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Stefano D’Arrigo

Quei giorni con Jutta D’Arrigo

in Riscoperte
Jutta e Stefano D'Arrigo

Marco Viviani – Nell’autunno del 2003 suonai il campanello di un piccolo edificio di via dell’Assietta a Monte Sacro. Dall’altra parte del citofono mi rispose Jutta, la moglie di Stefano D’Arrigo, autore di un romanzo grande e meraviglioso, Horcynus Orca, pubblicato nell’anno della mia nascita, il 1975. Stefano mancava da quella casa e dal mondo da undici anni e la sua opera era appena passata dalla Mondadori, l’editore storico che si era occupato della pubblicazione dei suoi due romanzi, alla Rizzoli. Occasione per un tentato rilancio, l’ennesimo, di un caso letterario che ancora oggi rappresenta una singolarità sotto tutti gli aspetti. 
Jutta era preparata al mio arrivo, una telefonata dalla Lombardia aveva già fatto incrociare la voce balbettante del laureando in Lettere e quella rauca dell’anziana signora siciliana testimone di una delle vicende editoriali più incredibili della storia italiana.

Perché mi avesse detto di sì, avesse accettato di farsi intervistare da un signor nessuno, non l’ho capito all’epoca e forse non l’ho ancora capito, ma con l’ingenuità e l’energia di cui ero dotato – e in pratica nient’altro oltre a un piccolo taccuino e l’ospitalità di un ex compagno di liceo che si trovava a Latina per lavoro – ero pronto a sedermi sulla poltrona dove tanti anni prima si erano seduti chissà quante volte Renato Guttuso, Franco Gallo e tanti altri intellettuali siciliani di Roma, in qualche occasione Vittorio Sereni quand’era direttore letterario alla Mondadori e, in una giornata memorabile, 24 ottobre del 1970, anche Arnoldo in persona, quando già stanco e malato volle passare a salutare l’autore di cui si era preso un innamoramento. Un saluto tra due personaggi grandiosi che fu come un testamento: qualunque cosa accada e per quanto tempo e sacrifici richieda non abbandonate D’Arrigo e consentitegli di finire il suo libro. Stefano D’Arrigo impiegò poco meno di un quarto di secolo dalla prima stesura. Io ne ho impiegato 13 per decidermi a parlarne, ora che tutti i protagonisti di quella vicenda non ci sono più.

Jutta D’Arrigo era esattamente come l’immaginavo: un piccolo soldato d’acciaio. La parte forte, salda, della coppia, la compagna instancabile di un uomo che visse una ossessione che l’aveva quasi ucciso. Lei aveva un lavoro sicuro, alla Cassa del Mezzogiorno, e proteggeva un marito geniale e fragile, quasi bambino, dalle ostilità di un ambiente per il quale non era versato; così gli consentiva di lavorare nella massima tranquillità possibile al libro che voleva consegnare al mondo. Anche tanti anni dopo, per Jutta il libro, il “librone” e Stefano erano la stessa cosa, non era dato amare l’uno contro l’altro. Tanto che a precisa domanda sulle qualità del libro, secondo Jutta restava un classico mancato, un libro di valore assoluto destinato però a dividere l’opinione pubblica:

Horcynus Orca non è mai stato un libro per tutti. Piuttosto un libro per pochi, d’elite. Era giusto lanciarlo in grande stile perché grande era il romanzo, e noi volevamo che arrivasse il più possibile ovunque, che più persone possibile lo potessero possedere, e quindi leggere, col tempo e l’impegno ma pure la soddisfazione che la lettura di Horcynus Orca avrebbe dato. Però abbiamo sempre saputo che il libro era fatto per pochi, anzi Stefano ha sempre detto che lo aveva scritto per se stesso e la sua sopravvivenza. Non lo avesse finito, sarebbe morto. Questo solo aveva sempre saputo. Fin dal principio. Non abbiamo mai perso la speranza di vederlo entrare nei classici, nelle letture scolastiche, ma ci sono sempre stati i difensori alle porte che davano l’altolà a chi non aveva il permesso della buona società letteraria. Critici che facevano gli scrittori, scrittori che facevano i critici, giornalisti – se così vogliamo definirli – che non avevano alcuna preparazione minimamente necessaria a capire il romanzo: nessuno di loro poteva amare Stefano e l’Orca, così potentemente diversi, inattaccabili nel loro valore e per questo attaccati “fuori” all’esterno, sulle paginette. Perché non si potesse neppure rischiare per un momento il confronto con i libretti dei loro protettori.

Già, i libretti. Le paginette. Termini dispregiativi che ricorrono spesso nell’epistolario di D’Arrigo e Jutta con Mimma Mondadori, la figlia di Arnoldo che si occupò negli ultimi anni del rapporto con gli autori e ideò una vera rete di sostegno all’autore siciliano (compreso una editor della Mondadori a disposizione tutta la settimana a Roma che lavorò dal 1972 all’ottobre 1974, col “visto si stampi”). A segnalare la distanza incolmabile tra quell’appartamento e i salotti letterari romani nei formidabili e difficili anni Sessanta c’erano sempre stati quei diminutivi e la fortissima tensione, mai nascosta, fra isolani, conterranei: di qua D’Arrigo e pochi amici, di là Sciascia e i suoi protegè.

Quando si seppe in giro che Stefano stava scrivendo questo romanzo, lui che si era già fatto notare con il Premio dei Nove, il libro di poesie (Codice siciliano) e soprattutto con l’episodio, anche se spiacevole, dei “giorni della fera” sul Menabò di Vittorini, alcuni intellettuali romani si misero sull’attenti. I capibastone, come li chiamiamo noi in Sicilia, erano Sciascia e Moravia: gelosi, invidiosi, turbati dal comportamento di Stefano, dall’esempio di totale sacrificio al libro che quelli che invece scrivevano un libretto l’anno non avevano mai avuto il coraggio di imitare. Già due, tre anni prima che il romanzo uscisse, Moravia girava per le librerie – era uno di quelli che avevano questa debolezza, cioè quella di fare il giro delle librerie per rendersi conto personalmente delle vendite – e prima di uscire, buttava lì una domanda: “Si sa qualcosa poi dell’Horcynus Orca?”. Fingeva che non gliene importasse granché, invece lo temeva eccome. Sciascia, invece, che era più furbo, essendo un siciliano, mandava avanti i suoi accoliti, mentre lui avvelenava i salotti romani, ma in pubblico non disse mai nulla del romanzo, solo un commento: alla precisa domanda di chi gli chiese – e Sciascia sapeva che ce lo avrebbero riferito – cosa pensasse di Horcynus Orca rispose che gli pareva un libro “di spessore”. E mentre lo diceva faceva il gesto con l’indice e il pollice, come se parlasse di un mattone, di una tavola di legno o chissà che altro. Un oggetto, più che un libro. Ecco chi erano i capibastone che ci odiavano, mandando avanti sui giornali i più giovani, vedi Enzo Siciliano e il suo “fritto misto”.

I riferimenti per molti non avranno più senso. Ma in quell’anno editoriale 1975 soltanto una cosa fece più scalpore del lancio editoriale in grande stile di Horcynus Orca: la reazione scomposta e piuttosto irritata della critica militante. Con Pampaloni e Mondo tra i pro, Milano e Siciliano tra i contro, con in mezzo i più cauti Contini, Citati e Dallamano, in poche settimane esplose un battage che nessuno sapeva più districare, con editore e critici che si rimproveravano a vicenda di aver voluto “creare un caso”. Dopo tanti anni, Jutta ricordava perfettamente quegli articoli, compreso quello immaginifico di Enzo Siciliano, che sul Mondo il 13 marzo 1975 scrisse una recensione con un titolo passato alla storia: “Quest’orca la cucino in fritto misto”, destinato a diventare subito pietra di paragone della critica più feroce nei confronti del romanzo. A distanza di quasi trent’anni veniva citato nella prefazione alla riedizione di Horcynus Orca della Rizzoli curata da Walter Pedullà, ne parlò anche D’Arrigo in una intervista sul “Resto del Carlino” nel 1988, quando avrebbe raccontato della imprevista visita di Primo Levi. È vero però che Siciliano fu protagonista dell’unico momento televisivo che si occupò del caso editoriale, quando, da conduttore della trasmissione “Settimo giorno”, il 25 maggio di quello stesso anno dibatté con Pampaloni sul valore del romanzo.

Io penso che le polemiche sul cosiddetto battage, che non c’è mai stato, siano strumentali per chi, allora come oggi, aveva interesse a mettere in cattiva luce l’opera di Stefano e il suo coraggio. In realtà, i giornali parlarono tanto di Horcynus Orca perché tutti avevano capito che si trattava di una cosa enorme, di un fatto unico nella storia della letteratura italiana. Ma lei crede davvero che Porzio (all’epoca Capo Ufficio Stampa di Mondadori, nda) telefonasse di notte ai critici dei giornali? E perché mai? Quando il libro uscì già tutti aspettavano il romanzo e anche l’autore. Quelli della Mondadori ci dissero che tutte le polemiche attorno al libro, tutti quegli articoli avevano fatto risparmiare alla casa editrice qualcosa come 40 milioni di lire, perché era tutta pubblicità gratuita.

Sul rapporto con la Mondadori, anche in questo caso si era detto un po’ di tutto. Come avevano vissuto i D’Arrigo e come aveva permesso la Mondadori ad un autore di ricevere dei compensi prima dell’uscita del romanzo? In realtà, il modello adottato fu quello degli anticipi sui diritti d’autore. Un modello non certo inventato per lui, ma che con questo caso venne tirato a tempi mai visti prima.

Stefano ha sempre amato moltissimo Arnoldo, il suo presidente, che ci fece l’onore di una visita personale a Roma – è noto quanto fosse raro un evento del genere – già vecchio e malato, quasi cieco, eppure fortemente intenzionato a incontrare un’ultima volta Stefano e a portagli la sua ammirazione. Imparammo anche ad apprezzare i figli, prima Alberto e in seguito Mimma, la quale è stata tanto vicina a Stefano e non ha mai smesso di credere in lui. Horcynus Orca è sempre stato un romanzo Mondadori, perché solo una grande casa editrice poteva assicurare al romanzo il giusto posto nelle librerie e contrattare per le traduzioni nel Mondo. I rapporti con Milano sono stati anche tesi, certo, ma rispettosi. Non ci siamo mai sentiti davvero in debito con la Mondadori, perché gli anticipi che ci davano erano in “conto edizione”, cioè li avrebbero tolti successivamente dalla maturazione dei diritti della vendita del romanzo una volta pubblicato. Perciò, si può dire che la Mondadori non ha perso denaro nell’attesa del romanzo. Noi piuttosto, Stefano ed io, che gli abbiamo dedicato i migliori anni della nostra vita.

Anni difficilissimi, nei quali si arrivò a degli scontri personali tra autori, uomini, che si stimavano. C’era di mezzo però un libro che era una scommessa troppo grande anche per Mondadori, non si poteva perdere. Jutta mi raccontò di quel tremendo pomeriggio con Vittorio Sereni, che fece nascere in seguito il modello romano di sostegno all’autore: niente più pressioni dai dirigenti, ma una campana di vetro curata dall’atteggiamento materno di Mimma Mondadori, che in due anni – 1972/1974 – riuscì nel miracolo che non era riuscito a nessuno in tutti i 14 anni precedenti.

Sereni era un estimatore di Horcynus Orca, ma era anche un direttore, si sentiva responsabile e ragionava in termini che Stefano non capiva. Ma non perché Stefano facesse apposta, Stefano amava Sereni, e rispettava in lui poeta e uomo di casa editrice diciamo, ma durante il periodo della crisi nervosa non aveva la forza di proseguire con il libro, che come diceva sempre lui, non era il libro di una stagione, uno di quei “libretti”. Ricordo un pomeriggio terribile, era il 1972, quando Sereni venne a Roma e passò a trovarci. Alzò un po’ la voce, parlò degli anticipi elargiti dalla Mondadori, del troppo tempo trascorso senza ottenere nulla. Stefano si mise quasi a piangere, non reggeva alle pressioni di Sereni, che era un uomo che a mio marito piaceva molto… allora io con una scusa lo trascinai in cucina, per non far sentire a Stefano, e gli dissi: “Noi il libro non te lo diamo, se i soldi sono un problema vai in salotto e portati via i quadri”. Questa mia risolutezza lo calmò, e mi chiese scusa, perché si rese conto di aver esagerato. Da allora mantenne rapporti più freddi con noi e con l’intera vicenda.

Ma tutte quelle tensioni e le chiacchiere dei critici avevano effetto su Stefano D’Arrigo? Stando a sentire già all’epoca chi lo conosceva, per nulla. Jutta confermò.

Stefano non era molto interessato alle recensioni-lampo dei quotidiani. Diceva sempre che gli interessava il parere di pochi specialisti – intendeva Maria Corti, Contini, Pestelli … – e nient’altro. Diceva veramente, non era un atteggiamento, però ricordo un sera, un paio di mesi dopo l’uscita del romanzo, stava sfogliando i giornali in salotto e lo sentii urlare «… ma perché non la smettono! Mi lascino in pace!». Stefano non alzava mai la voce, e solo raramente si faceva coinvolgere dai batti e ribatti della critica sui giornali, per la quale – fatte le dovute eccezioni – provava solo disprezzo. Si era sempre sentito capace di tener fuori dalla sua vita tutte quelle chiacchiere: avesse perso tempo in tutte quelle discussioni non avrebbe mai scritto Horcynus Orca. Dunque, quello sfogo mi stupì, e mi fece capire che anche lui cominciava a non poterne più di quegli attacchi così sfrontati e superficiali.

Non che a casa D’Arrigo arrivassero solo articoli di giornale o dicerie. Arrivavano anche telefonate di congratulazioni e proposte. Una, raccontata all’epoca da Jutta D’Arrigo, riguarda anche il Premio Strega. Col beneficio d’inventario, non essendo stato possibile riscontrarlo, ma anche credendo che tutto sommato la donna non avesse proprio ragione di inventarsi nulla tanti anni dopo e davanti al registratore di uno studente, vale la pena riportarlo così come lo raccontò:

Una sera, era la primavera del ’75, chiamò Maria Bellonci. Fu molto chiara con Stefano: gli disse apertamente che se avesse accettato di partecipare allo Strega lo avrebbe vinto. Aveva il premio in tasca. Lui rispose che se le cose stavano così non vedeva la ragione di accettare… Dato che la Bellonci fingeva di non capire, allora Stefano le fece un paragone che non ho più dimenticato: quello con le Olimpiadi. Lui, che era stato uno sportivo e amava ancora molto lo sport, le chiese: «Ma lei, signora, parteciperebbe a una corsa campestre se si fosse preparata per la maratona alle Olimpiadi?». Quando la Bellonci rispose di no, Stefano disse: «Vede? E allora perché io, che sarei certo di vincere questo suo premio per gli scrittori col fiato corto, dovrei partecipare quando con Horcynus Orca mi sono preparato per le Olimpiadi?». E così detto, le sbatté il telefono in faccia!

Horcynus Orca però non ha mai partecipato alle Olimpiadi. È un romanzo unico e ineguagliabile che non può avere consacrazione, per le sue qualità e perché in fondo non ce lo meritiamo. Negli anni successivi alla sua uscita, D’Arrigo si occupò della versione per il teatro: in tanti si interessarono alla riduzione di Horcynus Orca, compreso Luca Ronconi, grazie all’intercessione di Pedullà, ma poi non se ne fece nulla, mentre si fece con Guicciardini molti anni dopo; accettò a malincuore le difficoltà di traduzione per l’estero, scrisse dieci anni dopo un altro romanzo geniale, Cima delle nobildonne, scritto, raccontò Jutta, per dimostrare che se voleva era capace di scrivere un libro di 150 pagine, un “libretto” come diceva lui, simile a quelli scritti dai suoi cari nemici.
C’è però, come in tutti casi letterari degni di questo nome, anche un romanzo misterioso, mai pubblicato. Fu Jutta a rivelarmelo, io che credevo di sapere tutto su D’Arrigo. E fu come un fulmine, perché anche in quel caso come per il suo secondo e ultimo romanzo edito in vita, avevo la sensazione che D’Arrigo non era stato affatto un passatista, bensì un autore capace di anticipare i temi più sensibili del futuro: la genetica, il gender, e nel caso del terzo romanzo mai letto da nessuno, l’Alzheimer: tema di sfondo di un best seller mondiale che stavo leggendo proprio in quell’anno, “La versione di Barney”.

Pochi sanno di un ultimo grande progetto incompiuto di Stefano. Un altro librone, per così dire, un altro lavoro immane che non ebbe il tempo di finire. Aveva per titolo provvisorio “Un fox terrier di nome creatività” e raccontava di un professore che si rende conto a un certo punto di essere ammalato del morbo di Alzheimer. L’idea che stava alla base del romanzo, che non ho mai letto perché Stefano teneva molto al mio parere e prima doveva essere sicuro lui sul suo testo prima di propormelo, era che progredendo nelle pagine, il racconto, la lingua stessa del protagonista andasse mutando, si corrompesse, si disfacesse praticamente fino alle estreme conseguenze della malattia che, portandosi via la mente dell’uomo, si portava via, cancellava quelle macchie nere di inchiostro che sono le parole dalle pagine. La morte, la sparizione, corrispondeva ovviamente all’ultima pagina bianca. Era un’idea che si stava sviluppando in direzioni precise, tanto che – avendo noi alcuni medici come amici intimi – li tormentò a lungo per conoscere fin nei minimi particolari il morbo esattamente come aveva fatto con la vita dei pescatori per Horcynus Orca. Arrivò a scrivere 800 pagine, questo all’incirca nel 1990, due anni prima che morisse, ma purtroppo si convinse che non avrebbe mai avuto il tempo e la forza di buttarsi mani e piedi nel romanzo come aveva fatto per l’Orca, così lo distrusse. Per non correre il rischio che finisse nelle mani sbagliate quando non ci fossimo stati più.

Marco Viviani

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