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Laurana Editore

Gabriele Dadati: «I libri sono un modo per stare con gli altri»

in Narrazioni

Dopo Demetrio Paolin, Massimo Cassani, Claudia Grendene, chiudiamo la galleria di autoritratti dei docenti della Bottega di narrazione con Gabriele Dadati.

Da piccolo avevo paura del buio: una paura che negli anni è notevolmente diminuita, anche se non del tutto scomparsa. Per farmi addormentare mia madre veniva in camera mia e si sedeva per terra, contro il muro, a leggermi libri ad alta voce. Insegnando alle medie, riceveva un certo numero di volumi omaggio dai rappresentanti perché li valutasse in vista dell’adozione. Non solo manuali, ma anche libri per quella singolare materia che si chiamava (non so se esista ancora) “epica”. Contenevano i miti degli dei e degli eroi messi in prosa per ragazzini dai dieci ai tredici anni. Andavano bene anche per me che ero molto più piccolo.

 

Si dice spesso che gli artisti conducono una vita solitaria, che i libri sono compagni alla nostra solitudine.

 

Me li leggeva a lungo, perché alla paura del buio si sovrapponeva il piacere di stare con lei e di stare ad ascoltarla. Aveva una vita incasinata: altre due figlie, per fortuna più grandi; la casa a cui badare; il lavoro. Quello era un tempo tutto nostro. Dolcissimo. Io ne abusavo.
Quando poi ho iniziato a leggere da solo, mi è rimasta addosso la sensazione che i libri fossero un modo per stare con gli altri. Per stare con altre persone a cui volevo bene e che mi volevano bene. Si dice spesso che gli artisti conducono una vita solitaria, che i libri sono compagni alla nostra solitudine. Per me non è mai stato così. E come spesso succede quando si scopre qualche cosa che ci fa stare bene, si cerca in ogni modo di averci a che fare. Come mangiare bene può farci venire voglia di cucinare bene, così a me è successo – più tardi, al ginnasio – di voler raccontare, perché ricevere racconti era bello.

Vorrei tornare a quell’entusiasmo dell’inizio e scrollarmi di dosso un po’ di fatica.

All’inizio per inventare una storia mi accontentavo di formulare una domanda e provare a rispondere. Ad esempio: “Cosa succederebbe se una città iniziasse a digerire i suoi abitanti, usando l’acqua come succo gastrico?”; “Cosa succederebbe se un certo numero di operai lavorasse a una costruzione enorme partendo dall’esterno e procedendo verso l’interno, fino a realizzare un perfetto labirinto da cui non saper più uscire?”. Cose così, senz’altro dettate da libri e film che mi interessavano all’epoca (ero un adolescente, in fin dei conti). Ci pensavo un po’. Inventavo un po’ di personaggi e di snodi. Poi scrivevo.
Nei quindici anni dopo sono andato avanti a farmi domande a grappoli, sempre più minute. E a scrivere testi per poi riscriverli in continuazione, in modo da martellare i bernoccoli della prosa.
Negli ultimi anni mi sono un po’ riposato, o meglio mi sono stancato esplorando altre forme di scrittura e l’insegnamento della scrittura stessa. Il 2018 dovrebbe essere un anno un po’ diverso. Vorrei tornare a quell’entusiasmo dell’inizio e scrollarmi di dosso un po’ di fatica. Da qualche parte c’è ancora quel bambino che ascolta. Vediamo se posso mettermi in ascolto di quello che ha da dire.

Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) è uno scrittore, un editore, un insegnante di scrittura. Ha pubblicato Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006; Barbera, 2008), Il libro nero del mondo (Gaffi, 2009), Piccolo testamento (Laurana Editore, 2012, presentato al Premio Strega 2012), Per rivedere te (Barney),

Il ’77 quarant’anni dopo

in Backstage

Paolo Grugni – Quaranta sono gli anni trascorsi da quei primi mesi del ’77. Mesi che segnarono la storia d’Italia in modo indelebile, marcando definitivamente la svolta autoritaria e repressiva della politica italiana, voluta da tutte le forze dell’arco parlamentare.
Perché scelsi di narrare il ’77? Quando inizio a scrivere un romanzo sono convinto che il soggetto sia in grado di attirare l’attenzione dei lettori e di avere pertanto successo, qualsiasi significato si voglia attribuire a questa parola. Pensai che quel preciso momento storico potesse avere le giuste caratteristiche. Ovviamente le vendite di un libro dipendono da troppi fattori estranei alla mia volontà per avere certezze riguardo all’effettivo risultato. Con “L’odore acido di quei giorni” (titolo ripreso con una minima variante da una canzone di Claudio Lolli) il successo è arrivato veramente. Così costante nel tempo da permettere questa quarta e nuova edizione a cinque anni dall’uscita.

Diversi i motivi che mi spinsero poi a occuparmente veramente. Il primo: avevo ‘vissuto’ il ’77 da lontano (ovvero da Milano e non a Bologna) e in giovane età (non avevo ancora 15 anni e la politica non rientrava tra i miei interessi). Di fatto lo avevo solo sfiorato senza alcuna partecipazione attiva, a meno si consideri tale il piacere di vedere il picchetto di Democrazia Proletaria davanti a scuola (l’istituto ‘Gino Zappa’ in viale Marche), che mi permetteva di saltare lezione e andare a bighellonare. Il secondo: se qualcuno mi avesse chiesto di spiegare cosa fosse stato realmente, avrei saputo al massimo balbettare qualche parola di circostanza. Stava a significare che ne sapevo poco o nulla. Il terzo: il desiderio che le nuove generazioni apprendessero, come io stesso mi accingevo a fare, cos’era accaduto quell’anno e che tutto non si riducesse a un oscuro episodio di cui si è sentito vagamente parlare. Il quarto: mi sentivo pronto a cimentarmi con il romanzo storico, che io preferisco definire romanzo di ricerca: una sfida di cui avevo timore, che alla fine ritengo però di aver vinto. Molti i militanti a Bologna in quei giorni che inalarono l’odore acido dei lacrimogeni e che mi hanno scritto confermando l’esattezza sin nei dettagli della mia ricostruzione.

Non riconoscendone più l’utilità, ho smesso da anni di fare presentazioni dei miei romanzi, ma ne ricordo una legata a questo con particolare piacere: presso il carcere di San Vittore a Milano. Presenti una trentina di detenuti (per la maggior parte stranieri, ma con ottime proprietà di linguaggio), che dimostrarono grande interesse per la Storia del nostro Paese. Ne nacque un vivace dibattito, la cosa che però mi colpì maggiormente fu quando mi chiesero se avessi mai commesso dei reati. Secondo loro, la mia conoscenza dell’animo criminale era così accurata e profonda da essere frutto di esperienze personali. Credo volessero farmi un complimento e per tale lo presi.

La scrittura di questo romanzo è stata fondamentale per la stesura di due testi successivi, “L’Antiesorcista” e “Darkland”, entrambi frutto di lunghi minuziosi studi rispettivamente sulle pratiche di liberazione ‘demoniaca’ e sul nazismo. Non so se ormai posso definirmi “storico”, ma di sicuro nel corso degli anni non solo ho imparato a leggere e a vivere la Storia, ma anche a interpretarla estrapolando tra le pieghe quella che io ritengo essere la verità. Se poi qualcosa ho sbagliato, è stato fatto in tutta onestà.

Dieci cose da tenere presenti se si vuol far funzionare decentemente una storia

in Spilli

Giulio Mozzi – Premessa: tra “far funzionare decentemente una storia” e “scrivere una storia eccellente” c’è una bella differenza; così come tra “scrivere una storia eccellente” e “scrivere un capolavoro”. Lo scopo dei seguenti consigli è il raggiungimento del minimo sindacale. [Aggiungiamo, per tutto il resto c’è la Bottega di narrazione]

1. Una storia è costituita da una successione di eventi legati tra loro da cause ed effetti.

2. La relazione tra cause ed effetti non è mai automatica. Non è che se Tizio dà un pugno a Caio, Caio necessariamente gliene restituisca otto. Caio potrebbe cadere a terra tramortito; potrebbe porgere l’altra guancia; potrebbe fremere impotente; potrebbe chiamare aiuto; potrebbe ringraziare (esistono i masochisti); potrebbe declamare una poesia di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castevecchio, preferibilmente). Ogni causa può generare molti effetti, e noi dobbiamo non solo stabilire quale effetto sarà generato, ma anche (direi: soprattutto) perché sarà generato quell’effetto lì e non tutti gli altri possibili.

3. La stessa cosa vale all’incontrario: un effetto può essere generato da diversissime cause. Se Tizio se ne va in giro con gli occhi bassi, potrebbe essere stato lasciato dalla fidanzata (la perfidissima Petronilla); potrebbe essergli morto il gatto; potrebbe avere qualche meditazione in corso (sul senso della vita, sull’opportunità di contrarre un mutuo, sul colore del divano da comperare, sulla sensatezza del suo amore per Petronilla, la perfida); potrebbe avere il torcicollo; potrebbe essere stanco; e così via. Nel momento in cui presentiamo una situazione, dobbiamo non solo aver presente quali cause l’hanno generata: ma anche (direi: soprattutto) perché quella situazione ha avute quelle cause lì, e non altre (tra le quasi infinite possibili).

4. Istintivamente ci rendiamo conto che certe connessioni causa-effetto sono più probabili di altre; o quantomeno sembrano più probabili al senso comune. Ora: non è che nella nostra storia a ogni evento-causa debba seguire il più probabile (o ritenuto tale) degli eventi-effetto; soprattutto, non è che sia più realistica la più probabile delle relazioni causa-effetto.

5. Il funzionamento delle relazioni causa-effetto dipende dalle circostanze in cui accade ciò che accade. Se vogliamo che accada una certa cosa (a es. che il ragionier Peressutti diventi improvvisamente ricchissimo; o che lo rapiscano gli alieni; o entrambe le cose; ec.), dobbiamo immaginare le circostanze che la rendano credibile, ovvero che rendano necessarie le connessioni tra cause ed effetti.

6. In realtà i diversi tipi di narrazione presentano, circa la connessione tra cause ed effetti, esigenze diverse. Per esempio:

Mercoledì 20 luglio 2016 il ragionier Peressutti, spinto da una vago presentimento, per la prima volta in vita sua comperò dal tabaccaio – investendo 5 euro – una tessera del SuperLotto. Il giorno dopo – sempre dal tabaccaio: il ragionier Peressutti era un fumatore incallito – la fece controllare e scoprì di aver vinto il jackpot: 72 milioni di euro. Chiese al tabaccaio una sedia. Il tabaccaio, oltre a fornire la sedia, provvedette a fargli vento con un giornale. Dopo venti minuti il ragionier Peressutti si sentì meglio, si alzò, ringraziò il tabaccaio e disse: “Vado in banca. Sapranno loro come fare”. Furono le sue ultime parole. La banca era difronte. Mentre il ragionier Peressutti attraversava la strada, un raggio azzurro piovve dal cielo e lo rapì. Solo dieci anni dopo la moglie, la geometra Tumminielli, riuscì a ottenere una dichiarazione di morte presunta e – grazie alla testimonianza del tabaccaio che aveva effettuato il controllo – a incassare la somma, nel frattempo sostanziosamente erosa dall’inflazione.

Qui abbiamo un evento casuale, senza cause precise: il ragioniere non aveva mai comperato un biglietto del SuperLotto (né, si può presumere di altri giochi). Ma la cosa è sopportabile, sopportabilissima, perché: (a) è evidentemente che il regime del racconto non è esattamente di tipo realistico; (b) è evidente che l’andatura del racconto è giocosa; (c) ma, soprattutto, la vincita è qui proposta come evento scatenante, e gli eventi scatenanti hanno tutto il diritto di non avere cause precise (altrimenti, dovremmo sempre risalire ad Adamo ed Eva). Il “vago presentimento” della prima riga può restare – appunto – nel vago. Se il ragionier Peressutti fosse un giocatore abituale, nulla cambierebbe nella storia successiva.
Quanto agli alieni, è noto che ogni tanto prendono su qualcuno per studiarselo.

7. Le domande che devono guidare la costruzione del racconto sono dunque:

** Che cosa bisogna che accada prima, perché possa ragionevolmente accadere dopo ciò che io fin dal principio desideravo che accadesse?

** Dato che è accaduto quel che è accaduto, quale contesto devo allestire perché ciò che accade dopo appaia come ragionevolmente (se non proprio necessariamente) conseguente da ciò che è accaduto prima?

(Si tratta, per certi aspetti, della medesima domanda: ma ci sono delle sfumature).

8. Nessuna storia è la storia di un personaggio solo: tutte le storie sono storie di personaggi che si incrociano. Ogni personaggio è portatore di un desiderio (magari nichilistico, ma pur sempre un desiderio): la storia risulta dal conflitto, dalla competizione, dall’associazione, dalla divergenza, eccetera, dei desideri dei personaggi. I promessi sposi non esisterebbero se un certo giorno don Rodrigo, mentre andava a spasso con suo cugino il conte Attilio, non avesse avuto un (lieve) moto di desiderio nei confronti di una certa bella ragazzotta; se il conte Attilio, per desiderio di primeggiare, non avesse sfidato don Rodrigo a farsela, quella ragazzotta; se don Rodrigo, per desiderio di non sfigurare davanti al cugino, non avesse accettato la sfida; se Lucia non fosse stata seriamente e serenamente innamorata di (cioè desiderosa di) Renzo; se Renzo a sua volta non fosse stato seriamente e serenamente innamorato di (cioè desideroso di) Lucia; e via dicendo.
Di cosa parlano dunque le storie?
Di desideri, ovviamente.

9. La differenza tra una serie di fatti e un racconto è l’ordinamento dei fatti stessi. In un racconto si può mettere alla fine ciò che cronologicamente è avvenuto all’inizio; si possono rimescolare le carte e i tempi; anzi: si devono rimescolare le carte e i tempi. Nessuno è più noioso di chi racconta una storia per filo e per segno. La sequenza di episodi che costituiscono la parte “meravigliosa” dell’Odissea sarebbe noiosissima, se il racconto non fosse costruito a incastro (la narrazione, vi ricordo, comincia – dopo quella sorta di prologo che sono i libri in cui il figlio Telemaco lo cerca presso tutti i reduci della grande guerra troiana – con Ulisse che se ne sta placidamente a godersi le grazie della ninfa Calipso sull’isola di Ogigia; riceve poi l’ordine divino di mettersi in viaggio per tornare alla sua Penelope; si fa uno zatterone e parte; fa naufragio; arriva a una spiaggia dell’isola dei Feaci; il re dei Feaci lo tratta con ogni rispetto, lo invita alla sua mensa, fa venire un cantore; il cantore comincia a cantare la grande guerra troiana; Ulisse – che aveva celata la sua identità – si commuove; lo interrogano; e finalmente lui racconta di Circe, dei Lestrigoni, del Gigante Monocolo, e così via. Dopodiché l’ordine cronologico viene ripreso fino alla sfida ai pretendenti e al ricongiungimento con Penelope).
O pensate alla potenza di un racconto brevissimo come: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì” (Augusto Monterroso).

10. Se non si possono fare grandi lavori di montaggio, si può lavorare sull’annuncio. L’esempio classico è quello dei Vangeli: che interesse (narrativo) avrebbe la storia di Gesù di Nazareth, se non sapessimo che egli è in un qualche modo misterioso il “figlio di Dio”, se non esistesse una “scrittura” precedente nel quale il suo destino è “già scritto”, se non sapessimo che c’è un “destino” che lo attende, se Gesù stesso non provvedesse, qua e là, a notificare ai suoi increduli sostenitori l’inevitabilità e l’imminenza di tale destino? E se non sapessimo, infine, che dall’accettazione o dal rifiuto di tale “destino” verrà la salvezza o la perdizione dell’intero genere umano?

La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto: la formazione di Giulio Mozzi

in Letture/Narrazioni
giulio mozzi

D. Allora, Mozzi, è pronto?

R. Sì, sono pronto.

D. Cominciamo?

R. Cominciamo.

D. Lei, Mozzi, in che modo è entrato nel campo letterario?

R. Be’, sostanzialmente per caso.

D. Guardi, non ci credo nemmeno se mi paga.

R. Eppure è così.

D. Può essere più preciso? Mi può raccontare?

R. Certo. Si può cominciare dall’oratorio. Da ragazzo, diciamo tra i dieci e i diciotto anni, ho molto frequentato l’oratorio. Naturalmente si era formato tutto un giro di amicizie. Tra gli altri, questo oratorio era frequentato da Stefano Dal Bianco.

D. Il poeta?

R. Sì, quello che oggi è pubblicato nello Specchio di Mondadori, ossia la collana di poesia più istituzionale che ci sia in Italia.

D. E lei divenne amico di Dal Bianco?

R. Sì. Ma non, sia chiaro, per ragioni letterarie. Eravamo dei ragazzini. Semplicemente, con Stefano e con un paio di altri coetanei mi trovavo meglio. Si può dire, probabilmente, che avevamo in comune una serie di tratti socioculturali: buone famiglie, disponibilità delle famiglie a investire nello studio, livello culturale di partenza abbastanza alto, eccetera. Eravamo dei perfetti bravi ragazzi borghesi, credo. Forse la famiglia di uno era un po’ più ricca, quella dell’altro un po’ più colta, dico a caso, ma tutto sommato stavamo nella stessa fascia sociale. Qualcuno di noi era più tranquillo, qualcuno più bizzarro: ma poco cambiava.

D. La sua famiglia è ricca o colta?

R. Benestante, e molto colta. I miei genitori sono biologi. Ho zii e nonni medici, ingegneri, chimici, insegnanti, dirigenti di banca o d’azienda. Da parte di madre, credo che ci siano almeno quattro generazioni di laureati e – sottolineo – di laureate. Da parte di mio padre forse le generazioni sono solo un paio. Non credo che fossero molti, all’epoca, i miei coetanei con un retroterra simile.

D. Cosa intende per «benestante»?

R. Mio padre, dopo diversi anni di precariato universitario, diventò professore associato. Mia madre insegnò per tutta la vita alle scuole medie. Un paio di appartamenti di proprietà.

D. Lei fu educato alla lettura?

R. La scena primaria è questa: i due genitori nelle poltrone, con tra le mani il «Corriere della sera» o «Il Gazzettino» o «Epoca» o «Grazia». Noi tre stesi a pancia in giù sul tappeto: mio fratello maggiore con il «Corrierino dei piccoli», mia sorella con «Michelino», e io – il più piccolo, finché non arrivò il quarto – con «Mio Mao». «Mio Mao» si colorava e ritagliava, in «Michelino» c’era anche da leggere, il «Corrierino» era il «Corrierino». E io, mentre coloravo e ritagliavo, non desideravo altro che passare di grado: da «Mo Mao» a «Michelino», da «Michelino» al «Corrierino», eccetera. Sono stato educato a leggere, soprattutto sono stato educato a studiare.

D. Però poi non si è neanche laureato.

R. Vero.

D. Perché?

R. Per vanità. E proprio a causa di tanta ricchezza. Che cosa me ne viene a frequentare l’università, mi dicevo, se già sono capace di studiare da solo? Frequentai per qualche mese Lingue e letterature straniere, diedi qualche esame in attesa della chiamata per la leva, e decisi che l’università non faceva per me. Decisione presuntuosa, anche perché quei pochi mesi di lezioni mi diedero indicazioni importanti. Cominciai a leggere Alberto Savinio e Francis Ponge, ad esempio, perché appunto me ne parlarono a lezione: e sono autori rimasti importanti per me.

Quanta neve

in Letture

Giulio Mozzi – La mattina del giorno di Natale mi sono svegliato presto. Fuori della finestra c’era ancora buio. Sono rimasto a letto perché la mamma e il papà vogliono che nei giorni di festa, anche nelle semplici domeniche, noi rimaniamo a letto finché non vengono a chiamarci loro. Dopo un po’ che ero sveglio mi sono accorto che era sveglio anche mio fratello, perché si muoveva nel letto. Allora gli ho detto “Buon Natale”, e anche lui mi ha detto “Buon Natale”. Poi siamo rimasti in silenzio per provare a sentire se la mamma e il papà si erano svegliati e camminavano per casa o andavano in bagno o si parlavano.
Mio fratello ha provato a scendere dal letto quando abbiamo sentito il rumore che faceva la mamma con le tazze preparando il tavolo per la colazione. Ha aperto in fessura la porta e ha sentito che la mamma e il papà si parlavano sottovoce in cucina. Poi ha sentito che il papà arrivava e allora ha richiuso subito e si è ficcato sotto le coperte.
Quando il papà ha spalancato la porta e ci ha chiamati noi abbiamo fatto finta di essere ancora pieni di sonno, aprendo gli occhi appena appena e stiracchiandoci e facendo mmmm con la bocca chiusa. Quando il papà si è seduto sul mio letto e ha infilato un braccio sotto le coperte dicendo: “Ma che cosa è questo, è un bambino o un gatto che fa le fusa?”, allora io sono saltato in piedi e l’ho abbracciato gridando “Buon Natale”, e allora anche mio fratello è saltato giù dal letto e ha abbracciato il papà gridandogli “Buon Natale, Buon Natale”.
Il papà ci ha dato degli sculaccioni, ma per gioco, dicendo: “Ma guarda un po’, sembrava proprio che dormissero, questi due”; poi noi siamo corsi dalla mamma in cucina, l’abbiamo abbracciata e abbiamo dato il Buon Natale anche a lei. La mamma ci ha abbracciati, ci ha dato il Buon Natale e poi ha detto: “Andate lì a vedere sotto l’albero, che mi pare ci sia qualcosa. Però prima tornate in camera e vi mettete le ciabatte”.
Io sono corso a mettermi le ciabatte e poi sono corso in salotto a guardare sotto l’albero; ho fatto più svelto di mio fratello, anche se il suo letto è il più vicino alla porta. Sotto l’albero c’erano quattro pacchetti. Su un pacchetto c’era scritto: “La mamma per Marco”, e su un altro: “Il papà per Marco”. Gli altri due pacchetti erano per mio fratello.
Ho preso i miei due pacchetti e ho pensato subito: “Dov’è il pacchetto della nonna?” Poi mi sono ricordato che la nonna non c’è più da questa estate. Questa estate siamo andati via con la colonia, invece di andare a casa della nonna al paese, come avevamo fatto gli anni scorsi, perché la nonna stava poco bene. Un giorno la mamma è venuta a prenderci alla colonia con l’automobile e ci ha detto che la nonna non c’era più. Poi ci ha portati su fino al paese, che è in montagna. Siamo arrivati alla sera tardi, a casa della nonna c’era il papà e c’erano gli zii di Milano. La nonna non c’era e la sua stanza era chiusa. Il papà era triste. Noi siamo stati mandati a letto nella nostra stanza. La nostra stanza nella casa della nonna ha una tappezzeria con dipinte tante farfalle. Mi è sempre piaciuto guardare le farfalle ma quella sera, prima che prendessi sonno, mi facevano paura. Mi sembrava di vedere le ombre e i fantasmi. Che le farfalle volassero nella stanza, e io sentivo sul viso il piccolo vento delle loro ali. Mi ricordo che ho sognato che tornavo a casa dalla colonia con il pullman e a casa non si trovava più la mamma e nemmeno il papà mi sapeva dire dov’era. Mi sono svegliato con la paura e c’era la mamma seduta sul letto che mi diceva che non dovevo gridare e che dovevo cercare di stare tranquillo perché il papà doveva riposare.

Quando ho visto che sotto l’albero non c’era il regalo della nonna mi sono ricordato che la nonna non c’è più e che il papà non ha più la sua mamma. Io non volevo ma per questo ricordo mi sono messo a piangere, e poi mi sono accorto che la mamma e il papà e mio fratello mi guardavano e mi chiedevano che cosa c’era, ma io non volevo dire che pensiero avevo fatto per non far diventare triste il papà, così sono corso in camera e mi sono chiuso dentro. Dopo un po’ è venuta dentro la mamma e io le ho raccontato che cosa avevo pensato, e allora la mamma mi ha detto che non c’è niente di male a provare dolore per le persone che non ci sono più, e sicuramente il papà sarebbe stato contento di sapere che avevo pensato alla nonna in quel momento. Io non glielo volevo dire, perché mi era venuta paura che il papà pensasse che a me dispiaceva per la mancanza del regalo della nonna, ma la mamma mi ha detto di non fare di questi pensieri sciocchi e che avrebbe spiegato lei al papà. Mi ha detto di dire a voce alta: “Buon Natale nonna”, e che la nonna mi avrebbe sicuramente sentito da lassù nel cielo; allora io ho detto “Buon Natale, nonna” cercando di sorridere come avrei sorriso alla nonna, se lei fosse stata lì, e poi ho pianto ancora un poco.
Poi la mamma è tornata in salotto e io anche, ma un pochino dopo. Il papà e mio fratello mi aspettavano per aprire i regali; così li abbiamo aperti. La mamma mi ha regalato il Grande libro delle scoperte archeologiche che ha 453 pagine e sulla copertina c’è scritto che ci sono 1730 illustrazioni; io però non ho controllato. Il papà mi ha regalato una scatola di binari speciali per il trenino: ci sono l’incrocio a 30 e 60 gradi e quello a 45 gradi, e anche la coppia di scambi in curva. A mio fratello la mamma ha regalato un libro che si chiama Il radiolibro e il papà una collezione di provette e di sostanze per gli esperimenti chimici, perché quelle che gli avevano regalato per il compleanno sono già quasi tutte finite.
Dopo avere aperti i regali abbiamo fatto la colazione e il bagno e poi siamo andati alla messa delle undici. Mio fratello canta nel coro e forse l’anno prossimo, se passa con il coro dei grandi, lo faranno cantare nella messa di mezzanotte; così potrò andarci anch’io. Poi a casa abbiamo telefonato agli zii di Milano per fare gli auguri e poi io ho cominciato a provare gli incroci e gli scambi nuovi, mentre la mamma preparava il pranzo. Durante il pranzo la mamma ha spiegato perché mi ero nascosto nella camera dopo aver visto i regali e il papà mi ha detto “Bravo”, poi ha detto alla mamma: “Sai, anche a me ogni tanto sembra che sia ancora viva, anche sabato scorso che sono andato in centro a prendermi le scarpe, ho visto che c’era una vetrina tutta di trapunte bellissime, a riquadri di tessuti diversi, e per un momento ho pensato che avrei potuto regalarne una alla mamma, con il freddo che fa dalle sue parti”. Ho visto che la mamma con la mano destra prendeva la mano sinistra del papà, e il papà continuava a dire: “Ancora non ci credo, se n’è andata in due mesi, due mesi prima sembrava ancora una ragazzina”. Poi la mamma ha detto: “Basta, caro”; e il papà ha ricominciato a mangiare ed è stato zitto per un po’.
Nel pomeriggio io ho costruito un circuito con il trenino che passava per tutte le stanze della casa escluso il bagno. Mio fratello si è messo a leggere il Radiolibro disteso a pancia in giù sul letto, e ogni tanto andava a chiedere spiegazioni al papà, che stava a leggere il giornale e a guardare la televisione in salotto. Poi il papà si è alzato e ha esaminato il mio circuito. Io volevo far andare due convogli contemporaneamente senza che si incrociassero, e il papà mi ha aiutato manovrando gli scambi più lontani, eseguendo i miei ordini. Poi è andato dalla mamma, che stava lavorando in cucina perché mi sta accorciando un paio di calzoni che non vanno più bene a mio fratello, e le ha detto: “Ti ricordi l’anno scorso? Mentre eravamo lì è cominciato a nevicare, avevamo paura di non riuscire più a tornare indietro”. La mamma ha detto qualcosa che non ho sentito, ma ho sentito il papà che diceva: “Sì, hai ragione. Vado a fare un giro”. Poi il papà è uscito con l’automobile, salutandoci appena, e l’abbiamo sentito rientrare solo tardi, quando la mamma ci aveva già mandati a letto. Mio fratello è sceso dal letto e ha aperto la porta in fessura, così abbiamo sentito la mamma che diceva al papà: “Dove sei stato?”, e il papà che rispondeva: “Dove vuoi che sia stato. Avrei voluto portarti un po’ di neve, l’ho messa in una scatola che c’era nel bagagliaio ma si è sciolta. Adesso il bagagliaio è allagato”.

30 novembre-1 dicembre 1993

tratto da Giulio Mozzi, La felicità terrena, Laurana editore

Sergio Endrigo, un artista vecchio stampo

in Spilli

“Mio padre non capiva nulla di affari, di marketing, né di contratti. Non aveva la mentalità e non gli importava proprio. Era un artista vecchio stampo, che non contava i soldi, non controllava nulla e si fidava di tutti. Per questo lo hanno sempre fregato, in vita, e anche adesso che non c’è più. Non voglio fare di lui una vittima, ma se ne sono approfittati in troppi. E questo dispiacere, il dolore per tanta gente che gli aveva voltato le spalle, se lo è portato dietro fino ai suoi ultimi giorni. Non riusciva proprio a capire un mondo usa e getta”.

Claudia Endrigo

C’è una folgorante intuizione di Enzo Jannacci – quell’Ufficio Facce che consentiva al Dottore di catalogare, un po’ lombrosianamente, ma con il sorriso, il suo prossimo – che da sempre mi fa tornare alla mente la figura di Sergio Endrigo. Il quale con quel suo volto antico e nobile, di eleganza austera e senza tempo, raccontava moltissimo al pubblico, fin dal primo acchito: e nascondeva, anche, celava, alludeva, accennava, quasi che la condizione di cantautore in lui dialogasse con il corpo e le linee del viso. D’altronde, con quell’espressione un po’ così, quel carico di garbo e onestà intellettuale sospesi in una sorta di twilight zone, Endrigo si poteva permettere di cantare e dire praticamente di tutto, senza mai risultare sconveniente, eccessivo, fuori luogo. Chi altri, ad esempio, avrebbe potuto pronunciare un verso definitivo (“La solitudine che tu mi hai regalato / io la coltivo come un fiore”, 1968), capace poi di vincere il festival di Sanremo, il primo del dopo-Tenco, Canzone per te, con altrettanta forza e credibilità? Era, quello sotteso all’universo di Endrigo, una sorta di caos calmo, una poetica suggestiva e penetrante come un fiume carsico di parole e suggestioni, pillole di un artista che agli occhi del pubblico doveva sempre essere sembrato adulto e saggio, quasi che i colori e la devianza, le vibrazioni e gli impulsi tipici della gioventù dell’epoca, a Sergio non l’avessero mai neppure sfiorato.

La sua storia, professionalmente capace di abbracciare circa mezzo secolo, dalle esperienze del night club, a sussurrare My funny Valentine, September song, I’m in the mood for love, a sognare Johnny Mathis e Nat King Cole, ai tentativi di recuperare terreno, di restare sulla scena, stanco e sfiduciato, fino all’ultimo, è sottolineata da grandi successi: tra canzoni mandate a memoria da una generazione intera e capaci di imporsi anche all’estero (era di casa in Brasile e Sudamerica, e i dischi uscivano in molti paesi, con tournée trionfali in Grecia, Spagna, Giappone, USA, Canada, Turchia, Israele, Unione Sovietica e tutto l’est europeo…). Ma, in linea con quel carattere schivo, da persona soprattutto perbene, attraversato da un’ironia sottile e delicata, che ben si adattava al modo di cantare in punta di voce, senza slabbrature, né inflessioni dialettali, di Endrigo piace immaginare una modalità espressiva forse meno nota: che pare invece ideale per smascherarne qualità laterali, in grado di spiegare meglio un’identità altrettanto autentica, sfuggita probabilmente alle masse della tv in bianco e nero dei fatidici anni Sessanta, quando Sergio era un protagonista assoluto, un capofila indiscusso della musica italiana.

Enzo Gentile, Lontani dagli occhi

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