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Melampo Editore

Dei cadaveri si aggirano per le università oggi

in Narrazioni

“Se in questo libro cercate un valore letterario potete richiuderlo subito. Se invece volete conoscere la storia di una straordinaria comunità di studenti universitari, nell’avvicendarsi di cinque o sei generazioni, e la volete sentire dalla viva voce del più atipico, incredibile, geniale dirigente mai apparso all’orizzonte del mondo accademico italiano, leggetelo fino in fondo”. Pubblichiamo l’ultimo capitolo di Via Bocconi 12. Amori e tragedie, utopie e conversioni, vita e politica, generazioni e storia nel Pensionato universitario più famoso d’Italia, pubblicato da Melampo Editore.

Salvatore Grillo – Molti anni fa io scrissi una lettera ai “miei” vecchi studenti del Pensionato per raccontare loro il mio rammarico, anzi il mio scandalo, nel vedere i loro “eredi” di oggi senza un minimo di coscienza sociale e collettiva: pensano solo a se stessi e a laurearsi. E ci mancherebbe che non ci pensassero, ovvio, ma io trovo drammatico che siano così, completamente disinteressati da tutto quel che sta attorno all’università. Io, almeno, sono assolutamente convinto che uno studente universitario non si forma soltanto studiando economia, statistica, matematica, contabilità e bilancio, ma deve anche interessarsi di poesia, di musica, di teatro, della vita. Anche della politica. Quantomeno quella interna al suo ateneo, perché non è possibile farsi passare tutto sopra la testa, come fanno i “cadaveri” – io li chiamo così – che si aggirano per le università oggi. Invece faccio fatica a far capire che quando c’è qualcuno che contesta – ma neanche, perché ormai nessuno contesta più niente – o che almeno fa rilevare delle cose, non devono esserne infastiditi (sì, a loro quelli che obiettano danno fastidio!) perché questo è il sale della vita in comune, è ciò che rende viva la nostra università. Io ci credo, profondamente.

A me questo ha colpito molto. Io mi sento legato anche a questi studenti, come a tutti quelli che ho incontrato in questi anni, e allora cerco di stimolarli a responsabilizzarsi, a prendere nelle loro mani sin da ora il contenitore della loro quotidianità. Quando mi lamento di questo, mi dicono «ma allora tu rimpiangi i comunisti degli anni Settanta?». Mah, innanzitutto, io tendo a distinguere, non li chiamo tutti “comunisti”, anche perché mi ricordo benissimo quelli del Pci che prendevano le botte da quelli di Lotta Continua. Poi, certo, si sentiva anche il peso di essere cattolico. Ma, in fondo, se guardiamo ai valori, il cristiano e il comunista hanno sostanzialmente gli stessi obiettivi. Però hanno in mente percorsi e tempi diversi per raggiungerli: il povero laico ha a disposizione solo l’effimero tempo della sua vita, e deve realizzare tutto subito; il cristiano, invece, può contare sulla dimensione dell’eternità: si semina nella certezza che il frutto arriverà. Io, almeno, la penso così.
Comunque, a parte quelle balle dello scontro culturale, a quei tempi là era proprio chiaro, per esempio, il concetto di “diritto allo studio, nel senso della parola “diritto”, riferito a quelli che si trovavano in condizioni più disagiate, ai più poveri che però avevano anche loro il diritto di studiare. Secondo me è nato realmente nel ’68. Sì, prima c’erano le opere universitarie, ma stavano lì a raccontarsela. E io anche allora me la prendevo con quelli che non si muovevano e contestavano il Movimento studentesco. «Amici, voi contestate il Movimento studentesco però poi usufruite dei benefici che vi ha portato».

Poi è stato cancellato tutto. E quello che trovo drammatico oggi è che di fatto tra i primi nelle graduatorie per l’accesso al Pensionato, alle borse di studio, ai sussidi secondo me compaiono molti figli di evasori fiscali. E a me questa cosa mi manda fuori dai gangheri, perché non è possibile che il poveraccio vero, con il padre operaio e la madre malata, non abbia diritto alla borsa di studio perché magari suo padre ha fatto qualche ora di straordinario e supera il limite prestabilito per diciotto euro. Proprio sono sorsate di veleno, per me, quando sappiamo tutti benissimo che ci sono rampolli di famiglie piene di soldi che facendo carte false riescono a risultare nullatenenti. E non c’è niente da fare, questa follia continua. Magari giocando sulle separazioni, i divorzi: padre ricco, madre senza niente, lui sta con mammà e allora si becca la borsa di studio. Ma allora certo che rimpiango i tempi in cui adottavamo la discrezionalità, insieme agli studenti del Comitato di gestione, perché con quel sistema lì certe cose “non succedevano mica, eh? Una volta, uno studente figlio di divorziati ha presentato ricorso al Tar contro l’ISU, perché avevamo sommato i redditi dei genitori. E il Tar disse: «bene ha fatto l’ISU Bocconi… eccetera eccetera… perché entrambi i genitori, anche divorziati, hanno il dovere di portare i propri figli ai più alti gradi di studi». L’università, per fortuna, continua come prima e se ne frega delle separazioni: chi ha i soldi li tiri fuori per far studiare suo figlio, accidenti. Ma qui, noi, non possiamo fare più molto: inseriamo i dati e viene fuori la graduatoria. Basta. Fatto. Non posso fare niente, neanche davanti a una madre vedova, malata, con qualche euro di troppo secondo i parametri e io non posso fare niente perché altrimenti commetto un illecito. È frustrante. Paga il poveraccio che tira la lima. E gli studenti se ne fregano, non dicono niente, neanche i figli delle famiglie povere. Allora, invece, con gli studenti facevamo queste cose insieme, decidevamo insieme. Ci prendevamo delle responsabilità autentiche.

D’altra parte di cose ne sono cambiate parecchie. Ecco, mi sembra di notare qualche differenza – ancora oggi – tra l’ambiente dell’università e quello del Pensionato. Nella facoltà domina lo spirito della concorrenza, della rivalità tutti contro tutti, magari per effetto delle mutate condizioni del mercato del lavoro che non sta più lì ad aspettare a braccia aperte ogni singolo bocconiano che si laurea. Le statistiche “dicono che, ancora oggi, chi si laurea qui, trova lavoro rapidamente, ma non è più una certezza come quella di qualche anno fa.
Nel Pensionato, invece, la convivenza favorisce atteggiamenti solidali, uno scambio maggiore, un certo grado di coinvolgimento reciproco tra i ragazzi nelle proprie vite. Quello che prima era diffuso generalmente ora è circoscritto a quelli che convivono giorno e notte. Per esempio, davvero, è bellissimo vedere cosa succede nella foresteria, dove alloggiano otto ragazzi, tra i quali una con problemi di deambulazione che gli altri aiutano con tanto affetto. Quest’anno è arrivata una ragazza non vedente e io l’ho sistemata nella stanza accanto alla foresteria ed è semplicemente stupendo osservare come questi qui l’accudiscano, la coinvolgano. Davvero straordinario, una cosa che riempie il cuore, perché vuol dire che davvero, cazzo, la natura umana è sempre quella e soprattutto nei giovani è sempre bella, è sana. D’altra parte io stesso lo dico senza peli sulla lingua anche ai carcerati, quando vado a visitarli, e magari ce n’è qualcuno che gioca ancora a fare il duro: «Ue’, nani, guarda che non è il caso di fare il duro, perché quando sei sotto le lenzuola piangi come tutti gli altri». E se non fossi convinto che la natura umana è buona non ci andrei mica. Sta a noi tirare fuori quella faccia dell’anima degli uomini, dobbiamo essere medici dell’anima, come lo è stato don Della Torre con me.
Comunque, detto questo, non mi nascondo certo che i ragazzi di oggi siano decisamente più “svaccati”, ma del resto sono cambiati anche quelli che facevano i comunisti allora, non frega più niente neanche a loro. E si va avanti così. Si fa fatica a mettere insieme cinquanta persone, cosa volete che si discuta? Basti pensare che gli eletti come rappresentanti degli studenti sono 105, quando il rettore li convoca e andiamo a cena se arriva la metà è tanto.

La cosa triste è la campagna elettorale fatta di feste in discoteca e quando sono eletti li vedi che pensano soprattutto a inserirsi in qualche istituto o a far fruttare i rapporti che sviluppano qui dentro e dei problemi dell’università e degli studenti non gliene frega un bell’accidenti di niente. Tutto va avanti sull’iniziativa esclusiva delle autorità accademiche, non c’è alcuna spinta da parte degli studenti. Ecco, dirò una cosa che può stupire, soprattutto detta da me che non sono mai stato amato molto dai ciellini: quelli di Comunione e Liberazione almeno, organizzano i corsi per i test di ammissione, per gli esami di matematica, si danno il turno per il servizio di consulenza alla Cusl, cioè la loro struttura universitaria. Tutto gratuito, ovviamente. E il bello è che anche loro perdono consensi ogni volta che si presentano a qualche elezione. E anche questa, secondo me, è una riprova che quelli con cui abbiamo a che fare non sono certo i figli dei poveracci. Una volta, qui, se chiedevi a qualcuno di dare ripetizioni di matematica a uno che ne aveva bisogno ne trovavi quanti ne volevi; due soldi in più in tasca non facevano certo schifo. Anzi. Oggi non è più così.

Oggi ti ritrovi: il ministro che ti fa telefonare da persone importanti e ti telefona lui stesso perché il figlio non ha il bidet in camera. Il padre che ti telefona incazzato perché suo figlio è tornato a casa con cinque golf bucherellati dalle tarme. La mamma che ti telefona perché sua figlia vuole cambiare la camera. La madre che chiede di fare il test per l’ammissione alla Bocconi al posto del figlio perché lui è all’estero. I genitori che vanno dai professori per reclamare per il voto troppo basso preso dal loro figliolo. Mamme e papà presenti agli esami orali dei propri figli e che li accompagnano al ricevimento dei professori. Nonni che attendono i nipoti alla fine delle lezioni e si arrabbiano se queste si protraggono oltre l’orario. Eccetera, eccetera, eccetera.
Comunque mica mi scandalizzo, ogni periodo ha la sua storia. Ma sono certo che, siccome ogni potere è anche un po’ stupido, va a finire che tireranno la corda fino al punto in cui si romperà. E allora prima o poi ritorneremo al punto in cui si ricomincerà da capo, qualcuno farà casino di nuovo. Perché il potere è stupido. Non è mai attento veramente alle esigenze delle persone – in questo caso degli studenti – e utilizza il potere in quanto potere e non come servizio. Quindi la contestazione avrà sempre una sua ragion d’essere. È questione di corsi e ricorsi storici, e basta.
Io queste cose le ripeto fino alla noia agli studenti di oggi, ma quelli sono proprio duri. L’ho già detto, io non riesco ancora a essere indifferente al fatto che un tempo, quando andavo in assemblea, mi sputavano addosso mentre se ci vado adesso mi battono le mani. Ma robb de matt. Comunque a loro racconto come erano le cose una volta, quali erano – per esempio – i criteri di merito per accedere a certi benefici del diritto allo studio.[…]

Comunque io non sono mica un nostalgico, eh? Non è che sto qui a cinquantarla su quanto erano belli i vecchi tempi e quanto sono peggiori quelli di adesso. No, però è un fatto che le cose sono cambiate. Negli anni Settanta la gente studiava, anche tanto, ma era un approccio più collettivo, studiavano anche per potersi confrontare con gli altri, con i docenti in primo luogo, si appropriavano degli strumenti a disposizione, li ritenevano un diritto comune; oggi l’atteggiamento prevalente è quello di ingraziarsi i professori, il che mi pare ben diverso. E anche nelle posizioni “politiche”, quando c’è da competere per farsi eleggere a qualche carica di rappresentanza domina un certo individualismo: si candidano, sì, ma con obiettivi personali. E ci investono pure dei soldi per le loro campagne elettorali in discoteca. Peccato, perché qui comunque c’è gente molto intelligente, preparata, in grado di fare grandi cose. Non dimentichiamolo mai questo.

Lo scandalo più grande è che in università e all’ISU, a chiedere informazioni non vengono più gli studenti, ma i papà, le mamme e gli zii. Per me è questo il vero scandalo. Con la scusa che hanno troppo da studiare, i ragazzi non si interessano più dei problemi che li riguardano, hanno sì i loro delegati ma non hanno più il senso di responsabilità personale. Stiamo crescendo una generazione di irresponsabili. Che tristezza. È incredibile, ma quando faccio presenti questi problemi ai genitori, loro non solo non se ne rendono conto, ma fanno anche gli offesi. “È anche per questo che alla sera, quando verso le 20 faccio il mio giro quotidiano in Pensionato, racconto ai ragazzi aneddoti e storie di altri tempi. Ho persino mostrato il video del raduno con i vecchi del Pensionato. Ci si diverte anche adesso con gli studenti, si stabilisce un rapporto: uno mi invita per offrirmi da bere, l’altro mi canta le sue cazzate con la chitarra, ma c’è differenza: non c’è più un àmbito collettivo, ma piuttosto la somma di tanti spazi individuali. Almeno fino a che non succederà qualcosa che li farà incazzare e magari scopriranno di nuovo un’identità collettiva. E a me dispiace l’idea di dover morire solo perché non vedrò come andrà avanti questo processo. E non potrò essere al loro fianco.

Per il momento sto qui a osservare come stanno le cose. Mi è molto chiaro che a me anche gli studenti del ’68 e degli anni immediatamente successivi hanno cambiato la vita. Ma credo anche di aver dato loro molto più di quel che sono riuscito a dare alla mia famiglia. E oggi vedo i loro figli, sì proprio i figli di alcuni degli ospiti del Pensionato di allora, che vengono qui e chiedono di alloggiare nella stessa stanza del padre o della madre perché hanno sentito tante volte i loro racconti di quei tempi là. Magari hanno sentito parlare molto di meno dell’università, ma del Pensionato no, hanno sentito mille storie, questo è un fatto.
Ma anche io, ripeto, qui dentro ho trascorso gli anni più belli della mia vita, quelli più vissuti, fino in fondo, intensamente, pienamente, belli, veri. Per questo quando mi chiedono «Grillo, quando te ne vai in pensione?», io sento sempre un brivido e rispondo che no, in pensione no: preferisco morire prima.

Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager

in Narrazioni

Il tempo ha decimato i sopravvissuti alle deportazioni nei lager costruiti prima e durante la seconda guerra mondiale. Le testimonianze di chi ha vissuto quella tragedia, però, sono numerose e restano incancellabili. Ogni racconto fa storia a sé, per le emozioni personali e intime che si porta dietro. Ma il contesto generale è inevitabilmente comune. Alla lunga, le esperienze rischiano di somigliarsi. Perché quella di Ines, allora, sarebbe diversa dalle altre?
Innanzitutto lei può raccontare di essere stata imprigionata in tre luoghi di detenzione tra i più infami: prima Mauthausen (per pochi giorni), poi Auschwitz-Birkenau e infine Ravensbrück. Ma questo potrebbe essere solo un dato statistico. Allora va aggiunto che Ines non è ebrea, e non era partigiana o dichiaratamente antifascista. In quei tre lager ci finì per un atto di coraggio e per la solidarietà verso alcuni compagni di lavoro. «Se non avessi seguito il mio istinto, se mi fossi fermata un attimo a ragionare, probabilmente non l’avrei fatto…», riflette oggi. Nel disegno criminale del Terzo Reich, la deportazione di un’ebrea, di una partigiana o di un’antifascista aveva una “logica”, sia pure aberrante. Quella di Ines fu del tutto casuale.
Ecco l’originalità della sua storia. Ines è stata sottoposta a una delle prove più atroci che possano capitare. Eppure la serenità con cui ne parla contrasta con l’orrore delle vicende vissute. Da anni gira per le scuole di Lombardia a portare la sua testimonianza. Lo considera un dovere, una missione. Desidera che nulla venga dimenticato, rimosso o, peggio ancora, negato oltre l’evidenza.

Il viaggio da Mauthausen dura tutto il giorno. Lento. Tremendo. Siamo chiuse nello scompartimento. Non possiamo scendere. Possiamo solo dormicchiare e bisbigliare tra noi, facendoci mille domande senza alcuna risposta. Dalle chiacchiere delle SS che passano ogni tanto, cogliamo una parola: Cecoslovacchia. La stiamo attraversando. Dai finestrini vediamo alberi carichi di neve, prati gelati, candelotti di ghiaccio dappertutto… Dove ci stanno portando?
È ormai sera quando ci accorgiamo che il treno sta rallentando. Poi le carrozze si fermano. Sento un fragore infernale. Sembrano spranghe arrugginite o ferri vecchi che stridono cozzando tra loro. Stanno aprendo i vagoni. Nevischia. Una luce al neon, fredda, rischiara un paesaggio lunare. Vediamo ufficiali delle SS, medici e altre persone che trascinano carrelli… Ancora quegli ordini secchi, duri, come a Mauthausen. Ci fanno scendere. Noi siamo giovani, agili e svelte: con un balzo siamo giù. Ma ci sono anche anziani, donne incinte e invalidi, che faticano a muoversi. Allora i soldati salgono sul vagone e li buttano a terra a pedate e frustate. Chi cade inizia a piangere e a urlare. Ci stringiamo le une contro le altre. Tremiamo per il freddo, ma anche per la paura. Il gelo ci penetra nelle ossa e nella mente, nel cervello. Non riesco a connettere. Cos’è questa, l’Apocalisse?

Quando tutti sono scesi dal treno, le SS prendono pacchi e valigie e li mettono sui carrelli che vengono spinti via.4 Con me io ho solo quello che porto addosso. Poi comincia la selezione. Gli uomini di qua, le donne di là. I giovani a destra, i vecchi a sinistra. Chi può lavorare da una parte, chi non ce la fa dall’altra. Basta un cenno dei medici. Così i mariti vengono separati dalle mogli. I figli allontanati dalle madri. Persone abbracciate divise a strattoni. Bambini gridano chiamando le loro mamme. Vecchi e infermi sono fatti salire a forza su alcuni camion. Per calmare i loro familiari, i soldati spiegano che li mandano subito nei reparti: così, quando arriveranno anche loro, li troveranno là ad aspettarli. È pazzesco, incredibile. Inimmaginabile. In tutti i libri che ho letto non ho mai trovato nulla di simile o di lontanamente paragonabile. Continuo a chiedermi dove sono capitata. Questa non è una fabbrica. Altro che lavorare e guadagnare tanti soldi!

Ci avviamo in colonna. Passiamo sotto una torretta: c’è un soldato di guardia. Ci portano in un padiglione, in fila, davanti a una soldatessa che usa strani aggeggi. Guardo meglio. Mi accorgo che tatua numeri sull’avambraccio delle persone davanti a me. Ma i tatuaggi li usano i marinai, oppure i galeotti…
«Allora sono proprio prigioniera!», crollano così anche le mie residue illusioni.
Quand’è il mio turno, provo a protestare.
«Io non ho fatto niente… Perché mi mettete questo numero?».
Nessuna risposta. La soldatessa è velocissima. Sono tutti puntini minuscoli, ma in un attimo finisce: 76150. Guardo quel numero poco sopra il mio polso sinistro. Cerco di cancellarlo, sfregandoci sopra. Ma è impossibile. Poi mi accorgo che la soldatessa sta fissando i miei occhi e i miei capelli scuri.
«Tu, molto nera… Tu Juden!», sbraita.
«No, non sono ebrea… Sono cristiana», ribatto.
«Tu Juden!», insiste.
«Macché Juden… Sono cristiana, ti ho detto!», ribadisco.
Alla fine si convince e mi lascia in pace.
Ci portano alle docce. Più della vergogna già provata a Mauthausen, mi preoccupano una catenina e un anellino d’oro. Ci sono affezionata e non li voglio perdere. Mi ricordo del dentifricio che Anna mi aveva dato. Allora decido di nascondere i due gioiellini dentro il tubetto. Sono sicura che me lo restituiranno. Mentre ci laviamo, però, ci portano via tutto. Quando usciamo dalle docce non troviamo più nulla. Anche il dentifricio è sparito. È come se mi avessero rubato i ricordi e una parte di me. Scoppio a piangere. Ad altre va anche peggio: vengono perquisite nelle parti intime, per controllare che non nascondano qualcosa… Un’ulteriore umiliazione: ci depilano, una per una. Ci danno una divisa in cotone grezzo a righe grigie e blu, una maglia mezza rotta, un paio di mutandoni lunghi fino al ginocchio da allacciare in vita e due calzettoni: me ne capitano uno rosso e uno giallo. Poi un foulard da mettere in testa e un paio di zoccoli.
Alla fine una soldatessa ci conduce al Block, come dice lei. È uno stanzone lungo: allineate al muro ci sono enormi cuccette ricoperte di paglia. In ogni cuccetta almeno cinque donne, già addormentate. Tutte hanno i capelli rasati a zero. Noi, forse perché siamo arrivate in poche, l’abbiamo evitato. C’è un silenzio pesante, rotto solo quando una si gira o si alza. Allora le altre si svegliano e imprecano.
«Ruhe!»,10 è il grido soffocato che risuona nello stanzone.
La soldatessa dà a tutte una coperta e se ne va. Io, Ada e le altre ci sentiamo come pecorelle smarrite.
«Che facciamo?».
«Dove ci mettiamo?».
Dopo un po’ troviamo due cuccette e ci sistemiamo: cinque tutte insieme nella prima, due nella seconda, in parte già occupata. Sono stravolta. Malgrado tutto, mi addormento in pochi minuti.
Mi sveglio di colpo al suono di una sirena: saranno le cinque. Una deportata si comporta come un capo. Passa per le cuccette con uno staffile in mano e grida parole incomprensibili.
«Aufstehen!», mi pare di cogliere.
Non so cosa vuol dire, ma devo alzarmi e sbrigarmi, altrimenti sono guai. Anche Ada e le altre obbediscono, disorientate. Proviamo a fare qualche domanda.
«Dove ci si lava?».
«Dove sono i servizi?».
Tra le prigioniere, nessuna ci dà retta o ci fornisce indicazioni. Alcune fanno cenno di non capire, altre nemmeno quello… Il bisogno aguzza l’ingegno, no? Allora seguiamo il gruppo ed entriamo in una stanza. C’è una specie di mangiatoia: ogni mezzo metro un rubinetto di zinco, con sotto una vasca. È un vero e proprio assalto. Le donne recluse da tempo sono le più prepotenti. Riesco a toccare l’acqua quel tanto che basta a bagnarmi a malapena gli occhi. Più in là c’è uno stanzone con alcune scritte sui muri. In mezzo c’è un blocco di cemento alto circa mezzo metro, dove si aprono dei buchi disposti a scacchiera. Non ci vuole molta fantasia per capire a cosa servano: ci sono già diverse donne accovacciate sopra, tra una sporcizia e una puzza indicibili… Alla vista rigetto anche quello che non ho mangiato.
Quando usciamo c’è un vento gelido. Vestite come siamo, l’unica difesa è stare più vicine possibile, cercando di farci scudo. Seguiamo sempre quello che fanno le altre e ci schieriamo davanti al nostro Block, in fila per cinque. Arriva una soldatessa per l’appello e ci chiama per numero. In tedesco. È difficile capire quando è il proprio turno. Ma sarà meglio imparare in fretta perché, se si esita a rispondere, sono botte. Finito l’appello, ci consegnano un cucchiaio e una ciotola di metallo con un buco e una corda attaccata. In qualche modo ci spiegano: se li perdiamo o ce li lasciamo rubare, non ce ne daranno altri. Lego così la ciotola in vita e infilo il cucchiaio in un’asola della divisa. Ci danno uno strano intruglio, a metà tra il tè e il caffè. Poi due strisce di stoffa, con un numero stampato, uguale a quello tatuato sul braccio. Vanno applicate sulla divisa. Ecco fatto: ora non siamo più esseri umani, ma solo numeri.

Poi ci portano a lavorare. Tutto il lager è circondato da una cinta in filo spinato sotto tensione. A distanze regolari, torrette presidiate da due soldati armati di mitra. All’interno il campo è diviso da reticolati e fossati: lo domina un grande edificio in mattoni rossi. Noi dobbiamo trasportare il contenuto delle latrine, che gli uomini hanno caricato su alcuni carri con un lungo timone. Di solito a quel timone si legano i buoi; qui, però, al timone siamo attaccate noi… Per portarli sui terreni da concimare dobbiamo trascinarli, mentre altre prigioniere li spingono da dietro. Facciamo una gran fatica. Il terreno, molto argilloso, è tutto un pantano e le ruote sprofondano.
Lavoriamo fino all’una. Poi altre prigioniere portano dei bidoni che chiamano ghible. Dentro c’è una zuppa di cavoli bolliti: emana un insopportabile odore di finocchietto selvatico. Versano le razioni nelle nostre gavette. Mangiamo, o almeno ci sforziamo di mandar giù: la zuppa è davvero fetida. Almeno per noi, nuove del campo e non abituate a certe “prelibatezze”: le altre, infatti, ingurgitano senza troppi complimenti. Finita quella sbobba, puliamo la ciotola con erba e terra, perché non c’è acqua. Riprendiamo a lavorare fino alle quattro, o forse le quattro e mezza: a parte la luce del sole e il buio, che in questa stagione cala presto, non abbiamo nulla per capire che ora è. Prima di rientrare nel Block ci tocca un altro appello. Infine, dopo un’ulteriore attesa estenuante, distribuiscono una fetta di pane nero e un quadratino di margarina. Sono sfinita: all’ultimo boccone sto già dormendo.

I primi giorni sono una scuola di sopravvivenza. L’appello è una tortura: che piova o nevichi, anche se stai male o ti senti svenire, devi aspettare il tuo turno senza muoverti. Dato che non capisco quando pronunciano il mio numero in tedesco, memorizzo la posizione nello schieramento. Sempre la stessa, tutte le mattine. Quando sento quella davanti a me rispondere «Presente!», deduco che il prossimo numero sarà il mio. Così mi preparo a rispondere anch’io.
Finito l’appello, prendo l’abitudine di bere solo la metà dell’acqua sporca che ci danno. Uso quella che resta per lavarmi la faccia meglio di quanto non riesca a fare ai bagni, dove siamo davvero tante. Vinco il ribrezzo delle latrine e pian piano metto da parte anche il pudore: siamo obbligate a condividere tutto, senza alcun momento di intimità personale. Durante il lavoro, se devi andare di corpo, chiedi il permesso al soldato, che rimane lì a controllarti. Per una, due, tre volte è una pena infinita: poi mi rassegno.
«Non posso scoppiare… Se vogliono guardare, è un problema loro!».
A mezzogiorno, quando portano la zuppa di cavoli o rape, noi italiane ci lamentiamo.
«Che schifo!».
«Guarda cosa ci tocca mangiare!».
«Ma non è possibile!».

Ripenso ai minestroni di mamma. «La minestra di verdura è la biada dell’uomo…», diceva. A me, però, non piaceva e la lasciavo nel piatto. Lei mi sgridava: «Se non la mangi, non prendi più niente!». Così mi sforzavo di finirla. Quella disciplina, adesso, mi torna utile. Guardo la zuppa. Ha il solo pregio di essere calda. Allora uso la fantasia: ci immagino dentro del formaggio, un po’ di burro, un certo condimento. Mi vengono in mente l’arrosto fatto in casa, il profumo del rosmarino… Mi pare quasi di gustare quei sapori. A volte, con le altre, ci scambiamo a mente qualche ricetta. Così, un cucchiaio alla volta, mando giù tutto.
Il nostro Block contiene alcune centinaia di donne. Per lo più sono russe, che si soffiano il naso tenendo le narici, come fanno i soldati. Poi polacche, slave, montenegrine… È difficile stabilire contatti. Un po’ per l’età: sono quasi tutte più anziane di noi. Un po’ per la lingua: solo con alcune si riesce a scambiare qualche parola in italiano o in francese. In genere, però, ognuna si chiude nel proprio dolore. Quindi noi sette finiamo per stare sempre per conto nostro. Non cambiamo mai neanche le cuccette.
Conosco però una triestina, Valeria. È una bellissima donna. Ha occhi come non ne ho mai visti. Fa la prostituta e mi incuriosisce. Mi faccio raccontare la sua storia. Ha cominciato a fare il “mestiere” per caso. Si trovava a Venezia, seduta a un bar. È stata avvicinata da un uomo, molto gentile, che le ha chiesto se voleva “andare” con lui: in cambio le prometteva molti soldi. L’uomo aveva la gobba: lei pensava che portasse fortuna e quindi ha accettato… Da lì il passo alle case chiuse è stato breve. Finché, in un’osteria, ha mandato al diavolo un tedesco che le faceva pesanti avances ed è così finita a Birkenau. Ci descrive le sue avventure, le richieste più o meno strane dei suoi clienti… Noi, giovani e ignare della vita, la ascoltiamo a bocca aperta. Anche questo aiuta a passare il tempo e ad allontanare l’angoscia.
Alcune, però, pensano alle loro famiglie e sono prese dalla tristezza. Gina, la ragazza-madre, continua a parlare del suo bambino.
«Come sarà cresciuto? Chissà cosa penserà…», si chiede.
Io rimango la più ottimista. Non mi perdo d’animo.
«Un giorno la guerra finirà e tornerò a casa…», mi dico.
Un motivo di preoccupazione, in realtà, ce l’ho: le mestruazioni. Come potrò pulirmi senza un fazzoletto o un pezzo di carta? Ma subito dopo il primo mese si bloccano. Non posso saperlo, ma nella zuppa i tedeschi sciolgono sostanze che arrestano il ciclo. La mancanza di questo sfogo, però, a molte internate provoca infezioni all’intestino e alle ovaie. Io, fortunatamente, me la cavo solo con ascessi alle gambe. Allora al mattino mi faccio visitare dal medico. Mi incide questi bubboni e fa uscire il pus. Poi sputo sopra il taglio: quando mi curava le ferite, mamma mi ha insegnato che la saliva disinfetta. Oppure ci appiccico sopra la pellicola degli spicchi d’aglio. Me li portano dalla cucina alcune polacche, e io li scambio con la mia fetta di pane serale. La pellicola non si stacca finché la ferita non si cicatrizza e non guarisce. Così, grazie a Dio, non contraggo infezioni.
Poi, una notte, nel dormiveglia, sento forte il rumore di un motore e voci femminili concitate. Ci alziamo, andiamo alle finestre e guardiamo fuori. Il campo è illuminato a giorno. Vedo ragazze che corrono disperatamente tra le baracche cercando di fuggire. Ma le SS le prendono e le caricano su un camion. Una scena infernale. Alle altre prigioniere strappo solo poche parole: scopro così che quelle sono ebree destinate alle camere a gas.
Mi spiegano cosa avviene lì dentro e anche cosa succede dopo. Quando si aprono le porte delle camere, entrano in azione i Sonderkommando. Sono reparti composti da prigionieri che vivono in alloggi speciali. A loro spetta il compito di tagliare i capelli ai cadaveri, asportare i denti d’oro, ammucchiare i corpi sopra una carretta e trasportarli ai forni crematori. Non servono altre domande. La risposta è in quell’odore acre che prende alla gola e si diffonde nel campo a determinate ore del giorno, e in quel filo di fumo grigio che si innalza nel cielo. Il momento peggiore è qualche giorno dopo. Vedo alcuni bambini camminare in fila: ognuno di loro ha un giocattolo in mano. Però non vanno a giocare: anche loro stanno per essere gassati e cremati.

Ecco la realtà. Birkenau non è solo un campo di concentramento. È un vero e proprio luogo di sterminio. Per le ebree è la “Soluzione Finale”. Prefissata e inevitabile. Per noi – io, Ada, Valeria, le donne di Lecco, le altre del Block – è la sorte che ci attende, se prima o poi non ce la faremo più. Siamo schiave, sfruttate oltre la nostra resistenza. Un giorno, quando non so ancora guidare il timone del carro per il trasporto degli scarichi, sbando e finisco bloccata nel fango. Subito arriva una soldatessa. Mi investe con un mucchio di parole che non capisco.
«Sprichst du Deutsch?», grida.
La guardo con aria interrogativa. Lei mi dà una sberla. Rimango a bocca aperta. D’istinto vorrei reagire, ma un attimo prima dell’irreparabile mi blocco.
«Calmati, Ines – mi dico –, o questa ti ammazza…».
Lavoriamo anche a 20 sotto zero. Le mani e le braccia sono intorpidite dal gelo. Il vento ci ghiaccia perfino le lacrime. Rimpiango il mio impermeabile, che mi proteggeva così bene dall’acqua e dal vento! Anche noi faremo la fine di anziane ridotte pelle e ossa, che si trascinano sfinite e cadono sotto le bastonate e le frustate? Oppure di tante donne del mio Block, sparite senza che di loro si sia saputo più nulla? In quel caso saremo subito rimpiazzate da altre deportate, che arrivano ogni giorno a bordo di lunghi convogli. Se invece resisteremo, vivremo.

Da questo momento il mio assillo è uno solo: sopravvivere. Lavoro sodo per non essere punita. Sento parlare di bunker sotterranei, dove vengono castigate le prigioniere che non lavorano o non obbediscono agli ordini. Raccontano di pene tremende: donne messe in ginocchio, con pesi sopra le mani, e costrette a rimanere ferme finché non perdono i sensi. Cerco di non contrariare i soldati. Non è facile, perché sono imprevedibili. Se li saluti, ti sputano addosso; se non lo fai, ti picchiano; per una qualunque sciocchezza, rischi una bastonata. Io li guardo sempre in faccia per capire cosa vogliono dalle loro espressioni, visto che non comprendo le loro parole. Allo stesso tempo, però, cerco di starne alla larga. Come alla distribuzione del cibo, per esempio. Per strappare un secondo cucchiaio di zuppa, le russe si precipitano a contendersi gli avanzi, mettendo anche le mani dentro la ghibla. Per dividerle e allontanarle i soldati le picchiano. Io preferisco farmi da parte.
«È inutile rischiare le botte per un po’ di zuppa. Un cucchiaio in più o in meno non mi cambierà la vita…», penso.
Le mie forze sono concentrate su quell’unico obiettivo: restare viva. Ripenso alle parole di mamma, quando uscivo di casa e lei non mi aspettava.
«Tant tì ta turnat sémpar, tanto tu torni sempre…», ripeteva.
«Hai ragione, mamma – vorrei dirle –. Io torno sempre! Ce la farò anche stavolta…».

 

tratto da
Giovanna Caldara, Mauro Colombo,
Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager,
Melampo Editore.

In occasione della Giornata della memoria la versione ebook del libro è a prezzo speciale sulle principali piattaforme, per non dimenticare.

Andrea Camilleri e l’amicizia con Leonardo Sciascia

in Narrazioni

Andrea Camilleri – I miei rapporti con Sciascia iniziarono mentre io ero ancora in televisione come produttore. Non lo conoscevo di persona e gli scrissi una lettera per chiedergli di scrivere uno sceneggiato sul primo delitto di mafia dentro il quale la politica era entrata in pieno, che capitò all’inizio del Novecento, l’assassinio del presidente del Banco di Sicilia (Emanuele Notarbartolo, ndc) avvenuto in treno, e per il quale ci furono anche onorevoli che andarono a finire sotto processo.
Lui mi ringraziò per iscritto, ma disse: «Amico mio, io, per scrivere uno sceneggiato di questo tipo, devo perdere anni di ricerche e quindi non me la sento».
E di conseguenza non se ne fece niente. Poi ci siamo conosciuti casualmente in Sicilia, ma ci frequentavamo saltuariamente, dandoci un lei reciproco e molto formale.
Poi lui scrisse “Il giorno della civetta”, che venne ridotto per il teatro da Giancarlo Sbragia che doveva anche metterlo in scena. Ma Sbragia non poteva e allora il Teatro Stabile di Catania decise di acquisirlo e di realizzarlo e chiamarono me per la regia.
Io in quel periodo stavo realizzando, a Palermo, la messa in scena de “La favola del figlio cambiato”, e lì ebbi una serie di incontri con Sciascia per discutere su come mettere in scena il suo testo. Nelle pause scappavo a Catania per coordinare la regia de “Il giorno della civetta”, la distribuzione, le scene, le prime prove a tavolino…
Per una serie di circostanze mostruose, capitò che “La favola del figlio cambiato” ritardò l’andata in scena di quindici giorni e quindi non avevo la possibilità di fare la regia al Teatro Stabile di Catania.
Chiamai Mario Landi per farmi sostituire. Ne venni eternamente rimproverato da Sciascia, che mi accusava di avere preferito Pirandello alla sua opera. Nonostante questo, inspiegabilmente diventammo simpatici l’uno all’altro.
Stavo lavorando intorno ad una cosa che avevo saputo: nella torre di Carlo V, al mio paese, c’era stato un eccidio nel 1848, quando in una sola notte avevano fatto fuori 114 persone. Cercavo disperatamente dei docu- menti, quando un mio carissimo amico mi trovò 114 atti di morte, avvenute tutte nello stesso luogo, nella stessa notte, con le stesse modalità. Quell’elenco era un documento straziante.

Chiesi a Sciascia di venire a prendere un caffè con me:
«Leonardo, ti do questi documenti, per favore scrivici sopra qualcosa».
Lui aveva cominciato a collaborare con la Sellerio. Dopo una settimana mi chiese di venire a trovarmi a casa.
«È importantissimo questo documento, ma perché vuoi che ne scriva io?»
«Per un motivo molto semplice, perché tu hai già scritto cose di questo tipo».
«Ma perché non lo scrivi tu?»
«Perché, come lo scrivi tu, io non saprei scriverlo».
«Ma perché lo vuoi scrivere come lo scriverei io, scrivilo come lo scriveresti tu».
«Sì vabbè, Leonardo, ma dopo che l’ho scritto a chi lo diamo?»
«Ti presento Elvira Sellerio».
Io scrissi “La strage dimenticata”, a lui piacque, scrisse il risvolto di copertina e mi presentò Elvira Sellerio.

Eravamo diventati amici e avevamo spesso delle discussioni feroci.
Lui era di un anticomunismo viscerale, quasi infantile, e a me divertiva, a volte, provocarlo per vedere come un uomo di così lucida intelligenza potesse accartocciarsi su se stesso solo per un viscerale e irrazionale rifiuto.
Con lui, una volta mi capitò una cosa che vale la pena di raccontare. Un giorno mi dice:
«Cammillè…» – mi chiamava Cammilleri con due m, e non c’era verso di farmi chiamare Camilleri con una m sola – «Cammillè, mi dai un tuo racconto perché voglio pubblicarlo in un’antologia di scrittori siciliani».
«Leonardo, io tre racconti soli ho scritto fino ad ora, te li do tutti e tre, scegli tu».
Mi chiama dopo qualche giorno e mi dice:
«Mi piace il racconto intitolato “Capitan Caci”, non lo dare a nessuno che lo pubblico io».
Dopo circa una settimana, un mio amico magistrato, Antonio Suriano, di cui parlerò dopo, mi dice:
«Ho letto un libro bellissimo di Jorge Amado, si intitola “Due storie del porto di Bahia”, dovresti leggerlo». Lo leggo e allibisco perché due episodi raccontati da Amado sono esattamente uguali nel mio racconto “Capitan Caci”. La cosa era inspiegabile, io non avevo letto il libro di Amado e lui certamente non aveva letto il mio racconto.
Mia moglie sostiene: «Forse, visto che sono storie di marinai, probabilmente le avete sentite tutti e due e le avete riciclate».
Chiamo Sciascia e gli dico che non posso pubblicare il racconto perché tutti potrebbero dire che ho plagiato Amado. E così finì.
Un po’ di tempo dopo, capitò che trovai tre paginette ne “Il mare colore del vino” che si intitolavano “Western di cose nostre”, e pensai che quello poteva essere un grandissimo sceneggiato televisivo.
Gli chiesi il permesso e lui mi disse di farne quello che volevo, così io coll’amico Antonio Suriano, che si firmava Saguera e che era stato lo sceneggiatore di Bondarchuk ne “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” sulla rivoluzione messicana, sceneggiammo tre puntate di un’ora da queste tre paginette.
Mi fa piacere dire due parole su Antonio Suriano ed è sufficiente, per questo, raccontare il suo funerale. Lui morì da procuratore generale, per un incidente stradale, e al suo funerale, sul lato destro del luogo dove si officiava la cerimonia, c’era tutto un mondo in doppio petto di magistrati e procuratori, sul lato sinistro un mondo di bari, delinquenti, attori, produttori cinematografici. Un mondo variopinto, una divergenza che rappresentava le due vite di Ninì Suriano.
Durante la stesura della sceneggiatura, io ero terrorizzato e ogni tanto chiamavo Leonardo Sciascia per dirgli: «Guarda, mi sto inventando questa cosa. Ti va bene?»
«No, figlio mio, tu ti mittisti ’nta ’sti lazzi e tu risolvi la cosa…»
«Ma tu cosa pensi? Perché quello agisce in quel modo?»
«Non te lo so dire! Io l’ho fatto agire così».
Alla fine lo facemmo e venne fuori l’ultima, bellissima interpretazione di Domenico Modugno, che poi non poté più lavorare per motivi di salute.
Lo sceneggiato ebbe molto successo. Quando mi chiesero in un’intervista in cui c’era anche Sciascia:
«Come ha fatto a tirare fuori tre ore di sceneggiato da tre pagine?», io risposi che il racconto di Sciascia era un dado Liebig, basta scioglierlo per farne un brodo.
E lui commentò: «Sì, ma il brodo bisogna saperlo fare, e lui c’è riuscito». Considerato il suo mutismo, era un elogio altissimo.
In quell’occasione mi invitò a pranzo. Mangiai cose di una squisitezza inimmaginabile e alla fine del pranzo non potei fare a meno di dire a sua moglie: «Signora mi complimento, perché ha cucinato delle cose divine».
La signora sorrise e ringraziò. Ad un certo punto Sciascia si allontanò un attimo, e lei:
«Non ho cucinato io, è lui che da stamattina alle cinque sta in cucina, ma non vuole che si sappia che gran cuoco che è».

 

Tratto da Andrea Camilleri, I racconti di Nené (raccolti da Francesco Anzalone e Giorgio Santelli), Melampo Editore

L’assalto al cielo

in Politica & Società

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione al nuovo libro di Gianni Barbacetto e Nando dalla Chiesa, L’assalto al cielo, Melampo editore, un’antologia del mensile “Società Civile” realizzata in occasione dei 30 anni dalla fondazione.

Non ci volle molto a scegliere il nome.
In genere occorrono riunioni infinite. Dubbi e dilemmi. Sedute egocentriche, proposte sorrette dal principio di autorità (“date retta a me che sono uomo di marketing”), fuoco sulle idee altrui. Noi invece il nome l’avevamo ben chiaro in mente sin dall’inizio e piaceva a tutti: “Società civile”. Un nome che diceva tante cose insieme. Che conquistava d’istinto, a qualcuno evocava anche ottime letture, ma stava soprattutto nello spirito dei tempi.

Erano gli anni Ottanta, il 1985 più esattamente. L’Italia cambiava pelle. Si stava perfezionando un vero e proprio regime della corruzione, il cui vestito politico si sarebbe indecorosamente sfatto sette anni dopo sotto le inchieste giudiziarie di Mani pulite. Proprio a inizio decennio, il 15 marzo del 1980, era uscito su “la Repubblica” il famoso apologo di Italo Calvino sull’onestà, intuizione letteraria di un fenomeno, la crisi etica del paese, che avrebbe moltiplicato il debito pubblico gettandone il prezzo immenso sulle generazioni future. Una crisi etica che schizzava dappertutto. Corrodeva la finanza. Nel luglio del 1979, a Milano, l’avvocato Giorgio Ambrosoli era stato ucciso su ordine di Michele Sindona, finanziere siciliano ma asceso ai vertici del potere nel capoluogo lombardo usando con spregiudicatezza i suoi istituti di credito e finanza. Già dichiarato salvatore della lira e poi protagonista di una bancarotta devastante, Sindona si era dato alla latitanza negli Stati Uniti, rimanendo, da latitante, in stretto contatto con il capo del governo Giulio Andreotti. Nel giugno del 1982 un altro finanziere milanese aveva illustrato con la sua parabola lo stato della ex capitale morale. Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, vicepresidente dell’Università Bocconi, incrocio ai più alti livelli della finanza laica e della finanza cattolica, era stato trovato “suicida” sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Si seppe dopo che aveva provato a giocare d’azzardo con i soldi affidatigli da Cosa nostra, inondata di narcodollari dal monopolio dell’eroina sul Mediterraneo. Con quei soldi la mafia palermitana e corleonese aveva messo già dalla fine degli anni Settanta un’ipoteca su un pezzo di nuova economia milanese dopo la crisi del capitalismo familiare e della gloriosa industria del boom economico. Quanto a Calvi, arrestato anche lui per bancarotta, era stato fieramente difeso in parlamento contro i suoi giudici da Bettino Craxi, nuovo astro della politica nazionale e del socialismo italiano. Con i loro provvedimenti, aveva accusato il leader socialista, i giudici minacciavano gli interessi dell’economia nazionale.

Né solo di finanza e politica si trattava. Nel 1980 l’Italia intera era stata coinvolta dallo scandalo della P2, che aveva portato alla luce una struttura clandestina del potere, ramificata nella politica, nelle nervature dello Stato, nell’imprenditoria, nell’informazione. E proprio un quotidiano, il più grande quotidiano milanese e nazionale per antonomasia, il “Corriere della Sera”, se ne era rivelato lo scrigno prezioso, un po’ stanza di compensazione dell’organizzazione massonica un po’ sua rampa di lancio verso l’esterno.
E in Sicilia la mafia. Il ciclo terribile degli assassini eccellenti. Senza fermarsi davanti a nulla. Né ai vertici degli uffici giudiziari (Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici) né al presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, né a un parlamentare di grande prestigio politico come Pio La Torre, né al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, già guida vittoriosa della lotta al terrorismo. Una mattanza vera e propria, consumata in evidente intesa con il cuore segreto del potere politico nazionale. Ma anche la camorra aveva messo a nudo il nocciolo nero della politica. La vicenda del rapimento dell’assessore della regione Campania Ciro Cirillo, responsabile della ricostruzione nelle aree colpite dal terremoto dell’Irpinia, aveva sconcertato l’opinione pubblica nazionale. Il rapimento era stato compiuto dalle Brigate Rosse nel 1981. La Democrazia cristiana, il partito di Cirillo, aveva fatto per il suo assessore quel che non aveva fatto per salvare Aldo Moro: aveva trattato con i terroristi. E la trattativa era stata affidata al capo della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo, detenuto ma lasciato libero di muoversi per le carceri nazionali in stretto rapporto con i servizi segreti per incontrare i terroristi. Conclusione: lo stato corrotto si era messo nelle mani della camorra, pronto a pagare i terroristi in soldi ma anche con l’indicazione di possibili bersagli da colpire. Una disfatta, una successione di tracolli politico-morali in grado di fiaccare qualunque nazione.

Lo Stato uscito dalla Resistenza sembrava avere superato la fisiologica (e già alta) quota di corruzione e avviato a diventare un’altra cosa, pur sotto il manto formale della sua Costituzione. La politica sembrava incapace di trovare al proprio interno le energie necessarie per restituire fiducia nelle istituzioni. Non mancavano personalità di spessore culturale e incorruttibili. Ma esse si dimostravano incapaci di contrastare la corruzione altrui, che si faceva sempre più vorace e scientifica. Anzi i partiti contribuivano consapevolmente a promuovere il sistema delle tangenti e della grande spartizione impegnando cifre faraoniche nella reciproca competizione elettorale. Lo stesso leader politico della questione morale, Enrico Berlinguer, morto di malore nel 1984 dopo il drammatico comizio di Padova, non era riuscito a fermare la deriva da lui denunciata neppure nel proprio partito, il Pci, pur meno incline ad accettare la corsa agli arricchimenti personali.

Dove trovare le energie per reagire a questo disfacimento morale, preludio, come si sarebbe visto (anche se ancora oggi c’è chi rilutta ad accettarlo, incolpandone i magistrati…) di un disfacimento politico? Si sarebbe detto: all’esterno dei partiti. Senonché i partiti di allora non erano i partiti di oggi. Erano formidabili apparati di consenso e di organizzazione della vita quotidiana. Macchine in grado di arrivare ovunque. Alimentate da centinaia di migliaia o anche più di un milione di iscritti. Direttamente insediate, dunque, nella vita di milioni di famiglie. E che oltre a questo occupavano a raggiera tutte le forme di vita associata possibili. Non solo i sindacati e le cooperative, ma anche le aziende che venivano raccolte nelle cosiddette “partecipazioni statali”. Non solo la Rai ma anche le redazioni dei giornali. E i consigli scolastici, e le unità (oggi aziende) sanitarie locali. I circoli culturali e le case editrici. Le associazioni e le bocciofile. Diffusi dappertutto. Formalmente per vivificare la partecipazione democratica, in realtà per controllare e lottizzare risorse e decisioni. Di più: per lottizzare la verità.
Nessuna discussione pubblica veramente libera aveva corso. Non nel senso che operassero censure politiche di massa, naturalmente. Ma nel senso che ogni ragionamento veniva incasellato da un invisibile caporale di giornata nelle “linee” dei singoli partiti, e in particolare dei tre intorno a cui ruotava, di fatto, il celebre “arco costituzionale”: Democrazia cristiana, Partito socialista e Partito comunista, ai quali si aggiungeva la spruzzata laica dei partiti liberale, repubblicano e socialdemocratico. Le persone che si esprimevano in pubblico, o che dialogavano tra loro in civili conversazioni, venivano immediatamente studiate e identificate per le loro “appartenenze” politiche grazie alle parole-spia: ossia le parole che, pur esistendo sui migliori vocabolari o nei repertori scientifici più neutri, servivano a decidere le appartenenze e quindi il grado di accettabilità (e legittimità) delle idee di ciascuno. Bastava farsi scappare in un ragionamento informale “classe sociale” e si era comunisti; “riforma” e si era socialisti; “patto costituzionale” e si era “catto-comunisti” (fulgida creatura semantica dell’epoca); “merito” e si era socialisti o laici. Il ragionamento era giudicato “serio” se adottava le parole-chiave del partito di appartenenza dell’interlocutore o di un suo partito alleato. Una autentica prigionia della mente.

Al disfacimento morale si accompagnava il disfacimento della ragione. Le energie del cambiamento andavano perciò cercate (e potevano essere cercate solo) all’esterno di questo immenso impianto politico. Mettendone in salvo, dentro altre strutture o contenitori, il senso migliore, che è quello che cercammo di fare. Oppure rifiutandolo in blocco, che è quello che nello stesso periodo fece, costruendoci un nuovo partito politico, la allora Lega lombarda, avviata a diventare in pochi anni “Lega Nord”. L’espressione “Società civile” traeva insomma la sua forza dalla scelta di rompere con i meccanismi di controllo della società politica, di affrancarsene, di riscoprire la libertà di dialogo e pensiero e il fondamento etico dell’agire pubblico. Non solo da invocare, ma da praticare. Non solo da praticare, ma da difendere. Contro chiunque: il familiare, il collega di professione, il compagno di partito. Milano era la città ideale per tentare questa “rivoluzione”. Viveva un visibile declino di valori. La città asburgica e risorgimentale, della burocrazia efficiente e dei grandi slanci solidali, stava assumendo tratti levantini e iniziava a risentire della presenza di interessi un giorno geograficamente lontani. Più volte i suoi quotidiani avevano pubblicato editoriali o cronache di ispirazione dubbia sulle vicende siciliane, linguaggi che venivano da lontano e di cui un occhio appena esperto coglieva al volo le affinità. Dalla finanza ai comuni minori dell’hinterland si avvertiva l’emersione di una illegalità avvolgente. Ambrosoli e i suoi funerali solitari erano stati, in fondo, il simbolo della impreparazione e al contempo delle complicità di una classe dirigente.

A Milano, dunque, si “doveva”. Ma a Milano, anche, si “poteva”. La città aveva storicamente una energia e una tradizione civile che le veniva dalla sua stessa struttura sociale. Un articolato, ricco, sistema delle professioni; molte università, con intellettuali e studenti mossi da una voglia diffusa di mobilità e di indipendenza; resistenti filoni di cultura morale, giuridica e sociale; un certo benessere economico, premessa di maggiori libertà di scelta e di autonomia associativa. E in più la presenza del cardinale Carlo Maria Martini, che un anno prima, nel 1984, aveva spiazzato tutti definendo la corruzione la “nuova peste” di Milano. E poi centinaia di insegnanti provenienti dal sud e che avevano portato le scuole cittadine all’avanguardia del nuovo movimento antimafia nato dopo l’assassinio a Palermo del generale dalla Chiesa, nel settembre dell’82. Fu a Milano, e non per caso, che nacque infatti il primo “coordinamento di insegnanti e presidi in lotta contro la mafia” d’Italia.

E proprio la grande esperienza del movimento antimafia era stata decisiva per fare maturare il progetto di “Società civile”, diventandone un affluente fondamentale. Vi era stato un biennio di nuove forme di impegno pubblico, di scambi culturali tra scuole lontane, di creatività didattica, si era scoperta l’alleanza con i magistrati e con le forze dell’ordine, era maturato un nuovo metro di giudizio verso le vicende del Paese. L’esperienza stessa aveva però ben chiarito che il movimento avrebbe certo potuto con la sua azione svegliare coscienze e promuovere nuovi livelli di associazionismo, anche al di fuori della scuola; che avrebbe cioè potuto essere “agente di cambiamento”. Ma che non sarebbe riuscito a raggiungere neanche in parte i suoi obiettivi di fondo se non avesse potuto rappresentare una più vasta società civile, se non avesse avuto dietro una “patria” più grande, riserva di valori e di energie più generali. Bisognava rigenerare quella patria.

L’analisi sembrò fondata a molti. Che “Società civile” si dovesse e si potesse “fare” fu confermato dall’entusiasmo con cui aderì all’idea un numero di cittadini mai più messi insieme, con quella qualità e quel prestigio, da nessun’altra iniziativa. In che forma unirsi? Un partito? Un movimento politico? L’ipotesi venne scartata di istinto. Aggiungere un partito a quelli esistenti sarebbe stato inefficace rispetto al nostro progetto, che era esattamente quello di sottrarsi alla morsa delle logiche di partito, di fuoriuscirne e di darsi la massima libertà di ragionamento e di parola, uniti solo dalla volontà di presidiare i fondamenti essenziali dello spirito pubblico. Questo era in fondo il soggetto che mancava a una democrazia traballante e sempre più inquinata. Un’alleanza trasversale di natura etica, di persone che si rispettassero e si capissero in nome di valori comuni. Piazzare dentro l’edificio fatiscente una nuova idea di polis: era un’idea innovativa e chiara sul piano teorico ma anche alla portata di chi non avesse mezzi per cimentarsi con un’esperienza nazionale. Un soggetto cittadino, un circolo più precisamente, si decise, mutuando il termine dall’esperienza illuminista del “Caffè” dei Verri e di Beccaria. Un circolo fondato da tante persone che contano, e che insieme possano esercitare una forza d’urto, svolgere una funzione di riferimento per la città, ma anche contagiare con il loro esempio molti altri cittadini di buona volontà in tutto il paese.

 

La foto è di Pierpaolo Farina

Noi, i ragazzi del Biscione

in Eventi

«In mezzo a quei ragazzi, che senza saperlo stavano costruendo il più grande impero televisivo della storia italiana, c’ero anche io. Con i miei sogni, le mie aspettative, e una buona dose di incoscienza».

L’11 ottobre allo spazio Melampo è stato presentato “Noi, i ragazzi del Biscione”, la vera storia della nascita e del trionfo della tv di Berlusconi, raccontata da chi ha vissuto quegli anni d’oro: Carlo Vitagliano e Carlo Freccero.

Il Falco e il Bambino

in Politica & Società

Alessandra Ballerini – Il Falco arriva sull’isola dalla Tunisia, appoggiato sul braccio del suo compagno di viaggio – proprietario e addestratore –, un po’ provato, ma in buona salute.
Omar, il bambino, un fagotto di 3 mesi, sbarca a Lampedusa il 6 agosto, insieme ai genitori, al fratellino di 16 mesi e alla sorella di 7 anni. Scappa con la famiglia dalla guerra in Libia, la terra dove i suoi genitori avevano deciso di rifugiarsi dopo essere fuggiti dal Darfur e dal Ciad. Ci sono vite, ci sono famiglie, che non fanno che scappare e soffrire.

Omar ha navigato cinquanta ore prima di approdare sull’isola, e nel viaggio ha visto 300, tra uomini e donne, pregare e imprecare. Ha visto corpi incastrati e calpestati e ha visto il sangue. Ha visto accoltellare il padre e ha visto i suoi aggressori tentare di ucciderlo con pugni e lame, fino a quando un elicottero non ha illuminato la barca e alcuni uomini in divisa li hanno condotti in salvo.
Il Falco fa parte di una specie protetta: è un Falco pellegrino, un rapace fiero e prezioso e perfettamente addestrato dal giovane tunisino che lo porta con sé. Il Falco, appena arrivato al centro di Contrada Imbriacola dove stanno rinchiusi e ammassati un migliaio di profughi, viene accudito e curato: a lui è dedicata una stanza personale, per lui procurano cibo speciale, perché non abbia a patire neppure un attimo, nella sua nuova dimora.
Omar invece dorme da trenta giorni su un materasso di gommapiuma buttato per terra, in una stanza condivisa con altri compagni di sventura. Omar è un neonato sudanese profugo dalla Libia e dovrebbe, come neonato e come profugo, appartenere anche lui a queste due categorie protette. Ma non è un rapace.
Per il Falco si trova in pochissime ore una collocazione adeguata, perché è evidente che Contrada Imbriacola non è luogo adatto neppure per farci dormire un rapace: viene immediatamente disposto il suo trasferimento in una residenza protetta.

Il Falco viene preso in consegna da mani esperte e strappato dal braccio del suo giovane amico e legittimo proprietario tunisino. Il ragazzo resta così solo e disperato, rinchiuso a Contrada Imbriacola: è un profugo tunisino, non appartiene evidentemente a nessuna specie protetta, e dunque non merita né una degna accoglienza, né tantomeno la libertà. Non solo, essendo stato privato della compagnia del rapace, non gode neppure di riflesso dei benefici e dei privilegi che vengono concessi al Falco: si scorda la stanza e viene ributtato, in mezzo alle centinaia di altri profughi, nel “gabbio” per adulti, dentro la gabbia più grande di Contrada Imbriacola.
E lì si aggira, orfano del Falco, chiedendone a tutti notizie. La polizia, per tranquillizzarlo, gli racconta che se riuscirà a prendere un permesso di soggiorno, il Falco – la cui posizione sul suolo italico è già stata perfettamente regolarizzata – gli verrà restituito. Mi chiede se è vero e come mai al numero di telefono della nuova dimora del rapace non risponde nessuno. Provo a chiamare anch’io, inutilmente. Mi arrovello pensando a una fantasiosa ipotesi di ricongiungimento del Falco con il tunisino. Ma temo di non trovare molti precedenti di giurisprudenza in materia.

Omar oggi festeggia il suo primo mese di detenzione in Contrada Imbriacola, tra poliziotti, sporcizia e insetti. Ho scritto e segnalato l’illegittima detenzione di questo neonato e della sua famiglia a tutte le autorità, ma non ho ottenuto nessuna risposta. Neppure quando il piccolo, prelevato in piena notte da un’operatrice della Lampedusa Accoglienza che aveva deciso – senza chiedere il consenso della madre – di fare un bagnetto al neonato, è rimasto gravemente ustionato dall’acqua bollente sulla gambina destra, qualcuno ha pensato che il Centro, “la gabbia”, fosse un luogo non adatto, non solo a un rapace, neanche a un neonato.
Omar, il bambino, resta lì, nella gabbia.

La madre mi fissa a lungo, mi chiede quando finirà la loro prigionia, è stanca e arrabbiata. Vuole prendersi cura dei suoi figli fuori da lì. E ha paura. Paura che i figli si ammalino o vengano feriti in una delle molte rivolte che settimanalmente scoppiano nel Centro. Paura dei lanci di sassi, dei manganelli e delle lamette con cui spesso i profughi, anche minorenni, si lacerano il corpo per protesta, nella vana speranza di suscitare un po’ di compassione. E paura degli scafisti che avevano cercato di uccidere suo marito e che fino a pochi giorni prima erano rinchiusi nella stessa gabbia. Omar, per sua fortuna, non è in grado di riconoscerli, ma i suoi fratellini, quando hanno visto di nuovo gli “uomini cattivi” che avevano fatto male al loro papà, sono scappati via in singhiozzi.

Consegno a Kadija, la madre di Omar, tutte le lettere che ho scritto per loro alle varie autorità e le spiego che un procuratore, un uomo per bene, si sta occupando di loro, anche perché tra le altre cose sono vittime e testimoni di reati gravissimi, e dunque pure per questo andrebbero protetti. La rassicuro che presto, se Dio vuole, Insciallah, verranno trasferiti. Le piace che io le parli schietta, che non le menta promettendole certezze che non posseggo. E mi ripete “Insciallah”, se Dio vuole.
E così tocca a Dio farsi carico anche delle illegalità e della disorganizzazione di Contrada Imbriacola e di tutto quello che ci gira intorno.
Stanotte il Falco dormirà sonni tranquilli, dopo aver mangiato cibo selezionato ed essere stato visitato e coccolato da mani esperte e affettuose, soffrendo forse solo un poco per la nostalgia del ragazzo che l’ha allevato.

Stanotte Omar, il bambino, dovrà combattere contro il prurito di una piaga da ustione, contro le punture di insetti, il lancio di sassi e lame e le urla degli altri prigionieri.
La prossima vita, Omar, se nasce profugo, gli conviene nascere rapace.

tratto da La vita ti sia lieve, Melampo Editore
immagine © Amnesty International

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