Tag archive

Partito Comunista

I 44 giorni di Gramsci ad Ustica

in Politica & Società

Alessandro Buttitta – “La popolazione dell’isola è correttissima. D’altronde, la nostra venuta ha determinato un mutamento radicale nel luogo e lascerà larghe tracce. Si sta combinando per impiantare la luce elettrica, dato che tra i confinati ci sono i tecnici capaci di condurre a termine l’iniziativa. L’orologio del campanile, che era fermo da sei mesi, è stato riattivato in due giorni: forse sarà ripreso il disegno di costruire la banchina nella cala dell’approdo del vaporetto”.

È il 2 gennaio 1927, Antonio Gramsci si trova confinato a Ustica per opposizione al regime fascista e scrive una lettera a Piero Sraffa, economista dalla solida formazione scientifica e dall’alta statura morale nonché caro amico. Sarà quest’ultimo, difatti, a provvedere al saldo del conto aperto dall’intellettuale sardo presso la libreria Sperling & Kupfer di Milano. Da lì arrivavano i libri, i giornali e le riviste che servivano a Gramsci per aggiornarsi, studiare e approfondire teorie di diversa natura e matrice che trovano spazio nei suoi Quaderni del carcere.

Arrestato l’8 novembre 1926 da deputato, in barba all’immunità parlamentare, per decreto di Benito Mussolini e recluso per un mese al Regina Coeli di Roma, il fondatore del Partito Comunista e dell’Unità arriva a Ustica il 7 dicembre. Saprà della destinazione del suo confino poche ore prima di partire da Palermo: per lui potevano esserci Favignana, Pantelleria, Lampedusa o qualche nome sperduto impresso sulla cartina della Somalia. Gli toccò in sorte l’isoletta del Mar Tirreno, a una sessantina di chilometri da Palermo, nella quale restò fino al 20 gennaio 1927. Lì trovò numerosi confinati politici – tra questi si ricorda Amedeo Bordiga, tra gli esponenti di spicco del PCI del tempo – e maturò convinzioni che rendono la sua figura ancora oggi d’esempio. Lo conferma il ricco corpus di lettere spedite da Gramsci durante la sua lunga permanenza in carcere, che proprio dai giorni di Ustica prende il via. Un epistolario, dettato da condizioni straordinarie, che andrebbe letto per comprendere al meglio la parabola emotiva dell’intellettuale, morto il 27 aprile 1937 per emorragia cerebrale dopo aver riconquistato da poco la libertà.

A Ustica Gramsci non si comporta da semplice confinato. I quarantaquattro giorni sull’isola, vissuti con inusitata curiosità tra fantasmagorici echi shakespeariani e divertenti catture di maiali, ci dicono molto della sua visione politica: come dal pensiero debba nascere l’azione, come ogni idea si possa tramutare in prassi, come lo studio sia necessario per perseguire una degna condotta morale, come non possa esistere merito senza metodo. Per un autore molecolare come il Nostro, che spesso viene più citato che compreso, soprattutto in stagioni politiche dove la velocità dell’annuncio è preferita di gran lunga alla lentezza dell’approfondimento, andrebbe ricordata la scuola che lui stesso fondò e guidò in compagnia del Bordiga poc’anzi menzionato.
Per combattere l’imbruttimento fisico e morale che fisiologicamente deriva dall’ignoranza e dalla cattività, i due politici comunisti organizzano corsi di grammatica, storia, matematica, scienze, francese in una falegnameria dismessa. Le lezioni hanno successo: non sono solamente seguite con disciplina e solerzia dai confinati, ma anche da funzionari del governo e abitanti locali. Inoltre, quando la preparazione difetta, in special modo nelle materie scientifiche, lo stesso Gramsci diventa allievo di Bordiga. Si comporta allo stesso modo quest’ultimo quando ci sono da approfondire le materie letterarie e le lingue straniere.
L’esperienza gramsciana a Ustica, raccontata tra l’altro con una certa sensibilità dal docu-film Gramsci 44 con protagonista Peppino Mazzotta (l’ispettore Fazio del Commissario Montalbano), si concluse presto. Il carcere di San Vittore a Milano e quello di Turi in Puglia attendevano il politico sardo dopo un processo fascista che aveva l’obiettivo di “impedire a questo cervello di funzionare per almeno vent’anni”. La scuola dei confinati a Ustica visse ancora grazie a Bordiga che però lasciò l’isola sul finire del 1927 per continuare il suo confino a Ponza. Da lì in poi attecchisce il ricordo con testimonianze che rendono giustizia al pessimismo dell’intelligenza e all’ottimismo della ragione tanto cari a Gramsci.
È significativo, in special modo oggi in un tempo nel quale l’istruzione scolastica consolida e perpetua le differenze sociali a dispetto dei tanti bei propositi sull’inclusione, osservare nuovamente la scuola fondata da Gramsci e Bordiga in un’isoletta persa nel Mediterraneo. Non è interessante rivalutare tutto ciò per le istanze gramsciane sull’egemonia culturale o sul ruolo degli intellettuali, quel nesso inscindibile fra homo faber e homo sapiens, su cui si è tanto dibattuto. Con l’evidenza dei fatti e degli esempi, la scuola di Gramsci ci ricorda che le nuvole di parole, sempre protagoniste nei cieli autoreferenziali della cultura italiana, non servono a nulla se non sono seguite dalle più concrete azioni, dai più tangibili gesti, dalle più materiali prese di posizione. Ricordare Gramsci significa ricordare la scuola per i confinati di Ustica, un luogo che testimonia inequivocabilmente cosa sia l’impegno intellettuale, cosa sia la fatica delle piccole e minute cose.

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare il servizio e presentare annunci pubblicitari personalizzati. Usando il sito accetti questo utilizzo. Consulta la nostra Informativa sui cookie

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare il servizio e presentare annunci pubblicitari personalizzati. Usando il sito accetti questo utilizzo. Consulta la nostra Informativa sui cookie

Chiudi