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Riccardo Besola: «La mia Milano anni Settanta vista con gli occhi delle persone comuni»

in Interviste

Riccardo Besola, 33% del trio di scrittori formato con Andrea Ferrari e Francesco Gallone, ha pubblicato quest’anno anche un nuovo romanzo da solista, I ragazzi della bomba (Calibro 9), edito come il precedente da Novecento Editore nella collana Calibro 9 – Gialli metropolitani. L’abbiamo intervistato per farci raccontare la sua Milano degli anni Settanta.

Gli anni Settanta continuano a essere lo scenario privilegiato dei tuo romanzi. Anagraficamente eri troppo piccolo per vivere quegli anni, da cosa nasce questa sanissima ossessione?
Sì, in effetti ero abbastanza piccolo, conservo qualche vago ricordo e nulla più. La passione per quel periodo nasce una quindicina di anni fa da un’altra passione, e cioè quella per i film polizieschi all’italiana, i cosiddetti “poliziotteschi” o, per dirla alla Tarantino, “B-movie”, ovvero tutte quelle produzioni a basso budget che spesso si rifacevano a fatti di cronaca reali. Sostanzialmente i polizieschi andarono a sostituire gli spaghetti western degli anni ’60, spostando l’azione nelle città italiane, piuttosto che in fantomatiche ‘town’ e saloon di frontiera. Ho iniziato a collezionarli e da qui mi sono appassionato a tutto il mood che portano con loro: automobili, abbigliamento, modi di dire, marche di prodotti ormai scomparse, e la conformazione stessa di città come Milano, Torino, Roma, Genova.

La tua scrittura si muove in bilico tra registro televisivo e fumettistico, chi sono i tuoi maestri?
Oltre alla passione per i film di quel periodo sono da sempre, da quando ho imparato a leggere, un vorace lettore di fumetti. Da qui, credo in parte anche involontariamente, ho assorbito e fatto mie le dinamiche di svolgimento dell’azione. I miei maestri sono tanti e non smetto mai di scoprirne, anche adesso mi capita di leggere sceneggiature davvero interessanti e di vedere un film orchestrato in modo originale o con dei dialoghi innovativi ma pur sempre realistici. Imparare di continuo è una cosa che mi entusiasma molto.

Nella tua ultima fatica letteraria, “I ragazzi della bomba” si nota una precisione chirurgica nel bilanciamento dei capitoli. Come procedi? Fai una scaletta generale e la rispetti o hai già tutta la storia in testa e poi la scrivi facendo bene attenzione al ritmo?
Mi vengono un sacco di idee per i miei libri. quelle che sopravvivono più di un mese (poche) le sviluppo per farne un libro. Lo spunto iniziale di solito è un inizio o un finale davvero figo. Il resto lo creo successivamente: trama, protagonisti, comprimari, comparse, azione.

Milano è per te come la Clerville di Diabolik, o la Darkwood per Zagor, cristallizzata negli anni Settanta ma viva e vitale. Come ti documenti? Ti sei preso qualche libertà o preferisci essere filologicamente preciso?
Parlando di quegli anni verrebbe facile pensare di farcire i romanzi di citazioni realistiche, attentati e tutto il brutto che si ricorda. Questo tipo di documentazione è semplice, si trova tutto su internet e sui libri o nei documentari, ma io ho scelto deliberatamente di scrivere storie con personaggi comuni, che di quei fatti erano soltanto testimoni, come noi, e non protagonisti. Nei libri metto quindi i ladri di banche o i truffatori, di certo non i brigatisti. La mia vuole essere una profonda forma di rispetto verso le vittime di quegli anni, con certe cose preferisco non scherzare. La documentazione varia di volta in volta a seconda dell’anno scelto, da lì procedo con i prodotti di uso comune, le automobili più vendute, i giornali, le pubblicità. E non dimentico i luoghi del periodo, profondamente diversi da oggi, soprattutto nelle città: si trovano molte foto dell’epoca e si riesce a ricostruire in modo attendibile una piazza o una strada o un parco.

Riccardo Besola

I tuoi personaggi non sono mai monodimensionali, leggendo le (dis)avventure di Alice e Ennio Vara, il lettore non può che appassionarsi alla giovane in giacca a vento azzurra e allo spilungone fotofobico. Un’attenzione nella costruzione che non è riservata solo ai protagonisti. Indimenticabili sono anche, ad esempio, la dolce Marisa e il Commissario Argento. Qual è il personaggio a cui sei più legato? E perché?
Mi piace creare i personaggi, protagonisti e meno, e mi piace che nei miei libri ci sia un effetto corale, realistico, come la vita di tutti i giorni, dove le persone hanno tutte passioni e debolezze, punti di forza e abitudini, rapporti interpersonali, anche nascosti, e ambizioni. Non mi piacciono i buoni a prescindere e i cattivi a prescindere, cerco sempre di motivare l’esistenza di ognuno come fosse una persona vera, a tutto tondo, chiedendo a me per primo: perché quella persona è fatta a quel modo? Perché ha quel carattere? Perché reagisce in un certo modo ad un particolare evento? In questo modo mi lego a tutti i personaggi, come li conoscessi davvero, e tutti hanno un ruolo, anche se all’inizio non lo si sospetta, nello sviluppo della trama. Ne “I ragazzi della bomba” sono particolarmente affezionato a Ennio Vara e al commissario Argento, il loro rapporto si è sviluppato meglio di come mi aspettassi, è come se il loro odio/amore vivesse al di là della mia volontà di scrittore.

I tuoi romanzi sono pronti per essere sceneggiati, se potessi scegliere a chi affideresti le chine o le riprese?
I miei romanzi sarebbero dei bei film, ma detto da me che li ho scritti è una banalità, oltre che un eccesso di presunzione. E sarebbero anche degli ottimi fumetti, già che eccedo nella presunzione…
Preferisco non dire a chi mi piacerebbe affidare regia o disegno, posso però dire che per me sarebbe un sogno vedere una rielaborazione dei miei romanzi sotto un’altra forma espressiva. Per il fumetto però, mi azzardo nel dire che mi piacerebbe se occupasse la Sergio Bonelli Editore, ci sono professionisti impeccabili che leggo da anni che saprebbero gestire al meglio le mie diaboliche trame.

Sei già al lavoro su un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?
Sì, sono già al lavoro su un altro libro e un altro ancora è praticamente pensato e ragionato ma devo trovare il tempo di scriverlo. Forse quest’ultimo lo farò uscire dal decennio dei Settanta, vediamo, diciamo che sarà una sorpresa.

Carosello: i vent’anni che hanno cambiato la tv e la pubblicità

in Backstage

Pubblichiamo la prefazione di Umberto Broccoli al libro di Marco Melegaro “Carosello. Genio e pubblicità all’italiana”, Novecento editore. Un libro che è un atto d’amore e un debito di riconoscenza proprio nell’anno in cui si celebrano i 60 anni dalla prima puntata e i 40 dall’ultimissimo “codino” di Carosello.

Giovedì 3 gennaio 1957, 17.30. Nasce il Mago Zurlì da allora, il mago del giovedì. In ripresa dal teatro del Convegno di Milano va in onda uno spettacolo per ragazzi ideato da Cino Tortorella e Zabì. Chi è Zabì? È lo pseudonimo di Billa Zanuso (o Billa Billa). Da allora Zurlì diventa uno degli idoli di tutti i bambini italiani. Nei suoi esordi è accompagnato da un plotone di personaggi: Pippotto e Pippetto (rispettivamente Gian Carlo Cobelli e Angelo Corti), in scena insieme a Renata Padovani, Graziella Galvani, Marisa Robecchi e Nino Castelnuovo.

Un po’ come per Rin Tin Tin, tutti i bambini aspettano le 17.30 per vedere i prodigi di Zurlì, le magie della sua bacchetta capace di animare ogni cosa, il suo mantello azzurro sul costume bianco e azzurro, i lustrini sui suoi capelli. È Cino Tortorella, nella vita quotidiana. Vestito da mago, popola la fantasia di generazioni di ragazzi. Sarebbe fin troppo facile far ironia sul suo costume e su tutto il bagaglio al seguito di Mago Zurlì, lustrini compresi. Invece Tortorella vestito da Zurlì riassume perfettamente le atmosfere di quell’ Italia del dopo-dopoguerra. Un’ Italia nella quale l’educazione dei bambini era ancora largamente affidata ai doveri della scuola e Zurlì con bacchetta e lustrini, rampognava Peppino Mazzullo-Richetto studente asino, invitando direttamente (o indirettamente) tutti gli scolari italiani a fare bene i compiti “perché altrimenti la signora maestra si arrabbia”. Dalle esperienze di Tortorella (oggi senza più lustrini, ma sempre impegnato con i bambini) sono nate canzoni per ragazzi proposte allo Zecchino d’ Oro e entrate nell’epica della televisione: nel clima di guerra fredda, i bambini potevano cantare che Popoff “non si lascia scoraggiar” alla faccia della CIA e del Piano Demagnetize. Potranno dare dignità a tutti gli insetti possibili. Nel mondo incantato di Zurlì anche il moscerino può ballare il valzer (ne Il valzer del moscerino), mentre la zanzara può mettersi l’ abito da sera (“l’ aveva messo per far bella figura”). Nel mondo incantato di Zurlì anche i topi hanno un’ anima e parlano rispondendo “ma cosa mi dici mai?”: è Topo Gigio con cui siamo cresciuti tutti. Alla faccia della classe dei pensatori sullo stile “io-non-ascolto-la-radio-e- non-guardo-la-televisione-perché-sono-totalmente-inutili-non- ché-diseducative”.
Ma i bambini di quel 1957 non stanno dietro solo al mago del giovedì. Un mese dopo, in un orario completamente diverso dall’ appuntamento tradizionale della TV dei Ragazzi prende forma un altro momento epico, strettamente legato alle abitudini di bambini e adolescenti. Il 3 febbraio 1957 alle 20.50 va in onda il primo numero di Carosello.

È quasi inutile aggiungere parole a parole su Carosello. Rileggiamo quelle di Marco Giusti, autore di un libro fondamentale sull’argomento.
“Non voglio ricominciare da dove cominciano tutti, cioè ‘Chi ha inventato Carosello?’, come non voglio finire con l’ altra solita domanda ‘Chi ha ucciso Carosello?’. Non so esattamente chi l’abbia inventato e non so esattamente chi l’abbia per sempre ucciso […]. Chiunque avesse inventato Carosello, aveva visto bene. Non era solo pubblicità, era un programma assolutamente anomalo che si nutriva di ogni tipo di spettacolo. E dove era possibile, pur passando sotto i rigidi controlli della censura e della Sacis, far di tutto, dal cartone animato sperimentale a quello più classico, dal varietà al filmetto industriale artistico. E dove tutto poteva convivere. Così Carosello andò avanti per vent’ anni, fino all’ inizio del 1977 nel suo imperturbabile bianco e nero con variazioni minime, unendo banalità e genialità, le scelte facili dei comici di successo e le piccole rivoluzioni linguistiche. Fermandosi rarissime volte. La sua idea era talmente forte che il suo modello vive perfino in tanti spot attuali e noi non ce ne siamo ancora realmente liberati.

È mito. E come ogni mito che si rispetti, se ne perdono le origini nella tradizione orale, da sempre caratterizzata dai “si dice”. “Si dice” sia nato da un idea di Vittorio Cravetto dirigente RAI del settore varietà, su incarico di Sergio Pugliese. Ma “si dice” anche il nome di Roberto Ricas su incarico del direttore generale Salvino Sernesi. Ma “si dice” anche il nome di Giovanni Fiore, nonché quello di Gino Sinopoli. Del resto – “si dice e si sa” – il successo ha sempre molti padri, tutti incerti (e per contro, l’ insuccesso ne ha sempre molti pochi e tutti certi).
È mito per certi personaggi. In ordine sparso, ripescando dalla memoria così come vengono: “Come mai non siamo in otto?/ Perché manca Lancillotto!/ Po po po po poffare!/ Presto andatelo a cercare!/ Lancillotto, buon re Artù/te lo vai a cercare tu!”. In versi, come un poema epico, parlavano così i cavalieri della Tavola Rotonda in una pubblicità della Pavesi. Mentre Virna Pieralisi, in arte Virna Lisi “Con quella bocca può dire ciò che vuole”, mentre esibiva sorridendo un dentifricio arricchito con Vitazim. Mitici anche quegli additivi chimici, nati nei laboratori di Carosello, piuttosto che nei laboratori chimici. Chi ha dimenticato il Perboratex? Nella lunga era di Carosello, è stato il festival degli additivi: se non esistevano nei laboratori, si inventavano nelle agenzie pubblicitarie.
Dall’era di Carosello in poi il brandy “crea un’atmosfera”, mentre “Oggigiorno tutto è una lusinga/ dura minga dura no/ Vive solo chi non se la prende/e cantare sempre può: fino dai tempi dei garibaldini/ China Martini, China Martini/, e il Bitter Campari è l’aperitivo/ che piace a tutti chi non lo sa/ Bitter Campari ti rende giulivo/ ti dona un pizzico di buon umor/ Bitter Campari perché/ quando la vita sorride/ sorride anche a te”.

Certamente risentiva della cultura del kolossal il Carosello Rhodiatoce: “Aho! So’ Caio Gregorio/er guardiano der pretorio/ fa’ la guardia nun me piace/ c’ho dù metri de torace” urlava l’antico pupazzetto romano stilizzato uscendo dalla sua corazza. Mentre tutti i quarantenni di oggi invidiavano profondamente la popolarità di Giusva Fioravanti mentre faceva pubblicità ad un formaggino: Ramek, per la cronaca. Mito ed epopea del West si incrociano nelle pubblicità di Paulista e della Carne Montana. Il Caballero Misterioso ripropone la saga della conquista della donna (“dov’è, dov’è, dov’è la donna?”), nonché le caratteristiche dell’eroe (“è forte, è bruno, e ha il baffo che conquista”) e della rivelazione dell’ eroe (amore! Quell’uom son mi!). Mentre Gringo dà vita ad uno spaghetti-western in rima, talvolta zoppicante (lo vedo, mi armo, lo agguanto e lo stingo/sarebbe lo stango, ma è per far rima con Gringo!). E poi ancora Unca Dunca, Pippo e i suoi pannolini, Angelino, Calimero. Calimero, poi, è entrato nei libri di storia e ha un suo albero genealogico: nasce a Ovate, come sedicesimo uovo della chioccia Cesira (il padre si chiama “Gallettoni”). Non è nero, ma è solo sporco.
Dal mito alla vita quotidiana il passo è brevissimo. Ha ragione Giusti nel sostenere che di Carosello non ci siamo ancora liberati. Non ce ne siamo liberati e non ce ne libereremo tanto facilmente: modi di dire, slogan, ricordi hanno segnato quei tempi e sono stati travasati direttamente fino ai nostri giorni. Con una sola eccezione: i bambini non vanno più a letto dopo Carosello.
E così Marco Melegaro riannoda i fili di tutto. Lo fa con la curiosità colta con la quale vive il suo mestiere di giornalista. Ci fa viaggiare in quel ventennio in cui l’Italia è cambiata radicalmente: dal boom allo sboom, dalla voglia di domani ai domani complessi della crisi dei Settanta, sempre meglio del domani scappato via dall’orizzonte dei ragazzi contemporanei, stupiti dalla consuetudini strane dei loro coetanei, tali nella seconda metà del XX secolo. Per i giovani del XXI secolo è inimmaginabile pensare a migliaia di adolescenti incollati di fronte ad uno spettacolo di pubblicità e – ancor più incredibile – pronti ad andare a dormire non appena calava la tela virtuale di Carosello. Uno sciame di ragazzini e di ragazzi ognuno a letto per conto suo, ma più o meno contemporaneamente. Marco racconta e in quel racconto ho rivisto le serate invernali di pioggia e freddo, con la paura dell’interrogazione il giorno dopo, perché non era programmata e la professoressa era una sacerdotessa della cultura: andar male con lei, significava darle una delusione. E lei lo diceva, chiaramente: “No, così non va. Oggi mi hai dato una delusione”.

Ho rivisto la televisione in bianco e nero, celebrata, ricordata, rimpianta, ma soprattutto più colorata di quella a colori. Ho rivisto la curiosità stupita di quando si scoprivano i prodotti reclamizzati a Carosello: sembravano diversi, proprio perché erano a colori. Ho rivisto i banchi di scuola, i pantaloni corti al ginocchio e “a casa per la cena alle 20.30, all’ora del telegiornale”, le partite di calcio alla villa comunale con le porte fatte dai libri di scuola “di cinque passi e non barare”, delle feste al sabato pomeriggio (poi slittate al sabato sera, una volta compiuti quattordici anni), le file al negozio di dischi per ascoltare l’ ultimo successo dei Rokes senza poterlo comperare perché i soldi del settimanale non bastavano, i collettivi, le assemblee, l’ora di ginnastica e di religione, la prima comunione e la cresima, il catechismo, la parrocchia, il biliardino (in realtà calcio balilla), le tre palline colorate di gomma americana a dieci lire e la felicità stupita quando – per sbaglio – dalla bolla di vetro ne scendevano quattro, la dichiarazione, l’attesa della risposta, il “ci devo pensare”, la buca e “ma perché le piace Claudio?”, l’inadeguatezza di fronte ai ragazzi più grandi quando dicevano “Tu? tu sei ancora un ragazzino che va a letto dopo Carosello!”
Ho rivisto la mia infanzia e la mia adolescenza, caro Marco. Inevitabilmente, ma orgogliosamente segnata da Carosello.

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