che Anna mi aveva dato. Allora decido di nascondere i due gioiellini dentro il tubetto. Sono sicura che me lo restituiranno. Mentre ci laviamo, però, ci portano via tutto. Quando usciamo dalle docce non troviamo più nulla. Anche il dentifricio è sparito. È come se mi avessero rubato i ricordi e una parte di me. Scoppio a piangere. Ad altre va anche peggio: vengono perquisite nelle parti intime, per controllare che non nascondano qualcosa… Un’ulteriore umiliazione: ci depilano, una per una. Ci danno una divisa in cotone grezzo a righe grigie e blu, una maglia mezza rotta, un paio di mutandoni lunghi fino al ginocchio da allacciare in vita e due calzettoni: me ne capitano uno rosso e uno giallo. Poi un foulard da mettere in testa e un paio di zoccoli.
Alla fine una soldatessa ci conduce al Block, come dice lei. È uno stanzone lungo: allineate al muro ci sono enormi cuccette ricoperte di paglia. In ogni cuccetta almeno cinque donne, già addormentate. Tutte hanno i capelli rasati a zero. Noi, forse perché siamo arrivate in poche, l’abbiamo evitato. C’è un silenzio pesante, rotto solo quando una si gira o si alza. Allora le altre si svegliano e imprecano.
«Ruhe!»,10 è il grido soffocato che risuona nello stanzone.
La soldatessa dà a tutte una coperta e se ne va. Io, Ada e le altre ci sentiamo come pecorelle smarrite.
«Che facciamo?».
«Dove ci mettiamo?».
Dopo un po’ troviamo due cuccette e ci sistemiamo: cinque tutte insieme nella prima, due nella seconda, in parte già occupata. Sono stravolta. Malgrado tutto, mi addormento in pochi minuti.
Mi sveglio di colpo al suono di una sirena: saranno le cinque. Una deportata si comporta come un capo. Passa per le cuccette con uno staffile in mano e grida parole incomprensibili.
«Aufstehen!», mi pare di cogliere.
Non so cosa vuol dire, ma devo alzarmi e sbrigarmi, altrimenti sono guai. Anche Ada e le altre obbediscono, disorientate. Proviamo a fare qualche domanda.
«Dove ci si lava?».
«Dove sono i servizi?».
Tra le prigioniere, nessuna ci dà retta o ci fornisce indicazioni. Alcune fanno cenno di non capire, altre nemmeno quello… Il bisogno aguzza l’ingegno, no? Allora seguiamo il gruppo ed entriamo in una stanza. C’è una specie di mangiatoia: ogni mezzo metro un rubinetto di zinco, con sotto una vasca. È un vero e proprio assalto. Le donne recluse da tempo sono le più prepotenti. Riesco a toccare l’acqua quel tanto che basta a bagnarmi a malapena gli occhi. Più in là c’è uno stanzone con alcune scritte sui muri. In mezzo c’è un blocco di cemento alto circa mezzo metro, dove si aprono dei buchi disposti a scacchiera. Non ci vuole molta fantasia per capire a cosa servano: ci sono già diverse donne accovacciate sopra, tra una sporcizia e una puzza indicibili… Alla vista rigetto anche quello che non ho mangiato.
Quando usciamo c’è un vento gelido. Vestite come siamo, l’unica difesa è stare più vicine possibile, cercando di farci scudo. Seguiamo sempre quello che fanno le altre e ci schieriamo davanti al nostro Block, in fila per cinque. Arriva una soldatessa per l’appello e ci chiama per numero. In tedesco. È difficile capire quando è il proprio turno. Ma sarà meglio imparare in fretta perché, se si esita a rispondere, sono botte. Finito l’appello, ci consegnano un cucchiaio e una ciotola di metallo con un buco e una corda attaccata. In qualche modo ci spiegano: se li perdiamo o ce li lasciamo rubare, non ce ne daranno altri. Lego così la ciotola in vita e infilo il cucchiaio in un’asola della divisa. Ci danno uno strano intruglio, a metà tra il tè e il caffè. Poi due strisce di stoffa, con un numero stampato, uguale a quello tatuato sul braccio. Vanno applicate sulla divisa. Ecco fatto: ora non siamo più esseri umani, ma solo numeri.

Poi ci portano a lavorare. Tutto il lager è circondato da una cinta in filo spinato sotto tensione. A distanze regolari, torrette presidiate da due soldati armati di mitra. All’interno il campo è diviso da reticolati e fossati: lo domina un grande edificio in mattoni rossi. Noi dobbiamo trasportare il contenuto delle latrine, che gli uomini hanno caricato su alcuni carri con un lungo timone. Di solito a quel timone si legano i buoi; qui, però, al timone siamo attaccate noi… Per portarli sui terreni da concimare dobbiamo trascinarli, mentre altre prigioniere li spingono da dietro. Facciamo una gran fatica. Il terreno, molto argilloso, è tutto un pantano e le ruote sprofondano.
Lavoriamo fino all’una. Poi altre prigioniere portano dei bidoni che chiamano ghible. Dentro c’è una zuppa di cavoli bolliti: emana un insopportabile odore di finocchietto selvatico. Versano le razioni nelle nostre gavette. Mangiamo, o almeno ci sforziamo di mandar giù: la zuppa è davvero fetida. Almeno per noi, nuove del campo e non abituate a certe “prelibatezze”: le altre, infatti, ingurgitano senza troppi complimenti. Finita quella sbobba, puliamo la ciotola con erba e terra, perché non c’è acqua. Riprendiamo a lavorare fino alle quattro, o forse le quattro e mezza: a parte la luce del sole e il buio, che in questa stagione cala presto, non abbiamo nulla per capire che ora è. Prima di rientrare nel Block ci tocca un altro appello. Infine, dopo un’ulteriore attesa estenuante, distribuiscono una fetta di pane nero e un quadratino di margarina. Sono sfinita: all’ultimo boccone sto già dormendo.

I primi giorni sono una scuola di sopravvivenza. L’appello è una tortura: che piova o nevichi, anche se stai male o ti senti svenire, devi aspettare il tuo turno senza muoverti. Dato che non capisco quando pronunciano il mio numero in tedesco, memorizzo la posizione nello schieramento. Sempre la stessa, tutte le mattine. Quando sento quella davanti a me rispondere «Presente!», deduco che il prossimo numero sarà il mio. Così mi preparo a rispondere anch’io.
Finito l’appello, prendo l’abitudine di bere solo la metà dell’acqua sporca che ci danno. Uso quella che resta per lavarmi la faccia meglio di quanto non riesca a fare ai bagni, dove siamo davvero tante. Vinco il ribrezzo delle latrine e pian piano metto da parte anche il pudore: siamo obbligate a condividere tutto, senza alcun momento di intimità personale. Durante il lavoro, se devi andare di corpo, chiedi il permesso al soldato, che rimane lì a controllarti. Per una, due, tre volte è una pena infinita: poi mi rassegno.
«Non posso scoppiare… Se vogliono guardare, è un problema loro!».
A mezzogiorno, quando portano la zuppa di cavoli o rape, noi italiane ci lamentiamo.
«Che schifo!».
«Guarda cosa ci tocca mangiare!».
«Ma non è possibile!».

Ripenso ai minestroni di mamma. «La minestra di verdura è la biada dell’uomo…», diceva. A me, però, non piaceva e la lasciavo nel piatto. Lei mi sgridava: «Se non la mangi, non prendi più niente!». Così mi sforzavo di finirla. Quella disciplina, adesso, mi torna utile. Guardo la zuppa. Ha il solo pregio di essere calda. Allora uso la fantasia: ci immagino dentro del formaggio, un po’ di burro, un certo condimento. Mi vengono in mente l’arrosto fatto in casa, il profumo del rosmarino… Mi pare quasi di gustare quei sapori. A volte, con le altre, ci scambiamo a mente qualche ricetta. Così, un cucchiaio alla volta, mando giù tutto.
Il nostro Block contiene alcune centinaia di donne. Per lo più sono russe, che si soffiano il naso tenendo le narici, come fanno i soldati. Poi polacche, slave, montenegrine… È difficile stabilire contatti. Un po’ per l’età: sono quasi tutte più anziane di noi. Un po’ per la lingua: solo con alcune si riesce a scambiare qualche parola in italiano o in francese. In genere, però, ognuna si chiude nel proprio dolore. Quindi noi sette finiamo per stare sempre per conto nostro. Non cambiamo mai neanche le cuccette.
Conosco però una triestina, Valeria. È una bellissima donna. Ha occhi come non ne ho mai visti. Fa la prostituta e mi incuriosisce. Mi faccio raccontare la sua storia. Ha cominciato a fare il “mestiere” per caso. Si trovava a Venezia, seduta a un bar. È stata avvicinata da un uomo, molto gentile, che le ha chiesto se voleva “andare” con lui: in cambio le prometteva molti soldi. L’uomo aveva la gobba: lei pensava che portasse fortuna e quindi ha accettato… Da lì il passo alle case chiuse è stato breve. Finché, in un’osteria, ha mandato al diavolo un tedesco che le faceva pesanti avances ed è così finita a Birkenau. Ci descrive le sue avventure, le richieste più o meno strane dei suoi clienti… Noi, giovani e ignare della vita, la ascoltiamo a bocca aperta. Anche questo aiuta a passare il tempo e ad allontanare l’angoscia.
Alcune, però, pensano alle loro famiglie e sono prese dalla tristezza. Gina, la ragazza-madre, continua a parlare del suo bambino.
«Come sarà cresciuto? Chissà cosa penserà…», si chiede.
Io rimango la più ottimista. Non mi perdo d’animo.
«Un giorno la guerra finirà e tornerò a casa…», mi dico.
Un motivo di preoccupazione, in realtà, ce l’ho: le mestruazioni. Come potrò pulirmi senza un fazzoletto o un pezzo di carta? Ma subito dopo il primo mese si bloccano. Non posso saperlo, ma nella zuppa i tedeschi sciolgono sostanze che arrestano il ciclo. La mancanza di questo sfogo, però, a molte internate provoca infezioni all’intestino e alle ovaie. Io, fortunatamente, me la cavo solo con ascessi alle gambe. Allora al mattino mi faccio visitare dal medico. Mi incide questi bubboni e fa uscire il pus. Poi sputo sopra il taglio: quando mi curava le ferite, mamma mi ha insegnato che la saliva disinfetta. Oppure ci appiccico sopra la pellicola degli spicchi d’aglio. Me li portano dalla cucina alcune polacche, e io li scambio con la mia fetta di pane serale. La pellicola non si stacca finché la ferita non si cicatrizza e non guarisce. Così, grazie a Dio, non contraggo infezioni.
Poi, una notte, nel dormiveglia, sento forte il rumore di un motore e voci femminili concitate. Ci alziamo, andiamo alle finestre e guardiamo fuori. Il campo è illuminato a giorno. Vedo ragazze che corrono disperatamente tra le baracche cercando di fuggire. Ma le SS le prendono e le caricano su un camion. Una scena infernale. Alle altre prigioniere strappo solo poche parole: scopro così che quelle sono ebree destinate alle camere a gas.
Mi spiegano cosa avviene lì dentro e anche cosa succede dopo. Quando si aprono le porte delle camere, entrano in azione i Sonderkommando. Sono reparti composti da prigionieri che vivono in alloggi speciali. A loro spetta il compito di tagliare i capelli ai cadaveri, asportare i denti d’oro, ammucchiare i corpi sopra una carretta e trasportarli ai forni crematori. Non servono altre domande. La risposta è in quell’odore acre che prende alla gola e si diffonde nel campo a determinate ore del giorno, e in quel filo di fumo grigio che si innalza nel cielo. Il momento peggiore è qualche giorno dopo. Vedo alcuni bambini camminare in fila: ognuno di loro ha un giocattolo in mano. Però non vanno a giocare: anche loro stanno per essere gassati e cremati.

Ecco la realtà. Birkenau non è solo un campo di concentramento. È un vero e proprio luogo di sterminio. Per le ebree è la “Soluzione Finale”. Prefissata e inevitabile. Per noi – io, Ada, Valeria, le donne di Lecco, le altre del Block – è la sorte che ci attende, se prima o poi non ce la faremo più. Siamo schiave, sfruttate oltre la nostra resistenza. Un giorno, quando non so ancora guidare il timone del carro per il trasporto degli scarichi, sbando e finisco bloccata nel fango. Subito arriva una soldatessa. Mi investe con un mucchio di parole che non capisco.
«Sprichst du Deutsch?», grida.
La guardo con aria interrogativa. Lei mi dà una sberla. Rimango a bocca aperta. D’istinto vorrei reagire, ma un attimo prima dell’irreparabile mi blocco.
«Calmati, Ines – mi dico –, o questa ti ammazza…».
Lavoriamo anche a 20 sotto zero. Le mani e le braccia sono intorpidite dal gelo. Il vento ci ghiaccia perfino le lacrime. Rimpiango il mio impermeabile, che mi proteggeva così bene dall’acqua e dal vento! Anche noi faremo la fine di anziane ridotte pelle e ossa, che si trascinano sfinite e cadono sotto le bastonate e le frustate? Oppure di tante donne del mio Block, sparite senza che di loro si sia saputo più nulla? In quel caso saremo subito rimpiazzate da altre deportate, che arrivano ogni giorno a bordo di lunghi convogli. Se invece resisteremo, vivremo.

Da questo momento il mio assillo è uno solo: sopravvivere. Lavoro sodo per non essere punita. Sento parlare di bunker sotterranei, dove vengono castigate le prigioniere che non lavorano o non obbediscono agli ordini. Raccontano di pene tremende: donne messe in ginocchio, con pesi sopra le mani, e costrette a rimanere ferme finché non perdono i sensi. Cerco di non contrariare i soldati. Non è facile, perché sono imprevedibili. Se li saluti, ti sputano addosso; se non lo fai, ti picchiano; per una qualunque sciocchezza, rischi una bastonata. Io li guardo sempre in faccia per capire cosa vogliono dalle loro espressioni, visto che non comprendo le loro parole. Allo stesso tempo, però, cerco di starne alla larga. Come alla distribuzione del cibo, per esempio. Per strappare un secondo cucchiaio di zuppa, le russe si precipitano a contendersi gli avanzi, mettendo anche le mani dentro la ghibla. Per dividerle e allontanarle i soldati le picchiano. Io preferisco farmi da parte.
«È inutile rischiare le botte per un po’ di zuppa. Un cucchiaio in più o in meno non mi cambierà la vita…», penso.
Le mie forze sono concentrate su quell’unico obiettivo: restare viva. Ripenso alle parole di mamma, quando uscivo di casa e lei non mi aspettava.
«Tant tì ta turnat sémpar, tanto tu torni sempre…», ripeteva.
«Hai ragione, mamma – vorrei dirle –. Io torno sempre! Ce la farò anche stavolta…».

 

tratto da
Giovanna Caldara, Mauro Colombo,
Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager,
Melampo Editore.

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