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Perché il Polo ha perso le elezioni

Perché il Polo ha perso le elezioni. Vent’anni dopo

in Riscoperte

Gian Paolo Parenti, Channel manager di Mediaset Premium Crime e di Joy, ricostruisce la storia di un libro cacciato a forza nell’oblio, il saggio di Gianni Pilo “Perché il Polo ha perso le elezioni (dati alla mano)”. Più di vent’anni dopo, Todomodo.club propone un inedito dietro le quinte di quegli anni che hanno cambiato forse per sempre il modo di intendere e di fare politica.
Il libro è annoverato tra i “Libri scomparsi nel nulla” dal cacciatore di libri proibiti Simone Berni. Perché oggi la censura si applica in maniera più sottile. Non si fanno roghi di pile di libri sulla pubblica piazza. Si preferisce agire alla radice del problema, bloccandone la distribuzione, impedendone agli editori di giornali di parlarne sulle loro colonne, bloccando sul nascere ogni passaparola.

1.Un grafico sbagliato e molti pregiudizi

Nel luglio del 1996, a tre mesi esatti dalle elezioni politiche vinte dall’Ulivo di Prodi e trenta mesi dopo il discorso televisivo con cui Berlusconi aveva annunciato agli italiani il proprio ingresso in politica contro il PDS di Achille Occhetto, per i tipi di Newton&Compton esce Perché il Polo ha perso le elezioni (dati alla mano).
In copertina, sotto il titolo, c’è una didascalia: Controstoria di una sconfitta annunciata. La copertina è bicolore, metà azzurra e metà rossa, a richiamare l’idea del confronto tra centrodestra e centrosinistra in un sistema politico divenuto bipolare.
L’autore di Perché il Polo è Gianni Pilo, presente anche in fotografia, in un elegante completo scuro e con stampato sul viso un sorriso accattivante. A completare il tutto, il nome del curatore: Stefano Romita, e la rappresentazione di un grafico “a linea”, di quelli solitamente usati per descrivere l’andamento di un fenomeno nel tempo.
Il grafico riportato sulla copertina, però, è sbagliato, e l’errore grossolano che contiene è potuto sfuggire solo a causa degli strettissimi tempi di pubblicazione di questo instant book.
È presumibile che, nelle intenzioni dell’ideatore della copertina, il grafico dovesse rappresentare l’andamento della propensione al voto per Forza Italia o per il Polo per le Libertà, la coalizione composta da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Centro Cristiano Democratico che aveva concorso alle politiche ’96. La linea del grafico sale, si stabilizza per un po’, poi sale ancora, audacemente, fino ad un apice estremo, quindi si abbassa, di poco ma con decisione, quel tanto che basta a far perdere le elezioni al Polo. Il problema, però, è che gli anni di riferimento del grafico, dal 1994 al 1996, sono collocati sull’asse delle ordinate, e in questo modo la caduta della linea suggerisce un arretramento temporale, un effetto “macchina del tempo” che – dopo la sconfitta – era negli slogan del Polo, forse anche nelle possibilità aperte dalla Teoria della Relatività, ma certamente non nelle corde di Gianni Pilo, scettico tanto verso i proclami di facciata quanto verso i passatismi, e ben più portato all’analisi del presente e alla febbrile prefigurazione degli scenari futuri.
Ecco, i detrattori di Pilo e della Diakron (il suo Istituto di ricerche socio demografiche), chi ha sempre pensato che i mali della politica italiana siano iniziati con l’applicazione sistematica delle tecniche di marketing alla comunicazione e all’agenda dei partiti e dei loro leader, chi nella storia del Paese distingue tra un prima e un dopo Berlusconi, considerando il suo movimento e la sua “scesa in campo” alla stregua di una catastrofe culturale, sociale e morale, può fermarsi qui, alla descrizione di questa copertina “sbagliata”, che -involontariamente- riassume tutti i luoghi comuni dell’antiberlusconismo di allora: la testimonianza di un affascinante quarantenne con un inequivocabile sorriso da venditore, la minacciosa promessa di sommergerci tutti sotto un diluvio di dati, il rischio che quei dati siano falsi o comunque manipolati e ridotti a mera propaganda.
A tutti gli altri, invece, propongo di riavvolgere il film fino ai titoli di testa e poi un avanti veloce a identificare tre scene, in cui compaiono Pilo e, più modestamente, il sottoscritto.

1.1 “Vorrei vedere lei!”

La prima scena si svolge nella direzione marketing di RTI, la società televisiva del Gruppo Fininvest. Siamo nel Dicembre del 1993, all’indomani della puntata di Milano, Italia in cui Gianni Riotta ha presentato alcuni membri di un movimento spontaneo, che si dichiara vicino a Berlusconi e alle idee politiche da lui espresse di recente, mentre inaugurava un centro commerciale a Casalecchio di Reno. Tra loro, seduto in prima fila, c’era il direttore marketing di RTI: appunto Gianni Pilo, alla sua prima apparizione pubblica in veste di spin doctor.
Davanti alla bacheca dove, al mio primo incarico di stagista, con l’aiuto di una collega ho affisso una volenterosa rassegna stampa fatta di ritagli di giornale, Pilo fissa un articolo in cui Michele Serra, che la sera prima ha visto Milano, Italia, lo descrive come “il prototipo del venditore berlusconiano”, come un “cyborg pelato” (il riferimento è a Yul Brinner nel Mondo dei robot) che pensa e parla come Berlusconi.
Pilo è avvilito e contrariato, e lo dice a mezza voce.
Non lo dice necessariamente a me, che lo sto affiancando con molta discrezione, ma io prendo le sue parole come una confidenza, un’apertura di credito di cui approfittare, e gli dico: “La veda in positivo: hanno notato praticamente solo lei! Vedrà che diventerà un personaggio pubblico di grande rilievo!”. Lui mi guarda con la scarsissima considerazione giustamente dovuta ad un giovane leccaculo, e poi mi sibila: “Ma vorrei proprio vedere lei, se adesso fosse al posto mio!”

1.2 “Basta politica! Adesso balliaaamooo!”

La seconda scena si svolge alla fine del Febbraio 1994, circa un mese prima della vittoria elettorale del Polo della Libertà e del Buongoverno e della nomina di Berlusconi alla Presidenza del Consiglio.
Pilo è appena rientrato da Arcore e mi convoca nel suo ufficio, nella sede della Diakron, l’istituto di ricerca che ha avviato da pochi mesi e dove mi ha assunto (nonostante i miei primi non indimenticabili approcci).
“Sa che ad Arcore oggi abbiamo visionato una serie di interviste fatte a Roma, ai militanti?” (Il 6 Febbraio 1994, Berlusconi aveva presentato il movimento Forza Italia al Palafiera di Roma, gremito di giornalisti, simpatizzanti e iscritti ai Club di Forza Italia e del Buongoverno)
“Ah, davvero?!”
“Sì. Sa che c’era anche lei, tra gli intervistati?”
“Eh… sì, mi pare di ricordare di essere stato avvicinato da una troupe…”
“Io però l’avevo mandata là a farsi un’idea della comunicazione del Dottore, ricorda? Non a rilasciare dichiarazioni sul risveglio della piccola borghesia e sulla rivoluzione liberale prossima ventura, Gian Paolo…”
“Vero…”
“Adesso lei prende il cappotto, la sua borsa, la stampa degli ultimi sondaggi, la sintesi delle nostre ricerche di Dicembre e viene con me!”
Lo seguo senza fiatare. Mi porta in un Club Forza Italia di Milano, domiciliato presso un locale da ballo, dove deve tenere un discorso ai militanti. Inizia a parlare mentre la gente, un’ottantina di persone in tutto, si accalca sotto al palchetto con i salatini e i calici di prosecco.
Le ricerche fatte dalla Diakron direttamente e quelle da noi affidate a due autorevoli istituti di ricerca, tra il novembre e il dicembre dell’anno prima, concordano nel segnalare il crollo della fiducia nelle istituzioni (salvo l’Unione Europea), nei partiti e nel sindacato, il bisogno di leader politici nuovi, che vengano dal mondo delle imprese ma che possano amministrare il Paese come dei “buoni padri di famiglia”, infondendo il proprio entusiasmo ai “figli”. In quel momento, il movimento di Berlusconi potrebbe essere votato da oltre un elettore su tre, mentre lui come leader ispira più fiducia dei politici tradizionali per la proverbiale fattività (una fattività che gli elettori, anche quelli politicamente molto lontani, tendono a riconoscergli per pura induzione, a partire dalla visibilità delle sue aziende) e per aver fama di uomo ambizioso e di parola (una fama che molte star di Canale 5 hanno già iniziato a consolidare attraverso il proprio endorsement).
Al termine dell’intervento, si alza una mano tra gli astanti; si fa avanti un giovane maschio alpha che prende Pilo di petto e gli fa: “Siamo sommersi dai numeri! La faccia breve, Pilo, e ci dica una ragione una per votare Berlusconi!”
Pilo torna ai dati: i temi che stanno più a cuore all’elettorato italiano di ogni orientamento politico sono la pressione fiscale e il lavoro; chi prometterà di creare nuova occupazione, soprattutto giovanile, e di ridurre le tasse, dando però rassicurazioni sui servizi sociali, rischia di vincere le elezioni. E il PDS, al momento, non sembra la forza politica più accreditata per rassicurare il Paese né per garantire la riduzione del peso fiscale. Gli anni Ottanta, demonizzati e rimossi, hanno lasciato nei più un forte senso di vuoto ed un profondo quanto insoddisfatto (ma inesprimibile) desiderio di modernizzazione sociale, sviluppo economico, ampliamento del benessere individuale e familiare. Funzionerà non la promessa del PDS di una ricetta collettiva a base di lacrime e sangue, ma una “chiamata alle armi” delle forze produttive del Paese, capace di generare benessere a pioggia. Berlusconi, in quanto indiscusso protagonista del “miracolo economico” del decennio precedente, ha le carte in regola per vincere le elezioni alle porte.
Di nuovo il maschio alpha, sempre più acidulo e arrembante: “No, Pilo, no! Io non le ho chiesto altri numeri, abbia pazienza! Io le ho chiesto un motivo! Ci dia un solo motivo valido per votare Berlusconi!”
Pilo, sardo e permaloso, lo manda al diavolo brutalmente ma, prima che nasca una rissa, una prosperosa signora sulla sessantina, inguainata dentro un improbabile abitino di lamé argentato, dalla consolle fa partire un twist indiavolato e si lancia sulla pista da ballo al grido di: “Abbiamo capitooo! Basta politica! Adesso balliaaamooo!”.
L’intervento della signora argentata placa subito gli animi: tutti, tranne Pilo che è rimasto irrigidito sul palco, si mettono a danzare.
Facciamo più di metà del viaggio di ritorno in silenzio, poi Pilo mi dice: “Allora, adesso ha compreso il mio messaggio? Non si entusiasmi più. Io le chiedo spassionatamente di restare lucido, distaccato e critico, perché a me non serve un militante o un ammiratore di Berlusconi in più, a me servono ricercatori seri, ha capito?”

1.3 Finale triste

La terza scena si svolge nel novembre del 1997, un sabato mattina, ancora nell’ufficio di Pilo.
Le politiche del 1996 hanno segnato non solo la sconfitta del Polo, ma anche molte tensioni tra Pilo e il partito, e quel che è peggio -a quanto mi è dato capire- anche un raffreddamento nei rapporti fino ad allora molto affettuosi e cordiali tra lui e il Dottore.
Dopo la sconfitta di aprile c’era stato un pubblico j’accuse non troppo simpatico di Berlusconi che aveva rinfacciato alla Diakron di non avergli dato notizia della crescita dei consensi per l’Ulivo nell’imminenza del voto. C’era poi stata la pubblicazione di Perché il Polo, ostentatamente ignorata dal partito, e -a seguire- una nostra massiccia produzione di studi e ricerche che, nel segnalare il calo d’immagine di Berlusconi e l’appannamento della fiducia nel Polo, registravano come una duplice criticità sia la diffusione sul territorio di quadri selezionati frettolosamente e dotati di scarsa cultura politica e capacità d’ascolto verso i cittadini, sia l’asse con i cattolici conservatori, deciso nel 1995.
Forza Italia non era più percepita come un fenomeno “nuovo alla politica”, il tratto che fino ad allora era stato il suo punto di forza.
Tra l’estate del 1996 e l’estate del 1997 avevamo anche prodotto un grande sforzo per commercializzare alcuni prodotti dell’Istituto, onde ridurre la sua dipendenza economica dalle commesse di Forza Italia, riuscendoci solo in parte.
Io ho da poco iniziato a lavorare per il marketing di Mediaset e nella mia assunzione lo stesso Pilo ha avuto un merito significativo. Quel sabato mattina di Novembre sono passato a salutarlo e a ringraziarlo. Lo trovo davanti a cinque mappe che descrivono il posizionamento dell’elettorato italiano in relazione ad una serie di questioni sociali e di valori politici ritenuti significativi.
L’asse “destra-sinistra”, quello dell’autoposizionamento politico, è ancora rilevante, ma rispetto al 1994 ha già perso peso nella costruzione dell’identità dell’elettore medio. È invece relativamente aumentata la forza della dimensione “cattolicesimo-laicismo”.
Pilo osserva una vasta area della mappa dell’elettorato, connotata dall’esigenza di riforme istituzionali che rendano più diretto, agile e “umano” il rapporto con la Pubblica Amministrazione, ma anche dal bisogno di grandi opere infrastrutturali e dal desiderio di maggiori investimenti nella ricerca, nell’istruzione, nella tutela ambientale e nel rilancio del turismo. Aspetti che il Polo recupererà nella campagna elettorale del 2001, ma che già erano contenuti nel Contratto con gli italiani: un’idea mutuata da Pilo direttamente dai repubblicani americani e da noi adattata al caso italiano attraverso un lavoro di analisi e ricerca durato mesi e culminato, a Marzo, nella stampa di centinaia di migliaia di copie del Contratto: dieci battaglie, dieci leggi, dieci impegni che Berlusconi avrebbe dovuto assumersi e garantire entro i primi cento giorni di governo. Per opposizioni interne al partito, che Berlusconi non aveva voluto o potuto superare, all’ultimo momento il documento non era stato distribuito, con nostro vivo dispiacere.
In quel Novembre 1997, a una decina di giorni dal mio ventinovesimo compleanno, sono fisicamente e psicologicamente a terra. Per me e per tutti i colleghi dell’Istituto i tre anni che abbiamo alle spalle sono stati sfibranti: mesi di sondaggi intensivi, focus group e interviste di profondità fatte ovunque, in continuazione, e poi presentazioni ai candidati locali e nazionali, report inviati ad Arcore alle più svariate ore del giorno e della notte, vacanze cancellate, festivi dimenticati. Da un lato tutto questo già mi manca, perché non c’è niente di più appagante che vivere ogni giorno sulle barricate, insieme ai propri compagni d’avventura, con le frustrazioni personali, le paure, le inadeguatezze lasciate libere solo per il tempo di un panino in piedi al bar, per poi tornare subito a lavorare e a combattere contro mille nemici, interni ed esterni, veri o presunti, temporanei o irriducibili. Senza contare la dolce ma imperdonabile illusione di sentirsi parte attiva all’interno di un processo di cambiamento che, se pure non epocale, se pure non aperto all’intera collettività, avrebbe comunque potuto sparigliare i giochi esistenti e ridistribuire le carte, facendo accomodare al tavolo qualche uomo nuovo, magari anche qualche riformatore sincero. Dall’altro lato, però, mi è stato offerto di realizzare il sogno di lavorare per la Tv: il mio desiderio più grande.
Pilo, dunque, fissa il vuoto di quell’area politico-valoriale che nessun partito in quel momento riesce a coprire con autorevolezza, poi mi rivolge un sorriso tirato, malinconico, e -parlandomi per la prima volta senza alcuna convinzione- mi fa: “Qui bisognerebbe proprio scrivere un altro libro, sa?”
Sono triste per lui, ma soprattutto mi sento in colpa verso chi resta, poiché solo a me è stata data l’opportunità di una ricollocazione. Provo a convincermi di essermela meritata con l’impegno, la fedeltà, il talento. Vent’anni dopo, conoscendo non solo le difficoltà umane e lavorative incontrate nei mesi e negli anni successivi da molti amici e colleghi, ma anche come tutti abbiano saputo resistere, reinventarsi, reinserirsi con successo, capisco che il bonus allora affidatomi non fosse il premio dovuto al migliore, ma l’atto di protezione verso il più fragile e il meno adatto a proseguire su quel cammino.

2. “Bisogna scrivere un libro”

Perché il Polo ha avuto una gestazione frenetica e complessa.
La decisione di scrivere il libro l’ha presa Pilo subito ai primi di maggio, sull’onda dell’emozione suscitata in tutti noi dal j’accuse di Berlusconi. Pilo ha reagito con la stessa impulsiva ruvidezza con cui, all’indomani delle amministrative del 1995, aveva pubblicamente attaccato i consiglieri e gli assessori regionali e provinciali di Forza Italia chiedendo loro di rendersi degni della fiducia degli elettori rinunciando alle auto blu.
“Bisogna scrivere un libro” – ci aveva detto – e dovevamo pubblicarlo tassativamente entro l’estate: non potevamo rimanere zitti mentre i giornali parlavano male di noi e rinvangavano vecchie e sgradevoli questioni.
Infatti era tornato d’attualità il presunto errore di stima del ’94, quando la Diakron aveva diffuso un dato di propensione al voto per il partito di Berlusconi pari al 30%: dieci punti superiore al risultato elettorale poi effettivamente conseguito. In realtà quel dato rappresentava l’ampiezza di un bacino potenziale, esprimeva un “perché no?” un “quasi quasi lo voto!”, tecnicamente era una propensione pura, non ritarata attraverso variabili quali l’autoposizionamento sull’asse “destra-sinistra” o il ricordo dell’ultimo voto espresso dagli intervistati, come si usa fare (e come anche noi facevamo) nella rielaborazione dei dati ricavati dai sondaggi elettorali. Il dato “ponderato” che la Diakron stimava realmente per le politiche ’94 era contenuto in una forbice tra il 15 e il 20%.
Poi sui giornali era comparsa la ricostruzione delle polemiche avvenute tra 1994 e 1995 tra molti noti e stimati sondaggisti dell’epoca e lo stesso Pilo, con i primi che, a mezzo stampa, lo avevano accusato di non avere alcuna etica professionale, essendo al tempo stesso ricercatore, deputato e membro del direttivo del partito per cui faceva le ricerche, fino a chiedere e ottenere l’espulsione della Diakron dall’Esomar, l’associazione internazionale degli istituti demoscopici. Naturalmente nessuno poteva sapere, tranne i diretti interessati, che alcuni dei nostri indignati accusatori, tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, avevano fatto svariati quanto infruttuosi tentativi di convincere Pilo a “spartire” con i loro istituti le ricche commesse del partito di Berlusconi.
Ben altro atteggiamento aveva dimostrato nei nostri confronti il gruppo fondatore della società Il Mulino, il milieu di scienziati sociali che avrebbe poi in larga misura supportato Prodi nell’esperienza dell’Ulivo. Avevano voluto incontrarci nell’autunno del 1995, per conoscere da vicino le nostre tecniche di ricerca e gli strumenti di marketing che avevamo sviluppato per Forza Italia l’anno prima. Di quella esperienza conservo il piacere di un confronto franco e il ricordo dello sforzo con cui Pilo tentava di annacquare con l’ironia e l’autoironia il proprio legittimo orgoglio.
Peraltro, già all’inizio del 1994, incuranti della tempesta mediatica che si era scatenata sulla Diakron, altri sondaggisti che non temevano di definirsi “impuri”, supportando e sostenendo apertamente altri partiti, avevano invece chiesto di condividere con noi i propri risultati di ricerca, stringendo rapporti di collaborazione e anche belle amicizie.
In vista del libro, per una settimana vengo esentato da alcune corvée e con l’aiuto dei colleghi recupero, rielaboro, sintetizzo centinaia di sondaggi e ricerche.
Poi voliamo a Roma per incontrare Stefano Romita, cronista parlamentare di lungo corso e grande finezza, che avrebbe non solo condiviso la scrittura con Pilo, ma anche progettato la struttura del libro, stimolando l’autore a raccontare un po’ più di sé e dei dietro le quinte politici di due anni affollati di avvenimenti.
Romita in quel momento era in forze al Mondo; aveva (e ha) una cultura politica straordinaria, l’aria sorniona e un modo di fare avvolgente, di quelli che inducono l’interlocutore alla confidenza. Le sue battute taglienti, a volte buttate lì in romanesco, irretivano gli intervistati, che finivano col sentirsi come sgravati dalla responsabilità istituzionale e dai vincoli di riserbo e prudenza. Con Pilo questa tecnica non sempre funzionava; allora, davanti alle proteste del suo interlocutore (“Dai, Stefano! Siamo seri: questo non lo possiamo pubblicare!”) Romita ricorreva ad un altro stratagemma: spegneva l’ennesimo mozzicone di sigaretta, esplodeva in una risata fragorosa e rispondeva che “purtroppo” era già tutto nero su bianco e lui non avrebbe levato nemmeno una virgola, anche perché, con i tempi di pubblicazione che gli erano stati dati, il libro avrebbe già dovuto ragionevolmente trovarsi in tipografia.
L’ultima settimana di scrittura intensiva avviene a Giugno, a poche settimane dalla pubblicazione. Passo le giornate a Roma, tra via del Corso e l’ufficio di Pilo alla Camera, lavorando come un matto ovunque riesca a piazzare il mio computer. Recupero dati, compongo grafici, scrivo le note al testo, trascrivo le pagine che Pilo scrive di notte, a penna, e mi passa a colazione. Soprattutto, sfrondo e sintetizzo, perché Pilo ha un sacro orrore per i testi prolissi ed è ovvio che non porrà fine alle revisioni prima di aver ritrovato sulla pagina il proprio stile comunicativo icastico e provocatorio. La sera lo raggiungo al ristorante, poi passeggiamo fino a piazza del Popolo, tanto per tirare il fiato. Nemmeno lui ha idea di come il libro verrà accolto.
Una cosa ci appare evidente: Perché il Polo, basandosi su quasi tre anni di ricerche, ridimensiona di molto la rilevanza dell’anticomunismo degli elettori di centrodestra, fattore che continua invece a pesare nella comunicazione di Berlusconi. La dimensione fondamentale per l’elettorato, secondo i nostri studi, è invece l’asse “vecchio-nuovo”, vale a dire la differenza, nel percepito dei cittadini, tra chi frena e chi accelera sul pedale delle riforme, tra chi adduce come scusante per la propria mancanza di progettualità valori quali la prudenza, la collegialità delle scelte o il rispetto degli equilibri istituzionali, e chi invece sembra voler azzardare il cambiamento “mettendoci la faccia” e rischiando il tutto per tutto secondo la logica del “dentro o fuori”. Inoltre viene esplicitata una critica a buona parte dei candidati e degli stessi dirigenti del Polo (Fini in testa), a molti dei quali i delusi tra gli elettori di Forza Italia imputano di essere “il vecchio riconvertito a nuovo” e rinfacciano atteggiamenti ondivaghi, furbeschi e non sufficientemente leali nei confronti di Berlusconi e, ancora di più, verso gli “ideali del ‘94”.

3. L’esergo misterioso

Perché il Polo esce a metà Luglio, senza clamori né recensioni.
Per alcuni giorni, tra la fine di Giugno e i primi di Luglio, Pilo è praticamente sparito. Nemmeno Romita sembra in grado di rintracciarlo. Lo immaginiamo comprensibilmente inquieto per come possa reagire il Dottore: in fondo sappiamo tutti come, da che mondo è mondo, nessuno spin doctor, nessun “consigliere del principe” abbia mai potuto imporre ad un leader politico carismatico il proprio punto di vista, riuscendo al massimo a fornirgli spunti con cui rendere più efficace la propria comunicazione e strumenti per monitorare le reazioni dell’opinione pubblica. Il libro potrebbe essere considerato un’uscita dai ranghi carica di orgoglioso risentimento (e di fatto un po’ lo è), e forse anche un modo per affermarsi come un’alternativa politica, una specie di “corrente della Diakron”, ma questo non è mai stato nelle intenzioni. Pilo non chiede a Berlusconi di cambiare, semmai il contrario: di non cambiare, di non tradire se stesso infilandosi, al seguito degli alleati, in quelle pratiche di politica politicante che tanto sfibrano gli elettori, minandone la fiducia.
Di sicuro Perché il Polo pecca di un eccesso di intransigenza e di un eccesso di pessimismo nel guardare al futuro della coalizione: alla fine, ad Arcore e a Roma, prevarrà un’analisi della sconfitta decisamente più comoda e pragmatica. A mancare sono stati i voti della Lega Nord, si dirà, quindi in futuro basterà ricomporre l’alleanza con Bossi e fare opposizione dura fino alle nuove politiche.
Scopriremo solo qualche settimana più tardi che Pilo, in quella pausa di riflessione, ha riletto il libro da capo e ha cercato un esergo che fungesse da chiave di lettura. Soltanto a libro pubblicato leggerò la duplice citazione tratta da Montesquieu, scelta da Pilo.
Il primo frammento viene dalla Dissertazione sulla politica dei Romani nella religione e parla del ruolo degli auguri e degli aruspici che attraverso i propri vaticini potevano infondere coraggio nei soldati e lanciarli in battaglia con maggiore furore, ma anche evitare guerre assurde e inutili spargimenti di sangue. Gli aruspici, però, potevano essere reinterpretati e “corretti” dai generali più abili ed astuti, i quali – com’era giusto – sapevano prendersi l’ultima parola e piegare anche gli dei alla propria volontà.
Il secondo frammento proviene dal Saggio sulle cause che possono agire sugli spiriti e sui caratteri e parla dell’importanza dell’educazione nel moltiplicare le idee e diffonderle presso la popolazione, ma rivendica agli individui, al loro “carattere”, la capacità di mettere in relazione idee diverse, anche apparentemente inconciliabili, per rompere le convenzioni interpretative e generare nuovi, potenti punti di vista.
Credo di avere compreso appieno queste citazioni solo vent’anni dopo.
Sono probabilmente il contributo più bello e intimo dato da Pilo al libro: il riconoscimento della non convenzionalità del proprio modo di interpretare il mestiere di “sondaggista”, quantomeno rispetto ai canoni italiani; vale a dire: non come mera registrazione e analisi dei fenomeni politici e sociali, ma come alimento tanto della comunicazione quanto dell’agenda del leader, facendo di queste stesse analisi -se necessario- lo scudo con cui respingere gli attacchi politici degli avversari e le imboscate degli stessi alleati. Al tempo stesso, però, pur riconoscendo al suo abile generale il diritto di capovolgere il vaticinio, di stravolgerne il senso, addirittura di negarlo dopo la sconfitta, Pilo non gli permette di ignorare la sconfitta stessa e tantomeno di ricacciare l’aruspice nel gruppo dei mille consiglieri, pretendendo che si adegui all’innocuo luogo comune, al pensiero senza nerbo della maggioranza, quando non addirittura al volgare cicaleccio dei cortigiani.
Otto anni dopo, in occasione del nostro ultimo incontro (prima che ci perdessimo di vista essenzialmente per mia insipienza), avrei scoperto che, più o meno nello stesso periodo, Pilo e io, l’uno all’insaputa dell’altro, avevamo preso l’abitudine di ingannare il tempo e certe amarezze immergendoci nei romanzi che Le Carré ha ambientato sul finire della Guerra Fredda, con le vecchie spie ridotte allo sbando come antichi ronin giapponesi.
Se nel frattempo avrà avuto modo di leggere Anatomia di un istante, di Javier Cercas, o il capitolo finale dell’autobiografia dello stesso Le Carré, forse anche Pilo sarà rimasto colpito da un’immagine singolare, che ricorre nelle due opere: quella di una cassaforte chiusa ermeticamente e di cui nessuno sembra avere la chiave o la combinazione; una cassaforte trasmessa da leader a leader insieme al suo contenuto di segreti che nessuno ha mai visto, ma che ciascuno immagina in cuor suo e – ovviamente – teme moltissimo. Un giorno la cassaforte viene forzata e aperta, e al suo interno non vi è alcun dossier: soltanto il biglietto con la combinazione per aprirla.

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