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Morale della favola. Un racconto di Irene Chias

in Narrazioni

Era più grande di me e studiava il violoncello.
Come le fusa che sorgono dal soddisfacimento di un bisogno primario di protezione, i suoni gravi emessi dalla vibrazione delle sue corde più spesse erano per me calore materno e sicurezza. Lui era un poeta dei suoni e da bambina lo guardavo ammirata, lo ascoltavo in apnea perché il mio respiro non rompesse l’armonia delle sue note dentro la mia testa.
Forse anche per questo sono diventata musicista, è stata con lui la prima esperienza di quella bellezza che può irradiarti dentro solo attraverso l’udito.
Ricordo che i ragazzini dello Stazzone lo sfottevano con accanimento. Dicevano che uno strumento che si suona a gambe aperte è uno strumento da femmina.
Dalla strada gli gridavano fimmina, fimmina cu’ li cosci aperti.
Era più grande, eppure quelli non avevano paura di lui. Era una persona perbene. Per loro, la sua delicatezza diventava fragilità. E la fragilità debolezza.
Suonava con la finestra aperta, la finestra del balcone di casa sua che si affacciava su Lido Esperanto, un nome che mi perseguita da anni, da quando smettemmo di trascorrere le nostre estati a Sciacca.
Nicola lo ammazzarono spaccandogli la testa. Avevo dieci anni, e a Sciacca da allora non ho più rimesso piede.
Fino a ora.

La proverbiale accoglienza della Sicilia è solo un benevolo luogo comune. Devi avere amici o parenti a riceverti, altrimenti sei nei guai. Tutto fila liscio fino all’atterraggio, non mi metto a lagnarmi neanche sul recupero bagagli, ma per arrivare a destinazione devo fare un giro assurdo, passare per il centro storico di Palermo e per di più fermarmici una notte. Non solo mancano mezzi che mi portino a destinazione direttamente dall’aeroporto ma, dato il tempo necessario per arrivare in città dal Falcone-Borsellino, e soprattutto per attraversarla, non ne trovo più neanche da Palermo. Si fa troppo tardi.
Scendo quando sento l’autista dire: “Piazza Politeama”, forse perché ci suonerò fra qualche giorno. Sarebbe opportuno trovare una sistemazione vicina alla stazione, da dove partirà la corriera per Sciacca. Ma voglio camminare. Giro con la borsa a tracolla e il trolley gigante in cerca di un hotel accogliente, ma non troppo costoso. Al momento dispongo solo di pochi euro, residuo del mio ultimo viaggio a Parigi. Dovrei cambiare, forse basterebbe trovare un bancomat, ma non voglio pensarci adesso.
Questo avvicinamento a un passato non più esplorato mi rende inquieta. Non so perché lo stia facendo. Normalmente adoro viaggiare, adoro ritrovarmi da sola a girare per città nuove, anche se proprio nuova Palermo non è. È un ritrovarmi: nell’andare da sola per luoghi non frequentati entro in contatto con un lato intimo di me anch’esso non frequentato.
Non mi coglie mai un’ansia da spaesamento.
Di solito.

Questa sera fra luminarie natalizie e festoni rosa e neri, chissà perché la città ne è invasa, mi sento invece un po’ a disagio, inadeguata. Mi torna in mente una disavventura sudamericana di qualche anno fa, l’ho sempre ricordata come una storiella quasi umoristica. Questa sera però mi assale la memoria fisica di quegli attimi di panico. Ma anche una tristezza sottile per la bottom line, la morale che volendo si potrebbe trarre dall’epilogo della storia: i malfattori, in qualche modo, la fanno franca.
Viaggiavo da sola per l’Argentina, era dicembre come adesso, da quelle parti inizio estate. Avevo lasciato Rosario venerdì alle 14, diretta a Cordoba. Prima di partire avevo chiamato l’Hotel Murciélago, avenida 25 de Mayo, eletto mio alloggio per la notte in seguito a una random selection dalla mia Lonely Planet.
Ero tranquilla allora, ma quell’esperienza di un dicembre estivo la associo alla mia ricerca di un hotel in questo dicembre invernale, e mi rende tutt’altro che serena. O forse è l’idea di Nicola.
Cammino per via Ruggero Settimo come in trance, poi via Maqueda. Non ho una meta esatta. Intendo solo trovare una sistemazione vicina alla stazione.
Mi fermo a guardare il teatro Massimo illuminato. Non ricordo se da bambine mio padre ci avesse mai portate a vederlo, se fosse aperto. Lo riconosco dalla scena de Il Padrino-Parte III, quando ammazzano Sofia Coppola sulle scalinate, davanti a suo padre Al Pacino.
I negozi chiudono, alcune luci si spengono. Nelle traverse laterali, su via Bara e sulle altre, vedo festoni rosanero che, appesi ai balconi, vanno da un lato all’altro della via.
Il viaggio da Rosario a Cordoba durò sei ore. Le prime due le passai a dormire. Le palpebre mi calarono su una pianura verde, ampia quanto il mio campo visivo. Alle quattro mi svegliai. Gli occhi mi si aprirono su una pianura verde punteggiata da vari bovini e qualche cavallo. Mi prese una vertigine da monotonia paesaggistica. Per la prima volta dall’inizio del mio girovagare sudamericano mi sentii lontana da casa, qualsiasi cosa volesse dire. Forse era la lontananza dal mare, nonché dall’idea di mare. A Rosario c’era il fiume. Ora mi approssimavo al centro del paese e non vedevo acqua.
E le distanze.
Dov’era l’aeroporto più vicino?
La mia vicina di pullman, come tutti da quando avevo messo piede in Argentina, mi scambiò per brasiliana. Quante volte mi ero sentita dire con piglio più o meno seduttivo: “¿De que parte de Brasil?” O, all’ingresso dei musei, quante volte gli impiegati della biglietteria mi avevano sorriso dandomi della garota. Grazie, ma sono inglese, pure mezza italiana, una girl quindi, casomai una ragazza. Poi andavo già per i trent’anni. Chiamatemi signora, pensavo.
A un certo punto di via Maqueda, dopo una piazza con le statue che credo sia quella del municipio, giro a sinistra. C’è una salita che non ricordavo, ma Palermo non la conosco bene. Vedo un’insegna al neon con la scritta verticale “Pensione”. All’estremità inferiore ci sono due stelle.
Mi faccio coraggio e, con le ruote del trolley che fanno un rumore infernale sull’irregolarità del manto, percorro il tratto non illuminato. Sono riuscita a infilare nel bagaglio il necessario per trascorrere oltre due settimane a cavallo del solstizio d’inverno. In spalla, dentro la tracolla, porto la custodia dell’oboe e l’astuccio delle ance, che preme fra le costole della schiena.

Quando mi ritrovo nella chiazza di luce proiettata dal neon davanti all’ingresso, mi blocco.

Verso le 22 arrivai stanca morta all’Hotel Murciélago, che – a quel punto risultava ormai chiaro – era la copertura di qualcosa di fantascientifico che non volevo neanche immaginare, ma che di certo aveva a che fare con le mutazioni genetiche. La ragazza giovane che stava al telefono dietro al bancone scrostato, sotto al neon fucsia intermittente, mi rise in faccia e non rispose quando le dissi incerta di aver prenotato una camera. Non sembrava una prostituta, di certo era una stronza. Dopo avermi guardata ancora con aria beffarda, chiamò la madre: “¡Mamà, hay una chica inglesa que dice que reservó un cuarto!”, e rideva. La madre arrivò con la pancia tonda e bianca che, gonfia e un po’ pendula, debordava dalla gonna di jeans sbottonata. Era totalmente scomposta e cercò di abbottonarsi alzando una gamba di lato, come nella più tradizionale iconografia del clochard ubriaco che cerca di grattarsi i testicoli. La stanza faceva schifo, la donna dal ventre gonfio – in qualche modo mi sfotteva anche lei – mi fece un prezzo più alto di quello concordato al telefono. Lasciai l’albergo sperando di trovarne un altro nei pressi. Mentre uscivo madre e figlia continuarono a ridere, chiedendomi, gridando sguaiate, se per caso mi fossi spaventata.
Torno indietro, torno su via Maqueda e decido di andare in un hotel più referenziato, una catena rinomata e confortevole. Su internet ho visto che ce n’è uno verso il mare, al Foro Italico. Domani potrò fare un giro prima di prendere il pullman.
Quando parto è già pomeriggio inoltrato. Sento che l’autista chiama il tratto di strada statale che percorre il pullman “fondovalle”, è la via alternativa all’autostrada.
Lungo il tragitto chiacchiera con familiarità con una passeggera, probabilmente una pendolare abituale. Commentano un avvenimento dell’estate scorsa. Hanno ucciso un tizio, forse un poliziotto, o comunque uno che possedeva un’arma da fuoco e la portava con sé. Gliel’hanno rubata e gli hanno sparato. Intercetto parole come ammazzatina, sbirro, Santa Rosalia.
Poi mi distraggo iniziando a pensare ai fatti miei. So che mi sto avvicinando alla verità, come in un clima da resa dei conti.
Lasciato il Murciélago telefonai a Diego, un amico di mia sorella Laura che avevo chiamato prima di arrivare e che viveva a Las Varillas, a circa 170 chilometri, per avvertirlo di non cercarmi al postribolo di Total Recall: me ne stavo andando altrove. Così, zaino in spalla, continuai a fidarmi della Lonely Planet evidentemente datata e localizzai sulla mappa l’Hotel Garden. La sera stessa vennero a trovarmi Marta, fidanzata di Diego, e Adriana, una sua amica logopedista. Mi portarono a casa di Andrés, il mezzo fidanzato di Adriana, un avvocato che si autodefiniva “filonazista”. Lui e Adriana avevano un rapporto a quanto pare molto, molto problematico. A casa Andrés teneva dentro una teca un pugnale con una croce uncinata. Le ragazze mi chiesero di evitare l’argomento, ma alla fine non riuscii a fare a meno di parlare di quel tema che – mi ero resa conto nei miei giorni argentini – continuava a suscitare reazioni contrastanti e molto emotive. Lui la chiamava “guerra civile” e parlava di morti dovuti, di questione di ordine. Diceva che io, venendo dal primo mondo, non potevo capire. Gli feci presente che trentamila morti, torturati, scomparsi, buttati nell’oceano legati e drogati, non erano forse liquidabili con una questione di ordine. Solo che non riuscii a prendere davvero a cuore quella conversazione, a sostenere con convinzione il mio punto di vista. Lui era una caricatura che parlava per frasi fatte. Non ci si poteva davvero ragionare. Bottom line: feci l’errore di molti e di sempre, sottovalutai il potere della stupidità.

A Sciacca non arriva il treno.
Pare ci fosse una volta una piccola ferrovia a scartamento ridotto, di cui sul suolo si indovina ancora qualche traccia. Ma, da che ho memoria, non ho mai visto un treno arrivare o partire da Sciacca. C’erano anche diversi caselli ferroviari, uno era esattamente su Lido Esperanto.
Ho l’immagine di Nicola col suo strumento fra le gambe, proprio dentro la casa cantoniera in fondo a Lido Esperanto. Suona e mi sorride. È una visione nitida, falsificata nel processo di richiamare continuamente alla memoria gli eventi di quell’estate, dopo quanto accadde.
Per arrivare a Sciacca a trascorrere il mio Natale solitario, ho fatto Londra-Roma-Palermo. Da Palermo ho preso la corriera che mi ha lasciato alla villa di Porta Bagni. Scesa dal pullman ho trattenuto le lacrime. È stato come essere investita dallo tsunami di una vita nascosta, una vita sotterranea che in tutti questi anni è scorsa parallela a quella della mia coscienza. Mi viene in mente quella volta che atterrai a Lusaka proveniente dall’inverno londinese: quando si aprì il portellone mi sentii mancare, travolta da un’afa indiscreta e potente. A Porta Bagni è avvenuto qualcosa di simile, ma più sottile e fuorviante. Non era il caldo, era la memoria.
Ho prenotato un piccolo appartamento alla Marina. Sono arrivata a piedi al bar del porto dove il cassiere, come convenuto per telefono con i padroni di casa, mi ha dato le chiavi. Non mi ha chiesto come mi chiamassi. Non mi ha detto una parola.
La casa è essenziale ma fornita. Mancano i termosifoni.
A Londra sono quasi le sei di sera. È ora. Prendo il cellulare e compongo il numero. Mia sorella risponde, non ci speravo. Dopo un preambolo minimale la investo con la mia richiesta, la stessa che per anni le ho rivolto invano.
“Joyce? Joyce dimmi qualcos’altro, please”, imploro.
“Stop it, Alice! Leave me alone. Non mi ricordo niente, non ne voglio più sapere. Lasciami in pace, ti prego”.
Mia sorella sa perché non siamo più tornati a Sciacca.
Spiego le lenzuola bianche e fresche sul letto, davanti alla finestra aperta che incornicia il rientro dei pescherecci, in un inverno mite. Mi abbandono al loro abbraccio profumato di mare. E sogno. O ricordo. Durante quelle quattro settimane estive che trascorrevamo in vacanza a Sciacca, zia Sisa, la preferita di mio padre, ci portava ogni domenica a messa in una chiesa che chiamava il Giglio. Ovvio a dirsi oggi, ma non era ovvio per me allora: non era una chiesa a forma di fiore.
Era nel quartiere alto, a San Michele, quello in cui, secondo quanto mi raccontavano, stavano i contadini. Sciacca, secondo questa concezione topologica, aveva una stratificazione sociale rispecchiata da quella urbana. I viddani stavano a monte, nel quartiere di San Michele; i piscaturi a valle, alla Marina. I nobili prima e i borghesi poi stavano nella parte intermedia fra il monte e il mare, dove ci sono piazza Scandaliato, via Giuseppe Licata, il circolo Garibaldi che prima, pare, era intitolato a Maria Carolina, moglie di Ferdinando I di Borbone, figlia di Maria Teresa d’Austria. Lo so perché ce lo diceva sempre zio Antonino, a me e alle mie sorelle, quando ci passavamo davanti salendo dalla piazza verso San Michele. Adoravamo zio Antonino, marito della zia Sisa, che ci raccontava storie splatter su massacri ed eccidi, che noi credevamo racconti estemporanei. Il malfattore, crudele impostore, traditore della fiducia del popolo, infame e vile, era un certo “Biscio”. Me lo immaginavo come un soldato con la testa di biscia. Solo anni dopo intuii che i suoi racconti erano varianti dei fatti di Bronte e che il vigliacco era Nino Bixio.
Bottom line della versione di zio Antonino: i criminali se la cavano e diventano eroi.
Per otto anni mia madre ci portò a trascorrere l’ultima settimana di luglio e le prime tre di agosto allo Stazzone, a casa delle zie nubili di mio padre, contigua a quella della madre di Nicola.
Lo Stazzone è poco lontano dalla Marina; oggi è la sua prosecuzione a ovest. Era un quartiere di villeggiatura, soprattutto negli anni Sessanta, Nicola però ci abitava anche d’inverno. Suo padre era morto qualche anno prima e lui viveva con la madre, la zia e il gatto Jajo. Era stato per via di Jajo che avevamo fatto amicizia. Era un bellissimo tigrato grigio con i cuscinetti delle zampe neri e una macchia bianca simmetrica sul muso e la gola, e spesso saltava dal balcone di Nicola a quello nostro.

Mia madre si chiamava June Milligan.
Aveva conosciuto mio padre nel ’62 a Londra, dove si erano sposati e abitavano. Andavamo dai suoi parenti, ma non credo di avere un solo ricordo di mio padre con noi durante quelle estati.
Ricordo invece che mamma adorava la musica di Nicola. Quando la sentiva sorrideva trasognata e iniziava a ondeggiare, come in un accenno di quella che sarebbe stata la sua danza in un mondo libero. Mamma è morta due anni fa per un enfisema. Era una fumatrice incallita, una chainsmoker, e sapeva che avrebbe fatto quella fine.
Quell’anno, l’ultimo anno di Sciacca per noi, mia sorella maggiore Joyce iniziò a frequentare Giuseppe Lamia, il figlio dello psichiatra.
Anche i Lamia stavano allo Stazzone, ma durante l’anno vivevano in una bella casa su corso Vittorio Emanuele, che lo zio Antonino indicava come corso Accursio Incursano, cui pare fosse intitolata prima dell’Unità d’Italia. Il medico dei pazzi, come lo chiamavano le zie di mio padre, era un personaggio molto temuto e poco amato.
Noi eravamo le mezze inglesi: Joyce, Alice e Laura.
Tra noi abbiamo sempre parlato in inglese condito dall’italiano quando stavamo a Londra e in italiano condito dall’inglese quando stavamo qui.
Contrariamente a quello che racconta il mito sull’acutezza lessicale dei bilingue, un apprendimento poliglotta favorisce la pigrizia dialettica e l’approssimazione. Si finisce con lo scegliere la via più facile. Dai fiato alla prima parola che ti viene in testa, in qualunque lingua essa sia.
Io e Laura avevamo tutto sommato vita facile. Papà e mamma avevano deciso di darci dei nomi omografi in inglese e in italiano. Che fossi Àlis o Alitʃe, alla fine mi sentivo sempre io. Così per Lora-Làura. Joyce invece era la più esotica. Era anche la più grande e la più bella.
Aveva tredici anni e Giuseppe Lamia quindici. Era bello e arrogante, con il 125 che si può portare a sedici anni. Era bianco e nero. “Una Motoguzzi!”, diceva con l’entusiasmo dei primi tempi mia sorella, fingendo di capirne qualcosa.
Quando mi sveglio è tardi per fare la spesa. Guardo le pere dalla buccia che mi ricorda la mia pelle afflosciata e i due grappoli d’uva Italia dagli acini rattrappiti che i padroni di casa hanno lasciato nel frigo e decido di cenare al ristorante. La guida dice che vicino al porto ce ne sono vari. Qualcuno caro e qualcuno economico, ma tutti buoni. Scelgo a caso. Non ha né vista sul mare, né finestre, ma l’orata è buonissima, e anche gli antipasti che, non ancora sazia, ordino prima del conto, suscitando una certa disapprovazione. Esco e faccio una passeggiata a piedi, supero il molo che chiamano li Aj e una piccola Las Vegas di videogiochi e biliardi e motorini e teenager ciondolanti. L’aria è calda. La brezza del mare è calda. L’umidità è calda.
Arrivo sotto casa di Nicola, guardo dal basso il suo balcone dalle imposte scardinate e corrose dalla salsedine. Poi mi volto verso il mare e noto qualcosa di indecifrabile, come un’assenza.
Non ho il coraggio di arrivare alla casa cantoniera.
Mi fermo prima. Non arrivo alla fine della strada.
Lido Esperanto.
Ho una vertigine da déjà-vu e come un’allucinazione. Vedo l’immagine di Nicola: è fra i calcinacci sul pavimento del primo piano della casa cantoniera. Vedo Joyce che piange in silenzio.
Un giorno trovarono Jajo impiccato al ramo di un albero sotto casa di Nicola, dall’altro lato della strada, quella più vicina al mare. Era un gatto tranquillo, si fidava di tutti. Chiunque avesse deciso di ammazzarlo non aveva certamente trovato difficoltà nel prenderlo in braccio, assicurargli il cappio al collo e appenderlo.
Un’altra cosa che ricordo di quell’ultima estate a Sciacca è Giuseppe Lamia che strombazza con la moto sotto il balcone di casa nostra. È prima di Ferragosto, ma dopo la morte del gatto. Accelera, sgomma, suona il clacson, lancia qualche grido. Ricordo che corro da Joyce a dirle eccitata: “It’s Giuseppe! It’s Giuseppe!” Lei che mi risponde: “Sta’ zitta, cretina! Non ho nessuna voglia di vederlo. Non dire che ci sono, anzi, non farti proprio vedere”.
Ogni anno il 15 vedevamo la processione della Madonna del Soccorso. E Laura piangeva. Credo restasse impressionata dalle grida dei marinai sotto il peso della devozione e che avvertisse la tensione, il rischio, l’intensità del rito. La statua esce dalla Matrice e percorre le strade principali sulle spalle di marinai scalzi. Quella volta Joyce e io fummo incaricate di portare via nostra sorella. Giunte a piedi sotto casa delle zie, Joyce corse su per le scale e non ne volle sapere di accompagnarmi a far fare una passeggiata a Laura. Quindi io e la piccola proseguimmo fino alla casa cantoniera. Anche se le zie ci dicevano sempre di non entrarci, cedere alle insistenze di Laura mi sembrò un buon metodo per farla calmare. Tanto lo Stazzone era svuotato per la processione che si teneva per le strade del centro, nessuno lo avrebbe raccontato alle zie.
Quello che si affacciava su Lido Esperanto era il retro della casa cantoniera, la facciata era dove passava la ferrovia, non visibile dalla strada.
L’hanno abbattuta quest’anno per fare spazio a un nuovo edificio.
Aiutai Laura ad arrampicarsi fra le sterpaglie e i montarozzi di ghiaia, per raggiungere il portone. Era spalancato, e il pianterreno era vuoto e grigio. A terra solo detriti edili. Nell’aria puzza di piscio.
“Andiamo sopra”, mi dice Laura.
“Are you sure?”, le chiedo. “Lo sai che le zie non vogliono”. Faccio la giudiziosa, ma è la paura che mi frena. Laura insiste e, pur di non sentirla frignare, la aiuto a salire per la scala senza corrimano. Sopra è buio, le finestre sono chiuse da assi di legno, il pietrisco e chissà cos’altro ci si infila nei sandali, insinuandosi fra le dita e amalgamandosi col sudore in una fanghiglia fastidiosa. Quando sentiamo uno strano lamento Laura mi stringe e mi chiede di tornare a casa.
Ripensandoci, a casa, decido che si trattava di un animale.
Di primo mattino, dopo ore di ricerche, al primo piano della casa cantoniera trovarono il cadavere di Nicola col cranio aperto. Dissero che si trattava di un omicidio a sfondo omosessuale. Non avevo idea di cosa volesse dire, e anche oggi, quando ci penso, non mi sembra abbia senso. Il caso non fu mai risolto.
Il filonazista Andrés non era amico di Diego, che conobbi solo il giorno dopo e che invece era una persona molto gradevole. Per due giorni mi ospitò, mi portò in giro, si prese cura di me. Diceva che mia sorella era per lui una hermana. La sua disponibilità verso di me, in effetti, mi ricordava quella di Laura nei confronti di amici suoi e anche altrui. Aveva forse ereditato quella famosa e presunta ospitalità siciliana che io, onestamente, non credo davvero di aver mai avuto, né per la verità di aver mai riscontrato in mio padre. Sabato mi portarono a vedere il lago di Carlos Paz. Andammo in quattro: io, Marta, Adriana e Diego. Poco distante dal lago c’era una porzione di prato dove andai a distendermi, raggiunta subito da Adriana. Mi sentii invadere da una letizia leggera.
La pace finì quando nei paraggi arrivò Andrés, che ormai quando parlavo con gli altri definivo el nazi, con alcuni amici e le loro moto d’acqua al seguito. Adriana, spinta dalle sue fregole sadomaso, ci costrinse a spostarci da un’altra parte del lago, lontano dal prato da Eden ma più vicino ad Andrés, su una riva fangosa dove le auto si spingevano a parcheggiare quasi fino alla sponda, nonostante la mollezza del terreno. Diego e el nazi non si conoscevano, così vennero presentati. Qualcuno, uno degli amici di Andrés, mi chiese se volessi fare un giro sulla moto d’acqua. All’inizio risposi di no. Non mi fregava davvero niente di provarla. Alla fine però cedetti all’insistenza di Marta e a una certa inattesa curiosità che mi stava montando dentro. Altri motoristi acquatici facevano un baccano infernale e mi incutevano un po’ di paura, ma per i primi cinque minuti fu divertente. Caddi due volte a velocità moderata. L’acqua era calda, di un tepore che mi stupì.
Con Diego e Marta ce ne andammo dopo neanche un’ora, volevano portarmi al corazón de mi país, il supposto centro esatto dell’Argentina, a qualche chilometro dal lago. Adriana rimase lì. Mentre salivamo in macchina, Marta mi disse che il posto da cui ci stavamo allontanando, la riva fangosa fra i gipponi, era un po’ un ritrovo di caretas, fighetti, quello che era Andrés. Osservai da lontano – Diego non aveva parcheggiato sull’acqua – gli spruzzi esibizionisti di quei maschi che schizzavano sul lago veloci. Ricordo esattamente che guardando quei ragazzi pensai alla Storia come atto di fede, quello di Andrés e del suo dichiarato credo nazista. Bottom line: nel giro di qualche anno, neanche una generazione, la memoria è già annientata, in assenza di un minimo spirito critico o di ansia di conoscere e ascoltare più voci, si ereditano le idee di papà o si assumono quelle degli amici caretas che planano spacconi sull’acqua e, affamati di identità o appartenenza, si finisce col parlare per slogan.
Fu a quel punto, mentre guardando il lago pensavo all’ammirazione di Andrés per la dittatura, che Marta aggiunse: “Nel fondo di questo bacino una decina d’anni fa hanno trovato i resti di alcuni desaparecidos lanciati vivi, drogati o legati, dagli aerei militari”.
Lasciai l’Argentina qualche tempo dopo e non vi feci più ritorno.
Arrivata al quartiere dei videogiochi e dei motorini ho un’intuizione. Torno indietro sotto casa di Nicola, 17 anni, il ragazzo gentile, odiato non solo perché solitario e diverso.
Cosa manca, mi chiedo.
Rimugino finché non squilla il cellulare. È Marianna, la nipote di Sisa e Antonino, uno dei pochi parenti superstiti che ho contattato quando, ultimate le prove, ho deciso che sarei arrivata in anticipo per trascorrere qualche giorno in Sicilia prima del concerto di Capodanno a Palermo. Mi chiede se sono “arrivata tuttapposto”, mi fa gli auguri per Natale e mi invita a pranzo per martedì, “il giorno di Santo Stefano”, a Palermo dove vive da anni col marito, anche lui di Sciacca, mi fa capire. Mi dà l’indirizzo. “Complesso Resuttana”, mi dice con una nota di compiacimento che mi fa supporre si tratti di un bel posto.
Mentre mi parla penso al tempo che è passato, alle persone che sono morte, a come cambia la fisionomia delle città e della vita quotidiana grazie alla tecnologia…
La cabina telefonica!
Non c’è più la cabina telefonica vicino all’albero dove avevano impiccato Jajo. Visualizzo la strada, quel pomeriggio di circa trent’anni fa. La cabina telefonica gialla, col telefono a disco. E, dietro, la Motoguzzi bianca e nera. E poi, incorniciato dalle foglie delle siepi che separano la strada dalla spiaggia, Giuseppe Lamia sporco di calcinacci e fango che butta qualcosa in mare. Ma è lontano e quello non è fango. Sento Laura che mi tira per un braccio, tutto si oscura fino a oggi, nel buio di un ricordo spaventoso.
Chiamerò Joyce. Le dirò che ho capito perché non siamo più tornate, che ho capito di lei e Nicola, di Giuseppe e del gatto, della preoccupazione di mamma e della sua bocciatura a scuola l’anno successivo. Che ho capito perché da allora non è più stato lo stesso. E poi le dirò una cosa che già sa. Le dirò chi ha ucciso Nicola.
La voce di Marianna, appoggiata al mio orecchio, mi comunica un altro genere di programma: il menù previsto per il nostro incontro, fra tre giorni, quando sarò a pranzo da lei e suo marito.
Con orgoglio mi dice: è il primario del reparto di terapia intensiva del Civico, il dottor Giuseppe Lamia.

tratto da Palermo Criminale, a cura di Antonio Pagliaro, Laurana editore

Scrivere, un racconto di Alessandro Carbone

in Narrazioni

Ieri mi hai chiesto cosa ne penso delle cose che hai scritto. Mi sono preso qualche giorno, mi capisci, non è una cosa facile.

Dunque, sai qual è la fregatura? Che quando scrivi a leggerti non sarà mai realmente chi volevi fosse davvero a leggere ciò che hai scritto. Mi spiego: si scrive per rabbia, per amore, per istinto di sopravvivenza alla solitudine, si scrive per seguire un pensiero, anche il più banale.

Così il più delle volte, i pensieri formulati ‘contro’ o ‘per’ qualcuno diventano quadretti da appendere lungo le camere buie dei discorsi che non portano da nessuna parte.

Mi capisci? Voglio dire, uno si impegna, se le pensa sino infondo queste le miracolate iniezioni di parole che poi viene male a pensare che il destinatario di tali sudatissime creazioni se ne fregherà allegramente di te e delle tue fatiche pensosissime.

Scrivere è portarsi via, cedere al rapimento anche di solo un attimo. Raccogliersi intorno a frasi buttate casaccio e mischiarle come tarocchi per divinare un futuro di grande avvenire.

Mi hai chiesto anche cosa ne pensassi di quel tuo manuale,‘Il mestiere dello scrittore’. Avrò letto almeno una decina di libri con un titolo simile, consigli, architetture, viaggi grammaticali, niente, ti giuro niente da cui cavare consigli utili. Meglio cedere ai buchi del pessimismo, quelli nei quali ogni tanto si sprofonda, si immalinconisce, ci si lascia addormentare nella speranza che il bello o la bella di turno leggendo le nostre vergate lettere d’amore vengano a succhiarci la tristezza dagli occhi e dal cuore. Non ci sono libretti d’ istruzione, manuali del buon scrivere, quelli che ci sono in giro sono pieni di balle da dimenticare appena lette.

Non c’è salvezza letteraria che non sia una bottiglia di buon Bourbon invecchiato a dovere in rovere irlandese e sigari brasiliani arrotolati a mano.

Per lo meno questa era la ricetta di Raymond Carver. Anche io dondolo ogni tanto nelle spire di fumo, nelle capriole dell’alcol nello stomaco, nei rigurgiti dei pasti frettolosi, nelle pasticche prese per sciogliere fagioli e cipolle. Ed è forse in quei rutti di anima notturni che si annidano i miei pensieri rimossi, non confessati. Hai mai mangiato fagioli e cipolle? Ecco bisognerebbe mettere in forma di parole l’indigestione perché lì che si annida qualcosa, dico qualcosa che si avvicina, di poco, molto poco, alla verità. Mi capisci? Le cose che della vita non digerisci, è quel movimento lì e quel tenersi dentro il fiato e lasciarlo andare poi lentamente. Gonfiarsi e sgonfiarsi di lamentele esistenziali. Mi ama, non mi ama, mi lascia, lo lascio, mi scopa, si ma quanto, dove, mi manca, si mi manca, no non mi manca, ma quanto manca alla verità?

Dai retta a me, dello scrivere saprai tutto solo quando una notte d’estate uscirai fuori dal balcone e fisserai distrattamente le stelle e se è la sera giusta, quella sera le stelle ti sembreranno diverse. Ti sembrano enormi. Non avrai mai visto stelle così a dire il vero. Giuro. Stelle, a milioni, miliardi. Come le parole, come tutte le parole che puoi immaginare.

Mi capisci? Prendi quella notte e quello che rimane della tua fantasia e cerca di unire come puoi tutti i puntini luminosi che riesci a far entrare negli occhi.

Se verrà fuori appena qualcosa di decente, una forma che abbia appena un po’ di senso, allora, solo allora ti converrà metterti a scrivere. Prendi qualsiasi cosa tua abbia a tiro e senza alzare la testa scrivi. Scrivi fin quando la tua anima pomperà inchiostro sulle punte delle dita. Fino a quando ogni goccia di ciò che avevi in corpo resterà aggrappata su qualsiasi cosa avrai usato per impregnare di te l’umanità intera.

Solo allora di chi leggerà o non leggerà non te ne fregherà più nulla.
Nulla. Credimi, proprio un bel nulla.

tratto dalla racconta inedita L’Arquebuse – 33 racconti in erba

Alessandro Carbone lavora presso la fabbrica delle visioni collettive Rai Fiction

Genius Loci, un racconto di Gianfranco Franchi

in Narrazioni

Alla scoperta e riscoperta di voci nuove della letteratura italiana, inauguriamo questo nuovo spazio sulla nostra rivista con un racconto di Gianfranco Franchi, “let­te­rato romano di san­gue istriano, austro-trie­stino e tiburtino”.
Scrittore e fondatore di riviste, ideatore del mai dimenticato Lankelot, ha recentemente riordinato le sue mirabili schede di lettura nel suo sito Porto Franco
.
Ha pubblicato opere di narrativa, saggi, opere ibride.

GENIUS LOCI

Nascondere bene qualcosa è facile, penso: nascondere è un’arte. Tutti devono poter vedere quel che stai per far sparire, e forse, proprio per questo, nessuno finisce per accorgersene. Il miglior nascondiglio è quello più prevedibile.

La strada in cui abito da più di trent’anni nasconde un segreto. Forse non è il solo, ma io credo sia il più grande di tutti. Nei retrobottega di certi negozi – soltanto di alcuni, non di tutti – si nasconde uno strapiombo gigantesco. Almeno sei-sette metri di buio. Qualche negoziante, a dispetto delle nulle concessioni del Comune, ha costruito delle sinistre scalette a chiocciola, o dei freddi gradoni di cemento, per guadagnare un po’ di spazio in quel vuoto; c’è chi, appena due metri più in basso del suo negozio, s’è creato un piccolo ufficio segreto, con tanto di climatizzatore, e chi ha preferito farne un magazzino. Ogni tanto, in questi anni, quando m’è sembrato di aver guadagnato la fiducia di uno di questi commercianti di via Fonteiana, sono riuscito a farmi mostrare il retro del negozio. Più grande era la fiducia, più grande era quel che potevo vedere del buio nascosto dentro il negozio.
Mai nessuno è stato più gentile del mio amico Claudio, il meccanico factotum. Qualche giorno fa, sono andato a riprendere la mia Lancia, post tagliando. Avevo sempre pensato che la sua officina fosse parte sulla strada, parte nel box del suo negozio. Per trent’anni, da quando ero piccolissimo, passando di fronte all’officina non ho mai visto Claudio o il vecchio proprietario o uno dei loro aiutanti in una postazione diversa dalla superficie. Ma pochi giorni fa, tutto a un tratto, Claudio mi ha detto che doveva andare a prendere una cosa ed è sparito – letteralmente – dietro l’officina. Ho pensato: sarà stato un modo gentile di avvertirmi che doveva andare in bagno. Ovviamente sono rimasto ad aspettare. Ma lui mi chiamava, mi diceva “vieni di qua”, e io pensavo “di qua dove?”, e così, cauto, sono andato verso il fondo del negozio. A un tratto, proprio come in una vecchia attrazione del Luna Park, s’è aperta una scalinata ai miei piedi. Sono sceso per le scale, lento come un cacciatore primitivo in esplorazione in un ambiente nuovo, e dopo una manciata di gradini ho scoperto l’ufficio segreto, in una nicchia. Il tetto era bassissimo. Era necessario piegarsi. Non sono altissimo, questa cosa mi ha stupito molto. Mi sono seduto.

“Ti giuro che non mi ero mai accorto che l’officina avesse un retro scavato nel terreno…”
“Un sacco di negozi, qua a Roma, ce l’hanno…”
“Non sempre, dai. Non mi pare proprio…”
“Non c’hai mai fatto caso. È che il Comune dice che questi metri sono inagibili…”
“Perché?”
“Non lo so. Se vai al bar, qui di fronte, fa impressione. Loro hanno messo i bagni, a questa altezza. Ma sotto ci saranno altri dieci metri di vuoto”.
“Pazzesco”.
“Allora, ti preparo la fattura…”

Ho commesso il più classico errore di un cittadino di fronte a un meccanico: non ho fatto caso a quel che scriveva nella fattura. Mi guardavo in giro, ero altrove. Questo posto era fantastico.

“Ma scusa, più in basso qui da te, cosa c’è?”
“Niente…”
“Come niente? I gradini continuano, di là…”
“Ah sì. Ma boh, c’ho messo qualche giacca, qualche tuta, i pezzi di ricambio, cose del genere”.
“Posso scendere a guardare?”

Claudio si ferma, poggia la penna. Mi fissa. Pensa. Poi mi sorride.
“Sì, vai. Ma scendi piano. È buio”.
Filtrava un po’ di luce, dall’alto. E un po’ ne arrivava dal suo ufficio. Buio pesto non era. Sono sceso, pensando alla famosa discesa di Giordano Bruno, e cercando di capire cosa significasse che mi stesse venendo in mente la basilica di San Clemente, e i suoi sotterranei. Sono sceso per molti metri, mi sembrava non si finisse mai. La luce era davvero fioca. Eravamo almeno dodici metri sotto il livello della strada. Sentivo un odore strano. Ho camminato, mentre Claudio mi diceva “Tutto bene?” e io “Sì sì, tranquillo…” su questo strano pavimento, tutto di pietruzze e di sabbiolina (cos’era?), e ho inciampato su una torcia. Una gran bella torcia.

“Cla’, che la posso accenne?”
“Vai, Guido, vai…”

Ho acceso la torcia e l’ho puntata di qua e di là. Stracci. Oggetti. Una scatola degli attrezzi. Una scopa in condizioni inaccettabili. Un casco. Un martello da vigile del fuoco, molto grande. E… in un angolo, in basso… lucciole. No, impossibile. Lucette, forse di microlampadine. Manco quelle. No. Mi sono chinato. Ho puntato per bene la torcia su quell’angolo. C’era una fessura, sul muro. Quella lucina fievola veniva al di là della fessura. Forse Claudio non lo sapeva.

“Ma qua sotto cosa c’è?”
“Ci stanno i garage del palazzo a fianco”.

Mente locale. Possibile? Possibile. Però sono curioso lo stesso. Mi viene l’impulso di scavare. Lo vinco a fatica. Non posso fare danni davanti a lui.

“Dai, sali. Ho finito”.
Mi arrampico per le scale, con un passo decisamente più veloce. Entro nell’ufficio col tetto basso. Mi siedo di fronte alla scrivania.
“T’ho trattato benissimo…”
“Dimmi, quanto ti devo?”
Mi gira il foglio di fronte. Vedo un sacco di numeri impilati, e poi un “meno cinquanta sconto amico”, e un totale molto tondo. Intanto lui mi spiega.
“Olio, acqua, ‘na controllata alle gomme, frizione, freni, e poi revisione airbag e tutto quanto, bollino blu eccetera, chiudiamo a 630 euro”
“Come 630 euro? E io ‘ndo cazzo li trovo i soldi?”
“Ao’, questo costa”.
“Ma scherzi?”
“No, a Gui’. C’avevi una cosa sulla frizione che meno male che me ne sono accorto. Domani puoi farti pure un viaggio di mille chilometri…”
“Madonna. No senti, ti pago in due mesi…”
“Non si può”.
“Io ho con me cinquecento euro. Bastano? Devono basta’…”
“Non lo so…”
“A Cla’, a me ancora me devono paga’ febbraio, stamo a maggio. Fatte due conti. Senti. Io pago cinquecento, me fai lo sconto, ce devi sta’. E poi me fai pure un favore”.
“Favore?”
“Certo. Stanotte mi lasci il negozio”.
“Ma che sei matto? E perché?”
“Perché sto con una e voglio portarla qua sotto”.
“Ah. E a casa tua no?”
“No. Oggi cambiamo ambientazione. Le racconto tutto quel che so sui sotterranei di Roma. E chissà che non ci venga in mente qualcosa di divertente, così…”
“Sei matto. Ma sai che tte dico? Sticazzi. Damme cinquecento euro, e stasera passa a un quarto alle otto, ti lascio le chiavi, ti restituisco la macchina e ti dico come si fa ad aprire la serranda. Chiaro che tu non lo dici a nessuno…”
“Chiaro. Ma della serranda, dici?”.
“Ma no. Del retro, e di quello che c’hai visto”
“Ah. Ho capito, sì. A voja. Tranquillo”.

E così, dopo essermi dissanguato – un tagliando da un milione di vecchie lire è sempre un’esperienza dolorosa, soprattutto quando è del tutto immotivata come ogni meccanico sa – chiamai la mia ragazza e le preannunciai che quella notte l’avrei portata in un posto nuovo. “C’è tanta gente?”, mi domandò. “Scherzi? È un posto nuovissimo. Nessuno sa che cosa sia…”. Già, forse nemmeno io.

Consegnate le chiavi, ripresa la macchina e recuperata la mia ragazza sotto casa sua, giocai a fare il misterioso per un po’.
“Ma da che parte andiamo?”
“Verso casa mia…”
“E cosa c’è?”
“Casa mia, no?”
“E tutto ‘sto casino per portarmi a casa tua? Ci venivo uguale, no?”
“Ma magari a casa ti aspetta una sorpresa, che ne sai…”
“Mi hai comprato i fiori?”
“No”.
“Mi hai comprato le scarpe carine che vendono al negozio dietro casa tua?”
“No”.
“E dai, dammi un indizio”.
“Le cose più incredibili, nel mio quartiere, sono nascoste dove meno te lo aspetti”.
“Tipo?”
“Tipo sotto casa mia”.
“Non capisco”.

E continuai a guidare verso via Fonteiana. Monteverde è un quartiere nato ai piedi dell’antico ottavo colle di Roma, il Gianicolo. La nostra non era Roma, e Roma non è stata per molti secoli. Era una parte del territorio etrusco, una frontiera del territorio latino. Disabitata o quasi, ospitava, nell’antichità, un tempietto consacrato al figlio di Giano, Fonto. La mia strada si chiama “Fonteiana” per questa ragione: significa “Fonto, figlio di Giano”. C’erano boschi sacri, campi e qualche culto mai del tutto compreso dagli storici, come quello della dea Furrina. In termini chiari per tutti i contemporanei, eravamo qualcosa di diverso dalle periferie e dalle borgate: semplicemente, eravamo un’altra terra. Di quel tempo è rimasta una basilica del IV secolo dopo Cristo, San Pancrazio, che si diceva sorgesse a fianco di stupende terme, oggi leggendarie. Quando Garibaldi e gli altri eroi del Risorgimento combattevano da queste parti, tutto somigliava molto al quadro dell’antica Roma, di due millenni fa. C’era quella basilica, c’era qualche locanda, tanti parchi, tanti campi, un ottimo vinello bianco oggi sparito. Conquistare il Gianicolo significava conquistare una postazione strategica per poter scendere verso Trastevere, quella sì antica periferia romana, e quindi per entrare in città; oppure, per dominare dall’alto il Vaticano, per potersene fare beffe. Qualcosa del genere. In quegli anni, scendendo in città, dalle parti del fiume, si potevano incontrare ancora i resti del vecchio ponte di legno, Ponte Sublicio, che univa Roma all’Etruria.

Oggi è diverso, Monteverde Vecchio è un quartiere borghese, che ha mantenuto una dimensione paesana – da grande paesone – classica del Novecento, del secolo in cui è stato veramente e densamente popolato, passando in qualche decennio da periferia non estranea al degrado (Donna Olimpia, come Pasolini insegna) a periferia snob, diciamo “quasi centro”. Eppure io respiro e sento – come fossi una bestia, e non un essere umano – qualcosa di diverso, da queste parti. Sento l’antica anima del quartiere che lotta per rivendicare la sua essenza, il suo spirito di terra “altra da Roma”. E spesso ne parlo, alla mia ragazza e ai miei compaesani, chiamiamoli così, per risvegliare in loro un orgoglio che non deve assopirsi, e un’identità che non si deve impolverare.

Arrivammo in via Fonteiana, costeggiando via Vitellia e la basilica di San Pancrazio; parcheggiai nel mio garage e ci avviammo verso casa. Ma non entrammo, ovviamente. “Dobbiamo andare avanti ancora per duecento metri, amore mio” – spiegai. E avanzammo, sino alla serranda dell’officina del mio amico Claudio. Mi guardai intorno per sincerarmi che non ci fosse nessuno. Forse qualcuno mi stava guardando da una delle mille stanze dove a via Fonteiana si dorme; non aveva importanza, in fin dei conti. Entrammo, abbassai la serranda, accesi la luce e abbracciai la mia ragazza.

“Cosa vuoi fare? Perché mi hai portato qui?”
Sorrideva.
“Ho comprato l’officina. Lascio le patrie lettere. Divento meccanico”.
“Cosa?”
“Scherzo”.
“Ma perché siamo qui?”
“Perché devo mostrarti una cosa…”
“…”
“…”
“… e c’era bisogno di portarmi fin qui?”
“Stupida”.

Aggrottai la fronte, e – circospetto – dopo aver preso per mano la mia compagna, mi avviai fino al fondo del negozio.
“Ma non c’è niente, dove vai?”
“Vedrai…”

Quando arrivammo all’altezza delle scale, e lei guardò in basso, rimase stupita. Non si vedeva niente, oltre un certo livello. Soltanto gradoni che scendevano sottoterra. Tirai fuori un accendino, mi bastò per scendere sino all’ufficio di Claudio e accendere una prima lampadina. Scendemmo, io e Carla, muti a un tratto, e affascinati. Scendemmo un metro dopo l’altro, sin quando non mi ritrovai sul pavimento sporco di sabbia, e di pietruzze. Là trovai la grande torcia, e illuminai il retro dell’officina.

“Ma è pazzesco…”
“Hai visto? Saranno dodici metri…”
“Ma come l’hai scoperto?”
“Dovevo fare il tagliando. Dice Claudio che un sacco di negozi, in questa strada, sono cavi così, e nascondono metri e metri di buio inabitabile…”
“Ma adesso che siamo qui? Cosa vuoi fare?”

Indovina.
“Voglio farti vedere una cosa, te l’ho detto”.
“Cosa?”

Le indicai l’angoletto che avevo scoperto poche ore prima, con una luce che veniva dal basso. Lei si accigliò.
“E allora?”
“Claudio dice che ci stanno i garage, là sotto. Io non credo”.
“E quindi?”
“Apri la cassetta degli attrezzi, quella che sta laggiù. Mi serve qualcosa per aprire un buco nel muro. Poi ci parlo io, con Claudio. Trova qualcosa… anzi no. Prendo questo bel martello. Hai paura?”
“Mi sembri matto…”
“Ahah…”

E cominciai a battere contro il muro, col mio gran martello. Battevo forte, sempre più forte. Carla si copriva le orecchie. Il muro sembrava fradicio, cedeva con discreta fragilità, e così – in neanche dieci minuti – la fessura era diventata una presa d’aria di trenta centimetri. La luce che ne proveniva restava fioca, e in ogni caso non riuscivo a vedere da dove venisse.

“Adesso prendo a calci il muro. Voglio buttarne giù un bel pezzo. Questo muro è cotto…”
“Ma no dai!”
“Lasciami fare”.

E così, a calci e poi a martellate, aprii ancora più spazio. E tutto a un tratto, quando il buco era diventato di mezzo metro, un pezzo di pavimento si crepò; noi ci tirammo indietro, giusto in tempo: un paio di metri di pavimento franarono sotto i nostri piedi, sollevando un gran polverone. Carla gridò, e poi cominciò a tossire.
“Scappiamo!”
“Aspetta… aspetta…”

Lentamente, la nube di polvere si stava dissolvendo. E vedevo qualcosa di diverso da quel che Claudio pensava.

“Carla. Queste sono le catacombe di San Pancrazio…”
“Cosa?”
“Ti ricordi quando ti ho raccontato che sotto le nostre case, in questa strada, c’è un’antica catacomba Romana? Ecco. Questo è uno dei pezzi che non si possono visitare. Se entri a San Pancrazio ti fanno fare avanti e indietro per cinquecento metri… ma le catacombe arrivano fin dentro Villa Pamphili, sono estese per chilometri interi…”
“E adesso?”
“E adesso, se non hai paura, tieni puntata la torcia e fammi luce. Scendiamo nella catacomba e vediamo che succede”.
“Ma cosa vuoi che succeda?”
“Niente. Ma tu fammi luce”.
“E da che parte andiamo?”
“A destra. Di qua…”

Scendemmo nella catacomba, con un salto; il cunicolo era molto stretto, si doveva camminare in fila indiana. L’ossigeno non mancava, per fortuna. Carla mi illuminava la strada. Andavo piano, per non rovinare niente. Ma in effetti, nei primi dieci minuti, niente di imprevedibile incontrammo. C’erano nicchie, sui fianchi, piccoli sarcofaghi, iscrizioni che non riuscivo a leggere, qualche ossario. La luce naturale – per così dire – era sempre eccezionalmente fioca, ma viva. Da qualche parte doveva venire.

“Non andiamo troppo avanti. Ho paura. Qua scricchiola tutto…”
“Non avere paura. Hanno retto per duemila anni…”.
“Sì, ma non entrava nessuno…”
“Ehi. Avventura. Andiamo avanti…”
“Torno indietro…”
“Ti prego. Per me. Dammi un bacio, vieni qui”.

E in quel luogo di riposo e di mistero, chissà quanti secoli dopo l’ultima volta, due esseri umani si scambiarono un bacio. Mi sembrò di violare qualcosa di sacro, restituendolo alla vita. Ma ero euforico, e volevo avanzare. Qualcosa mi guidava. Mi sentivo telecomandato, qualcosa del genere.
“Andiamo avanti…”

In silenzio, per quasi un’ora, ci inoltrammo per le catacombe, camminando sempre nella stessa direzione, per quanto possibile. Ogni tanto si apriva una sorta di slargo, intravedevo resti di altari sacri, e a volte – a pochi passi dall’altare – un sepolcro, forse di qualche religioso, di qualche sacerdote, chissà. Ma niente mi stupì come una sorta di strano rumore di fondo, che man mano riconobbi come il rumore dell’acqua. Rabbrividii, pensando che poteva essere l’acqua delle fogne, cominciando a temere di incontrare qualche brutta pantegana e di respirare un’aria terrificante. Ma non sentivo nessun cattivo odore, e non vedevo bestie. Nessuna bestia. “Andiamo verso l’acqua, dai”, dissi a Carla. Lei mi seguiva senza più dire una parola. E poi, tutto a un tratto, voltato l’angolo in un cunicolo, ci ritrovammo in un corridoio un po’ più ampio, e qualche passo soltanto e fummo di fronte a un muro. No, non era un muro. Era una porta. Era una vecchissima porta. Sulla porta era inciso qualcosa del genere: “bhurván ferueere”.
Latino molto arcaico? Non sapevo orientarmi.
Diedi una manata alla porta. Non bastò. Diedi una prima spallata. Cigolò. Diedi una seconda spallata. Cedette di schianto. Per un attimo, tememmo che potesse crollare tutto, che ci cadesse in testa l’antico soffitto di quelle strette catacombe, ma non accadde. Ci fu un altro nuvolone di polvere, un gigantesco nuvolone di polvere; ci fece tossire e ci arrossò terribilmente gli occhi. Ma ne valeva la pena, ce ne saremmo accorti un momento dopo.

Neanche il tempo di stropicciare gli occhi, e di sincerarci che nessuno si fosse fatto male, ed ecco che di fronte a noi si mostrava qualcosa di impossibile, sottoterra. A una decina di metri c’era un cancelletto, e oltre si intravedeva un giardino. Pieno di luce. Sentivo un profumo buonissimo, di terra fresca, e di gelsomino e di basilico. Andammo, entusiasti come bambini, e forzammo il cancello senza fatica – era troppo vecchio, non aveva più forze. Si piegò, come un fiorellino di campo. Andammo, e ci ritrovammo in un incanto. Le perdute terme di Monteverde, finalmente, in questo giardino magnifico, tutto fontanelle naturali e… da dove veniva la luce del sole? Come era possibile che ci fosse tutta quella luce? Non riuscivo a raccapezzarmi. Quando mi voltai, Carla aveva spento la torcia e mi sorrideva.
“È uno scherzo, vero?”
“No, amore. Non so cosa abbiamo trovato. Dico davvero…”
“Dimmi come hai fatto. Ti sei messo d’accordo con Ian? Queste cose a Cinecittà sanno bene come organizzarle…”
“Tesoro, sul serio. Ti pare? Hai mai visto un giardino e delle terme nascoste sottoterra?”
“Io non sono mai stata sottoterra, prima. Che ne so?”
“Piantala…”

E così, esplorammo, per qualche felice ora, quel che restava delle stupende terme di Monteverde, spogliandoci e immergendoci in quelle acque salubri e antiche. Facemmo l’amore sotto una piccola cascata, e restammo lì, abbracciati, e per un attimo desiderai dormire. Volevo che il tempo si fermasse in quel momento, che non esistesse più niente, che…
“Chi siete?”
“Cosa?”
“Chi siete?”
“Mi chiamo Guido Orsini, signore”.
“Da dove venite?”
“Dal campo fonteiano”.
“Questo è il campo fonteiano”.
“Veniamo da qui, allora”.
“Qui io solo vivo. Da sempre”.

Era un signore di mezz’età, dagli occhi chiari e dai capelli grigi. Aveva la fronte alta, e gli zigomi sporgenti. Una fossetta e mezza, quando sorrideva. La voce molto bassa, rilassante e protettiva. Vestiva una tunica blu notte, e tra i capelli aveva una corona di alloro.

“Signore, io vivo qui dal 1978”.
“1978? Cosa significa? Non vivi nel campo fonteiano, allora”.
Carla, intanto, si nascondeva dietro di me. Nuda, si vergognava d’essere guardata. Io mi alzai in piedi, come niente fosse. Mi sentivo a mio agio, mi sembrava tutto naturale. Era tutto naturale.

“Io abito al di là del cancello, oltre l’antica porta. Ci sono i cunicoli del vecchio cimitero cristiano, e poi c’è un passaggio. Ci sono molti gradoni, e infine si risale nella nuova superficie. Là c’è il nuovo campo fonteiano, signore”.
“Non ti credo”.
“Credimi, ti prego”.
“Non posso. E adesso ti dico cosa accadrà. Lasciami la tua donna e torna indietro, o restate qui per sempre, tutti e due. Sarete con me, custodiremo il giardino, vivremo in pace aspettando il ritorno del Padre”.
“Il ritorno del padre?”
“Io sono Fonto, figlio di Giano. Questa è la mia terra. Queste sono le mie acque. Questo è il mio dominio. Vivo, solo, domandando ogni giorno il ritorno di mio Padre. Non so più nemmeno da quando. È come se fossi sempre esistito… non ho memoria del tempo. Il tempo mi confonde”.
“Tu sei… tu sei il nostro genius loci”.
“Io sono Fonto, figlio di Giano. Questa è la mia terra”.

Fonto ci voltò le spalle, ci disse – come era possibile che parlasse la nostra lingua? – che avrebbe atteso le nostre decisioni, e scomparve nel bosco. Carla mi prese per mano, mi disse “Restiamo”, ci guardammo e sorridemmo. “Restiamo, amore?”
“Restiamo”.

E per adesso questo è quanto, e io mi sto per congedare. Viviamo nelle terme che voi giurate perdute, e che credete dimenticate. Claudio, chissà, avrà murato il segreto accesso, facendo finta che non sia mai successo niente; se qualcuno ci sta ancora cercando, a noi non dispiace. Viviamo in questo piccolo eden, nascosto dalle parti dell’ottavo colle. Romani o non Romani poco importa, respiriamo l’aria che la nostra terra ha perduto, e ogni mattina cantiamo in onore del sole, e del dio Fonto, figlio di Giano. Ci piace pensare che un giorno avremo un bambino, e che potrà crescere sano in un ambiente incontaminato, e libero; selvatico, incantato. Voi, intanto, imparate a guardarvi intorno. Spesso, le cose più belle ve la hanno nascoste proprio sotto gli occhi. Sì, apposta perché non ve ne accorgeste. Io alle terme di via Fonteiana ho sempre creduto: in queste terme, adesso, vivrò, fino a diventare vecchio, e infine, un giorno, disteso, risolto, alla terra, alla mia terra, potrò ritornare.

[2008. Pubblicato in “Roma per le strade – 2”, Azimut, 2009. A cura di Massimo Maugeri]

Le scarpe di Polifemo

in Narrazioni

«Tredici storie che Alajmo lascia volutamente aperte, senza mai concluderle con il botto dell’Evento o con una trovata a sorpresa. Storie in progress, come avviate a un malinconico, interminabile spegnimento, in cui il vero inferno è che non succede mai nulla di veramente decisivo (nemmeno la morte sembra esserlo). La Similitudine si avverte soltanto nella speciale, metafisica tristezza di questi impassibili clown del degrado urbano, nell’ostinazione con cui ancora si ingegnano a perseguire una parvenza di Decoro.

I racconti hanno un tono misurato di allegretto, ma la loro comicità resta tutta implosa, non deraglia nel grottesco o nel drammatico. E’ il paradosso, di ascendenza pirandelliana, di una materia anche tragica che non riesce a deflagrare in tragedia, ma si ripiega in una sorta di amaro stupore. E’ qui che la Palermo di Alajmo, ancora intimamente secentesca, diventa una metafora del resto dell’Italia. […] Accade, insomma, come per i libri di Sciascia: credevamo di trovarci una realtà inquietante, ma lontana e diversa, sostanzialmente innocua come le atrocità delle fiabe: ed è invece di noi che questi apologhi siciliani stavano, e stanno, parlando». Così Ernesto Ferrero recensiva sulle colonne di Tuttolibri i 13 racconti di Roberto Alajmo contenuti ne “Le scarpe di Polifemo e altre storie siciliane”. La raccolta è disponibile in versione ebook con un racconto inedito nella collana Laurana Reloaded

Roberto Alajmo – C’era questo bambino enorme. Se sicuramente aveva un nome, l’avevano scordato tutti per sempre quando Pinuccio tornò trafelato da una lezione d’Omero per annunciare: “Polifemo!”
Disse, e stette zitto. Di lì a poco qualcuno gli chiese: “Ma quale Polifemo?”
E Pinuccio si spiegò. Polifemo era Polifemo perché oltre a essere di proporzioni strabilianti, era dotato di uno strabismo che faceva convergere i suoi occhi come se volessero diventare uno solo.
Polifemo era effettivamente sproporzionato, anche considerati i tre anni in più che denunciava rispetto a quelli che sarebbero diventati i suoi compagni di gioco. Apparve per la prima volta sul marciapiede di fronte. Uscì dal portone mentre loro giocavano una partita a soffione. Salvo, detto Salvatore e viceversa, che aveva arcuato il suo mazzetto di figurine e si accingeva a soffiare, rimase invece col fiato sospeso a guardare, tirandosi dietro gli sguardi di tutti gli altri. Polifemo fece cento metri e scomparve dietro l’angolo. Bastò.
“Ma cu è chist’àvutro?”
E risero tutti.

Polifemo non si rese conto, quel giorno, di essere stato subito individuato e messo sotto osservazione. La prima volta il suo apparire aveva colto tutti di sorpresa. La seconda no. Comparve questa seconda volta, e subito esplose un abbaiare unanime e caotico. Ognuno lanciava la sua invettiva personale, diversa da quella degli altri, di modo che fra elefante, ippopotamo, pacchione e pacchionazzo, lo stesso Polifemo non capì niente, se non che anche in quel nuovo quartiere sarebbe cominciato tutto daccapo, come era stato dove abitava in precedenza. In realtà pacchione, elefante eccetera non esaurivano la figura di Polifemo, che era sì tendente alla pinguedine, ma non solo. Polifemo era gigantesco. Il suo corpo era grasso, ma il grasso passava in secondo piano perdendosi nella statura, nella camminata da orso ballerino e nelle braccia che arrivavano alle ginocchia. Più tardi, in una bozza di servizio militare cui lo sottoposero prima di riformarlo definitivamente, mai Polifemo riuscì a mandare durante la marcia avanti la gamba destra e indietro il braccio, e così via. Se camminava, gli veniva abbastanza naturale. Ma quando glielo fecero notare come un obbligo, in quel cortile militaresco, non ci fu modo di riprodurre una marcia accettabile. Braccio destro e gamba destra. Braccio sinistro e gamba sinistra. Nemmeno quando lo fecero marciare da solo, col caporale addosso e gli altri a guardare da sotto i portici. Braccio destro e gamba destra. Braccio sinistro e gamba sinistra. Qualche anno dopo, ancora, ogni tanto si ricordava di quella marcia e provava. Niente: braccio destro e gamba destra. Braccio sinistro e gamba sinistra. Meglio non pensarci.
Quando ancora per i ragazzi di via Giosuè Carducci era solo una apparizione grottesca, di Polifemo s’era parlato ipotizzando variamente la sua identità. Il portiere del palazzo dove abitava non aveva figli, per cui fu impossibile raccogliere informazioni dirette. Questo contribuì ad aumentare l’alone di mistero attorno alla sua figura. Nelle settimane successive ci furono degli avvicinamenti reciproci. Timidi da parte di lui, feroci da parte del gruppo. I rapporti, dunque, rimasero distanziati. Fino a quando la maestra di Pinuccio non decise che era arrivato il momento di abbordare alla larga l’Odissea, che pure nel programma consigliato dal Ministero non si trovava. Polifemo si chiamò da allora per sempre Polifemo.

Anche in via Giosuè Carducci, quindi, Polifemo era stato individuato come oggetto di tormento. E tale rimase fin quando sua madre, donna grandiosa, scese in strada a fare domanda di accoglimento ufficiale nella comitiva di tutti maschi decenni che lì si riuniva. All’apparire della Signora Madre di Polifemo, con Polifemo per mano, i più rapidi si dileguarono, temendo cazziate. Restarono i cinque più tardi e lenti, che ascoltarono a occhi bassi la morale sull’amicizia che alla loro età non dovrebbe conoscere ostacoli di nessun tipo. Finita la morale, la Signora Madre si staccò dalla mano Polifemo e lo lasciò dov’era, rientrando lei da sola a casa in un trionfo di civiltà. Restava inteso che da quel momento Polifemo era parte integrante del gruppo.
Dagli angoli delle strade vicine ricomparvero gli scappati, che avevano assistito alla scena non sentendo le parole ma afferrando perfettamente il senso. Solo Pinuccio si lamentò: “’Sta tacca sta diventando a tipo via Pindemonte”.

Anche se via Pindemonte era l’indirizzo del manicomio, oramai bisognava accettare Polifemo a tutti gli effetti. A mo’ di primo approccio fu cominciata ancora una partita di soffione. A Polifemo fu data una dotazione di nove figurine – regalate una ciascuno dagli altri, scelte fra doppioni, triploni e oltre – e gli vennero spiegate le regole. Le perse subito tutte e nove, non capendo che il trucco stava nel soffiare secco e conciso, e giammai lungo e potente, come gli veniva naturale. Tornò a casa, dopo pochi minuti ridiscese correndo come poteva correre, e tornò con un centinaio di buste di figurine intatte, che aprì e perse ugualmente tutte. I bambini di via Carducci allora capirono quel che avevano intuito all’apparizione della sua madre monumentale. Che cioè Polifemo era ricco.
Questo facilitò la sua integrazione. Vista l’incombenza fisica, gli riservarono soprattutto il compito di fare da ariete negli scontri con le altre bande della zona. In breve tempo quelli di via Carducci risalirono posti nella classifica ideale delle bande di quartiere, fino a collocarsi al vertice. I suoi compagni sapevano che era tutto un trucco, dato che Polifemo era inabile alla violenza e persino al semplice sforzo, visto che si stancava immediatamente dopo la prima carica. Ma il suo solo apparire creava lo scompiglio fra le fila avversarie, che si disperdevano lasciando quelli di via Carducci padroni del territorio. Restavano sul campo di battaglia simulando razzie per un paio d’ore, senza avversari né niente che meritasse di essere razziato. Poi, quando era chiaro che erano i più forti e che i più forti si stavano annoiando, tornavano in via Carducci, dove almeno le macchine passavano raramente e una partita a pallone si poteva sempre fare, volendo scaricare le energie.
Giocando a pallone, Polifemo finiva in porta più con lo scopo di ostruire che per parare veramente. Per gli attaccanti era più sicuro provare a scartarlo, approfittando della lentezza che gli derivava dalla mole, piuttosto che tirare una cannonata di quelle che lui incassava apparentemente senza nessuna sofferenza, anche quando colpito nelle parti più dolorose. Da quelle pallonate senza conseguenze era nata la leggenda che a un corpo tanto grande dovessero corrispondere pochi o nulli attributi. Una leggenda che sarebbe durata per molti anni, fino alla prima vera partita di calcio, con campo e spogliatoi regolamentari. Poco prima delle docce i compagni se ne accorsero a prima vista, ma stettero zitti per non dare l’impressione di aver guardato le cose altrui. Fino a quando il solito Pinuccio esplose: “Minchia: ce l’ha enorme!”
Fu una liberazione, tutti poterono guardare apertamente e confermare effettivamente. Per Polifemo arrivò una inversione dello sfottò: prima troppo piccolo, ora troppo grande. Una specie di sollievo, visto che nell’opinione comune avercelo enorme era meglio di avercelo piccolo, e senz’altro meglio di niente. La considerazione di cui Polifemo godeva all’interno della banda aumentò. E comunque negli anni già di campi da calcio regolamentari, Polifemo era oramai un componente stabile della comitiva.
Prima di allora erano venuti gli anni delle prese in giro senza misericordia. Risultò che Polifemo era figlio di un onorevole democristiano e della miracolosa madre di cui sopra. Tanto bella era la madre, che un giorno scappò di casa assieme a non si sa bene chi, abbandonando marito democristiano e figlio Polifemo al loro destino.
“Si nne fuìo”.

Toccò sintetizzare a Pinuccio, visto che dalla bocca di Polifemo non uscì mai parola in proposito. (Nemmeno si poteva dire che in generale Polifemo fosse un gran conversatore: poche frasi lasciate in sospeso, senza soggetto, col congiuntivo intermittente e sempre più propenso a virare sul condizionale; era, insomma, lo scemo di via Carducci.)
Da stronzissimo che era agli occhi di tutti, il Padre democristiano di Polifemo sembrò spaurito a partire dal momento in cui venne lasciato dalla moglie. Particolarmente spaurito apparve quando scese fra loro ragazzi per chiedere di essere aiutato a risolvere un problema. Polifemo aveva raggiunto e superato la misura di scarpe Quarantotto, che già gli veniva piccola e già si trovava con difficoltà. Bisognava trovare un paio di Quarantanove o anche Cinquanta, se esistevano, dato che le ghiandole della crescita di Polifemo non accennavano a smettere di lavorare. Memori delle sciagure famigliari del padre di Polifemo, i ragazzi di via Carducci solidarizzarono e si sguinzagliarono. Salvo tentò di organizzare il lavoro degli altri. Li divise in gruppi di due o tre e assegnò a ciascun gruppo una zona del centro. Gli altri lo stettero a sentire solo il tempo sufficiente per capire se diceva qualche scemenza saporita, ma erano scemenze qualsiasi e allora lo lasciarono parlare al vento. Il tentativo di razionalizzare la ricerca naufragò definitivamente alle prime difficoltà. I gruppi abbozzati si sfaldarono perché se uno non poteva venire, il compagno si rifiutava di muoversi da solo e si aggregava a un altro gruppo. Andarono alla ricerca in ordine sparso, col risultato che più volte vennero battuti gli stessi negozi. Salvo si disperava. Entravano a chiedere: “C’avete il Quarantanove?”
“Già sono venuti: niente”.
Altre volte i negozianti parlavano delle misure superiori al Quarantotto in forma mitologica: “Una volta, mi pare, ne abbiamo avute un paio”.
“Ma ora forse non ne fanno più”.
“Forse su misura”.
“Forse sapete dove? C’è un negozio all’ingrosso in via Tommaso Natale”.
Via Tommaso Natale era lontanissima. Nessuno dei ragazzi di via Carducci c’era mai stato. Si poteva, certo, dirlo al padre democristiano in modo che ci pensasse lui con le sue amicizie, ma avrebbe significato arrendersi. E poi il padre di Polifemo aveva già molti pensieri, a parte la moglie che l’aveva lasciato: il padre di Pinuccio sosteneva, tramite Pinuccio, che era un democristiano di minoranza, inutile, tanto valeva che fosse un comunista. Capacissimo quindi di non avere amicizie adatte. Si organizzò allora una spedizione in via Tommaso Natale, che era lontano quanto Mondello, ma in una zona per loro del tutto inesplorata. E poi, di questo negozio all’ingrosso si sapeva pochissimo, né nome né numero civico. Già sapere qual era l’autobus giusto fu una complicazione. Salvo sosteneva che era il Ventuno/Trentuno, ma messo alle strette ammise che l’aveva detto perché suonava bene. Era invece il Ventiquattro, uno di quelli che non passavano mai.
Partirono in sette. Chiedendo all’autista dell’autobus, seppero almeno dove cominciava via Tommaso Natale e si spartirono il compito di tenere d’occhio le vetrine a destra e a sinistra. Riuscirono a individuare al volo due negozi di scarpe, salutati entrambi dall’urlo: “Qua è!”
Ma erano negozi troppo piccoli. Arrivarono al capolinea senza certezze e tornarono indietro a piedi, visitando i negozi, chiedendo dell’Ingrosso, e ricevendo ogni volta indicazioni vaghe: “Uno, mi pare…”
“Ma no in via Tommaso Natale…”
“Qua dietro”.
“Allo Zen”.
Arrivarono allo Zen – quartiere di cui avevano sentito parlare come da evitare senz’altro – facendosi scudo reciprocamente e raccomandandosi l’un l’altro di non disperdersi. C’era effettivamente un negozio di scarpe all’ingrosso, che tuttavia li deluse molto. Non era molto grande e vendeva scarpe di qualità incerta, indegne del figlio di un democristiano, sia pure di minoranza. E comunque non c’era traccia di scarpe misura Quarantanove. Né più e né meno dei negozi che avevano visitato senza tanta fatica in precedenza. Tornarono in via Carducci e si salutarono senza commentare. Ognuno di loro sentiva bruciare la delusione ma non poteva dire di aver sprecato una giornata. Anzi.
Il Quarantanove non fu possibile trovarlo in tutta la città, per cui al padre di Polifemo toccò farle fare apposta da un calzolaio. Due paia, in crescita, che non si sa mai.
“Ci poteva penzare prima”.
Commentò Pinuccio, disprezzando l’avventura che era stata di tutti. Ma si capiva che anche per lui l’avventura di Tommaso Natale (e dello Zen) era stata di quelle che non si dimenticano.
Finché arrivò un momento in cui la banda di via Carducci nei suoi elementi storici si dissolse. Restarono – è vero – dei bambinetti che tentarono di continuare la tradizione, ma non era la stessa cosa, e comunque di lì a poco si dispersero anche loro. Per quanto riguarda il gruppo storico, nessuno avrebbe potuto ricordare un litigio, uno sgarro, una data particolare, un trauma determinante. Successe solo che con la scuola media ognuno andò specificando interessi e amicizie. Il carico dei compiti per casa era sempre maggiore, cominciò il modo di studiare in compagnia e il tempo da dedicare alla strada venne tagliato per forza di cose. Inoltre, dopo le elementari, ciascuno dei componenti della banda di via Carducci, fu consapevole di alcune differenze. Salvo capì che avrebbe voluto fare l’avvocato e, più vagamente, che sarebbe diventato l’erede del padre di Polifemo in era post-democristiana. Pinuccio, all’opposto, capì le implicazioni di essere figlio di un portiere di via Salvatore Meccio e andò aumentando le ore che trascorreva dando una mano al padre. Le partite di calcio per strada si andarono diradando, sostituite da più rare ma ufficiose sfide in campo regolamentare. Giocavano quasi sempre all’Ancione, che era il più vicino dei campi lontani, dove si arrivava con mezzi di fortuna, soprattutto in due o tre sul vespino. L’Ancione era solcato da certe piccole vallate che si riempivano d’acqua in occasione delle piogge e dove il pallone talvolta scompariva per ricomparire imprevedibile decine di metri più in là, conferendo un andamento aleatorio alla partita. Fu negli spogliatoi dell’Ancione che avvenne il riconoscimento delle proporzioni sessuali di Polifemo. Queste partite durarono per diversi anni, e rimasero l’unico simulacro possibile dell’amicizia degli anni precedenti.
Quando fu palese la diaspora del gruppo, Polifemo fu quello che ci rimase peggio. Anche perché, finite le elementari, suo padre decise di sottrarlo alla sofferenza delle medie e lo ritirò da scuola. Le altre comitive della zona erano composte da ragazzi troppo piccoli per lui, che già per età sopravanzava il gruppo storico di via Carducci. Se da una parte gli furono risparmiate le crudeltà dei suoi coetanei scolari, dall’altra Polifemo rimase tagliato fuori da ogni possibile ricambio amicale. Stando assieme a quelli di via Carducci, Polifemo aveva imparato a sopportare una forma di sfottò tutto sommato domestica, alla quale si era assuefatto. Una volta gli avevano spiegato che significava il suo soprannome, ma lui l’aveva dimenticato quasi subito, come quasi tutte le cose che imparava. Per cui adesso Polifemo era un nome come un altro, che aveva perso le sue connotazioni d’insulto e che lui stesso utilizzava abitualmente. Gli rimase addosso per sempre, anche nelle comitive alle quali si andò a unire saltuariamente in seguito e che erano per lui allo stesso tempo crudeli e insoddisfacenti.
Inoltre, a partire dai tredici anni, Polifemo aveva sviluppato una specializzazione della sua scemenza. Era diventato maniaco sessuale.
Si era fatto una cultura racimolando riviste porno di varia provenienza e grado di esplicitazione. Una, in particolare, gli passava per le mani. Si chiamava “Caballero” e aveva in ogni numero tre o quattro fotoromanzi coi cazzi e tutto. L’andava a leggere, per timore di essere scoperto dal padre democristiano, al palchetto della musica del Politeama, a quel tempo invaso da un micidiale odore di ammoniaca. Poi, non potendo portare a casa “Caballero”, lo lasciava nascosto dietro un cespuglio dove contava di ritrovarlo la volta successiva, cespuglio che i suoi amici impararono subito a trovare. Andavano a prendergli la rivista, la leggevano a loro volta e poi la gettavano via per dispetto. Mai una volta Polifemo tornò arrapato al cespuglio e trovò il suo “Caballero”. Mai una volta ebbe il sospetto di chi poteva essere a farlo sparire. Restava a disperarsi e maledire maldestramente il mondo, poi andava dal suo edicolante e ne comprava un’altra copia, che spesso era identica a quella che gli avevano sottratto. Restava ammaliato di fronte al settore dell’edicola che esponeva le riviste pornografiche, ma non riusciva a decidersi. Temeva che dietro le promesse della copertina non ci fosse nulla di abbastanza soddisfacente. Alla fine chiedeva ancora “Caballero” e buona notte.
Quando la banda di via Carducci fu chiaro che non c’era più, Polifemo fece un principio d’amicizia con quelli di via Nicolò Garzilli ma quest’altri erano del tutto ignari degli argomenti che ormai lo appassionavano. In più, una madre di via Nicolò Garzilli particolarmente apprensiva non mancò di notare che quel povero ragazzo – altro che povero ragazzo: toccava che era un gran toccone. Suo figlio fu ritirato dalla strada, e così pure gli altri, man mano che i genitori si passarono la voce. Polifemo andò per un mese al solito posto dove di solito si riunivano, ma, trovandoci sempre meno gente e poi più nessuno, decise che basta. Andò al palchetto della musica e non ci pensò più.
In questo modo, Polifemo rimase isolato. Se ogni tanto incontrava Pinuccio o qualcun altro di quelli di via Carducci, tendeva a soffermarsi più di quanto l’altro aveva la pazienza di ascoltarlo. Polifemo aveva argomenti di conversazione che oscillavano senza mezze misure fra l’infantile, che era per i suoi vecchi amici ormai remoto, e il maniacale, che era ancora prematuro. Alla fine impararono a scansarlo cambiando marciapiede per tempo, approfittando della sua svagatezza. Da allora di Polifemo si ebbero solo notizie sporadiche e avvistamenti alla lontana.
Di sicuro si sa che approfondì le sue attività di maniaco sessuale spiando le coppiette in un giardinetto contiguo a villa Trabia. Aveva scoperto come penetrare nella villa chiusa e con un punteruolo aveva scavato nel tufo del muro fino ad arrivare a praticare un foro attraverso il quale inquadrava perfettamente una panchina dove i fidanzati senza fissa dimora solitamente si appartavano. Il buco di villa Trabia fu il vero capolavoro della vita di Polifemo. Ne andava orgoglioso perché era riuscito a calcolare quasi perfettamente l’allineamento dalle due parti del muro, di modo che, a forza di scavare da una parte e dall’altra, a un certo punto l’ultimo diaframma cadde e fu festa grande. Anche l’allineamento buco-panchina risultò perfetto, per cui da quel momento Polifemo trascorse la maggior parte delle sue giornate appostato lì. Nel suo nascondiglio aveva trasferito pure il deposito di riviste pornografiche, che dai tempi di “Caballero” si erano andate specializzando. Nei tempi morti sfogliava le riviste e aspettava. Al padre che ogni tanto domandava notizie, Polifemo rispondeva: “Devo andare a villa Trabia”.
Come se fosse un lavoro con orario e scadenze da rispettare. A onore del padre, bisogna dire che questi per lungo tempo mai ebbe sospetto dell’attività maniacale del figlio, come si conveniva all’innocenza di un democristiano di minoranza.
Polifemo arrivava a villa Trabia, si faceva strada fra le sterpaglie e si metteva comodo, leggeva e aspettava. Quando arrivava una coppia si metteva in posizione per vedere meglio, leggermente più scomodo, ma felice. Stava a guardarli per qualche minuto, aspettando che si dessero da fare veramente. Se tergiversavano troppo, se lo spettacolo non era soddisfacente, Polifemo si rizzava dal suo nascondiglio e inveiva contro di loro, mettendoli in fuga perché lasciassero la panchina a una coppia più intraprendente. E così via. In certi casi, facendo onore al soprannome che portava, scagliava verso di loro pietre o massi terrificanti, che vincevano definitivamente la resistenza della coppia di fidanzati. Alla fine della giornata andava a recuperare i pezzi di tufo che aveva lanciato, in modo che venissero utili per la volta successiva.
Una volta una coppia di fidanzati scappò di corsa che sembrava non si dovesse mai più fermare. Si fermò invece davanti al commissariato di via Giusti, da dove mandarono una pattuglia a controllare. Polifemo nemmeno si mosse per quanto era sicuro che nessuno potesse avercela con lui. Se la cavò con una cazziata orale e il sequestro delle riviste pornografiche. Fu la prima volta che ebbe problemi con le forze dell’ordine per via delle sue pratiche sessuali. Fu anche la prima volta che ebbe l’impressione di fare qualcosa di sbagliato e questo lo fece tornare a casa depresso. L’indomani, tuttavia, aveva scordato tutto.
Altre volte vennero a pizzicarlo, sempre per via del famoso buco nel muro di villa Trabia. Venivano i poliziotti oppure il portiere del palazzo accanto. Come lui, anche il portiere ogni volta cacciava le coppiette, ma lo faceva per il decoro del giardinetto condominiale, con un mandato da parte dei suoi inquilini. E siccome la presenza nascosta di Polifemo non scoraggiava le coppiette, che sempre nuove venivano a sedersi sulla panchina famosa, il portiere mandava via anche Polifemo. La formula con cui lo cacciava era completa di domanda e ingiunzione: “Ti nne vai? Vattìnne!”
Questa formula fu pronunciata tante volte che alla fine, quando vedeva il portiere avvicinarsi, lo stesso Polifemo si alzava dal suo nascondiglio e diceva a se stesso: “Ti nne vai? Vattìnne!”
E se ne andava spontaneamente.
Un giorno, poi, il portiere gli fece la sorpresa di tappare a cazzuolate di cemento, con irrisoria facilità, il buco che Polifemo aveva aperto con tanta fatica. Polifemo ci rimase così male che rimosse dalla sua vita e dalla memoria villa Trabia, buco e panchina. Decise di cambiare zona.
Scoprì, per esempio, che: “A piazza Sant’Oliva ci sono le pulle”.
Come disse un giorno a pranzo lasciando suo padre sbalordito. Il padre di Polifemo era talmente democristiano di minoranza che solo in quel momento ebbe sospetto delle tendenze di suo figlio. Addirittura non pensava neppure che suo figlio potesse conoscere parole del genere. Per cui sul momento si limitò a fronteggiare la novità con un semplice: “Pulla non si dice”.
Non ottenne niente, perché era il periodo in cui a Polifemo certe cose cominciava a piacere dirle. La fase successiva fu quella in cui gli cominciò a piacere farle.
A piazza Sant’Oliva scoprì la variante dei travestiti. A Polifemo piacque molto ’sto fatto che ci fossero una donna e un uomo al prezzo solo di una donna. Non capiva bene se i travestiti partivano uomini e finivano donne o viceversa, e questo lo divertiva ancora di più. Imparò che coi soldi che suo padre non gli lesinava poteva averne uno, cioè due, e imparò a non vergognarsi di chiedere. La prima volta era stata molto umiliante, perché Polifemo indossava sempre abiti che gli cadevano di dosso, troppo larghi e sformati, praticamente da straccione. I travestiti quindi stentavano a credere che avesse i soldi. Lui allora tirò fuori un rotolo di banconote e lo mise direttamente in mano all’oggetto del suo desiderio. Il quale non ebbe più obiezioni e gli fece tutto quello che Polifemo fino ad allora aveva solo sognato di fare coi suoi amici più piccoli.
Dopo le prime volte divenne spavaldo. Imparò che non doveva sempre consegnare tutti i soldi che aveva. Imparò a contrattare e imparò quali erano i travestiti che gli piacevano di più. Certe volte, se aveva dimenticato i soldi o non ne aveva, andava lo stesso. Provava a chiedere se gli facevano credito, ma non ottenne mai niente in questo senso. Troppo inaffidabile lo consideravano, sebbene avessero imparato a volergli a modo loro bene. I travestiti di piazza Sant’Oliva furono la sua nuova famiglia, con ruoli paterni e materni intercambiabili. In un certo senso per Polifemo tornarono i tempi felici di via Carducci, con in più la novità che era il sesso.
Quando c’erano le retate della polizia Polifemo restava sempre impigliato, ma dopo le prime volte i poliziotti impararono che era figlio di qualcuno e lo lasciavano andare. Una volta sola fece una scenata perché voleva essere portato anche lui in questura. Un impeto di egualitarismo che i poliziotti non vollero assecondare. Polifemo tornò a casa, rispose male al padre che gli chiedeva e andò a dormire. L’indomani aveva scordato tutto.
Questo periodo della vita di Polifemo si concluse quando una volta le retate a piazza Sant’Oliva si succedettero per tre giorni di seguito. Segnale che nei dintorni era venuto ad abitare qualcuno d’importante e in questura si voleva fare letteralmente piazza pulita. I travestiti si spostarono da qualche altra parte che Polifemo non fu bravo a individuare. Da allora diventò un cliente sporadico, con preferenze per questa o quella marchetta sciolta.
Oltretutto a Polifemo piacevano i bambini e si disperava di non riuscire a trovare un posto dove potesse comprarli. Quando ne trovava uno meno smaliziato, non era mai abbastanza smaliziato da accettare soldi e sesso da parte di uno con l’aspetto di Polifemo, che con gli anni aveva pure cominciato a perdere i capelli. Li perdeva non in maniera uniforme, o solo sulla sommità del capo, ma proprio a ciuffi e su tutto il cranio, come se fosse una qualche alopecia. All’età di ventidue anni Polifemo faceva spavento. Anche gli occhi, prima solamente strabici, ora avevano cominciato a pendere verso il basso, e con loro le occhiaie profonde che aveva. L’impressione complessiva era che gli si stesse squagliando la faccia.
Successe poi nella sua vita che il padre fu coinvolto nello scandalo della Unità Sanitaria Locale di cui era dirigente, e in altri scandali imprecisati. La gente disse: “Pareva perbene”.
E per cercare di dare ragione alla gente, il padre di Polifemo si batté fino in fondo in una decina fra tribunali e gradi di giudizio. Alla fine non si seppe mai se era colpevole o innocente, perché mori prima di vedere arrivare a sentenza definitiva anche uno solo dei procedimenti che gli avevano addossato. Gli venne un colpo e morì. A indizio della sua onestà bisogna dire che bastarono tre anni agli avvocati per spolpare i suoi conti correnti, e alla fine si spartirono tutto tranne la casa di via Carducci. Uno zio tutore la salvò per Polifemo, che ci rimase a vivere da solo senza quasi nemmeno mobili. Solo il suo letto, un tavolo e due sedie. E soprattutto: niente più soldi da spendere in giro.
La sua vita sessuale naturalmente cambiò. Trovare i soldi per comprare il sesso – giornali, travestiti o puttane che fossero – diventò un problema. In più era cominciato il tempo del cinema porno, che offriva a Polifemo una risposta alle due grandi domande della sua vita – sesso e socializzazione – ma che costava anche quello. Con gli altri frequentatori del cinema Orfeo – il suo preferito – aveva raggiunto un certo grado di simpatia che solo raramente sboccava in rapporti mercenari. Poche volte, pagato il biglietto, gli rimaneva denaro per altro. Né si era mai dato il caso che qualcuno pagasse per avere lui. Allora Polifemo prestava un occhio nostalgico a quelli che ogni tanto si alzavano per andare in bagno. Qualche volta aveva provato a seguirli, ma aveva smesso quando un ragazzo gli chiese di pagare anche solo per guardare.
In quel periodo Polifemo cominciò a domandare soldi per strada. Se li otteneva ci teneva a specificare: “Così me ne posso andare all’Orfeo”.
Il suo film ideale era un montaggio di scopate consecutive. Una volta all’Orfeo, forse per sbaglio, era finito La bestia di Borowczyk, che fu molto deludente. Cercò di farsi restituire i soldi dal gestore, poi afferrò per un braccio un cinefilo avventizio e lo terrorizzò facendogli una scenata per coinvolgerlo nell’indignazione. Questa storia l’ha raccontata Salvo, che era il cinefilo avventizio e che nell’occasione si guardò bene dal farsi riconoscere da Polifemo.
Tutte queste cose si sanno di Polifemo perché ogni tanto si incontrano gli amici di via Carducci, ognuno conosce un particolare e lo mette assieme a quelli che raccontano gli altri.
Ora avrà una quarantina d’anni. L’ultima: Pinuccio l’ha visto sull’autobus che andava a Mondello, ma Polifemo non ha riconosciuto nemmeno lui.
“Meglio così”.
Sente il bisogno di concludere Pinuccio, che adesso è perito elettronico.

Nel paese dove tutti vogliono leggere

in Spilli

Mauro Giancaspro – Nessuno poteva immaginarlo — ammise Mario Audig, decano dei librai della città, con un giornalista che lo intervistava —. Davvero nessuno avrebbe potuto prevedere, solo sei mesi fa, quello che sta accadendo. Guardi la mia libreria. Vuota! Mi hanno lasciato solo i dizionari. Ho venduto tutto e i distributori sono in crisi perché nella mia situazione ci sono tutti i librai. I miei impiegati non possono far altro che assicurare i clienti scontenti che presto le scaffalature saranno di nuovo piene e che tutte le prenotazioni saranno soddisfatte.

Lo stupore di Mario Audig era più che motivato. In cinquanta anni di ininterrotta attività di libraio e di editore, dopo essersi battuto con tutti i mezzi per la promozione della lettura, con presentazioni, con dibattiti, convegni, con concorsi, dopo essersi inventato mille espedienti per coinvolgere le istituzioni pubbliche, sempre con risultati assai poco incoraggianti, si vedeva travolto da un fenomeno che sicuramente avrebbe segnato la storia dell’Occidente.

Nelle altre librerie della città e dell’intero paese, la situazione non appariva diversa; il ‘tutto esaurito’ aveva fatto la sua prima comparsa nelle vetrine e sui banconi, i siti Internet di vendita per corrispondenza erano impazziti, non riuscendo più a dominare l’inarrestabile flusso delle richieste.

Improvvisamente era stato recepito l’invito, tante volte andato a vuoto, ad abbandonare il torpore imbambolante della televisione, a non lasciarsi intrappolare dall’assuefazione ai videogiochi, a non farsi drogare da Internet per scoprire il piacere del libro e della lettura. Le sei emittenti televisive nazionali avevano cominciato a ridurre gli orari delle trasmissioni, tornando alle abitudini degli anni Cinquanta con apertura delle trasmissioni alle diciassette e chiusura alla mezzanotte con l’ultimo telegiornale. I contratti pubblicitari televisivi erano stati quasi tutti cancellati e tutti i produttori avevano cominciato a contendersi gli spazi sui libri.

Le tipografie avevano cominciato a lavorare a ciclo continuo, con turni anche notturni, per fare fronte a una richiesta senza precedenti degli editori, subissati dalle richieste di sponsor per ottenere le quarte di copertina, annunci pubblicitari da inserire tra un capitolo e l’altro, fascette o loghi sui cellophane che avvolgevano i volumi.

Erano diventati tutti lettori forti. Era divampata la voglia di leggere con la foga irrefrenabile della scoperta e con l’entusiasmo dei neofiti.

I sociologi italiani non erano riusciti a spiegarsi un fenomeno che, nel quadro culturale europeo, appariva limitato al nostro paese. I quotidiani e i periodici stranieri davano notizia, con titoli giganteschi, dell’improvviso scatenarsi della voglia di leggere in una nazione, come la nostra, che aveva sempre espresso al riguardo le statistiche più deprimenti dei paesi occidentali. Un fenomeno inaspettato che, una volta tanto aveva accomunato il Mezzogiorno e il Nord.

— Giornate indimenticabili — continuò Mario Audig, passandosi la mano su quel poco di capelli che gli restavano in testa, tentando anche lui di dare al giornalista tedesco una plausibile spiegazione di quanto stava accadendo. La libreria presa d’assalto. File interminabili all’ingresso del negozio. E, quando entravano, sembravano cavallette su un campo di grano. Hanno comprato di tutto, hanno chiesto di tutto, hanno ordinato di tutto. I telefoni erano impazziti, ci chiamavano dalle librerie più piccole per avere aiuto, anche loro non riuscivano a far fronte alle richieste.

Cinema, teatro, sport, discoteche riuscivano, sia pur con qualche affanno a contenere la concorrenza del libro. Ma televisione e videogiochi erano in ginocchio.

L’approvvigionamento stava diventando, per le librerie, un problema serio. Per far fronte alla richiesta, sempre più isterica, si erano vuotate anche le scorte di magazzino dell’usato. Nel corso di una agitatissima riunione l’associazione dei librai aveva deciso di arruolare degli agenti compratori, esperti nel porta-a-porta, che avrebbero tentato acquisti a domicilio, capovolgendo il consueto rapporto tra cliente e agente. I rappresentanti piombavano nelle case, non più per piazzare l’enciclopedia o la storia universale degli animali, ma per cercare di comprare libri con cui rifornire le librerie del richiestissimo usato a metà prezzo, e tacitare i lettori, in attesa che editori e tipografi facessero fronte all’incalzante richiesta.

— Ci siamo illusi — confessò Mario Audig — che l’espediente funzionasse. Ma quasi nessuno ha voluto cedere i propri libri. O hanno fiutato l’affare e si ripromettono tutti di venderli personalmente oppure, il che mi sembra l’ipotesi più attendibile, nessuno vuole separarsi dai libri. Solo in rarissimi casi i vecchi rappresentanti più smaliziati ed esperti sono riusciti a procurare qualche buon pezzo, che è già stato rivenduto. Insomma — precisò col tono di chi sta per chiudere l’intervista — da un lato sono contentissimo che sia finalmente arrivato il nostro momento, quello che da anni i miei nonni e mio padre e io sognavamo, dall’altro sono molto preoccupato, perché, dobbiamo riconoscerlo, non eravamo preparati a un evento del genere. Che nessuno si sa spiegare e nessuno sa come andrà a finire. Durerà?

La diffusione così straripante della voglia di leggere — dilagante come un’epidemia di cui nessuno sapeva spiegarsi l’origine e di cui nessuno poteva prevedere le conseguenze — aveva aspetti socialmente positivi, sui quali nessun esperto si sentiva di dissentire. Innanzitutto una visibile e inarrestabile tendenza alla calma. Le file nelle sale di attesa delle ASL, alle biglietterie dei treni e dei traghetti, alle fermate dell’autobus, non erano più frenetiche e stressanti come una volta: tutti aspettavano con pacata educazione il proprio turno, leggendo. Ognuno col suo libro in mano. Stando solo attenti, nelle grandi città, agli scippatori che avevano preso di mira i libri, che si piazzavano presso un buon ricettatore nel giro di pochi minuti.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. L’eccesso di lettura qualche problema lo aveva pur creato. I giovanissimi avevano scoperto la nuova droga della lettura, e intemperanti ed eccessivi come sempre, trascorrevano le nottate intere dei week-end a leggere, riuniti in ritrovi del libro, ricavati da vecchie discoteche in disuso. Poi, instupiditi dalla troppa lettura e con gli occhi stanchi, affrontavano alle luci dell’alba la guida dell’auto, provocando spesso gravi incidenti.

Non era più necessario far pubblicità ai libri, recensirli o stroncarli, era diventato inutile dare consigli su questo o quell’autore: pur di leggere la gente comprava e ingurgitava di tutto. Alle presentazioni nei circoli, nelle biblioteche e nelle sedi delle associazioni non andava più nessuno. Tutti preferivano la lettura al commento.

Gli unici luoghi ormai nei quali si registravano scene di impazienza nelle file, erano gli ingressi delle biblioteche pubbliche, per accaparrarsi un posto a sedere e, anche agli sportelli degli uffici di prestito, nella speranza che fosse disponibile ancora qualche testo da portarsi a casa. Nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe accaduto quello che, con molta fantasia, aveva scritto un famoso umorista, paragonando la calca domenicale alle biglietterie dello stadio a quella dei lettori alle porte della Biblioteca Nazionale di un non precisato paese di Bengodi. Invece era accaduto davvero, c’era poco da scherzare.

Tutti gli impiegati nelle sei emittenti televisive nazionali, i produttori di videogiochi e di programmi informatici, i recensori benevolenti e gli stroncatori, i saggisti che si erano battuti per la diffusione della lettura, tutti quelli, insomma, che non lavoravano più, si ponevano la stessa domanda che, con ben altro spirito, si facevano tutti quelli che avevano da sempre lavorato e tribolato con le sorti, un tempo incerte e oggi strabilianti, del libro e che avevano sempre più lavoro:

— Durerà?

tratto da L’odore dei libri © 2007, Grimaldi & C. Editori, Napoli.

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