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Laurana Reloaded

Se le rose sono cadute qualcosa è successo

in Riscoperte

“Diario di bordo della rosa di Flavio Santi è un libro in cui, secondo Michele Mari, “la parola esplode per saturazione o implode per straniamento, la semantica si fa regressiva per nostalgia dei sensi perduti, ogni frase periclita fra lusso e suicidio, tutto l’impianto romanzesco collassa”. Collassa, perché non potrebbe essere altrimenti: vanno giustapponendosi frammenti e sketch, con una notevole forza visiva e performativa. Diciamo che il Diario di bordo della rosa è a metà strada tra un coraggioso, sfarzoso e lirico esercizio di scrittura e una morbosa (dis)educazione sentimentale, con tanto di epilogo grandguignolesco e impressionante”. Così Gianfranco Franchi su Lankelot.

Ho scritto sempre più spesso sul e del Friuli. In fondo, fin dal mio primo romanzo, Diario di bordo della rosa il Friuli era il mio cuore pulsante. Lì un cuore nero, marcio, fognario, ma perché ero un giovane irrisolto, che odiava il dialetto…

Flavio Santi scriveva questo su Nuovi Argomenti, presentando “La primavera tarda ad arrivare. La prima indagine dell’ispettore Furlan”, con il protagonista che “pensa e parla in friulano”. Di seguito un corposo estratto del suo primissimo romanzo, ripubblicato in ebook nella collana Laurana Reloaded diretta da Marco Drago

 

Il paese era un’esistenza agra da affrontare: i campi di patate pustolosi, tra il rubecchio di fuoco fatuo, scorbutico e scornato e un verde vaiolo, folti come un campo di spade seminate, vibranti alla tosse dell’aria, o gli alberi di noce come candele piantate in tante file, pieni e lunghi, a ceppo duro e mordente, definitivamente insediati fra le felci; la chiesa di pietra grigio tozzo, cavallino, bassotta e la campana slargata come una donna partoriente, che segnava le domeniche identiche alle prediche del parroco; la gente con i volti usurati, quasi che gli zigomi si deteriorassero tanto gli occhi altrui se li mangiano. Occhi di spine. Ma tutto questo creava la possibilità di un’intimità mascagna, e in gattabuia alla legge, quando oramai, piena, possedevate la certezza di esservi fatti tra un taglio del vino rosso emorragia, una brocca del tocai e una partita a tressette un calco di gesso da sovrapporre alla nudità della vostra natura. Comodo. Così la domenica prendevano posto nel bar di Nibbi Gjorgjùt, il locale della tranquillità, i contadini dopo messa, e pigliavano le sedie e un mazzo di carte umidiccio come una mano sudata.

A sinistra.
Una sedia.

E per una combinazione fortunata quanto anche, sembra, teatralmente necessaria si trovavano a giocarsi la domenica: loro che più che le zappe, o altro accessorio, avevano fatto scampanare delusione e testicoli durante i sei giorni, accompagnati da una musica mentale in falsetto, più che altro per l’incredulità dei fatti che giravano intorno. Il testicolo destro pensa, quello a sinistra si e inscemito con gli anni. Piagnucola. Loro appena riuscivano a centrare la loro personalissima anima e le lotte già quasi tutte cucite sopra, sopra quello che si sapeva e si voleva, si accorgevano allora di essere giovanissimi generalmente, come ancora sottili dentro, e per merito di vecchi uomini sfioriti, ormai passati, più da fossa che da posto vinario ormai, avevano svelato qualsiasi trucco, anche in pochi giorni, senza accorgersi di aver finito prestissimo.

A sinistra. La sedia.
Poteva diventare una dedizione intollerabile.

Fissarli negli occhi e cogliere un’innocenza da pupazzo. Vanni Nasaj occupa la prima sedia sulla sinistra. Lavora in latteria a cagliare latte e porta le gamelle, ma preferisce la stalla e i suoi odori: di escrementi a covaccio sulla pietra pavimento, con i residui di erba medica sbiancati lì, sulla cima. A caso: perché culo di vacca non possiede mente di logico, deposita alla suerte. L’odore di zoccolo, il profumo di mammelle, vicinissimo per intensità alla violacciocca ma più ondoso, dava l’impressione di immondizia nelle viscere, dalle narici penetrava nelle parti del corpo e vienigiù limaccioso. S’inarcava lungo il corpo e quasi gli toglieva la crosta. Odore di grappa, di mosto. Come se fitto nell’aria premesse i petali. Provasse a tagliarli, i petali che erano lì vicino. Anche perché poi si dice che le rose guardano e si ricordano di tutto. Alla fine restituiscono il giusto e l’ingiusto.

Attorno alle sette della sera il lattaro Nesto arrivava a casa passando per le rose, lasciava le chiavi a Giovanni.
“Tanto mi fidavo”: lui aveva bisogno di questa fiducia.

Tutto è sicuro quando la menzogna vivacchia succhiando energia, contenta delle frasi a mezza, delle affermazioni di proposito. Il fatto, poco dinamico in sé, che Giovanni riceveva le chiavi aveva soltanto bisogno di qualche sillaba piummeno incastrata, tirata dietro, un accordo di dogana, un sì sì no no.

Chiudeva la porta principale con il ringallo dell’uomo giusto, spegneva l’interruttore: accendeva la candela della tasca dietro, rapidamente ormai soltanto desideroso uiccoso, perché il Giovanni Nasaj delle cervella lente come uno specchio opaco era scomparso ormai. Ei, sbrindulecerviél…!

Sbrindulecerviel così ti chiamano la domenica e il sabato, al banco del bar e in strada: ora non ti accorgi che il senso del tempo ha fatto cortocircuito con l’interruttore. Mollando una bava che irrora la testa e dà il colore del rovo acceso. Ora una schiuma acidula lava i capillari temporali e i frontali, i tubi dell’occipite, le rifiniture dei lobi: e dentro c’era un’enorme quantità d’aria mista all’attesa.

Il buio era il migliore amante: era quel nero a togliergli il fiato, a invitarlo con la voce del suo solo colore: nero testardo, tremendamente inutile, tanto da risucchiare gli occhi, pronto a render aceto l’anima. Il buio era il migliore sfondo del paesaggio, la luna forse stava orbitando dietro le nuvole o gli era direttamente entrata in testa. L’aria cominciava a pesare.

Fu allora che il pavimento mi dé ragione, a, lo sentii venir sù tra i buchi delle piastrelle, e sù dal basso e sù e sù un’aria ciafoia, un soflòn stracaliente, entrato qua, lì, là, lò, su per i musculi, per le fibrie, per i chiavei, taccona taccona sento che lui me lo dice il pavimento di tacconare, ero io tutto in un bagno di caldo boiasso, bastardo, per il pavimento che m’ha fatto il malocchio, siorsì il voglàt.

Il voglàt strego, voglàt malocchio baiocchio.
Un sudore grosso. Il pavimento come una lava.

Allora: era il Dio del suo coso, un Dio di una trinità evanescente, rasata, Dio perché per esperienza immaturo, Dio perché selvaggio scuoiato, Dio perché spinoso, e la nicchia della bestia diventava una navata per il culto, alla destra e alla sinistra un ordine di candelieri sparso nel buio, giubilate, il cristo è tornato.

A pugni sulla schiena di sughero. Non bisogna ricordare certe cose: come non si ricorda l’aria del giorno prima, per non fare confronti e sentirsi indietro.
A pugni sulla schiena di sughero.

A pugni sulla schiena di sughero obbligava l’animalessa a stendersi su un fianco a terra e così la faccenda sembrava anche assumere un aspetto umano. Loro non mordono se vedono qualcosa sugli occhi e non glielo ficchi, bada, fra i denti, slèrpano e vonde, e basta. Sanno che quella lì non è maggiorana. È verdiccia; il bismark è pallido e si muove come una gallina famata vuole il granturco. Suggiù col chiàf, suggiù. Io lo facevo come Vanni, ora non lo faccio più perché volevo arrivare a tutto.

Tutto proprio. Anche se si ricomincia sempre di nuovo, e non si riesce a reggere che lo spazio di una mattina e di una notte. Guarda Ivana.
All’improvviso un imbarazzo irrigidì parte della faccia, imbarazzo nel dover riconoscere a tutto questo una perfezione quasi stellare, d’istinto. Tanto imbarazzo.

Per fortuna quei momenti bastavano e passavano, e tutto quel barocco tornava a essere solamente, nella sua bacheca più semplice, un ostacolo fisico, un impedimento alla sua trebbia, alle sue spiluccature: che il culo fosse grossolano, grommato oppure libero non gliene fregava proprio nulla. Collocare con l’equilibratura di una livella il bozzo tra le clapete e provvedere allo strofinìo, perforare lo strato settimanale di merda tal vergòt e offrirlo alla fogna della vacca approssimativamente duro, nel mufarone caldo, fienoso, inerpicarsi dentro i suoi muscoli salivosi, mantrugiarlo, col piacere così, unica forma di precisazione: tutto questo si faceva.

E il tutto trattato come si cura un raffreddore.

Te lo giuro. Ripassando non c’era neanche più un groppo nel roseto, era la stagione dello sviolinio dei petali. Dalla pienezza di un pugno a una fistola: i fiori all’improvviso si sono presi un lazzaretto, sono rimasti i gambi con in cima un passamontagna, un bitorzolo a campanello sull’estremità: e non si era visto nessun insetto assassino svolazzare intorno, il clima era stato sopportabile, la terra fertile, i passanti gentili, le signore premurose, l’annaffiatoio fresco, la potatura fedele. Generosi i cartomanti poi. Nessuno era andato a rivoltare le loro terre:… forse si rivoltano le radici se sono troppo dritte?

Ma se le rose sono cadute qualcosa è successo.

Le scarpe di Polifemo

in Narrazioni

«Tredici storie che Alajmo lascia volutamente aperte, senza mai concluderle con il botto dell’Evento o con una trovata a sorpresa. Storie in progress, come avviate a un malinconico, interminabile spegnimento, in cui il vero inferno è che non succede mai nulla di veramente decisivo (nemmeno la morte sembra esserlo). La Similitudine si avverte soltanto nella speciale, metafisica tristezza di questi impassibili clown del degrado urbano, nell’ostinazione con cui ancora si ingegnano a perseguire una parvenza di Decoro.

I racconti hanno un tono misurato di allegretto, ma la loro comicità resta tutta implosa, non deraglia nel grottesco o nel drammatico. E’ il paradosso, di ascendenza pirandelliana, di una materia anche tragica che non riesce a deflagrare in tragedia, ma si ripiega in una sorta di amaro stupore. E’ qui che la Palermo di Alajmo, ancora intimamente secentesca, diventa una metafora del resto dell’Italia. […] Accade, insomma, come per i libri di Sciascia: credevamo di trovarci una realtà inquietante, ma lontana e diversa, sostanzialmente innocua come le atrocità delle fiabe: ed è invece di noi che questi apologhi siciliani stavano, e stanno, parlando». Così Ernesto Ferrero recensiva sulle colonne di Tuttolibri i 13 racconti di Roberto Alajmo contenuti ne “Le scarpe di Polifemo e altre storie siciliane”. La raccolta è disponibile in versione ebook con un racconto inedito nella collana Laurana Reloaded

Roberto Alajmo – C’era questo bambino enorme. Se sicuramente aveva un nome, l’avevano scordato tutti per sempre quando Pinuccio tornò trafelato da una lezione d’Omero per annunciare: “Polifemo!”
Disse, e stette zitto. Di lì a poco qualcuno gli chiese: “Ma quale Polifemo?”
E Pinuccio si spiegò. Polifemo era Polifemo perché oltre a essere di proporzioni strabilianti, era dotato di uno strabismo che faceva convergere i suoi occhi come se volessero diventare uno solo.
Polifemo era effettivamente sproporzionato, anche considerati i tre anni in più che denunciava rispetto a quelli che sarebbero diventati i suoi compagni di gioco. Apparve per la prima volta sul marciapiede di fronte. Uscì dal portone mentre loro giocavano una partita a soffione. Salvo, detto Salvatore e viceversa, che aveva arcuato il suo mazzetto di figurine e si accingeva a soffiare, rimase invece col fiato sospeso a guardare, tirandosi dietro gli sguardi di tutti gli altri. Polifemo fece cento metri e scomparve dietro l’angolo. Bastò.
“Ma cu è chist’àvutro?”
E risero tutti.

Polifemo non si rese conto, quel giorno, di essere stato subito individuato e messo sotto osservazione. La prima volta il suo apparire aveva colto tutti di sorpresa. La seconda no. Comparve questa seconda volta, e subito esplose un abbaiare unanime e caotico. Ognuno lanciava la sua invettiva personale, diversa da quella degli altri, di modo che fra elefante, ippopotamo, pacchione e pacchionazzo, lo stesso Polifemo non capì niente, se non che anche in quel nuovo quartiere sarebbe cominciato tutto daccapo, come era stato dove abitava in precedenza. In realtà pacchione, elefante eccetera non esaurivano la figura di Polifemo, che era sì tendente alla pinguedine, ma non solo. Polifemo era gigantesco. Il suo corpo era grasso, ma il grasso passava in secondo piano perdendosi nella statura, nella camminata da orso ballerino e nelle braccia che arrivavano alle ginocchia. Più tardi, in una bozza di servizio militare cui lo sottoposero prima di riformarlo definitivamente, mai Polifemo riuscì a mandare durante la marcia avanti la gamba destra e indietro il braccio, e così via. Se camminava, gli veniva abbastanza naturale. Ma quando glielo fecero notare come un obbligo, in quel cortile militaresco, non ci fu modo di riprodurre una marcia accettabile. Braccio destro e gamba destra. Braccio sinistro e gamba sinistra. Nemmeno quando lo fecero marciare da solo, col caporale addosso e gli altri a guardare da sotto i portici. Braccio destro e gamba destra. Braccio sinistro e gamba sinistra. Qualche anno dopo, ancora, ogni tanto si ricordava di quella marcia e provava. Niente: braccio destro e gamba destra. Braccio sinistro e gamba sinistra. Meglio non pensarci.
Quando ancora per i ragazzi di via Giosuè Carducci era solo una apparizione grottesca, di Polifemo s’era parlato ipotizzando variamente la sua identità. Il portiere del palazzo dove abitava non aveva figli, per cui fu impossibile raccogliere informazioni dirette. Questo contribuì ad aumentare l’alone di mistero attorno alla sua figura. Nelle settimane successive ci furono degli avvicinamenti reciproci. Timidi da parte di lui, feroci da parte del gruppo. I rapporti, dunque, rimasero distanziati. Fino a quando la maestra di Pinuccio non decise che era arrivato il momento di abbordare alla larga l’Odissea, che pure nel programma consigliato dal Ministero non si trovava. Polifemo si chiamò da allora per sempre Polifemo.

Anche in via Giosuè Carducci, quindi, Polifemo era stato individuato come oggetto di tormento. E tale rimase fin quando sua madre, donna grandiosa, scese in strada a fare domanda di accoglimento ufficiale nella comitiva di tutti maschi decenni che lì si riuniva. All’apparire della Signora Madre di Polifemo, con Polifemo per mano, i più rapidi si dileguarono, temendo cazziate. Restarono i cinque più tardi e lenti, che ascoltarono a occhi bassi la morale sull’amicizia che alla loro età non dovrebbe conoscere ostacoli di nessun tipo. Finita la morale, la Signora Madre si staccò dalla mano Polifemo e lo lasciò dov’era, rientrando lei da sola a casa in un trionfo di civiltà. Restava inteso che da quel momento Polifemo era parte integrante del gruppo.
Dagli angoli delle strade vicine ricomparvero gli scappati, che avevano assistito alla scena non sentendo le parole ma afferrando perfettamente il senso. Solo Pinuccio si lamentò: “’Sta tacca sta diventando a tipo via Pindemonte”.

Anche se via Pindemonte era l’indirizzo del manicomio, oramai bisognava accettare Polifemo a tutti gli effetti. A mo’ di primo approccio fu cominciata ancora una partita di soffione. A Polifemo fu data una dotazione di nove figurine – regalate una ciascuno dagli altri, scelte fra doppioni, triploni e oltre – e gli vennero spiegate le regole. Le perse subito tutte e nove, non capendo che il trucco stava nel soffiare secco e conciso, e giammai lungo e potente, come gli veniva naturale. Tornò a casa, dopo pochi minuti ridiscese correndo come poteva correre, e tornò con un centinaio di buste di figurine intatte, che aprì e perse ugualmente tutte. I bambini di via Carducci allora capirono quel che avevano intuito all’apparizione della sua madre monumentale. Che cioè Polifemo era ricco.
Questo facilitò la sua integrazione. Vista l’incombenza fisica, gli riservarono soprattutto il compito di fare da ariete negli scontri con le altre bande della zona. In breve tempo quelli di via Carducci risalirono posti nella classifica ideale delle bande di quartiere, fino a collocarsi al vertice. I suoi compagni sapevano che era tutto un trucco, dato che Polifemo era inabile alla violenza e persino al semplice sforzo, visto che si stancava immediatamente dopo la prima carica. Ma il suo solo apparire creava lo scompiglio fra le fila avversarie, che si disperdevano lasciando quelli di via Carducci padroni del territorio. Restavano sul campo di battaglia simulando razzie per un paio d’ore, senza avversari né niente che meritasse di essere razziato. Poi, quando era chiaro che erano i più forti e che i più forti si stavano annoiando, tornavano in via Carducci, dove almeno le macchine passavano raramente e una partita a pallone si poteva sempre fare, volendo scaricare le energie.
Giocando a pallone, Polifemo finiva in porta più con lo scopo di ostruire che per parare veramente. Per gli attaccanti era più sicuro provare a scartarlo, approfittando della lentezza che gli derivava dalla mole, piuttosto che tirare una cannonata di quelle che lui incassava apparentemente senza nessuna sofferenza, anche quando colpito nelle parti più dolorose. Da quelle pallonate senza conseguenze era nata la leggenda che a un corpo tanto grande dovessero corrispondere pochi o nulli attributi. Una leggenda che sarebbe durata per molti anni, fino alla prima vera partita di calcio, con campo e spogliatoi regolamentari. Poco prima delle docce i compagni se ne accorsero a prima vista, ma stettero zitti per non dare l’impressione di aver guardato le cose altrui. Fino a quando il solito Pinuccio esplose: “Minchia: ce l’ha enorme!”
Fu una liberazione, tutti poterono guardare apertamente e confermare effettivamente. Per Polifemo arrivò una inversione dello sfottò: prima troppo piccolo, ora troppo grande. Una specie di sollievo, visto che nell’opinione comune avercelo enorme era meglio di avercelo piccolo, e senz’altro meglio di niente. La considerazione di cui Polifemo godeva all’interno della banda aumentò. E comunque negli anni già di campi da calcio regolamentari, Polifemo era oramai un componente stabile della comitiva.
Prima di allora erano venuti gli anni delle prese in giro senza misericordia. Risultò che Polifemo era figlio di un onorevole democristiano e della miracolosa madre di cui sopra. Tanto bella era la madre, che un giorno scappò di casa assieme a non si sa bene chi, abbandonando marito democristiano e figlio Polifemo al loro destino.
“Si nne fuìo”.

Toccò sintetizzare a Pinuccio, visto che dalla bocca di Polifemo non uscì mai parola in proposito. (Nemmeno si poteva dire che in generale Polifemo fosse un gran conversatore: poche frasi lasciate in sospeso, senza soggetto, col congiuntivo intermittente e sempre più propenso a virare sul condizionale; era, insomma, lo scemo di via Carducci.)
Da stronzissimo che era agli occhi di tutti, il Padre democristiano di Polifemo sembrò spaurito a partire dal momento in cui venne lasciato dalla moglie. Particolarmente spaurito apparve quando scese fra loro ragazzi per chiedere di essere aiutato a risolvere un problema. Polifemo aveva raggiunto e superato la misura di scarpe Quarantotto, che già gli veniva piccola e già si trovava con difficoltà. Bisognava trovare un paio di Quarantanove o anche Cinquanta, se esistevano, dato che le ghiandole della crescita di Polifemo non accennavano a smettere di lavorare. Memori delle sciagure famigliari del padre di Polifemo, i ragazzi di via Carducci solidarizzarono e si sguinzagliarono. Salvo tentò di organizzare il lavoro degli altri. Li divise in gruppi di due o tre e assegnò a ciascun gruppo una zona del centro. Gli altri lo stettero a sentire solo il tempo sufficiente per capire se diceva qualche scemenza saporita, ma erano scemenze qualsiasi e allora lo lasciarono parlare al vento. Il tentativo di razionalizzare la ricerca naufragò definitivamente alle prime difficoltà. I gruppi abbozzati si sfaldarono perché se uno non poteva venire, il compagno si rifiutava di muoversi da solo e si aggregava a un altro gruppo. Andarono alla ricerca in ordine sparso, col risultato che più volte vennero battuti gli stessi negozi. Salvo si disperava. Entravano a chiedere: “C’avete il Quarantanove?”
“Già sono venuti: niente”.
Altre volte i negozianti parlavano delle misure superiori al Quarantotto in forma mitologica: “Una volta, mi pare, ne abbiamo avute un paio”.
“Ma ora forse non ne fanno più”.
“Forse su misura”.
“Forse sapete dove? C’è un negozio all’ingrosso in via Tommaso Natale”.
Via Tommaso Natale era lontanissima. Nessuno dei ragazzi di via Carducci c’era mai stato. Si poteva, certo, dirlo al padre democristiano in modo che ci pensasse lui con le sue amicizie, ma avrebbe significato arrendersi. E poi il padre di Polifemo aveva già molti pensieri, a parte la moglie che l’aveva lasciato: il padre di Pinuccio sosteneva, tramite Pinuccio, che era un democristiano di minoranza, inutile, tanto valeva che fosse un comunista. Capacissimo quindi di non avere amicizie adatte. Si organizzò allora una spedizione in via Tommaso Natale, che era lontano quanto Mondello, ma in una zona per loro del tutto inesplorata. E poi, di questo negozio all’ingrosso si sapeva pochissimo, né nome né numero civico. Già sapere qual era l’autobus giusto fu una complicazione. Salvo sosteneva che era il Ventuno/Trentuno, ma messo alle strette ammise che l’aveva detto perché suonava bene. Era invece il Ventiquattro, uno di quelli che non passavano mai.
Partirono in sette. Chiedendo all’autista dell’autobus, seppero almeno dove cominciava via Tommaso Natale e si spartirono il compito di tenere d’occhio le vetrine a destra e a sinistra. Riuscirono a individuare al volo due negozi di scarpe, salutati entrambi dall’urlo: “Qua è!”
Ma erano negozi troppo piccoli. Arrivarono al capolinea senza certezze e tornarono indietro a piedi, visitando i negozi, chiedendo dell’Ingrosso, e ricevendo ogni volta indicazioni vaghe: “Uno, mi pare…”
“Ma no in via Tommaso Natale…”
“Qua dietro”.
“Allo Zen”.
Arrivarono allo Zen – quartiere di cui avevano sentito parlare come da evitare senz’altro – facendosi scudo reciprocamente e raccomandandosi l’un l’altro di non disperdersi. C’era effettivamente un negozio di scarpe all’ingrosso, che tuttavia li deluse molto. Non era molto grande e vendeva scarpe di qualità incerta, indegne del figlio di un democristiano, sia pure di minoranza. E comunque non c’era traccia di scarpe misura Quarantanove. Né più e né meno dei negozi che avevano visitato senza tanta fatica in precedenza. Tornarono in via Carducci e si salutarono senza commentare. Ognuno di loro sentiva bruciare la delusione ma non poteva dire di aver sprecato una giornata. Anzi.
Il Quarantanove non fu possibile trovarlo in tutta la città, per cui al padre di Polifemo toccò farle fare apposta da un calzolaio. Due paia, in crescita, che non si sa mai.
“Ci poteva penzare prima”.
Commentò Pinuccio, disprezzando l’avventura che era stata di tutti. Ma si capiva che anche per lui l’avventura di Tommaso Natale (e dello Zen) era stata di quelle che non si dimenticano.
Finché arrivò un momento in cui la banda di via Carducci nei suoi elementi storici si dissolse. Restarono – è vero – dei bambinetti che tentarono di continuare la tradizione, ma non era la stessa cosa, e comunque di lì a poco si dispersero anche loro. Per quanto riguarda il gruppo storico, nessuno avrebbe potuto ricordare un litigio, uno sgarro, una data particolare, un trauma determinante. Successe solo che con la scuola media ognuno andò specificando interessi e amicizie. Il carico dei compiti per casa era sempre maggiore, cominciò il modo di studiare in compagnia e il tempo da dedicare alla strada venne tagliato per forza di cose. Inoltre, dopo le elementari, ciascuno dei componenti della banda di via Carducci, fu consapevole di alcune differenze. Salvo capì che avrebbe voluto fare l’avvocato e, più vagamente, che sarebbe diventato l’erede del padre di Polifemo in era post-democristiana. Pinuccio, all’opposto, capì le implicazioni di essere figlio di un portiere di via Salvatore Meccio e andò aumentando le ore che trascorreva dando una mano al padre. Le partite di calcio per strada si andarono diradando, sostituite da più rare ma ufficiose sfide in campo regolamentare. Giocavano quasi sempre all’Ancione, che era il più vicino dei campi lontani, dove si arrivava con mezzi di fortuna, soprattutto in due o tre sul vespino. L’Ancione era solcato da certe piccole vallate che si riempivano d’acqua in occasione delle piogge e dove il pallone talvolta scompariva per ricomparire imprevedibile decine di metri più in là, conferendo un andamento aleatorio alla partita. Fu negli spogliatoi dell’Ancione che avvenne il riconoscimento delle proporzioni sessuali di Polifemo. Queste partite durarono per diversi anni, e rimasero l’unico simulacro possibile dell’amicizia degli anni precedenti.
Quando fu palese la diaspora del gruppo, Polifemo fu quello che ci rimase peggio. Anche perché, finite le elementari, suo padre decise di sottrarlo alla sofferenza delle medie e lo ritirò da scuola. Le altre comitive della zona erano composte da ragazzi troppo piccoli per lui, che già per età sopravanzava il gruppo storico di via Carducci. Se da una parte gli furono risparmiate le crudeltà dei suoi coetanei scolari, dall’altra Polifemo rimase tagliato fuori da ogni possibile ricambio amicale. Stando assieme a quelli di via Carducci, Polifemo aveva imparato a sopportare una forma di sfottò tutto sommato domestica, alla quale si era assuefatto. Una volta gli avevano spiegato che significava il suo soprannome, ma lui l’aveva dimenticato quasi subito, come quasi tutte le cose che imparava. Per cui adesso Polifemo era un nome come un altro, che aveva perso le sue connotazioni d’insulto e che lui stesso utilizzava abitualmente. Gli rimase addosso per sempre, anche nelle comitive alle quali si andò a unire saltuariamente in seguito e che erano per lui allo stesso tempo crudeli e insoddisfacenti.
Inoltre, a partire dai tredici anni, Polifemo aveva sviluppato una specializzazione della sua scemenza. Era diventato maniaco sessuale.
Si era fatto una cultura racimolando riviste porno di varia provenienza e grado di esplicitazione. Una, in particolare, gli passava per le mani. Si chiamava “Caballero” e aveva in ogni numero tre o quattro fotoromanzi coi cazzi e tutto. L’andava a leggere, per timore di essere scoperto dal padre democristiano, al palchetto della musica del Politeama, a quel tempo invaso da un micidiale odore di ammoniaca. Poi, non potendo portare a casa “Caballero”, lo lasciava nascosto dietro un cespuglio dove contava di ritrovarlo la volta successiva, cespuglio che i suoi amici impararono subito a trovare. Andavano a prendergli la rivista, la leggevano a loro volta e poi la gettavano via per dispetto. Mai una volta Polifemo tornò arrapato al cespuglio e trovò il suo “Caballero”. Mai una volta ebbe il sospetto di chi poteva essere a farlo sparire. Restava a disperarsi e maledire maldestramente il mondo, poi andava dal suo edicolante e ne comprava un’altra copia, che spesso era identica a quella che gli avevano sottratto. Restava ammaliato di fronte al settore dell’edicola che esponeva le riviste pornografiche, ma non riusciva a decidersi. Temeva che dietro le promesse della copertina non ci fosse nulla di abbastanza soddisfacente. Alla fine chiedeva ancora “Caballero” e buona notte.
Quando la banda di via Carducci fu chiaro che non c’era più, Polifemo fece un principio d’amicizia con quelli di via Nicolò Garzilli ma quest’altri erano del tutto ignari degli argomenti che ormai lo appassionavano. In più, una madre di via Nicolò Garzilli particolarmente apprensiva non mancò di notare che quel povero ragazzo – altro che povero ragazzo: toccava che era un gran toccone. Suo figlio fu ritirato dalla strada, e così pure gli altri, man mano che i genitori si passarono la voce. Polifemo andò per un mese al solito posto dove di solito si riunivano, ma, trovandoci sempre meno gente e poi più nessuno, decise che basta. Andò al palchetto della musica e non ci pensò più.
In questo modo, Polifemo rimase isolato. Se ogni tanto incontrava Pinuccio o qualcun altro di quelli di via Carducci, tendeva a soffermarsi più di quanto l’altro aveva la pazienza di ascoltarlo. Polifemo aveva argomenti di conversazione che oscillavano senza mezze misure fra l’infantile, che era per i suoi vecchi amici ormai remoto, e il maniacale, che era ancora prematuro. Alla fine impararono a scansarlo cambiando marciapiede per tempo, approfittando della sua svagatezza. Da allora di Polifemo si ebbero solo notizie sporadiche e avvistamenti alla lontana.
Di sicuro si sa che approfondì le sue attività di maniaco sessuale spiando le coppiette in un giardinetto contiguo a villa Trabia. Aveva scoperto come penetrare nella villa chiusa e con un punteruolo aveva scavato nel tufo del muro fino ad arrivare a praticare un foro attraverso il quale inquadrava perfettamente una panchina dove i fidanzati senza fissa dimora solitamente si appartavano. Il buco di villa Trabia fu il vero capolavoro della vita di Polifemo. Ne andava orgoglioso perché era riuscito a calcolare quasi perfettamente l’allineamento dalle due parti del muro, di modo che, a forza di scavare da una parte e dall’altra, a un certo punto l’ultimo diaframma cadde e fu festa grande. Anche l’allineamento buco-panchina risultò perfetto, per cui da quel momento Polifemo trascorse la maggior parte delle sue giornate appostato lì. Nel suo nascondiglio aveva trasferito pure il deposito di riviste pornografiche, che dai tempi di “Caballero” si erano andate specializzando. Nei tempi morti sfogliava le riviste e aspettava. Al padre che ogni tanto domandava notizie, Polifemo rispondeva: “Devo andare a villa Trabia”.
Come se fosse un lavoro con orario e scadenze da rispettare. A onore del padre, bisogna dire che questi per lungo tempo mai ebbe sospetto dell’attività maniacale del figlio, come si conveniva all’innocenza di un democristiano di minoranza.
Polifemo arrivava a villa Trabia, si faceva strada fra le sterpaglie e si metteva comodo, leggeva e aspettava. Quando arrivava una coppia si metteva in posizione per vedere meglio, leggermente più scomodo, ma felice. Stava a guardarli per qualche minuto, aspettando che si dessero da fare veramente. Se tergiversavano troppo, se lo spettacolo non era soddisfacente, Polifemo si rizzava dal suo nascondiglio e inveiva contro di loro, mettendoli in fuga perché lasciassero la panchina a una coppia più intraprendente. E così via. In certi casi, facendo onore al soprannome che portava, scagliava verso di loro pietre o massi terrificanti, che vincevano definitivamente la resistenza della coppia di fidanzati. Alla fine della giornata andava a recuperare i pezzi di tufo che aveva lanciato, in modo che venissero utili per la volta successiva.
Una volta una coppia di fidanzati scappò di corsa che sembrava non si dovesse mai più fermare. Si fermò invece davanti al commissariato di via Giusti, da dove mandarono una pattuglia a controllare. Polifemo nemmeno si mosse per quanto era sicuro che nessuno potesse avercela con lui. Se la cavò con una cazziata orale e il sequestro delle riviste pornografiche. Fu la prima volta che ebbe problemi con le forze dell’ordine per via delle sue pratiche sessuali. Fu anche la prima volta che ebbe l’impressione di fare qualcosa di sbagliato e questo lo fece tornare a casa depresso. L’indomani, tuttavia, aveva scordato tutto.
Altre volte vennero a pizzicarlo, sempre per via del famoso buco nel muro di villa Trabia. Venivano i poliziotti oppure il portiere del palazzo accanto. Come lui, anche il portiere ogni volta cacciava le coppiette, ma lo faceva per il decoro del giardinetto condominiale, con un mandato da parte dei suoi inquilini. E siccome la presenza nascosta di Polifemo non scoraggiava le coppiette, che sempre nuove venivano a sedersi sulla panchina famosa, il portiere mandava via anche Polifemo. La formula con cui lo cacciava era completa di domanda e ingiunzione: “Ti nne vai? Vattìnne!”
Questa formula fu pronunciata tante volte che alla fine, quando vedeva il portiere avvicinarsi, lo stesso Polifemo si alzava dal suo nascondiglio e diceva a se stesso: “Ti nne vai? Vattìnne!”
E se ne andava spontaneamente.
Un giorno, poi, il portiere gli fece la sorpresa di tappare a cazzuolate di cemento, con irrisoria facilità, il buco che Polifemo aveva aperto con tanta fatica. Polifemo ci rimase così male che rimosse dalla sua vita e dalla memoria villa Trabia, buco e panchina. Decise di cambiare zona.
Scoprì, per esempio, che: “A piazza Sant’Oliva ci sono le pulle”.
Come disse un giorno a pranzo lasciando suo padre sbalordito. Il padre di Polifemo era talmente democristiano di minoranza che solo in quel momento ebbe sospetto delle tendenze di suo figlio. Addirittura non pensava neppure che suo figlio potesse conoscere parole del genere. Per cui sul momento si limitò a fronteggiare la novità con un semplice: “Pulla non si dice”.
Non ottenne niente, perché era il periodo in cui a Polifemo certe cose cominciava a piacere dirle. La fase successiva fu quella in cui gli cominciò a piacere farle.
A piazza Sant’Oliva scoprì la variante dei travestiti. A Polifemo piacque molto ’sto fatto che ci fossero una donna e un uomo al prezzo solo di una donna. Non capiva bene se i travestiti partivano uomini e finivano donne o viceversa, e questo lo divertiva ancora di più. Imparò che coi soldi che suo padre non gli lesinava poteva averne uno, cioè due, e imparò a non vergognarsi di chiedere. La prima volta era stata molto umiliante, perché Polifemo indossava sempre abiti che gli cadevano di dosso, troppo larghi e sformati, praticamente da straccione. I travestiti quindi stentavano a credere che avesse i soldi. Lui allora tirò fuori un rotolo di banconote e lo mise direttamente in mano all’oggetto del suo desiderio. Il quale non ebbe più obiezioni e gli fece tutto quello che Polifemo fino ad allora aveva solo sognato di fare coi suoi amici più piccoli.
Dopo le prime volte divenne spavaldo. Imparò che non doveva sempre consegnare tutti i soldi che aveva. Imparò a contrattare e imparò quali erano i travestiti che gli piacevano di più. Certe volte, se aveva dimenticato i soldi o non ne aveva, andava lo stesso. Provava a chiedere se gli facevano credito, ma non ottenne mai niente in questo senso. Troppo inaffidabile lo consideravano, sebbene avessero imparato a volergli a modo loro bene. I travestiti di piazza Sant’Oliva furono la sua nuova famiglia, con ruoli paterni e materni intercambiabili. In un certo senso per Polifemo tornarono i tempi felici di via Carducci, con in più la novità che era il sesso.
Quando c’erano le retate della polizia Polifemo restava sempre impigliato, ma dopo le prime volte i poliziotti impararono che era figlio di qualcuno e lo lasciavano andare. Una volta sola fece una scenata perché voleva essere portato anche lui in questura. Un impeto di egualitarismo che i poliziotti non vollero assecondare. Polifemo tornò a casa, rispose male al padre che gli chiedeva e andò a dormire. L’indomani aveva scordato tutto.
Questo periodo della vita di Polifemo si concluse quando una volta le retate a piazza Sant’Oliva si succedettero per tre giorni di seguito. Segnale che nei dintorni era venuto ad abitare qualcuno d’importante e in questura si voleva fare letteralmente piazza pulita. I travestiti si spostarono da qualche altra parte che Polifemo non fu bravo a individuare. Da allora diventò un cliente sporadico, con preferenze per questa o quella marchetta sciolta.
Oltretutto a Polifemo piacevano i bambini e si disperava di non riuscire a trovare un posto dove potesse comprarli. Quando ne trovava uno meno smaliziato, non era mai abbastanza smaliziato da accettare soldi e sesso da parte di uno con l’aspetto di Polifemo, che con gli anni aveva pure cominciato a perdere i capelli. Li perdeva non in maniera uniforme, o solo sulla sommità del capo, ma proprio a ciuffi e su tutto il cranio, come se fosse una qualche alopecia. All’età di ventidue anni Polifemo faceva spavento. Anche gli occhi, prima solamente strabici, ora avevano cominciato a pendere verso il basso, e con loro le occhiaie profonde che aveva. L’impressione complessiva era che gli si stesse squagliando la faccia.
Successe poi nella sua vita che il padre fu coinvolto nello scandalo della Unità Sanitaria Locale di cui era dirigente, e in altri scandali imprecisati. La gente disse: “Pareva perbene”.
E per cercare di dare ragione alla gente, il padre di Polifemo si batté fino in fondo in una decina fra tribunali e gradi di giudizio. Alla fine non si seppe mai se era colpevole o innocente, perché mori prima di vedere arrivare a sentenza definitiva anche uno solo dei procedimenti che gli avevano addossato. Gli venne un colpo e morì. A indizio della sua onestà bisogna dire che bastarono tre anni agli avvocati per spolpare i suoi conti correnti, e alla fine si spartirono tutto tranne la casa di via Carducci. Uno zio tutore la salvò per Polifemo, che ci rimase a vivere da solo senza quasi nemmeno mobili. Solo il suo letto, un tavolo e due sedie. E soprattutto: niente più soldi da spendere in giro.
La sua vita sessuale naturalmente cambiò. Trovare i soldi per comprare il sesso – giornali, travestiti o puttane che fossero – diventò un problema. In più era cominciato il tempo del cinema porno, che offriva a Polifemo una risposta alle due grandi domande della sua vita – sesso e socializzazione – ma che costava anche quello. Con gli altri frequentatori del cinema Orfeo – il suo preferito – aveva raggiunto un certo grado di simpatia che solo raramente sboccava in rapporti mercenari. Poche volte, pagato il biglietto, gli rimaneva denaro per altro. Né si era mai dato il caso che qualcuno pagasse per avere lui. Allora Polifemo prestava un occhio nostalgico a quelli che ogni tanto si alzavano per andare in bagno. Qualche volta aveva provato a seguirli, ma aveva smesso quando un ragazzo gli chiese di pagare anche solo per guardare.
In quel periodo Polifemo cominciò a domandare soldi per strada. Se li otteneva ci teneva a specificare: “Così me ne posso andare all’Orfeo”.
Il suo film ideale era un montaggio di scopate consecutive. Una volta all’Orfeo, forse per sbaglio, era finito La bestia di Borowczyk, che fu molto deludente. Cercò di farsi restituire i soldi dal gestore, poi afferrò per un braccio un cinefilo avventizio e lo terrorizzò facendogli una scenata per coinvolgerlo nell’indignazione. Questa storia l’ha raccontata Salvo, che era il cinefilo avventizio e che nell’occasione si guardò bene dal farsi riconoscere da Polifemo.
Tutte queste cose si sanno di Polifemo perché ogni tanto si incontrano gli amici di via Carducci, ognuno conosce un particolare e lo mette assieme a quelli che raccontano gli altri.
Ora avrà una quarantina d’anni. L’ultima: Pinuccio l’ha visto sull’autobus che andava a Mondello, ma Polifemo non ha riconosciuto nemmeno lui.
“Meglio così”.
Sente il bisogno di concludere Pinuccio, che adesso è perito elettronico.

Scrivere per riempire vuoti

in Riscoperte

Cargo è il secondo libro di Matteo Galiazzo, uno scrittore a suo modo leggendario perché in pochissimi anni è passato dall’essere uno dei più promettenti e anche potenzialmente prolifici scrittori italiani (aveva già scritto quattro romanzi ancora prima di esordire) all’essere un ex scrittore. Nel senso che ha smesso di scrivere. Lavora, guarda la tv, si addormenta sul divano. Ma non scrive più. Così Marco Drago presenta la riedizione per Laurana reloaded di Cargo di Mattia Galiazzo che quando uscì per Einaudi si presentava nel risvolto come “un’onesta truffa affabulatoria”, etichetta più che valida e confermata dalle recensioni su Goodreads, dove si dice senza lambiccarsi che libri di questa schiera o si amano o egualmente si detestano, perdendosi lungo rivoli e frattali, in una mappa che fa volontariamente acqua. Ai nostri lettori un corposo assaggio di un testo che segna una tappa importante nel processo di svecchiamento che si compì nella letteratura italiana alla fine dello scorso millennio.

Tutte le parole del mondo possono entrare in un racconto scritto in prima persona. Un racconto in terza persona sono due punti. E da tutte le rette si passa a una sola retta. Una sola serie ben precisa di parole. È faticoso doversi mantenere sempre lì sopra, vedete. È anche scomodo. Io faccio fatica. È come doversi mettere d’accordo col calimero biondo per andare al cineclub, e il calimero biondo non può venire al telefono perché è sotto la doccia, allora sono lì al telefono con la madre del calimero che va in bagno a ripeterle tutto quello che dico, poi torna alla cornetta e mi riferisce quello che ha detto il calimero biondo, insomma, io non so se vi siate mai messi d’accordo col calimero biondo in questo modo, ma di solito poi non ci si vede mai e tutti e due pensiamo che l’altro ci ha tirato il pacco e poi si sta senza parlare per intere settimane e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla cornetta.
Sia ben chiaro che non credo minimamente a tutte la fregnacce che ho appena scritto qua sopra. Cioè delle rette e di tutto il resto. Io penso “capace di scrivere veramente oppure no. Mi voglio proprio mettere alla prova. Probabilmente risulterà che non sono capace. In questo caso sarò contento di ritirarmi dal mercato.
Naturalmente anche queste qui sopra sono tutte palle. Voglio imparare a scrivere in terza persona perché il mio sogno è sempre stato quello di diventare un romanziere di quelli che scrivono quei romanzi che ne escono uno alla settimana e gli autori hanno tutti dei nomi stranieri e le donne comprano questi romanzi nelle edicole delle stazioni, quelli con tutte quelle storie d’amore, quelle proprio, quelle proprio più, non so come dire, ecco, pornografia sentimentale. Io voglio fare quello da grande. Per questo devo imparare la terza persona. Quelle donne lì mica le frego con le mie menate ambigue, quelle mica hanno tanti fronzoli per la testa, non ci pensano due volte a chiuderti e lasciarti là nello scompartimento vuoto, ecco.
“Be’, ma ora la devo smettere di parlare di me, non vorrei fare come quei registi famosi che a un certo punto della loro vita si accorgono di non avere più uno straccio di idea per il prossimo film e allora fanno un film su di un regista famoso che a un certo punto della sua vita si accorge di non avere più uno straccio di idea per il prossimo film. Oppure, tanto per restare tra noi, quegli scrittori col blocco dello scrittore che scrivono libri il cui protagonista è uno scrittore col blocco dello scrittore, capite, così ci sarebbero infiniti altri infiniti da riempire di nuovo.

D’altra parte fare film o scrivere libri sulla propria incapacità di fare film e scrivere libri non è assolutamente peggio di quello che sto facendo io adesso con voi.
Io, signore e signori, ve lo confesserò perché questo mi renderà ai vostri occhi molto elegante, sto perdendo tempo. Vedete, ci sarà un punto a partire dal quale io dovrò cominciare il racconto e allora inizierà la terza persona. Io sto semplicemente cercando di ritardare il più possibile quel momento. Ecco. Perché di quel momento ho paura, ecco. Ora che l’ho detto però mi tocca cominciare. Ora che ho confessato, ogni ulteriore ritardo penso lo trovereste insopportabile.

Magari non è vero, probabilmente sottovaluto il vostro buon carattere. È che io devo fare l’abitudine alle casalinghe, quelle non perdonano. Intendiamoci, dico queste cose senza che debbano essere interpretate come un’offesa nei confronti delle casalinghe, o una qualche presa in giro dei loro atteggiamenti. Il loro atteggiamento nei confronti dei libri è legittimissimo. Probabilmente io ho un atteggiamento simile nei confronti del detersivo per piatti o della bresaola, e non me ne vergogno. Non c’è ragione, credo. È proprio il rispetto che nutro per loro a far sì che il mio desiderio di scrittura a loro si indirizzi.

Voglio dire, non penso che le casalinghe siano un pubblico facile. Penso sia molto più facile fare contento un critico. Andare a letto con una casalinga e sentirti dire che sei bravo da lei non è paragonabile al non andarci e sentirti dire che sei bravo dal prete.

Matteo Galiazzo, Cargo, Laurana Reloaded

Parlami del tuo cinico disincanto

in Riscoperte

Dario Voltolini – Parlami del tuo cinico disincanto che come una nacchera all’ultimo battito ti fa rimanere combaciata.

Raccontami il luogo esatto in cui hai scelto questa direzione, il momento in cui hai radunato come vestiti sparsi sul letto la varietà della tua vita incontrollata facendone un pacco sigillato da riporre in un posto di te che sai solo tu.

Portami col tuo mobile contrappunto lungo le ampie volte di una cattedrale che si affaccia sul mare dando la prua al mare che sale tagliando il vento che sa di sale e dammi questa forte pedalata e fa che la bici si raddrizzi e fa che il fosso da una parte e il traffico dall’altra cessino d’essere pericoli.

Pensami al tuo tavolo nottetempo mentre tra birre e tovaglioli sposto posate cercando quali siano le parole più precise e liberami la voce dall’incanto che viene giù dagli occhi miei che fissano gli occhi tuoi che vedono gli occhi miei che ridono. Dimmi un’altra volta ancora che i miei ti sembrano due fuochi d’artificio.

Dimmelo guidando in autostrada alle porte di una liquida Marsiglia che ci invita a passeggiare, dimmelo sporgendo il passaporto oltre il vetro, dimmelo al valico di frontiera, dimmelo in aereo mentre sta per decollare, e non chiamarla rotula questa tua curva splendida che la gonna libera quando ti siedi fresca primula.

Placami col tuo morbido controcanto se mi vedi inseguire un motivo con la mente se riesci a ricordare le parole cantala tu la canzone che non ricordo. Tocca le corde alla tua chitarra azzurra corruccia la fronte se la nota è acuta e sta’ a sentire: ho le ossa che scricchiolano per la vecchiaia ho le ossa che vibrano di giovinezza.

Piegami al tuo refolo controvento, quello che avvita leggeri mulinelli e svolta gli angoli dei palazzi dietro ai quali la gente che cammina si sorprende per la vibrazione dell’aria che sembra profumata di tiglio. Un pezzo di sapone che la lavandaia lascia sulla pietra cola e colora l’acqua di un’opalescenza d’anice, quella degli aperitivi sui tavolini estivi.

E spiegami se un tuo simile sentimento può crescere sui tralci di una pergola se può farcela da solo contro il tempo freddo di montagna sotto un dito di terra schiudersi orientando il germoglio verso l’aria. Penso alla durezza di una lunga e ripida scogliera percorsa in macchina velocemente e accendo i fari mentre all’orizzonte il mare si confonde con la luce scura della sera.

tratto da Forme d’onda ripubblicato nella collana Laurana reloaded

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