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Manuale di lettura creativa

Non esiliarsi dal proprio tempo

in Spilli

Marcello Fois – In generale chi giudica lo stato di salute della letteratura italiana attuale non legge abbastanza, o legge solo quello che arriva sulla sua scrivania. Sono esploratori che visitano la Papuasia o la Nuova Guinea con i documentari del National Geographic e poi si lamentano che non esiste piú il selvaggio autentico. A chi si inoltra in questa esplorazione pigra e addomesticata sembra evidente che la letteratura «attuale» abbia poco a che fare col presente. È passeggera, spesso labile in maniera deprimente, inserita in una contingenza costante. Oggi c’è e domani è scomparsa. Siamo circondati da scrittori tristemente piú famosi dei propri libri. Da teorici al rovescio che prima scrivono e poi elaborano, prima promuovono e poi scrivono. Da quantità che disattendono qualunque qualità.

Ma i pochi che si spingono oltre le colonne d’Ercole degli uffici stampa possono avere grandi sorprese. Il sottobosco, la giungla vera, nasconde molte meraviglie. Perché, nonostante la pletora di scriventi che affollano le nostre librerie, esiste una classe di autori, scrittori, persino nell’odierno generalista panorama nazionale, che hanno progettato di attraversare l’arduo percorso dell’inattualità. L’inattualità come categoria della letteratura è, paradossalmente, «tradizionale». E sarebbe a dire che non può sussistere alcuna modernità che non si sostanzi in un rapporto strettissimo con la tradizione. Eppure sembrerebbe vero il contrario. La scrittura è ancora, da piú parti, considerata un esercizio per orfani o per figli di nessuno. Dentro a questa apparenza di gratuità si nasconde l’insidia di pensare che chiunque possa esercitarla. E ribadire che non è cosí pare una tautologia. Chiarire che scrivere è un atto complesso e persino faticoso, può sembrare, a lungo andare, una posa: l’alternativa allo scrivere sarebbe lavorare. In ogni caso vale la pena di essere santamente tautologici e ripeterci di tanto in tanto che non si fa letteratura senza la letteratura. Non si scrive senza leggere. Non si distrugge quanto non si conosce; dobbiamo ribadirlo per mettere una pietra sopra qualunque tentazione di avanguardia posticcia, derivante da percorsi non assimilati. La letteratura è un territorio di aggiustamenti, dove a un corpo macchina esistente si applica il talento di chi quella macchina riesce a spingerla al massimo.

La scrittura «attuale» è invece tutto il contrario, l’unico talento effettivo che richieda è di cavalcare l’appetito momentaneo del lettore. È scrittura senza parenti, vuoto a perdere. Spesso millanta un rigore che non possiede se non in termini di audience e di target assimilabili a quelli televisivi. È scrittura per adolescenti pubescenti; per lettori che non vogliono niente di impegnativo; che vogliano illudersi di saturare la scarsità di contenuti con l’abbondanza di pagine. L’armamentario completo dello scrivente che si riempie la bocca con l’autorizzazione concessagli dalle vendite. Non vorrei essere frainteso: il lettore è assolutamente fondamentale e confesso che piú di una volta ho «invidiato» il posto in classifica di qualche autore in voga; ma mai ho invidiato la sua scrittura. Certo il postulato non può essere che un autore che vende è dozzinale e un autore che non vende o vende poco è necessariamente un grande autore, ma non si può non tener conto che la storia della letteratura non si è quasi mai fatta con i campioni di incasso, ma con i campioni di resistenza. Un punto debole della scrittura «attuale» è per l’appunto la capacità di durare. Di alcuni autori che avrebbero dovuto cambiare le sorti mondiali della scrittura oggi, con buona pace di tutti, non sentiamo piú parlare: chi si ricorda di Lara Cardella? Chi riesce a citare un titolo di Susanna Tamaro dopo Va’ dove ti porta il cuore? Eppure entrambe queste autrici sono state premiate da un consenso planetario. La categoria della durata e quella del target sono strettamente legate: le migliaia di adolescenti che hanno comprato i primi libri di Federico Moccia oggi sono ventenni che hanno rimosso quella stagione. All’autore in questione non resta che abbassare il target; riattualizzarsi per poi risparire. Tuttavia, dicono i sostenitori dell’«attuale», questi fenomeni sono creati dal basso, dal popolo di internet e dei blog, quindi dal massimo del contemporaneo. Il web avrebbe mutato radicalmente le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura «attuale». Non sempre in modo positivo, mi pare. Da un lato il web ha funzionato come straordinaria cassa di risonanza, dall’altro però ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura. Ha reso il lettore, anche quello saltuario o mediocre, protagonista. Persino il non lettore in un sito di scrittura può affermare il suo inalienabile diritto di giudicare quanto non ha mai letto. È un paradosso che ha evidenziato la necessità assoluta di una critica che non abdichi al suo compito di custodire, interpretare e mettere in campo, un patrimonio inestimabile. Il confronto diretto è solo apparentemente democratico. Per fortuna non vedo scrittori che discutono di operazioni a cuore aperto in siti di cardiologia, ammesso che non siano medici. Ci sono spazi in cui si va per curiosità e per apprendere e altri in cui, oltre a questo, si ha titolo per intervenire. Vorrei piú lettori con piú argomentazioni, ma vedo solo scrittori che parlano tra loro o non lettori che farneticano. La democrazia è costosissima e diventa sempre piú rara, non dovremmo sprecarla, confondendo il sacrosanto diritto di parola con la fisiologia fonetica. Si rischia certo di apparire retrivi, ma vale la pena di ricordare ancora una volta che il consumo a corto raggio è una categoria lontanissima dalla letteratura, per lo meno da quella con un progetto di permanenza. È necessario lo scardinamento di una sequenza temporale rigidamente lineare: la grande letteratura fa il miracolo di valere a prescindere dal suo certificato anagrafico. Opere contemporanee sembrano vecchie e obsolete, mentre opere antiche appaiono in tutta la loro immortale contemporaneità.

L’età di un’opera, la sua fulgida «inattualità», spesso è il risultato di un compromesso tra la stagione che l’ha creata e la capacità dell’autore di metterla in contatto con tutto quanto l’ha preceduta. Non resta che affidarsi a un principio talmente banale che per molti è una chimera e che costituisce il discrimine stesso tra scrittore e scrivente: imparare senza esiliarsi dal proprio tempo.

tratto da
Marcello Fois, Manuale di lettura creativa, Einaudi 2016

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