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Sergio Endrigo, un artista vecchio stampo

in Spilli

“Mio padre non capiva nulla di affari, di marketing, né di contratti. Non aveva la mentalità e non gli importava proprio. Era un artista vecchio stampo, che non contava i soldi, non controllava nulla e si fidava di tutti. Per questo lo hanno sempre fregato, in vita, e anche adesso che non c’è più. Non voglio fare di lui una vittima, ma se ne sono approfittati in troppi. E questo dispiacere, il dolore per tanta gente che gli aveva voltato le spalle, se lo è portato dietro fino ai suoi ultimi giorni. Non riusciva proprio a capire un mondo usa e getta”.

Claudia Endrigo

C’è una folgorante intuizione di Enzo Jannacci – quell’Ufficio Facce che consentiva al Dottore di catalogare, un po’ lombrosianamente, ma con il sorriso, il suo prossimo – che da sempre mi fa tornare alla mente la figura di Sergio Endrigo. Il quale con quel suo volto antico e nobile, di eleganza austera e senza tempo, raccontava moltissimo al pubblico, fin dal primo acchito: e nascondeva, anche, celava, alludeva, accennava, quasi che la condizione di cantautore in lui dialogasse con il corpo e le linee del viso. D’altronde, con quell’espressione un po’ così, quel carico di garbo e onestà intellettuale sospesi in una sorta di twilight zone, Endrigo si poteva permettere di cantare e dire praticamente di tutto, senza mai risultare sconveniente, eccessivo, fuori luogo. Chi altri, ad esempio, avrebbe potuto pronunciare un verso definitivo (“La solitudine che tu mi hai regalato / io la coltivo come un fiore”, 1968), capace poi di vincere il festival di Sanremo, il primo del dopo-Tenco, Canzone per te, con altrettanta forza e credibilità? Era, quello sotteso all’universo di Endrigo, una sorta di caos calmo, una poetica suggestiva e penetrante come un fiume carsico di parole e suggestioni, pillole di un artista che agli occhi del pubblico doveva sempre essere sembrato adulto e saggio, quasi che i colori e la devianza, le vibrazioni e gli impulsi tipici della gioventù dell’epoca, a Sergio non l’avessero mai neppure sfiorato.

La sua storia, professionalmente capace di abbracciare circa mezzo secolo, dalle esperienze del night club, a sussurrare My funny Valentine, September song, I’m in the mood for love, a sognare Johnny Mathis e Nat King Cole, ai tentativi di recuperare terreno, di restare sulla scena, stanco e sfiduciato, fino all’ultimo, è sottolineata da grandi successi: tra canzoni mandate a memoria da una generazione intera e capaci di imporsi anche all’estero (era di casa in Brasile e Sudamerica, e i dischi uscivano in molti paesi, con tournée trionfali in Grecia, Spagna, Giappone, USA, Canada, Turchia, Israele, Unione Sovietica e tutto l’est europeo…). Ma, in linea con quel carattere schivo, da persona soprattutto perbene, attraversato da un’ironia sottile e delicata, che ben si adattava al modo di cantare in punta di voce, senza slabbrature, né inflessioni dialettali, di Endrigo piace immaginare una modalità espressiva forse meno nota: che pare invece ideale per smascherarne qualità laterali, in grado di spiegare meglio un’identità altrettanto autentica, sfuggita probabilmente alle masse della tv in bianco e nero dei fatidici anni Sessanta, quando Sergio era un protagonista assoluto, un capofila indiscusso della musica italiana.

Enzo Gentile, Lontani dagli occhi

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