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Roberto Alajmo

Le scarpe di Polifemo

in Narrazioni

«Tredici storie che Alajmo lascia volutamente aperte, senza mai concluderle con il botto dell’Evento o con una trovata a sorpresa. Storie in progress, come avviate a un malinconico, interminabile spegnimento, in cui il vero inferno è che non succede mai nulla di veramente decisivo (nemmeno la morte sembra esserlo). La Similitudine si avverte soltanto nella speciale, metafisica tristezza di questi impassibili clown del degrado urbano, nell’ostinazione con cui ancora si ingegnano a perseguire una parvenza di Decoro.

I racconti hanno un tono misurato di allegretto, ma la loro comicità resta tutta implosa, non deraglia nel grottesco o nel drammatico. E’ il paradosso, di ascendenza pirandelliana, di una materia anche tragica che non riesce a deflagrare in tragedia, ma si ripiega in una sorta di amaro stupore. E’ qui che la Palermo di Alajmo, ancora intimamente secentesca, diventa una metafora del resto dell’Italia. […] Accade, insomma, come per i libri di Sciascia: credevamo di trovarci una realtà inquietante, ma lontana e diversa, sostanzialmente innocua come le atrocità delle fiabe: ed è invece di noi che questi apologhi siciliani stavano, e stanno, parlando». Così Ernesto Ferrero recensiva sulle colonne di Tuttolibri i 13 racconti di Roberto Alajmo contenuti ne “Le scarpe di Polifemo e altre storie siciliane”. La raccolta è disponibile in versione ebook con un racconto inedito nella collana Laurana Reloaded

Roberto Alajmo – C’era questo bambino enorme. Se sicuramente aveva un nome, l’avevano scordato tutti per sempre quando Pinuccio tornò trafelato da una lezione d’Omero per annunciare: “Polifemo!”
Disse, e stette zitto. Di lì a poco qualcuno gli chiese: “Ma quale Polifemo?”
E Pinuccio si spiegò. Polifemo era Polifemo perché oltre a essere di proporzioni strabilianti, era dotato di uno strabismo che faceva convergere i suoi occhi come se volessero diventare uno solo.
Polifemo era effettivamente sproporzionato, anche considerati i tre anni in più che denunciava rispetto a quelli che sarebbero diventati i suoi compagni di gioco. Apparve per la prima volta sul marciapiede di fronte. Uscì dal portone mentre loro giocavano una partita a soffione. Salvo, detto Salvatore e viceversa, che aveva arcuato il suo mazzetto di figurine e si accingeva a soffiare, rimase invece col fiato sospeso a guardare, tirandosi dietro gli sguardi di tutti gli altri. Polifemo fece cento metri e scomparve dietro l’angolo. Bastò.
“Ma cu è chist’àvutro?”
E risero tutti.

Polifemo non si rese conto, quel giorno, di essere stato subito individuato e messo sotto osservazione. La prima volta il suo apparire aveva colto tutti di sorpresa. La seconda no. Comparve questa seconda volta, e subito esplose un abbaiare unanime e caotico. Ognuno lanciava la sua invettiva personale, diversa da quella degli altri, di modo che fra elefante, ippopotamo, pacchione e pacchionazzo, lo stesso Polifemo non capì niente, se non che anche in quel nuovo quartiere sarebbe cominciato tutto daccapo, come era stato dove abitava in precedenza. In realtà pacchione, elefante eccetera non esaurivano la figura di Polifemo, che era sì tendente alla pinguedine, ma non solo. Polifemo era gigantesco. Il suo corpo era grasso, ma il grasso passava in secondo piano perdendosi nella statura, nella camminata da orso ballerino e nelle braccia che arrivavano alle ginocchia. Più tardi, in una bozza di servizio militare cui lo sottoposero prima di riformarlo definitivamente, mai Polifemo riuscì a mandare durante la marcia avanti la gamba destra e indietro il braccio, e così via. Se camminava, gli veniva abbastanza naturale. Ma quando glielo fecero notare come un obbligo, in quel cortile militaresco, non ci fu modo di riprodurre una marcia accettabile. Braccio destro e gamba destra. Braccio sinistro e gamba sinistra. Nemmeno quando lo fecero marciare da solo, col caporale addosso e gli altri a guardare da sotto i portici. Braccio destro e gamba destra. Braccio sinistro e gamba sinistra. Qualche anno dopo, ancora, ogni tanto si ricordava di quella marcia e provava. Niente: braccio destro e gamba destra. Braccio sinistro e gamba sinistra. Meglio non pensarci.
Quando ancora per i ragazzi di via Giosuè Carducci era solo una apparizione grottesca, di Polifemo s’era parlato ipotizzando variamente la sua identità. Il portiere del palazzo dove abitava non aveva figli, per cui fu impossibile raccogliere informazioni dirette. Questo contribuì ad aumentare l’alone di mistero attorno alla sua figura. Nelle settimane successive ci furono degli avvicinamenti reciproci. Timidi da parte di lui, feroci da parte del gruppo. I rapporti, dunque, rimasero distanziati. Fino a quando la maestra di Pinuccio non decise che era arrivato il momento di abbordare alla larga l’Odissea, che pure nel programma consigliato dal Ministero non si trovava. Polifemo si chiamò da allora per sempre Polifemo.

Anche in via Giosuè Carducci, quindi, Polifemo era stato individuato come oggetto di tormento. E tale rimase fin quando sua madre, donna grandiosa, scese in strada a fare domanda di accoglimento ufficiale nella comitiva di tutti maschi decenni che lì si riuniva. All’apparire della Signora Madre di Polifemo, con Polifemo per mano, i più rapidi si dileguarono, temendo cazziate. Restarono i cinque più tardi e lenti, che ascoltarono a occhi bassi la morale sull’amicizia che alla loro età non dovrebbe conoscere ostacoli di nessun tipo. Finita la morale, la Signora Madre si staccò dalla mano Polifemo e lo lasciò dov’era, rientrando lei da sola a casa in un trionfo di civiltà. Restava inteso che da quel momento Polifemo era parte integrante del gruppo.
Dagli angoli delle strade vicine ricomparvero gli scappati, che avevano assistito alla scena non sentendo le parole ma afferrando perfettamente il senso. Solo Pinuccio si lamentò: “’Sta tacca sta diventando a tipo via Pindemonte”.

Anche se via Pindemonte era l’indirizzo del manicomio, oramai bisognava accettare Polifemo a tutti gli effetti. A mo’ di primo approccio fu cominciata ancora una partita di soffione. A Polifemo fu data una dotazione di nove figurine – regalate una ciascuno dagli altri, scelte fra doppioni, triploni e oltre – e gli vennero spiegate le regole. Le perse subito tutte e nove, non capendo che il trucco stava nel soffiare secco e conciso, e giammai lungo e potente, come gli veniva naturale. Tornò a casa, dopo pochi minuti ridiscese correndo come poteva correre, e tornò con un centinaio di buste di figurine intatte, che aprì e perse ugualmente tutte. I bambini di via Carducci allora capirono quel che avevano intuito all’apparizione della sua madre monumentale. Che cioè Polifemo era ricco.
Questo facilitò la sua integrazione. Vista l’incombenza fisica, gli riservarono soprattutto il compito di fare da ariete negli scontri con le altre bande della zona. In breve tempo quelli di via Carducci risalirono posti nella classifica ideale delle bande di quartiere, fino a collocarsi al vertice. I suoi compagni sapevano che era tutto un trucco, dato che Polifemo era inabile alla violenza e persino al semplice sforzo, visto che si stancava immediatamente dopo la prima carica. Ma il suo solo apparire creava lo scompiglio fra le fila avversarie, che si disperdevano lasciando quelli di via Carducci padroni del territorio. Restavano sul campo di battaglia simulando razzie per un paio d’ore, senza avversari né niente che meritasse di essere razziato. Poi, quando era chiaro che erano i più forti e che i più forti si stavano annoiando, tornavano in via Carducci, dove almeno le macchine passavano raramente e una partita a pallone si poteva sempre fare, volendo scaricare le energie.
Giocando a pallone, Polifemo finiva in porta più con lo scopo di ostruire che per parare veramente. Per gli attaccanti era più sicuro provare a scartarlo, approfittando della lentezza che gli derivava dalla mole, piuttosto che tirare una cannonata di quelle che lui incassava apparentemente senza nessuna sofferenza, anche quando colpito nelle parti più dolorose. Da quelle pallonate senza conseguenze era nata la leggenda che a un corpo tanto grande dovessero corrispondere pochi o nulli attributi. Una leggenda che sarebbe durata per molti anni, fino alla prima vera partita di calcio, con campo e spogliatoi regolamentari. Poco prima delle docce i compagni se ne accorsero a prima vista, ma stettero zitti per non dare l’impressione di aver guardato le cose altrui. Fino a quando il solito Pinuccio esplose: “Minchia: ce l’ha enorme!”
Fu una liberazione, tutti poterono guardare apertamente e confermare effettivamente. Per Polifemo arrivò una inversione dello sfottò: prima troppo piccolo, ora troppo grande. Una specie di sollievo, visto che nell’opinione comune avercelo enorme era meglio di avercelo piccolo, e senz’altro meglio di niente. La considerazione di cui Polifemo godeva all’interno della banda aumentò. E comunque negli anni già di campi da calcio regolamentari, Polifemo era oramai un componente stabile della comitiva.
Prima di allora erano venuti gli anni delle prese in giro senza misericordia. Risultò che Polifemo era figlio di un onorevole democristiano e della miracolosa madre di cui sopra. Tanto bella era la madre, che un giorno scappò di casa assieme a non si sa bene chi, abbandonando marito democristiano e figlio Polifemo al loro destino.
“Si nne fuìo”.

Toccò sintetizzare a Pinuccio, visto che dalla bocca di Polifemo non uscì mai parola in proposito. (Nemmeno si poteva dire che in generale Polifemo fosse un gran conversatore: poche frasi lasciate in sospeso, senza soggetto, col congiuntivo intermittente e sempre più propenso a virare sul condizionale; era, insomma, lo scemo di via Carducci.)
Da stronzissimo che era agli occhi di tutti, il Padre democristiano di Polifemo sembrò spaurito a partire dal momento in cui venne lasciato dalla moglie. Particolarmente spaurito apparve quando scese fra loro ragazzi per chiedere di essere aiutato a risolvere un problema. Polifemo aveva raggiunto e superato la misura di scarpe Quarantotto, che già gli veniva piccola e già si trovava con difficoltà. Bisognava trovare un paio di Quarantanove o anche Cinquanta, se esistevano, dato che le ghiandole della crescita di Polifemo non accennavano a smettere di lavorare. Memori delle sciagure famigliari del padre di Polifemo, i ragazzi di via Carducci solidarizzarono e si sguinzagliarono. Salvo tentò di organizzare il lavoro degli altri. Li divise in gruppi di due o tre e assegnò a ciascun gruppo una zona del centro. Gli altri lo stettero a sentire solo il tempo sufficiente per capire se diceva qualche scemenza saporita, ma erano scemenze qualsiasi e allora lo lasciarono parlare al vento. Il tentativo di razionalizzare la ricerca naufragò definitivamente alle prime difficoltà. I gruppi abbozzati si sfaldarono perché se uno non poteva venire, il compagno si rifiutava di muoversi da solo e si aggregava a un altro gruppo. Andarono alla ricerca in ordine sparso, col risultato che più volte vennero battuti gli stessi negozi. Salvo si disperava. Entravano a chiedere: “C’avete il Quarantanove?”
“Già sono venuti: niente”.
Altre volte i negozianti parlavano delle misure superiori al Quarantotto in forma mitologica: “Una volta, mi pare, ne abbiamo avute un paio”.
“Ma ora forse non ne fanno più”.
“Forse su misura”.
“Forse sapete dove? C’è un negozio all’ingrosso in via Tommaso Natale”.
Via Tommaso Natale era lontanissima. Nessuno dei ragazzi di via Carducci c’era mai stato. Si poteva, certo, dirlo al padre democristiano in modo che ci pensasse lui con le sue amicizie, ma avrebbe significato arrendersi. E poi il padre di Polifemo aveva già molti pensieri, a parte la moglie che l’aveva lasciato: il padre di Pinuccio sosteneva, tramite Pinuccio, che era un democristiano di minoranza, inutile, tanto valeva che fosse un comunista. Capacissimo quindi di non avere amicizie adatte. Si organizzò allora una spedizione in via Tommaso Natale, che era lontano quanto Mondello, ma in una zona per loro del tutto inesplorata. E poi, di questo negozio all’ingrosso si sapeva pochissimo, né nome né numero civico. Già sapere qual era l’autobus giusto fu una complicazione. Salvo sosteneva che era il Ventuno/Trentuno, ma messo alle strette ammise che l’aveva detto perché suonava bene. Era invece il Ventiquattro, uno di quelli che non passavano mai.
Partirono in sette. Chiedendo all’autista dell’autobus, seppero almeno dove cominciava via Tommaso Natale e si spartirono il compito di tenere d’occhio le vetrine a destra e a sinistra. Riuscirono a individuare al volo due negozi di scarpe, salutati entrambi dall’urlo: “Qua è!”
Ma erano negozi troppo piccoli. Arrivarono al capolinea senza certezze e tornarono indietro a piedi, visitando i negozi, chiedendo dell’Ingrosso, e ricevendo ogni volta indicazioni vaghe: “Uno, mi pare…”
“Ma no in via Tommaso Natale…”
“Qua dietro”.
“Allo Zen”.
Arrivarono allo Zen – quartiere di cui avevano sentito parlare come da evitare senz’altro – facendosi scudo reciprocamente e raccomandandosi l’un l’altro di non disperdersi. C’era effettivamente un negozio di scarpe all’ingrosso, che tuttavia li deluse molto. Non era molto grande e vendeva scarpe di qualità incerta, indegne del figlio di un democristiano, sia pure di minoranza. E comunque non c’era traccia di scarpe misura Quarantanove. Né più e né meno dei negozi che avevano visitato senza tanta fatica in precedenza. Tornarono in via Carducci e si salutarono senza commentare. Ognuno di loro sentiva bruciare la delusione ma non poteva dire di aver sprecato una giornata. Anzi.
Il Quarantanove non fu possibile trovarlo in tutta la città, per cui al padre di Polifemo toccò farle fare apposta da un calzolaio. Due paia, in crescita, che non si sa mai.
“Ci poteva penzare prima”.
Commentò Pinuccio, disprezzando l’avventura che era stata di tutti. Ma si capiva che anche per lui l’avventura di Tommaso Natale (e dello Zen) era stata di quelle che non si dimenticano.
Finché arrivò un momento in cui la banda di via Carducci nei suoi elementi storici si dissolse. Restarono – è vero – dei bambinetti che tentarono di continuare la tradizione, ma non era la stessa cosa, e comunque di lì a poco si dispersero anche loro. Per quanto riguarda il gruppo storico, nessuno avrebbe potuto ricordare un litigio, uno sgarro, una data particolare, un trauma determinante. Successe solo che con la scuola media ognuno andò specificando interessi e amicizie. Il carico dei compiti per casa era sempre maggiore, cominciò il modo di studiare in compagnia e il tempo da dedicare alla strada venne tagliato per forza di cose. Inoltre, dopo le elementari, ciascuno dei componenti della banda di via Carducci, fu consapevole di alcune differenze. Salvo capì che avrebbe voluto fare l’avvocato e, più vagamente, che sarebbe diventato l’erede del padre di Polifemo in era post-democristiana. Pinuccio, all’opposto, capì le implicazioni di essere figlio di un portiere di via Salvatore Meccio e andò aumentando le ore che trascorreva dando una mano al padre. Le partite di calcio per strada si andarono diradando, sostituite da più rare ma ufficiose sfide in campo regolamentare. Giocavano quasi sempre all’Ancione, che era il più vicino dei campi lontani, dove si arrivava con mezzi di fortuna, soprattutto in due o tre sul vespino. L’Ancione era solcato da certe piccole vallate che si riempivano d’acqua in occasione delle piogge e dove il pallone talvolta scompariva per ricomparire imprevedibile decine di metri più in là, conferendo un andamento aleatorio alla partita. Fu negli spogliatoi dell’Ancione che avvenne il riconoscimento delle proporzioni sessuali di Polifemo. Queste partite durarono per diversi anni, e rimasero l’unico simulacro possibile dell’amicizia degli anni precedenti.
Quando fu palese la diaspora del gruppo, Polifemo fu quello che ci rimase peggio. Anche perché, finite le elementari, suo padre decise di sottrarlo alla sofferenza delle medie e lo ritirò da scuola. Le altre comitive della zona erano composte da ragazzi troppo piccoli per lui, che già per età sopravanzava il gruppo storico di via Carducci. Se da una parte gli furono risparmiate le crudeltà dei suoi coetanei scolari, dall’altra Polifemo rimase tagliato fuori da ogni possibile ricambio amicale. Stando assieme a quelli di via Carducci, Polifemo aveva imparato a sopportare una forma di sfottò tutto sommato domestica, alla quale si era assuefatto. Una volta gli avevano spiegato che significava il suo soprannome, ma lui l’aveva dimenticato quasi subito, come quasi tutte le cose che imparava. Per cui adesso Polifemo era un nome come un altro, che aveva perso le sue connotazioni d’insulto e che lui stesso utilizzava abitualmente. Gli rimase addosso per sempre, anche nelle comitive alle quali si andò a unire saltuariamente in seguito e che erano per lui allo stesso tempo crudeli e insoddisfacenti.
Inoltre, a partire dai tredici anni, Polifemo aveva sviluppato una specializzazione della sua scemenza. Era diventato maniaco sessuale.
Si era fatto una cultura racimolando riviste porno di varia provenienza e grado di esplicitazione. Una, in particolare, gli passava per le mani. Si chiamava “Caballero” e aveva in ogni numero tre o quattro fotoromanzi coi cazzi e tutto. L’andava a leggere, per timore di essere scoperto dal padre democristiano, al palchetto della musica del Politeama, a quel tempo invaso da un micidiale odore di ammoniaca. Poi, non potendo portare a casa “Caballero”, lo lasciava nascosto dietro un cespuglio dove contava di ritrovarlo la volta successiva, cespuglio che i suoi amici impararono subito a trovare. Andavano a prendergli la rivista, la leggevano a loro volta e poi la gettavano via per dispetto. Mai una volta Polifemo tornò arrapato al cespuglio e trovò il suo “Caballero”. Mai una volta ebbe il sospetto di chi poteva essere a farlo sparire. Restava a disperarsi e maledire maldestramente il mondo, poi andava dal suo edicolante e ne comprava un’altra copia, che spesso era identica a quella che gli avevano sottratto. Restava ammaliato di fronte al settore dell’edicola che esponeva le riviste pornografiche, ma non riusciva a decidersi. Temeva che dietro le promesse della copertina non ci fosse nulla di abbastanza soddisfacente. Alla fine chiedeva ancora “Caballero” e buona notte.
Quando la banda di via Carducci fu chiaro che non c’era più, Polifemo fece un principio d’amicizia con quelli di via Nicolò Garzilli ma quest’altri erano del tutto ignari degli argomenti che ormai lo appassionavano. In più, una madre di via Nicolò Garzilli particolarmente apprensiva non mancò di notare che quel povero ragazzo – altro che povero ragazzo: toccava che era un gran toccone. Suo figlio fu ritirato dalla strada, e così pure gli altri, man mano che i genitori si passarono la voce. Polifemo andò per un mese al solito posto dove di solito si riunivano, ma, trovandoci sempre meno gente e poi più nessuno, decise che basta. Andò al palchetto della musica e non ci pensò più.
In questo modo, Polifemo rimase isolato. Se ogni tanto incontrava Pinuccio o qualcun altro di quelli di via Carducci, tendeva a soffermarsi più di quanto l’altro aveva la pazienza di ascoltarlo. Polifemo aveva argomenti di conversazione che oscillavano senza mezze misure fra l’infantile, che era per i suoi vecchi amici ormai remoto, e il maniacale, che era ancora prematuro. Alla fine impararono a scansarlo cambiando marciapiede per tempo, approfittando della sua svagatezza. Da allora di Polifemo si ebbero solo notizie sporadiche e avvistamenti alla lontana.
Di sicuro si sa che approfondì le sue attività di maniaco sessuale spiando le coppiette in un giardinetto contiguo a villa Trabia. Aveva scoperto come penetrare nella villa chiusa e con un punteruolo aveva scavato nel tufo del muro fino ad arrivare a praticare un foro attraverso il quale inquadrava perfettamente una panchina dove i fidanzati senza fissa dimora solitamente si appartavano. Il buco di villa Trabia fu il vero capolavoro della vita di Polifemo. Ne andava orgoglioso perché era riuscito a calcolare quasi perfettamente l’allineamento dalle due parti del muro, di modo che, a forza di scavare da una parte e dall’altra, a un certo punto l’ultimo diaframma cadde e fu festa grande. Anche l’allineamento buco-panchina risultò perfetto, per cui da quel momento Polifemo trascorse la maggior parte delle sue giornate appostato lì. Nel suo nascondiglio aveva trasferito pure il deposito di riviste pornografiche, che dai tempi di “Caballero” si erano andate specializzando. Nei tempi morti sfogliava le riviste e aspettava. Al padre che ogni tanto domandava notizie, Polifemo rispondeva: “Devo andare a villa Trabia”.
Come se fosse un lavoro con orario e scadenze da rispettare. A onore del padre, bisogna dire che questi per lungo tempo mai ebbe sospetto dell’attività maniacale del figlio, come si conveniva all’innocenza di un democristiano di minoranza.
Polifemo arrivava a villa Trabia, si faceva strada fra le sterpaglie e si metteva comodo, leggeva e aspettava. Quando arrivava una coppia si metteva in posizione per vedere meglio, leggermente più scomodo, ma felice. Stava a guardarli per qualche minuto, aspettando che si dessero da fare veramente. Se tergiversavano troppo, se lo spettacolo non era soddisfacente, Polifemo si rizzava dal suo nascondiglio e inveiva contro di loro, mettendoli in fuga perché lasciassero la panchina a una coppia più intraprendente. E così via. In certi casi, facendo onore al soprannome che portava, scagliava verso di loro pietre o massi terrificanti, che vincevano definitivamente la resistenza della coppia di fidanzati. Alla fine della giornata andava a recuperare i pezzi di tufo che aveva lanciato, in modo che venissero utili per la volta successiva.
Una volta una coppia di fidanzati scappò di corsa che sembrava non si dovesse mai più fermare. Si fermò invece davanti al commissariato di via Giusti, da dove mandarono una pattuglia a controllare. Polifemo nemmeno si mosse per quanto era sicuro che nessuno potesse avercela con lui. Se la cavò con una cazziata orale e il sequestro delle riviste pornografiche. Fu la prima volta che ebbe problemi con le forze dell’ordine per via delle sue pratiche sessuali. Fu anche la prima volta che ebbe l’impressione di fare qualcosa di sbagliato e questo lo fece tornare a casa depresso. L’indomani, tuttavia, aveva scordato tutto.
Altre volte vennero a pizzicarlo, sempre per via del famoso buco nel muro di villa Trabia. Venivano i poliziotti oppure il portiere del palazzo accanto. Come lui, anche il portiere ogni volta cacciava le coppiette, ma lo faceva per il decoro del giardinetto condominiale, con un mandato da parte dei suoi inquilini. E siccome la presenza nascosta di Polifemo non scoraggiava le coppiette, che sempre nuove venivano a sedersi sulla panchina famosa, il portiere mandava via anche Polifemo. La formula con cui lo cacciava era completa di domanda e ingiunzione: “Ti nne vai? Vattìnne!”
Questa formula fu pronunciata tante volte che alla fine, quando vedeva il portiere avvicinarsi, lo stesso Polifemo si alzava dal suo nascondiglio e diceva a se stesso: “Ti nne vai? Vattìnne!”
E se ne andava spontaneamente.
Un giorno, poi, il portiere gli fece la sorpresa di tappare a cazzuolate di cemento, con irrisoria facilità, il buco che Polifemo aveva aperto con tanta fatica. Polifemo ci rimase così male che rimosse dalla sua vita e dalla memoria villa Trabia, buco e panchina. Decise di cambiare zona.
Scoprì, per esempio, che: “A piazza Sant’Oliva ci sono le pulle”.
Come disse un giorno a pranzo lasciando suo padre sbalordito. Il padre di Polifemo era talmente democristiano di minoranza che solo in quel momento ebbe sospetto delle tendenze di suo figlio. Addirittura non pensava neppure che suo figlio potesse conoscere parole del genere. Per cui sul momento si limitò a fronteggiare la novità con un semplice: “Pulla non si dice”.
Non ottenne niente, perché era il periodo in cui a Polifemo certe cose cominciava a piacere dirle. La fase successiva fu quella in cui gli cominciò a piacere farle.
A piazza Sant’Oliva scoprì la variante dei travestiti. A Polifemo piacque molto ’sto fatto che ci fossero una donna e un uomo al prezzo solo di una donna. Non capiva bene se i travestiti partivano uomini e finivano donne o viceversa, e questo lo divertiva ancora di più. Imparò che coi soldi che suo padre non gli lesinava poteva averne uno, cioè due, e imparò a non vergognarsi di chiedere. La prima volta era stata molto umiliante, perché Polifemo indossava sempre abiti che gli cadevano di dosso, troppo larghi e sformati, praticamente da straccione. I travestiti quindi stentavano a credere che avesse i soldi. Lui allora tirò fuori un rotolo di banconote e lo mise direttamente in mano all’oggetto del suo desiderio. Il quale non ebbe più obiezioni e gli fece tutto quello che Polifemo fino ad allora aveva solo sognato di fare coi suoi amici più piccoli.
Dopo le prime volte divenne spavaldo. Imparò che non doveva sempre consegnare tutti i soldi che aveva. Imparò a contrattare e imparò quali erano i travestiti che gli piacevano di più. Certe volte, se aveva dimenticato i soldi o non ne aveva, andava lo stesso. Provava a chiedere se gli facevano credito, ma non ottenne mai niente in questo senso. Troppo inaffidabile lo consideravano, sebbene avessero imparato a volergli a modo loro bene. I travestiti di piazza Sant’Oliva furono la sua nuova famiglia, con ruoli paterni e materni intercambiabili. In un certo senso per Polifemo tornarono i tempi felici di via Carducci, con in più la novità che era il sesso.
Quando c’erano le retate della polizia Polifemo restava sempre impigliato, ma dopo le prime volte i poliziotti impararono che era figlio di qualcuno e lo lasciavano andare. Una volta sola fece una scenata perché voleva essere portato anche lui in questura. Un impeto di egualitarismo che i poliziotti non vollero assecondare. Polifemo tornò a casa, rispose male al padre che gli chiedeva e andò a dormire. L’indomani aveva scordato tutto.
Questo periodo della vita di Polifemo si concluse quando una volta le retate a piazza Sant’Oliva si succedettero per tre giorni di seguito. Segnale che nei dintorni era venuto ad abitare qualcuno d’importante e in questura si voleva fare letteralmente piazza pulita. I travestiti si spostarono da qualche altra parte che Polifemo non fu bravo a individuare. Da allora diventò un cliente sporadico, con preferenze per questa o quella marchetta sciolta.
Oltretutto a Polifemo piacevano i bambini e si disperava di non riuscire a trovare un posto dove potesse comprarli. Quando ne trovava uno meno smaliziato, non era mai abbastanza smaliziato da accettare soldi e sesso da parte di uno con l’aspetto di Polifemo, che con gli anni aveva pure cominciato a perdere i capelli. Li perdeva non in maniera uniforme, o solo sulla sommità del capo, ma proprio a ciuffi e su tutto il cranio, come se fosse una qualche alopecia. All’età di ventidue anni Polifemo faceva spavento. Anche gli occhi, prima solamente strabici, ora avevano cominciato a pendere verso il basso, e con loro le occhiaie profonde che aveva. L’impressione complessiva era che gli si stesse squagliando la faccia.
Successe poi nella sua vita che il padre fu coinvolto nello scandalo della Unità Sanitaria Locale di cui era dirigente, e in altri scandali imprecisati. La gente disse: “Pareva perbene”.
E per cercare di dare ragione alla gente, il padre di Polifemo si batté fino in fondo in una decina fra tribunali e gradi di giudizio. Alla fine non si seppe mai se era colpevole o innocente, perché mori prima di vedere arrivare a sentenza definitiva anche uno solo dei procedimenti che gli avevano addossato. Gli venne un colpo e morì. A indizio della sua onestà bisogna dire che bastarono tre anni agli avvocati per spolpare i suoi conti correnti, e alla fine si spartirono tutto tranne la casa di via Carducci. Uno zio tutore la salvò per Polifemo, che ci rimase a vivere da solo senza quasi nemmeno mobili. Solo il suo letto, un tavolo e due sedie. E soprattutto: niente più soldi da spendere in giro.
La sua vita sessuale naturalmente cambiò. Trovare i soldi per comprare il sesso – giornali, travestiti o puttane che fossero – diventò un problema. In più era cominciato il tempo del cinema porno, che offriva a Polifemo una risposta alle due grandi domande della sua vita – sesso e socializzazione – ma che costava anche quello. Con gli altri frequentatori del cinema Orfeo – il suo preferito – aveva raggiunto un certo grado di simpatia che solo raramente sboccava in rapporti mercenari. Poche volte, pagato il biglietto, gli rimaneva denaro per altro. Né si era mai dato il caso che qualcuno pagasse per avere lui. Allora Polifemo prestava un occhio nostalgico a quelli che ogni tanto si alzavano per andare in bagno. Qualche volta aveva provato a seguirli, ma aveva smesso quando un ragazzo gli chiese di pagare anche solo per guardare.
In quel periodo Polifemo cominciò a domandare soldi per strada. Se li otteneva ci teneva a specificare: “Così me ne posso andare all’Orfeo”.
Il suo film ideale era un montaggio di scopate consecutive. Una volta all’Orfeo, forse per sbaglio, era finito La bestia di Borowczyk, che fu molto deludente. Cercò di farsi restituire i soldi dal gestore, poi afferrò per un braccio un cinefilo avventizio e lo terrorizzò facendogli una scenata per coinvolgerlo nell’indignazione. Questa storia l’ha raccontata Salvo, che era il cinefilo avventizio e che nell’occasione si guardò bene dal farsi riconoscere da Polifemo.
Tutte queste cose si sanno di Polifemo perché ogni tanto si incontrano gli amici di via Carducci, ognuno conosce un particolare e lo mette assieme a quelli che raccontano gli altri.
Ora avrà una quarantina d’anni. L’ultima: Pinuccio l’ha visto sull’autobus che andava a Mondello, ma Polifemo non ha riconosciuto nemmeno lui.
“Meglio così”.
Sente il bisogno di concludere Pinuccio, che adesso è perito elettronico.

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