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Rottamazione

Il fascino discreto della Leopolda

in Eresie

Lillo Garlisi – Durante l’estate del 2010 – quindi più di un secolo fa – venne a trovarmi un giovanotto, all’epoca un emergente, brillante, consigliere regionale di opposizione nelle terre dove i Celtici governavano. Civati, si chiamava, Pippo Civati. Conoscevo già bene il giovane, mi era stato presentato e sponsorizzato l’anno prima da un guru di lungo corso del progressismo meneghino, Carlo Monguzzi («Guarda che è un ragazzo sveglio», mi disse). Con Civati pubblicammo dopo pochi mesi un libro Regione straniera, un viaggio nell’ordinario razzismo padano, per i tipi di Melampo Editore.
Ma ritornando all’incontro estivo del 2010, Civati mi parlò con entusiasmo di una iniziativa che stava mettendo in piedi con il giovane sindaco di Firenze (Matteo Renzi, il suo nome). Fu la prima volta che sentii parlare di “rottamazione”, termine che – confesso – poco mi piaceva ma che, spiegato, aveva un suo fascino: a loro modo di vedere, era ora che i giovani, mi disse, avessero spazio nel Partitone (progressista nelle intenzioni ma invero un tantinello conservatore nella volontà di cedere le leve di comando alle nuove generazioni) ed era arrivato il momento che – con iniziative di rottura e di grande impatto mediatico – questo spazio venisse occupato. Mi piacque subito – da non giovane – l’idea che si potesse immaginare una ventata di aria fresca nel grigio mondo dei partiti. La domanda che io feci fu semplice: cosa potevo fare per dare una mano?
Mi disse Civati che avevano intenzione di produrre dei materiali che dovevano essere un po’ la base di riferimento della loro corrente (la parola non fu quella, ma per capirci insomma). E mi chiedeva di dare una mano per far sì che i contenuti diventassero degli oggetti a stampa, dei piccoli libri, insomma. Aderii all’iniziativa, mi sembrò cosa bella e financo utile.
Chiesi quale era il momento previsto per il debutto. Civati mi parlò di una manifestazione che si sarebbe tenuta in tempi brevi, a novembre, a Firenze, in una stazione ferroviaria dismessa. Leopolda, mi disse si chiamava la stazione. E partendo da questo luogo battezzammo la collana che doveva accogliere quei libretti e gli altri che – sicuramente – sarebbero venuti in seguito: I Vagoni, decidemmo di chiamarli.

In maniera davvero un po’ rocambolesca e un tantinello caotica – il caos che caratterizza tutte le fasi statu nascenti – riuscimmo a realizzare quattro volumi (alla cui elaborazione e scrittura parteciparono almeno una dozzina di giovani rottamatori e diversi illustri prefatori) per l’apertura di quella che fu la prima Leopolda, che aprì i battenti il 5 novembre. Chi mai partecipò con un suo elaborato fu il giovane sindaco fiorentino che – mi dicevano – da un lato non amava particolarmente scrivere, dall’altro presidiava più la parte organizzativa legata al sito ospitante.

Io alla Leopolda non andai, per quel debutto che era anche editoriale. Tutti quelli con cui parlai nei giorni successivi mi raccontarono di un bel clima, di un’aria nuova, di qualcosa di importante che forse stava nascendo. Si era messo in movimento qualcosa.

[Nota: l’anno successivo, il 2011, un libro che avrei dovuto pubblicare a firma Civati-Renzi uscì poi firmato dal solo Civati. Il Manifesto del partito dei giovani era il titolo del libro; ma questo è già l’inizio di un’altra storia]

 

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