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Marco Bisanti

Viaggi sulla carta. La prefazione.

in Narrazioni

Marco Bisanti – Una delle tante meraviglie della letteratura è l’autentica scoperta di continenti nuovi. I grandi scrittori ne sono i primi esploratori: grazie a loro, diamo un nome alle terre emerse che prima ignoravamo, benché abitassero da sempre la nostra geografia. Come i primi scalatori danno alle vette raggiunte il loro nome, gli autori di quelli che definiamo classici ci permettono di concepire linguisticamente territori prima inarrivabili. Così, Proust ha dato un nome al sospetto diffuso che il tempo non sia riassumibile nei giri delle lancette, mentre Borges ha indicato a tutti la penisola labirintica del sogno che fonda la nostra realtà diurna molto più di quanto ci ostinassimo a dichiarare.
A ogni grande esploratore segue una moltitudine di viaggiatori che, sulle sue tracce, risalgono poi il territorio a modo loro: c’è chi ripercorre le sue stesse identiche orme, senza uscire mai dal sentiero tracciato; c’è chi decide di ballare tra i confini di territori diversi, descrivendo il paesaggio da un’altra angolazione. Quale che sia l’intenzione di partenza, per arrivare in fondo al viaggio della scrittura bisogna assicurarsi prima di avere l’equipaggiamento sufficiente. Partecipare a un laboratorio può servire allo scopo: i consigli delle guide più navigate e il confronto con altri simili pronti al viaggio aiutano molto a saggiare la bontà dei ramponi (se ci si appresta a una scalata) o la resistenza dello scafo (se ci si appresta a solcare il mare aperto).
È quello che è successo lo scorso autunno alla Casa delle Traduzioni di Roma: un viaggio condotto da me e Laura Franco, insieme ai partecipanti che hanno realizzato un itinerario inedito approdato da qualche giorno agli onori della pubblicazione digitale. Di seguito, la prefazione che ho scritto come invito alla lettura.

 

***

Viaggio

Per capire meglio certe poesie
che stavo traducendo
quell’estate visitai l’Inghilterra.
Le parole sono luoghi per davvero,
un ponte una collina un cimitero
una roccia su cui il piede batte
come un accento,
o l’acqua nera da cui sale un pesce.
Invece molti continuano a crederle
fantasmi di suoni soltanto o ipotesi
inverificabili di là dalla pagina
come se fosse messo in mezzo un muro.
In Inghilterra poi ho portato la mia casa.
Quell’estate senza saperlo
Io traducevo il futuro.

Nicola Gardini (da Tradurre è un bacio, 2015)

L’ultima grande scritta che i miei passi hanno segnato sulla carta del mondo è quella che, due primavere fa, mi ha portato ad Amsterdam con alcuni amici. La piccola scritta che invece continuo a perfezionare da anni mi riconsegna puntualmente alla città di Roma con un volo spiccato da punta Raisi, pago di una rassicurazione: i miei cari (luoghi e affetti) ci sono, ci sono ancora, e ci sono anche se non li vedo né frequento. I viaggi – brevi o più elastici sulla griglia immaginaria che inquadra il globo – rispondono sempre a una primaria esigenza di verifica.
Il motivo del viaggiatore infatti non è scoprire come sono fatti altri posti, ma prima di tutto assicurarsi che ci siano davvero, che davvero il mondo fuori portata esista e alla parola Amsterdam risponda un cielo, delle strade e tante vite veramente. Nessuna immagine, fissa o in movimento, ci darà mai la conoscenza e la certezza che viene da una camminata. Che poi, nei posti altri, ci siano usi e culture diverse dalle nostre non ha importanza, o meglio, è solo un corollario alla terra che arriva fin lì. E il viaggiatore che torna può solo testimoniarlo coi suoi occhi – che la terra fin lì ci arriva davvero – perché qualunque parola riporti ai compagni rimasti, anche quella non sarebbe una strada.

La scrittura, tuttavia, in quanto forma aurea del ritorno, resta la mappa migliore da comporre a invito nei paesaggi attraversati e vissuti, si tratti di luoghi fisici o dei territori più intimi che formano la geografia di ognuno. Per questo, chi scrive si propone sempre come artefice di un itinerario inedito per il lettore che, sulla carta, risale paesaggi altri assicurandosi per primo che i famosi altri ci sono davvero, che davvero le persone estranee alla sua pelle esistono e a ogni testo risponde un battito, delle storie e una vita veramente. Arthur Rimbaud lo disse meglio in sole quattro parole, coniando una formula magica: Je est un autre.
Gli altri, in questo caso, ideatori dell’itinerario collettivo che si propone qui, sono i viaggiatori che nell’autunno del 2017, riunendosi nei locali della Casa delle Traduzioni a Roma, grazie al magnetismo perfetto di una bussola che risponde al nome di Laura Franco, hanno orientato e definito la mappa dei loro territori, i tratti del genius loci che ne ha popolato l’infanzia o accolto le valigie temporanee su scenari italiani e meraviglie estere, tratteggiando partenze nell’intimità di un’aurora o ritorni a casa confortati dal vento. Come ogni viaggio davvero proficuo, poi, anche il nostro ha goduto di qualche fuori programma.
Ci siamo trovati così a camminare in equilibrio sul filo delle parole, assicurati contro eventuali cadute dai vincoli di autori più navigati come Leonardo da Vinci, Giacomo Leopardi e Galileo Galilei; abbiamo offerto un panorama su alcune nostre biografie; approdando infine nell’arcipelago orientale delle distopie, delle bizzarrie e degli haiku. Tracce che, rinvenute in mezzo a punte di grattaceli negli scavi di Singapore, conquisteranno tutte presso l’archeologo del 3000 questa descrizione: homo scribens, variazioni di Atlantide.

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