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Leo Ortolani

Paolo Nespoli, il Rat-man e la ISS

in Letture/Narrazioni

Gian Paolo Parenti ritorna sulle colonne del nostro magazine per raccontarci quella volta che il Rat-man finì nella Stazione Spaziale Internazionale con Paolo Nespoli.


1.La strana coppia (ovvero: Nespoli e il Ratto)

In C’è spazio per tutti (Panini, 2017) quella “mente criminale” di Leo Ortolani spedisce il Rat-Man sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) al seguito (o meglio: “alle costole”) dell’astronauta Paolo Nespoli.
Nespoli lo conoscevamo almeno quanto Samantha “Astrosamantha” Cristoforetti, la prima italiana in orbita. Tre missioni nello spazio, per lui; con l’ultima iniziata nel Luglio 2017, l’anno del suo sessantesimo compleanno, e durata la bellezza di sei mesi.
Nel suo “Endurance” (Mondadori, 2017) Scott Kelly -l’astronauta che detiene il record di permanenza continuativa sulla ISS: ben 215 giorni- ci aveva avvisati: Nespoli è uno competente – ha scritto Kelly – ma non rinuncia alla battuta, allo scherzo, al buonumore (e, detta da uno che si era fatto spedire sulla ISS un costume da gorilla per spaventare a morte i compagni di bordo, la cosa fa effettivamente un certo effetto…).
Logico, dunque, che Nespoli abbia accettato di entrare in un fumetto e di portarsi quello stesso fumetto in orbita attorno alla Terra. E d’accordo che la storia è stata patrocinata dall’ESA e dall’ASI, le agenzie spaziali europea e italiana; d’accordo che il Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR) ha plaudito all’iniziativa di raccontare attraverso una storia comica l’epopea dell’astronautica, il contributo italiano alla realizzazione della ISS ed il modo e le finalità con cui, a partire dal Novembre 2000, gli astronauti e i cosmonauti russi vi stiano passando periodi anche molto lunghi, ma nel suo memoriale Kelly spiega che ogni astronauta ha diritto a portarsi a bordo un solo libro cartaceo e che di solito si tratta di una lettura-feticcio, una storia destinata a scaldargli il cuore nei momenti di frustrazione o dolore o nostalgia, che certo non mancano. Non a caso lui, Kelly, ha trascorso un anno in compagnia del diario tenuto un secolo prima da Sir Ernest Shackleton durante quell’avventurosa missione antartica che l’ha reso famoso ovunque e per sempre: una lettura scelta proprio per ricaricarsi pensando a quelle prime, durissime esplorazioni polari. Nespoli, invece, con genio e sregolatezza tutti italiani ha optato per le gesta di un superdeficiente mascherato da topo, il quale, appena arrivato sulla ISS, svuota la cambusa pretendendo di far colazione a ogni sorgere del sole: vale a dire 16 volte ogni 24 ore.

2. Ne vale la pena?

Perché, dunque, Nespoli ha voluto il Rat-Man al proprio fianco, decidendo senza alcuna remora di giocarsi la reputazione?
Lasciamo che quest’ultima domanda fluttui nell’aria come qualsiasi persona e oggetto a bordo della ISS: come i moduli stampati con le procedure da seguire in ogni circostanza; come le sacche di acqua potabile o gli attrezzi da lavoro, che ti scivolano via se non sei abbastanza rapido e abile a fissarli col nastro adesivo oppure alle strisce di velcro piazzate un po’ ovunque sulle pareti della Stazione; come le briciole che produci quando i tuoi morsi non sono precisi, o come le goccioline di sangue che sfuggono dalla siringa quando maneggi male l’ago in occasione degli autoprelievi periodici (periodici e obbligatori)… per non parlare di quando devi farti il test delle urine e non sei abilissimo col “pappagallo spaziale”.
Lasciamo che la nostra domanda vada ad annidarsi in qualche angolo cieco dei 425 metri cubi della Stazione, e intanto cerchiamo la spiegazione a due domande, la prima delle quali, inoffensiva; la seconda, invece, piuttosto spinosa.
Prima domanda: Perché dentro la ISS tutto fluttua e nulla sembra aver peso?
Semplice: la ISS orbita a circa 400 Km di altezza rispetto alla superficie terrestre, procede ad una velocità di 28.000 km/h e lo fa senza bisogno di motori (piccoli motori vengono impiegati solo per correggere la quota, impedendo che la ISS scenda troppo e venga risucchiata e disintegrata dall’atmosfera terrestre). A tenerla in orbita a quella velocità pazzesca provvede la gravità terrestre, generando all’interno della Stazione una sorta di eterno “effetto caduta”: come se cose e persone si trovassero dentro un ascensore che precipita a 28.000 Km/h senza mai arrivare a schiantarsi da nessuna parte (per fortuna). Le condizioni di assenza di peso influiscono pesantemente sui corpi degli astronauti, producendo scompensi nella circolazione dei liquidi, rapido degrado delle strutture muscolari e ossee, problemi (solitamente temporanei) alla vista, e aumentano di qualche grado la temperatura corporea (la cosiddetta “febbre dello spazio”). Di fatto, gli astronauti sperimentano durante la loro permanenza a bordo tutti i problemi fisici che hanno gli anziani, senza peraltro avere la soddisfazione dei nipotini da accudire e dei cantieri stradali da sorvegliare. Se e quanto questi problemi, noti da decenni, possano cronicizzarsi o aggravarsi al rientro sulla Terra dopo lunghe permanenze in orbita, lo sapremo solo col tempo e grazie alla generosità degli astronauti e dei cosmonauti che si stanno prestando alle missioni di lunga durata.
E ora la seconda domanda: Cui prodest? Domanda che per noi cittadini comuni e senza grandi slanci ideali si può tradurre anche con: Quanto ci costa, questa sciocchezza?
A chi giova l’aver costruito la ISS e il doverla mantenere efficiente almeno fino al 2024, anno in cui, presumibilmente, verrà abbandonata e fatta precipitare in qualche oceano? A che cosa servono i 100 miliardi di Euro che avremo speso nei 30 anni impiegati a progettare, assemblare, gestire e poi distruggere la ISS?
Certo, chi guarda lontano risponderà: a preparare le colonie lunari, a predisporre il viaggio su Marte, a capire come potremo sopravvivere per lunghissimi periodi nello spazio, evitando di trasformarci in creature invertebrate e semicieche, analoghe –non fosse per quel tanto di materia cerebrale in più- alle strane creature che popolano il fondo degli oceani. Ma chi invece preferisce ragionare su una tempistica più contenuta finirà col sottolineare le ricadute che già ci sono state e ancora ci saranno nello sviluppo di conoscenze e tecnologie destinate all’uso terrestre, visto che ogni astronauta in missione sulla ISS ha un fitto programma di lavoro (anche dieci ore al giorno) costituito da esperimenti legati alla preparazione dei cibi, alla coltivazione delle piante senza il terreno, alla riproduzione della vita in assenza di gravità, alla preparazione e alla sperimentazione di nuovi farmaci e materiali che entreranno nell’abbigliamento, nelle costruzioni, nella componentistica elettronica e meccanica… Tuttavia c’è anche chi, come Scott Kelly e Leo Ortolani, pensa che la ISS abbia un valore politico e culturale, dunque simbolico ma non privo di conseguenze pratiche, visto che sta “obbligando” 5 grandi agenzie spaziali internazionali (di Russia, USA, Unione Europea, Canada e Giappone), più tutte le agenzie loro afferenti (come quella italiana rispetto a quella europea), ad andare d’accordo (oppure a scannarsi tra loro, ma -alla fine- a dover pervenire ad una decisione che non scontenti troppo nessuno). E dietro le agenzie spaziali ci sono i governi, i media, le nazioni, i bambini che ancora guardano il cielo e sognano l’impresa. Insomma: quei 100 miliardi sottratti a cose più importanti (bocche da sfamare, malati da curare, grandi opere che ci diano energia o ci proteggano dal maltempo e dai terremoti…), ma anche a cose molto meno nobili (tipo i derivati finanziari da far sottoscrivere alla pubblica amministrazione, così da metterla in mutande), potrebbero anche essere il prezzo della pace, il costo di una collaborazione amichevole e positiva, la tassa da pagare per sviluppare un metodo di lavoro applicabile, su scala globale, anche ad altri settori. Lo dice senza mezzi termini Scott Kelly in una delle pagine più commoventi del suo libro: lui e i due cosmonauti russi con cui è salito a bordo della ISS avevano tutti un passato da piloti militari e solo vent’anni prima avrebbero potuto incrociarsi nei cieli e spararsi addosso, mentre lungo l’intera preparazione del viaggio e durante la permanenza sulla ISS sono diventati come fratelli, pronti a dare la vita l’uno per gli altri, ma anche –più semplicemente- ben disposti a dividere una cena ascoltando l’ultimo album dei Coldplay o a guardarsi un film insieme, cogliendo e apprezzando le reciproche diversità culturali (Kelly nel libro ricorda di aver visto, tra i vari film della playlist americana, anche “Gravity” e ammette che quella in effetti non sia stata un’idea geniale…).

3. Filosofia in orbita

C’è però un aspetto che, continuando ad orbitare ben al di sopra delle nostre preoccupazioni un po’ “bottegaie”, Scott Kelly racconta benissimo: a bordo della ISS prima o poi si rompe tutto e nessuna missione è esente da inconvenienti pratici ai quali bisogna porre rimedio con freddezza e lucidità, con pazienza e con inventiva, riponendo fiducia tanto nelle proprie capacità quanto nel contributo del resto dell’equipaggio e dei tecnici a terra.
“Houston, abbiamo un problema!”: e magari, analogamente al problema dell’Apollo XIII, si tratta proprio di un guasto a una delle apparecchiature che ripuliscono l’aria della ISS dall’anidride carbonica; oppure c’è un’avaria esterna, ad esempio alle apparecchiature che consentono l’attracco alle navette Progress che portano periodicamente i rifornimenti alla Stazione (dopodiché vengono caricate di tutti i rifiuti e fatte disintegrare nell’atmosfera terrestre); o ancora il problema è all’impianto che depura tutte le acque di recupero rendendole potabili (sì, tutti i fluidi: anche le urine degli astronauti, com’è noto!), o c’è un intasamento al gabinetto, il che è gravissimo, visto che i bagni sono solo due e un loro guasto irrimediabile obbligherebbe l’equipaggio a lasciare al più presto la Stazione (cosa che astronauti e cosmonauti nemmeno fanno quando piovono meteoriti).
“Houston, abbiamo un problema!”: e tu molli il piano di lavoro previsto per la tua giornata (scandito con teutonica inflessibilità da una sorta di clessidra elettronica che ti assilla dallo schermo del tablet) e incominci a smontare la macchina in panne, contrassegnando i pezzi e annotandoti il loro ordine di incastro, ma soprattutto appiccicandoli da qualche parte col nastro adesivo, prima che volino via rendendosi irrintracciabili. Se poi questa operazione avviene con livelli di CO2 in aumento, la mente perde freschezza, il nervosismo sale, le reazioni si fanno brusche (non a caso, la NASA è molto chiara circa il linguaggio non ammissibile nelle comunicazioni radio tra la ISS e la Terra, e l’agenzia russa, la RKA, arriva addirittura a comminare multe salate ai propri cosmonauti per intemperanze e sbalzi d’umore che non abbiano saputo tenere per sé).
Accettare che tutto possa rompersi e, al contempo, che le cose si possano quasi sempre riaggiustare, riconoscere nella precarietà non l’eccezione ma la regola delle nostre tribolate esistenze, sostituire la fede cieca nel modello unico, perfetto e risolutore, con la fiducia che da qualche parte, in qualche maniera, la soluzione (ragionevole, provvisoria, migliorabile…) possa prima o poi farsi strada, e che ogni contributo collettivo e solidale sia pertanto necessario, significa essere molto più che astronauti o cosmonauti: significa essere autentici operatori di pace, concreti generatori di speranza, filosofi e psicoterapeuti su scala globale.

4. Fategli fare la capriola!

Oltre che dai guasti da riparare, le giornate a bordo della ISS sono scandite dai collegamenti con la Terra: non solo per scambiare pareri con gli ingegneri e i medici che seguono le missioni o con chi ha progettato gli esperimenti da svolgere a bordo (scienziati, università ecc…), ma anche con l’opinione pubblica, attraverso i media e le istituzioni (scuole di ogni ordine e grado, ministeri, governanti…).
Rispetto ai collegamenti televisivi, Kelly è impietoso: vanno rispettati tassativamente perché portano finanziamenti nelle casse delle agenzie spaziali; vanno affrontati anche se a bordo ci sono emergenze o ritardi nello svolgimento delle attività scientifiche (ritardi che si ripercuoteranno sulle ore di sonno degli astronauti, dal momento che il programma di lavoro quotidiano non è flessibile), ma soprattutto vanno sopportati anche se i presentatori fanno domande stupide per le quali esigono risposte semplici, possibilmente spiritose, in ogni caso sempre cariche di ottimismo.

Tu puoi anche essere l’astronauta che ha riparato il telescopio spaziale Hubble, permettendo ad astronomi e astrofisici di ogni latitudine di continuare a fare scoperte straordinarie, ma dalle Tv di tutto il pianeta continueranno a chiederti come riesci a fare la cacca in assenza di gravità (a cosa devi aggrapparti per mantenerti stabile sulla tazza, e se puoi portarti da leggere). E poi ti chiederanno di fare la capriola (“Và che roba! Và! Và!”, come direbbe il Rat-Man).
Fuori, intanto, pulviscolo cosmico, schegge di carburante solidificato e piccoli detriti provenienti dai satelliti in avaria colpiscono come proiettili la struttura della ISS. I raggi cosmici attraversano la Stazione ed i crani degli astronauti accendendo le retine di bagliori improvvisi, che agitano i sonni dell’intero equipaggio. Eventuali meteoriti di passaggio rischiano spesso di centrare la Stazione e, quando a terra si riesce a calcolare con anticipo e precisione la rotta di questi bolidi, spesso occorre spostare la ISS su un’orbita più in alto o più in basso così da metterla in sicurezza. Se invece non ci sono le condizioni per fare questo calcolo, non rimane che avviare le procedure di emergenza, preparandosi ad abbandonare la base (le possibilità di riuscirci, in caso di impatto, sono irrisorie, ma tutti, nondimeno, fingono di crederci: tutti tranne i russi, che in questi casi si concedono invece un’“ultima cena” dando fondo ai cibi più prelibati che si sono portati a bordo).
Ignari, o comunque incuranti di tutte queste tensioni, i presentatori della Tv richiedono invariabilmente il numero da circo: fategli fare la capriola! (“Và che roba! Và! Và!”)

5. Al comandante James T.Kirk non capitava mai

Si dice che gli autori della Tv desiderino semplicemente dare al pubblico ciò che il pubblico chiede. Un po’ come gli imperatori romani con i loro vecchi show a base di leoni e cristiani, insomma. D’altra parte, potremmo forse comportarci diversamente, come telespettatori? Potremmo richiedere qualcosa di diverso, o anche soltanto qualcosa in più rispetto alle capriole?
Scott Kelly ha scoperto di poter avere un destino diverso dall’emarginazione sociale dopo aver letto, agli inizi degli anni ’80, “La stoffa giusta”, di Tom Wolfe, una perla del new journalism americano datata 1961. Dunque per lui, fin dall’inizio, fare l’astronauta ha significato pilotare un veivolo nello spazio, dopo aver rischiato la vita sulla rampa di lancio e sapendo di doverla rischiare nuovamente al rientro nell’atmosfera. Un atto di coraggio non percepito come tale, dunque non temuto, caparbiamente sottovalutato e anzi cercato con sprezzante indifferenza per il pericolo, in virtù dell’educazione militare ricevuta. Ma per la maggior parte dei suoi coetanei, compreso chi scrive, la fascinazione per lo spazio è passata prevalentemente attraverso la fantascienza di “Star Trek”, “Guerre stellari” e “Spazio 1999”, e la tensione verso un futuro che potesse somigliarle.
Che cosa poteva importarci del lento rover lunare (invece così attraente per il giovanissimo Paolo Nespoli), quando ai confini della galassia noi -noi, maggioranza silenziosa di teledipendenti- vedevamo l’Enterprise dentro a un tripudio di linee cinetiche, e su Tatooine ammiravamo il giovane Luke Skywalker mentre sfrecciava a bordo di un prodigioso, bellissimo landspeeder?
Oltretutto, su Alpha, nessuna passeggiata -dentro la base come al suo esterno- sembrava poi così impegnativa; nessuna tuta spaziale così ingombrante; nessun umano tanto esposto e fragile come gli astronauti che nei filmati di un decennio prima vedevamo saltellare goffamente sulla superficie lunare, tra gli entusiasmi ancora ardenti dei nostri genitori.
E le aquile di “Spazio 1999”? Per quanto fossero nate come mezzi da trasporto, dunque solide ma lente, adattate solo in un secondo momento -e non senza difficoltà tecniche- all’uso militare, mai e poi mai avrebbero richiesto ore di controlli e procedure prima di poter aprire un solo portello, come invece capitava agli astronauti veri, imprigionati dentro ai loro gusci di noce ed in apparente, completa balia degli eventi.
Insomma, noi che all’epopea della conquista dello spazio ci siamo accostati attraverso le produzioni del cinema e della Tv abbiamo un disperato bisogno di vedere gli oggetti svolazzare dentro la ISS e gli astronauti fare numeri da circo, per poi domandare loro -alla prima occasione utile- come facciano la cacca sulla Stazione (e dove si tengano mentre la fanno, e se si portino il giornale), perché questo è il solo modo che abbiamo di tornare alla realtà e di riaccostarci al sogno dello spazio in un modo più corretto.
Bisogna ripartire dai fondamentali, ovvero: la steppa gelida e strapelata tutt’attorno al cosmodromo di Baikonur (natura morta con rottami, cani e dromedari sparsi in giro); la durissima preparazione degli astronauti e dei cosmonauti (le passeggiate in tuta spaziale sul fondo delle piscine, per simulare l’assenza di gravità); la loro quarantena (non sia mai che qualcuno dovesse portare germi patogeni a bordo della Stazione); i riti scaramantici prima del lancio (che consistono nel ripetere l’esatta sequenza dei gesti compiuti da Yurij Gagarin prima del suo lancio, il 12 Aprile 1961); l’accelerazione folle (a 1,5 g, poi a 3.5 g) con il rumore assurdo che fa il razzo mentre brucia tutto il carburante e fa staccare progressivamente ogni suo stadio mediante una carica di esplosivo; l’attrito con l’aria e la temperatura nell’abitacolo della Soyuz che sale progressivamente disidratando i corpi; e poi il gelo e la quiete dell’orbita, con la vista, prodigiosa e impagabile, del globo azzurro della Terra.
Bisogna attenersi agli aspetti fisici, corporei della cosa: la nausea e l’emicrania che prende alcuni astronauti anche per giorni dopo essere sbarcati sulla ISS; le vertigini prodotte dal sistema vestibolare che stenta ad abituarsi all’assenza di gravità e a non aver più riferimenti: né un sotto né un sopra. Gli incubi notturni, i livelli di Co2 sempre troppo alti, la scomodità dei liquidi da bere con la cannuccia, la carenza di cibi freschi, frutta e verdure (arrivano con i rifornimenti periodici dei Progress, ma nello spazio hanno vita breve: marciscono quasi subito), l’assoluta mancanza di privacy, i ritmi di lavoro stressanti, le emergenze cui dover far fronte di continuo (bastano delle briciole nei filtri del sistema di aerazione per scatenare il sistema d’allarme antincendio e costringere l’intero equipaggio ad avviare le procedure previste), la consapevolezza che, qualunque cosa possa accadere ai propri familiari (incidenti, malattie, lutti…), tu non potrai essere accanto a loro: non potrai aiutarli in alcun modo. E poi le ecografie, gli autoprelievi di sangue e urina, i continui test visivi ed i relativi esiti, a volte preoccupanti: il nervo ottico che s’ingrossa, la pressione oculare che aumenta, squilibri circolatori vari… E infine la prospettiva del ritorno a bordo della Soyuz e l’impatto con l’atmosfera terrestre: come trovarsi dentro un’utilitaria centrata in pieno da un camion. “Ma se prendi la cosa nella giusta prospettiva, puoi perfino divertirti”, dice Kelly; poi, se al rientro finisci un po’ troppo fuori bersaglio, può perfino capitarti di essere scambiato per una divinità celeste da una sperduta tribù di pastori asiatici, come realmente accaduto al cosmonauta Michail Kornienko.
Insomma, tutte cose che, onestamente, al comandante Kirk non capitavano mai!

6. Di nuovo la strana coppia (sempre Nespoli e il Ratto)

Perché, dunque, Nespoli ha voluto il Rat-Man al proprio fianco, decidendo senza alcuna remora di giocarsi la reputazione?
Riecco la domanda che avevamo lasciato fluttuare a bordo della ISS. L’abbiamo ritrovata (insieme a un calzino spaiato della Cristoforetti…), impigliata nelle sacche di biancheria sporca da far bruciare nell’atmosfera terrestre.
Nespoli si è portato il Rat-Man sulla Stazione perché dove arriva lui, il Ratto, capitano sempre delle cose.
Il fatto che si perda in continuazione nei moduli della Stazione, il fatto che non conosca le lingue (o meglio: che le parli tutte assieme a casaccio, confondendo le idee ai compagni di bordo), il fatto che importuni tutti quanti (specialmente durante le ore di riposo, quando non riesce a prendere sonno e blatera in continuazione da dentro il suo cubicolo), il fatto che si diverta come un matto ad attraversare in volo il nodo Harmony “mediante una sola, breve accensione del retto”, tutto questo non conta, e soprattutto non c’entra niente con il Maggiore Paolo Nespoli. Questa, infatti, è l’irresistibile comicità slapstick (anch’essa fisica, corporea), che Leo Ortolani mette in campo solo per noi (noi, quelli di “Star Trek”, “Guerre stellari”, “Spazio 1999” eccetera).
Rat-Man è a bordo con Nespoli perché dove arriva lui capitano delle cose inaspettate. Ed è solo chi impara ad aspettarsi l’inaspettato che troverà la verità (e anche gli avvocati di Eraclito fuori della porta, con una richiesta di risarcimento per il copyright della citazione).
Le cose inaspettate segnano la differenza tra un’Impresa (anche grande, nobile e bella) e l’Avventura.
L’Impresa, uno se la cerca; dall’Avventura si viene chiamati.
L’impresa, uno se la prepara; l’Avventura ci coglie sempre di sorpresa: a volte entusiasti, altre volte riluttanti, a volte pronti, altre volte del tutto impreparati.
L’Impresa ci regala un obiettivo da perseguire e, in caso di successo, un premio; l’Avventura è già di per sé il premio.
L’Impresa spesso ci cambia: ci umilia o ci esalta, a seconda dei casi; l’Avventura ci trasforma in ciò che già siamo (pur senza saperlo).
L’Impresa aggiunge qualcosa alla nostra biografia; l’Avventura scava dentro la nostra anima, lasciandoci nudi e indifesi.
L’Impresa rappresenta ciò che abbiamo voluto o avremmo voluto diventare, e ci rivela se abbiamo avuto o meno la “stoffa giusta”; l’Avventura ci dice, invariabilmente, di che pasta siamo fatti, che uomini e donne siamo veramente.
Le Imprese vengono narrate, e in generale tutti capiscono e apprezzano queste storie; le Avventure invece si vivono e basta; e raccontarle è quasi impossibile. Perciò, al termine di un’Avventura, ci sarà sempre chi scuota la testa con scetticismo e borbotti un “Ma ne valeva la pena?!”, ma ci sarà anche chi, senza nemmeno aver sentito o capito bene come siano andate le cose, avrà già gli occhi lucidi e il cuore che batte forte. E il desiderio. Il desiderio che tutto questo, un giorno, possa succedere anche a lui.

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