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Leonardo Sciascia

Andrea Camilleri e l’amicizia con Leonardo Sciascia

in Narrazioni

Andrea Camilleri – I miei rapporti con Sciascia iniziarono mentre io ero ancora in televisione come produttore. Non lo conoscevo di persona e gli scrissi una lettera per chiedergli di scrivere uno sceneggiato sul primo delitto di mafia dentro il quale la politica era entrata in pieno, che capitò all’inizio del Novecento, l’assassinio del presidente del Banco di Sicilia (Emanuele Notarbartolo, ndc) avvenuto in treno, e per il quale ci furono anche onorevoli che andarono a finire sotto processo.
Lui mi ringraziò per iscritto, ma disse: «Amico mio, io, per scrivere uno sceneggiato di questo tipo, devo perdere anni di ricerche e quindi non me la sento».
E di conseguenza non se ne fece niente. Poi ci siamo conosciuti casualmente in Sicilia, ma ci frequentavamo saltuariamente, dandoci un lei reciproco e molto formale.
Poi lui scrisse “Il giorno della civetta”, che venne ridotto per il teatro da Giancarlo Sbragia che doveva anche metterlo in scena. Ma Sbragia non poteva e allora il Teatro Stabile di Catania decise di acquisirlo e di realizzarlo e chiamarono me per la regia.
Io in quel periodo stavo realizzando, a Palermo, la messa in scena de “La favola del figlio cambiato”, e lì ebbi una serie di incontri con Sciascia per discutere su come mettere in scena il suo testo. Nelle pause scappavo a Catania per coordinare la regia de “Il giorno della civetta”, la distribuzione, le scene, le prime prove a tavolino…
Per una serie di circostanze mostruose, capitò che “La favola del figlio cambiato” ritardò l’andata in scena di quindici giorni e quindi non avevo la possibilità di fare la regia al Teatro Stabile di Catania.
Chiamai Mario Landi per farmi sostituire. Ne venni eternamente rimproverato da Sciascia, che mi accusava di avere preferito Pirandello alla sua opera. Nonostante questo, inspiegabilmente diventammo simpatici l’uno all’altro.
Stavo lavorando intorno ad una cosa che avevo saputo: nella torre di Carlo V, al mio paese, c’era stato un eccidio nel 1848, quando in una sola notte avevano fatto fuori 114 persone. Cercavo disperatamente dei docu- menti, quando un mio carissimo amico mi trovò 114 atti di morte, avvenute tutte nello stesso luogo, nella stessa notte, con le stesse modalità. Quell’elenco era un documento straziante.

Chiesi a Sciascia di venire a prendere un caffè con me:
«Leonardo, ti do questi documenti, per favore scrivici sopra qualcosa».
Lui aveva cominciato a collaborare con la Sellerio. Dopo una settimana mi chiese di venire a trovarmi a casa.
«È importantissimo questo documento, ma perché vuoi che ne scriva io?»
«Per un motivo molto semplice, perché tu hai già scritto cose di questo tipo».
«Ma perché non lo scrivi tu?»
«Perché, come lo scrivi tu, io non saprei scriverlo».
«Ma perché lo vuoi scrivere come lo scriverei io, scrivilo come lo scriveresti tu».
«Sì vabbè, Leonardo, ma dopo che l’ho scritto a chi lo diamo?»
«Ti presento Elvira Sellerio».
Io scrissi “La strage dimenticata”, a lui piacque, scrisse il risvolto di copertina e mi presentò Elvira Sellerio.

Eravamo diventati amici e avevamo spesso delle discussioni feroci.
Lui era di un anticomunismo viscerale, quasi infantile, e a me divertiva, a volte, provocarlo per vedere come un uomo di così lucida intelligenza potesse accartocciarsi su se stesso solo per un viscerale e irrazionale rifiuto.
Con lui, una volta mi capitò una cosa che vale la pena di raccontare. Un giorno mi dice:
«Cammillè…» – mi chiamava Cammilleri con due m, e non c’era verso di farmi chiamare Camilleri con una m sola – «Cammillè, mi dai un tuo racconto perché voglio pubblicarlo in un’antologia di scrittori siciliani».
«Leonardo, io tre racconti soli ho scritto fino ad ora, te li do tutti e tre, scegli tu».
Mi chiama dopo qualche giorno e mi dice:
«Mi piace il racconto intitolato “Capitan Caci”, non lo dare a nessuno che lo pubblico io».
Dopo circa una settimana, un mio amico magistrato, Antonio Suriano, di cui parlerò dopo, mi dice:
«Ho letto un libro bellissimo di Jorge Amado, si intitola “Due storie del porto di Bahia”, dovresti leggerlo». Lo leggo e allibisco perché due episodi raccontati da Amado sono esattamente uguali nel mio racconto “Capitan Caci”. La cosa era inspiegabile, io non avevo letto il libro di Amado e lui certamente non aveva letto il mio racconto.
Mia moglie sostiene: «Forse, visto che sono storie di marinai, probabilmente le avete sentite tutti e due e le avete riciclate».
Chiamo Sciascia e gli dico che non posso pubblicare il racconto perché tutti potrebbero dire che ho plagiato Amado. E così finì.
Un po’ di tempo dopo, capitò che trovai tre paginette ne “Il mare colore del vino” che si intitolavano “Western di cose nostre”, e pensai che quello poteva essere un grandissimo sceneggiato televisivo.
Gli chiesi il permesso e lui mi disse di farne quello che volevo, così io coll’amico Antonio Suriano, che si firmava Saguera e che era stato lo sceneggiatore di Bondarchuk ne “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” sulla rivoluzione messicana, sceneggiammo tre puntate di un’ora da queste tre paginette.
Mi fa piacere dire due parole su Antonio Suriano ed è sufficiente, per questo, raccontare il suo funerale. Lui morì da procuratore generale, per un incidente stradale, e al suo funerale, sul lato destro del luogo dove si officiava la cerimonia, c’era tutto un mondo in doppio petto di magistrati e procuratori, sul lato sinistro un mondo di bari, delinquenti, attori, produttori cinematografici. Un mondo variopinto, una divergenza che rappresentava le due vite di Ninì Suriano.
Durante la stesura della sceneggiatura, io ero terrorizzato e ogni tanto chiamavo Leonardo Sciascia per dirgli: «Guarda, mi sto inventando questa cosa. Ti va bene?»
«No, figlio mio, tu ti mittisti ’nta ’sti lazzi e tu risolvi la cosa…»
«Ma tu cosa pensi? Perché quello agisce in quel modo?»
«Non te lo so dire! Io l’ho fatto agire così».
Alla fine lo facemmo e venne fuori l’ultima, bellissima interpretazione di Domenico Modugno, che poi non poté più lavorare per motivi di salute.
Lo sceneggiato ebbe molto successo. Quando mi chiesero in un’intervista in cui c’era anche Sciascia:
«Come ha fatto a tirare fuori tre ore di sceneggiato da tre pagine?», io risposi che il racconto di Sciascia era un dado Liebig, basta scioglierlo per farne un brodo.
E lui commentò: «Sì, ma il brodo bisogna saperlo fare, e lui c’è riuscito». Considerato il suo mutismo, era un elogio altissimo.
In quell’occasione mi invitò a pranzo. Mangiai cose di una squisitezza inimmaginabile e alla fine del pranzo non potei fare a meno di dire a sua moglie: «Signora mi complimento, perché ha cucinato delle cose divine».
La signora sorrise e ringraziò. Ad un certo punto Sciascia si allontanò un attimo, e lei:
«Non ho cucinato io, è lui che da stamattina alle cinque sta in cucina, ma non vuole che si sappia che gran cuoco che è».

 

Tratto da Andrea Camilleri, I racconti di Nené (raccolti da Francesco Anzalone e Giorgio Santelli), Melampo Editore

Quella Sicilia, eternamente gattoparda

in Narrazioni/Riscoperte

Gaetano Savatteri – Le miniere di zolfo sono chiuse da mezzo secolo. I contadini sono emigrati, le campagne abbandonate. I bambini non vanno più a scuola con le scarpe sfondate, ma i ragazzi vanno a studiare fuori dalla Sicilia per non tornare mai più. Il panorama sociale raccontato sessant’anni fa da Leonardo Sciascia nelle Parrocchie di Regalpetra è scomparso per sempre: meno male, è giusto dire.

Ormai il testo di Sciascia pubblicato da Laterza nel 1956 è la fotografia di un fossile. È memoria, documento letterario importantissimo perché, come diceva lo stesso Sciascia, quel suo primo libro contiene tutti i temi e gli argomenti che lo scrittore di Racalmuto avrebbe affrontato nella sua opera successiva: “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno: un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente”.

La casa editrice Laterza pubblicherà a breve la corrispondenza tra Leonardo Sciascia, allora misconosciuto maestro di scuola elementare e l’editore Vito Laterza, intercorsa prima e dopo la pubblicazione della Parrocchie. Un libro utile per capire i rapporti tra scrittore ed editore, per conoscere come nasceva un libro, attraverso quali riflessioni, fino alla felice individuazione di quel titolo, suggerito e scelto da Vito Laterza, che finì per trasformare la Racalmuto dove Sciascia era nato e cresciuto nella Regalpetra letteraria.

Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno: un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente

Regalpetra resterà quindi per sempre chiusa dentro quelle pagine. Ma anche il paese di Racalmuto spesso ha rischiato di rimanere intrappolato dentro la gabbia letteraria di Regalpetra. E questa, se si vuole, è una metafora dell’intera Sicilia. La Sicilia scompare, mentre restano e sopravvivono Regalpetra, Vigàta, Montelusa, Natàca, Donnafugata. La Sicilia appare ancorata alla lettura che grandi maestri ne hanno fatto. La Sicilia resta incatenata al gattopardismo del “tutto dove cambiare affinché nulla cambi”. Se fosse solo una proiezione letteraria, nessun problema: la questione, semmai, è voler continuare a interpretare la Sicilia di oggi con la scrittura, gli strumenti e lo sguardo di ieri.

Prendiamo, ad esempio, Regalpetra/Racalmuto. Ne parlo perché la conosco bene, vi sono cresciuto e qui affondano le mie radici. A metà degli anni Settanta, leggendo Le parrocchie, erano ancora rintracciabili gli elementi di continuità tra il presente e il libro di Sciascia che denunciava le condizioni di miseria di un paese siciliano. Alcuni protagonisti delle cronache sciasciane erano ancora vivi, il tempo si era mosso abbastanza lentamente nei vent’anni dalla pubblicazione.

Ma rileggerlo adesso, a sessant’anni di distanza, come ha fatto il paese di Racalmuto con affetto e sentimento nel maggio scorso, con vari capitoli affidati alla voce di uomini, donne e bambini che hanno declamato in pubblico interi capitoli del libro, negli stessi luoghi in cui sono ambientati – il circolo di conversazione, il palazzo municipale, la piazza, la scalinata di una chiesa – ecco, rileggendo adesso quel libro, appare siderale la distanza tra il passato e il presente. I ragazzini della scuola elementare che leggevano sul palco del teatro comunale le pagine di Sciascia sull’ignoranza, sulla povertà, sul bisogno di cui erano vittime alla loro età i loro nonni, i nostri nonni, erano invece ben vestiti, curati nel parlare, istruiti e non conoscevano la fame. A meno di voler dire che nulla è cambiato, a meno di non voler dimostrare che a distanza di sessant’anni questi bambini hanno i medesimi pensieri dei bambini del ’56 (“in fondo alla loro realtà di miseria e di rancore, lontani con i loro arruffati pensieri, i piccoli desideri di irraggiungibili cose”), a meno di non voler insistere che nulla mai si modifica, i bambini di Racalmuto oggi non sono più quelli di Regalpetra (e per fortuna).

Certo, esistono ancora molte cose che non vanno. Oggi Racalmuto è meno povera di sessant’anni fa, eppure è desertificata dall’emigrazione, economicamente stagnante, disperatamente immobile dentro una logica di sussistenza e sopravvivenza: un paese di molti vecchi, di pochissimi bambini, di pochi adulti produttivi e di tanti giovani in fuga.

Da quando è morto Sciascia, nel 1989, il paese ha conosciuto una terribile e sanguinosa guerra di mafia che all’inizio degli anni Novanta seminò venti morti in due anni, con due stragi consumate al centro del paese, la scomparsa misteriosa del capo dell’ufficio tecnico del Comune, l’emergere di un mafioso latitante che per un certo periodo venne indicato come il capo della Cosa Nostra della provincia di Agrigento, odi feroci tra gruppi familiari, lutti e galera, pentiti e processi, fino al punto che nel 2012 il consiglio comunale del paese di Sciascia – che per ironia della sorte, si era ribattezzato “il paese della ragione”, in nome e in omaggio allo scrittore – venne commissariato per mafia (storie e cronache che ho raccontato nel mio I ragazzi di Regalpetra, pubblicato da Melampo).

Quindi, se Racalmuto rispetto alla Regalpetra del 1956 ha conosciuto condizioni di benessere (sia pure minuto e spicciolo, ma sempre benessere) mai viste prima, ha dovuto attraversare anche la stagione forse più cupa e tragica della sua vita sociale. Tutto questo, credo, che nella vita di una comunità abbia peso, conseguenze e finisce per modificarne il suo paesaggio umano.

Eppure nella visione letteraria di Racalmuto/Regalpetra (e questo vale anche per la Sicilia tutta o per buona parte di essa) tutto questo sembra non esistere né valere. L’altro giorno ho finito di leggere il bellissimo libro di Massimo Onofri Passaggio in Sicilia, pubblicato da Giunti: un viaggio sentimentale e letterario, un ritorno in Sicilia, scritto dal critico letterario che forse meglio di tutti ha raccontato Leonardo Sciascia e che ha raccontato anche la formazione dell’immagine della mafia attraverso la letteratura scritta in Sicilia e sulla Sicilia.

Arrivato a Racalmuto, nella Racalmuto di oggi, Onofri percorre il suo itinerario sulle tracce di Sciascia, ricordando che c’era stato per la prima volta nel 1994. Onofri, come dimostrano i suoi libri, sa benissimo chi è Sciascia e altrettanto bene sa cos’è la mafia. Eppure in quel suo capitolo “Un sogno fatto a Racalmuto” (attenzione: non a Regalpetra, cioè nel luogo letterario, ma a Racalmuto, quindi nel luogo reale) Racalmuto sfuma sullo sfondo. L’immagine di Regalpetra, della Regalpetra di Sciascia, prende il sopravvento. Non c’è la piazza deserta, popolata solo da alcuni anziani. Non ci sono i nuovi quartieri di edilizia residenziale. Non c’è il ricordo recente di una mafia spietata. Non c’è il centro storico con le case chiuse per sempre. Il paesaggio si arresta sull’orlo della “campagna riarsa e ancora tarlata dalle vecchie e ormai dimesse zolfare che, un tempo non lontanissimo, avevano illuso quanto a un futuro prospero di sviluppo”.

E poi? C’è il percorso della memoria: la sede della Fondazione Sciascia con la sua collezione di stampe, il bel teatro Regina Margherita, la visita alla casa della contrada Noce dove Sciascia scrisse quasi tutti i suoi libri, la statua di bronzo di Leonardo Sciascia ad altezza naturale, realizzata dallo scultore Giuseppe Agnello e collocata sul marciapiede vicino al Circolo Unione. Tutto qui. Certo, è tanto. D’altra parte Onofri dichiara che il suo è un viaggio interiore in questa forma di guida-romanzo, narrazione tra libri, nostalgie e ricordi. Sotto questo aspetto Onofri è coerente: viaggia per la Sicilia attraverso gli autori che ha amato e ama.

Ma, messo da parte il libro di Onofri, per chi, come me, conosce Racalmuto e la Sicilia, per chi la soffre come me e come molti altri siciliani, per chi la vive con rabbia e amore, con indignazione e frustrazione, si spalanca una domanda: Racalmuto è questa? È la città natale di un grande scrittore e nulla di più? La Sicilia è questa? Certo, Onofri non sarebbe mai venuto a Racalmuto se non fosse diventata Regalpetra. Ma in quel paese, come in tutta la Sicilia, dietro le grandi metafore letterarie esistono luoghi e città popolati di uomini, donne, famiglie. In Sicilia ci sono oltre cinque milioni di persone in carne e ossa consapevoli di avere la fortuna di vivere dentro un’isola letteraria, addirittura orgogliosi di farne parte, ma allo stesso tempo divorati da nuovi bisogni, nuove miserie, ma pure nuove speranze e diversi orizzonti.

È possibile continuare ad usare sempre e soltanto la cassetta degli attrezzi di Tomasi di Lampedusa, di Verga, di Sciascia per leggere la Sicilia di oggi?

È possibile cercare di decrittare la Sicilia, il suo mistero o il suo fascino, facendo ricorso alla sua dimensione letteraria? È possibile continuare ad usare sempre e soltanto la cassetta degli attrezzi di Tomasi di Lampedusa, di Verga, di Sciascia per leggere la Sicilia di oggi? Forse questa è un’ossessione molto siciliana. Forse è il rifugio in un passato consolatorio perché passato. Un tempo in cui anche la miseria e le scarpe sfondate dei bambini di Regalpetra assumono oggi il sapore della malinconia e della dolcezza.

Quando vado in giro per la Sicilia c’è sempre un professore, un politico o un giornalista che per spiegare la Sicilia – quella di oggi – tira in ballo Pirandello, De Roberto o Brancati (l’ho fatto e lo faccio anch’io, ovvio). Ma confesso che non mi è mai capitato di sentir citare Manzoni per descrivere la Milano degli anni Duemila e neppure quella da bere degli anni Ottanta. E a Roma nessuno, tranne i turisti americani, crede più che in via Veneto ci sia ancora la Dolce Vita di Federico Fellini e che Roma sia ancora quella dei paparazzi.

Ma la Sicilia è irredimibile, si sa. E non cambia mai. Lo diceva Aimone Chevalley, lo diceva Tomasi di Lampedusa, lo diceva anche Sciascia. Se lo hanno detto loro vuol dire che è così. E se invece le cose sono diverse, la spiegazione è semplice: è la realtà testarda che si ostina a non volersi rassegnare all’evidenza della letteratura.

Gaetano Savatteri

La foto è di Massimo Minglino

Di eremi e di alberghi

in Eresie
Todo Modo il film

«Mi scusi: questo è un eremo o un albergo?» domandai con una certa violenza e ironia.
«È un eremo ed è un albergo».
«L’eremo di Zafer?».
«L’eremo di Zafer, appunto».
«E l’albergo?».
«L’albergo che?». Molto seccato.
«L’albergo che nome ha?».
«Di Zafer». E distaccando le parole, ché me le piantassi nella memoria «hotel di Zafer».
«Eremo di Zafer, hotel di Zafer. Bene. E chi era, Zafer?».
«Un eremita, naturalmente: se questo era un eremo».
«Era» sottolineai.
«È».

Leonardo Sciascia, Todo Modo

Non si uccide di venerdì

in Narrazioni

Questa, più che una storia di mafia, è la storia di un gruppo di ragazzi, cresciuti nella Sicilia degli anni Ottanta, compagni di gioco sullo stesso campetto di terra battuta, che si allontanano fino a diventare nemici. I ragazzi di Regalpetra racconta la lunga guerra di mafia che agli inizi degli anni Novanta insanguinò una parte della Sicilia. E il conflitto, che vedeva gli amici di un tempo gli uni contro gli altri, esplose anche nei luoghi di Leonardo Sciascia, il grande scrittore che proprio sessant’anni fa fece letteratura delle cronache del suo paese con Le parrocchie di Regalpetra.

Una squadretta di assassini di Cosa Nostra, pronta a intervenire al bisogno, quando c’è da ammazzare qualcuno. Con una sola avvertenza: non si uccide di venerdì, perché è giorno di dolore, morì nostro Signore.

Riconnettendosi idealmente a quelle cronache paesane, Gaetano Savatteri ricostruisce come il seme della violenza sia germogliato. Un libro-verità, con nomi e cognomi, vittime e carnefici, di uno scontro che provocò decine di morti. «Una delle più interessanti storie di mafia che abbia letto», come scrive nella sua prefazione lo storico Salvatore Lupo, autore di studi fondamentali su Cosa Nostra. Savatteri aveva conosciuto quei ragazzi, diventati adulti e mafiosi. È andato a cercarli nelle tane da pentiti dove vivono nascosti o nelle galere dove scontano ergastoli. Per tentare di capire come siano potuti diventare avversari, seminando lutti e dolori che alla fine hanno devastato le vite di tutti.

Un libro sulla guerra tra Cosa nostra e stiddari che ha insanguinato il paese di Leonardo Sciascia per quindici anni. Anche l’autore è un ragazzo di Regalpetra, è cresciuto insieme a futuri boss e a futuri pentiti;
anni dopo è tornato a cercarli e a intervistarli, in carcere o dove vivono sotto protezione, per tentare di capire come gli amici di un tempo siano diventati nemici.

I ragazzi di Regalpetra

di Gaetano Savatteri
con la prefazione di Salvatore Lupo
Melampo editore

L’AUTORE. Gaetano Savatteri, giornalista, nato a Milano nel 1964, è cresciuto in Sicilia. Ha pubblicato saggi sulle mafie tra i quali Potere criminale. Intervista sulla storia della mafia, con Salvatore Lupo (Laterza, 2009), Il contagio. Come la ’ndrangheta ha infettato l’Italia, intervista ai magistrati Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino (Laterza, 2012). Per Melampo editore ha curato con Francesco Grignetti Mafia Capitale. L’atto di accusa della Procura di Roma (2015). È autore di romanzi editi da Sellerio, l’ultimo è La fabbrica delle stelle. Dirige Trame, festival dei libri sulle mafie che si svolge a Lamezia Terme. Vive e lavora a Roma.

L’immagine di copertina è di Alessandro Jyoti Giudice

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