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letteratura

Il miracolo greco e la supremazia dell’inutile

in Letture

Ci sono libri potenti, saggi che si leggono come un romanzo in cui ha mano felice l’autore nel riallacciare sentieri interrotti tra le diverse branche dell’umano sapere che nacque grazie a un’inedita combinazione di fattori. George Steiner ha da sempre fede nella parola come produttrice di senso. Tra le sue ultime opere c’è il fondamentale “La poesia dello spirito” di cui riportiamo un estratto. Un libro da leggere da rileggere.

L’incandescenza della creatività intellettuale e poetica nella Grecia continentale, in Asia minore e in Sicilia durante il VI e il V secolo prima di Cristo, resta un caso unico nella storia dell’umanità. Per certi aspetti, la vita dello spirito dopo di allora è solo una doviziosa postilla. Per lungo tempo questo è stato dato per scontato. Tuttavia le cause di questo sprazzo di sole, i motivi che l’hanno determinato in quel momento e in quel luogo, rimangono poco chiari. La penitenziale political correctness ora prevalente, i rimorsi del postcolonialismo rendono imbarazzante perfino porre le domande che sarebbero pertinenti, chiedere per quale ragione quell’ardente prodigio che è il puro pensiero non si sia imposto quasi in nessun altro luogo (quale teorema è giunto dall’Africa?).
Molteplici e complessi devono essere stati i fattori interattivi, direi «implosivi», se vogliamo prendere in prestito un concetto essenziale derivato dalle dense collisioni della fisica degli atomi. Tra questi un clima abbastanza mite e la facilità delle comunicazioni marittime. L’argomentazione viaggiava veloce; era, nel senso antico e figurato, «mercuriale». La disponibilità di proteine, duramente preclusa a gran parte del mondo subsahariano, è stata forse un fattore di primaria importanza. I nutrizionisti parlano delle proteine come di «cibo del cervello». Fame e malnutrizione rendono zoppa la ginnastica dello spirito. Ci sono molte cose che non riusciamo ancora ad afferrare, benché Hegel percepisse il ruolo cardine di alcune di esse, come la contiguità quotidiana con gli schiavi, l’incidenza della schiavitù sulla sensibilità personale e sociale. È evidente comunque che per i privilegiati, ed essi erano relativamente numerosi, la proprietà di schiavi implicava tempo libero ed esenzione dai lavori manuali e domestici. Permetteva tempo e spazio per il libero gioco dell’intelletto. Questa è un’immensa libertà. Né Parmenide né Platone dovevano guadagnarsi da vivere. Un uomo ben nutrito, sotto cieli temperati, si può mettere a discutere o ad ascoltare nell’agorà, nei boschetti dell’Accademia. Il terzo elemento è il più difficile da valutare. A parte straordinarie eccezioni, le donne avevano un ruolo limitato alla casa, spesso sottomesso nelle faccende riguardanti la polis e certamente in quelle filosofico-retoriche. Alcune possono aver avuto accesso a un’istruzione superiore. Ma di questo ci sono pochi indizi prima di Plotino. E se questa loro (imposta, tradizionale?) astensione avesse contribuito al senso di lusso e perfino all’arroganza dello spirito speculativo? Non è che tutto questo si prolunghi, passando per il contributo sorprendentemente modesto dato dalle donne alla matematica e alla metafisica, fin dentro il nostro tempo ora così metamorfico? Proteine, schiavitù, prepotenza maschile: quanto il loro cumularsi è causa del miracolo greco?
Perché, sia chiaro, fu un miracolo.

Il miracolo consisté nello scoprire, anche se questo concetto resta inafferrabile, e nel coltivare il pensiero astratto. E con esso la pura riflessione e l’interrogarsi non inquinato da esigenze utilitaristiche di economia agraria, navigazione, controllo delle acque, predizioni astrologiche che erano prevalenti, spesso in maniera geniale, nelle civiltà del Mediterraneo, del vicino Oriente e dell’India. Abbiamo la tendenza a dare per scontata questa rivoluzione, essendone noi il prodotto. Invece è strana e scandalosa. L’equazione di Parmenide tra pensiero ed essere, il giudizio di Socrate che la vita irriflessa non sia degna di essere vissuta, sono provocazioni di dimensioni veramente enormi. Incarnano la supremazia dell’inutile, così come noi la presagiamo nella musica. Nell’orgoglioso linguaggio di Kant, esse aspirano all’ideale del disinteressato. Una cosa ancora più strana, forse eticamente più sospetta, della propensione a sacrificare la vita a un’ossessione astratta, inapplicabile, come fa Archimede quando riflette sulle sezioni coniche o come fa Socrate.

Il miracolo consisté nello scoprire, anche se questo concetto resta inafferrabile, e nel coltivare il pensiero astratto.

La fenomenologia del pensiero puro è quasi demoniaca nella sua estraneità. Pascal e Kierkegaard lo stanno a dimostrare. Ma le profonde correnti di fulgido «autismo» che collegano la matematica greca e il dibattito speculativo e teorico, che privilegiano la ricerca della verità alla sopravvivenza personale, inaugurano il grande viaggio dell’Occidente. Incitano a quel «viaggiare per strani mari del pensiero solitario» che Wordsworth attribuisce a Newton. Il nostro escogitare teorie, le nostre scienze, le nostre discordanze basate sulla ragione e le nostre funzioni di verità, così spesso astruse, derivano da quella lontana luce ionica. Noi siamo, come afferma Shelley «tutti greci». Ripeto: c’è miracolo, ma anche estraneità e, può darsi, un sentore di inumano.

George Steiner, La poesia del pensiero, Garzanti (traduzione di Fiorenza Conte e Renato Benvenuto=

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