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La formazione dello scrittore

La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto: la formazione di Giulio Mozzi

in Letture/Narrazioni
giulio mozzi

D. Allora, Mozzi, è pronto?

R. Sì, sono pronto.

D. Cominciamo?

R. Cominciamo.

D. Lei, Mozzi, in che modo è entrato nel campo letterario?

R. Be’, sostanzialmente per caso.

D. Guardi, non ci credo nemmeno se mi paga.

R. Eppure è così.

D. Può essere più preciso? Mi può raccontare?

R. Certo. Si può cominciare dall’oratorio. Da ragazzo, diciamo tra i dieci e i diciotto anni, ho molto frequentato l’oratorio. Naturalmente si era formato tutto un giro di amicizie. Tra gli altri, questo oratorio era frequentato da Stefano Dal Bianco.

D. Il poeta?

R. Sì, quello che oggi è pubblicato nello Specchio di Mondadori, ossia la collana di poesia più istituzionale che ci sia in Italia.

D. E lei divenne amico di Dal Bianco?

R. Sì. Ma non, sia chiaro, per ragioni letterarie. Eravamo dei ragazzini. Semplicemente, con Stefano e con un paio di altri coetanei mi trovavo meglio. Si può dire, probabilmente, che avevamo in comune una serie di tratti socioculturali: buone famiglie, disponibilità delle famiglie a investire nello studio, livello culturale di partenza abbastanza alto, eccetera. Eravamo dei perfetti bravi ragazzi borghesi, credo. Forse la famiglia di uno era un po’ più ricca, quella dell’altro un po’ più colta, dico a caso, ma tutto sommato stavamo nella stessa fascia sociale. Qualcuno di noi era più tranquillo, qualcuno più bizzarro: ma poco cambiava.

D. La sua famiglia è ricca o colta?

R. Benestante, e molto colta. I miei genitori sono biologi. Ho zii e nonni medici, ingegneri, chimici, insegnanti, dirigenti di banca o d’azienda. Da parte di madre, credo che ci siano almeno quattro generazioni di laureati e – sottolineo – di laureate. Da parte di mio padre forse le generazioni sono solo un paio. Non credo che fossero molti, all’epoca, i miei coetanei con un retroterra simile.

D. Cosa intende per «benestante»?

R. Mio padre, dopo diversi anni di precariato universitario, diventò professore associato. Mia madre insegnò per tutta la vita alle scuole medie. Un paio di appartamenti di proprietà.

D. Lei fu educato alla lettura?

R. La scena primaria è questa: i due genitori nelle poltrone, con tra le mani il «Corriere della sera» o «Il Gazzettino» o «Epoca» o «Grazia». Noi tre stesi a pancia in giù sul tappeto: mio fratello maggiore con il «Corrierino dei piccoli», mia sorella con «Michelino», e io – il più piccolo, finché non arrivò il quarto – con «Mio Mao». «Mio Mao» si colorava e ritagliava, in «Michelino» c’era anche da leggere, il «Corrierino» era il «Corrierino». E io, mentre coloravo e ritagliavo, non desideravo altro che passare di grado: da «Mo Mao» a «Michelino», da «Michelino» al «Corrierino», eccetera. Sono stato educato a leggere, soprattutto sono stato educato a studiare.

D. Però poi non si è neanche laureato.

R. Vero.

D. Perché?

R. Per vanità. E proprio a causa di tanta ricchezza. Che cosa me ne viene a frequentare l’università, mi dicevo, se già sono capace di studiare da solo? Frequentai per qualche mese Lingue e letterature straniere, diedi qualche esame in attesa della chiamata per la leva, e decisi che l’università non faceva per me. Decisione presuntuosa, anche perché quei pochi mesi di lezioni mi diedero indicazioni importanti. Cominciai a leggere Alberto Savinio e Francis Ponge, ad esempio, perché appunto me ne parlarono a lezione: e sono autori rimasti importanti per me.

D. I suoi genitori approvarono la sua scelta?

R. No; e non avevano torto. La conseguenza più positiva di quella scelta è che oggi, a cinquantaquattro anni anni, ho più di trent’anni di contributi: perché, ovviamente, cominciai a lavorare subito dopo la maturità e il servizio civile.

D. Perché non avevano torto?

R. Perché oggi sarei meno ignorante. E forse avrei qualche relazione accademica.

D. Lei è ignorante?

R. Quanto basta. Come tutti quelli che fanno da soli, ho una cultura asistematica, deforme, umorale.

D. E non ha relazioni accademiche?

R. Pochissime. Confesso che il mondo degli accademici rimane, per me, assai misterioso.

D. Torniamo a Stefano Dal Bianco.

R. Sì. Ci frequentammo per un po’. Poi, come succede, ci perdemmo di vista: pur abitando a pochi passi l’uno dall’altro. Successero delle cose nella vita di ciascuno di noi – non mi domandi cosa successe nella vita di Stefano, tanto intervisterà anche lui, no?

D. (ride) Penso di sì.

R. Appunto. Ci ritrovammo parecchi anni più tardi, se non sbaglio nel 1986. Stefano era tra gli organizzatori di una manifestazione che si chiamava Poetronike. Una cosa su poesia ed elettronica. Io andai a vedere alcune conferenze, alcune esibizioni: un po’ per curiosità autonoma, un po’ perché c’era di mezzo Stefano.

D. Come mai le interessava una simile manifestazione?

R. Ma, sa, come tutti, io leggevo, scrivevo delle poesie, pensavo che la poesia fosse importante…

D. Come tutti?

R. Sì, come tutti. Come tutti quelli come me, cioè appartenenti a un certo ceto, eccetera. Quello che dicevo prima. E poi erano anni diversi da questi presenti. I libri di poesia circolavano, c’erano locali nei quali si davano pubbliche letture…

D. A Padova?

R. Sì, a Padova. E c’erano riviste in quantità, e così via. Almeno nel milieu che frequentavo – dove spesso ero l’unico che non fosse studente – era così. In questo momento non sono in grado di fare il sociologo di me stesso.

D. Ma mi può raccontare come accadde che cominciò a pensare che la poesia sia importante?

R. No. Il clima generale era favorevole. Mi pareva naturale.

D. Mi saprebbe raccontare un fatto specifico, un evento che si possa considerare iniziale di questo suo atteggiamento?

R. Sì. Però torniamo indietro di una decina d’anni almeno, a quando avevo tredici o quattordici anni. Non so se si tratta di un «primo evento», ma forse lo è. Una sera, credo d’estate, eravamo a casa, dovevano esserci anche dei parenti ospiti. Stavano a chiacchierare con i miei in salotto. Mi misi alla finestra. Guardai il prato alberato – pini marittimi, un paio di abeti – che c’è dietro la nostra casa di allora. A un certo punto presi carta e penna e mi misi a scrivere. Scrissi una specie di poemetto in versi liberi. Non ricordo che cosa ci fosse scritto dentro: sicuramente c’era un ragazzo, si parlava dei pinoli…

D. Fece leggere questo suo testo a qualcuno?

R. Ai genitori, appunto. Che ne furono molto colpiti, soprattutto perché doveva essere un pezzo molto malinconico. D’altra parte, a quattordici anni, che cosa può fare un ragazzino borghese se non esercitarsi nella malinconia?

D. A questo testo ne seguirono altri?

R. Presi l’abitudine di scrivere dei quaderni.

D. Li ha conservati?

R. No.

D. E cosa scriveva?

R. Di tutto. Non racconti. Pensieri, credo. Ma non so più che pensieri. Spesso cercavo di imitare lo stile dei libri che leggevo. Quando lessi Du côté de chez Swann, cominciai a fare delle frasi lunghissime…

D. A che età lo lesse?

R. A diciassette anni. In francese. Ma mi fermai lì. Non andai oltre nella Recherche.

D. Non l’ha più letta tutta?

R. L’ho letta al principio del 2006, tutta di fila, nella traduzione di Giovanni Raboni.

D. Quindi questi quaderni le servivano, diciamo così, per esercizio?

R. Guardi: io non saprei dire a che cosa mi servivano questi quaderni. So che ci scrivevo tanto. Non saprei dirle che cosa c’era dentro. Poi a diciotto anni mi misi a scrivere un saggio storico sulla disfatta di Caporetto.

D. Eh?

R. Giuro. A casa di mia nonna materna c’erano molti libri sulla Grande Guerra. Io, un po’ alla volta, li lessi tutti. E mi venne una curiosità ossessiva per questo evento: la disfatta di Caporetto. Un evento per molti versi inspiegabile, e comunque mitico. Tant’è che «una Caporetto» si dice per dire una disfatta, per antonomasia. Nel frattempo avevo preso un diploma di dattilografia.

D. Come mai?

R. Ci era capitata in casa una venditrice di corsi porta a porta, e i genitori considerarono che non era una cattiva cosa. Così io e mio fratello maggiore lo frequentammo. Facevamo una lezione ogni quindici giorni e un’oretta di esercizio al giorno, a casa. Era un buon metodo. Così, avendo la macchina da scrivere, non mi restava che scrivere. Scrissi un saggio di un centinaio di pagine o poco più.

D. L’ha conservato?

R. No. Vede, io non conservo niente. A un certo punto, diedi via tutti i libri sulla Grande Guerra che avevo accumulato comperandoli nelle librerie dell’usato, o facendomeli regalare. Di colpo, via tutto. Un tot ne buttai via, per fare prima.

D. Ma non scriveva, all’epoca, anche dei racconti o delle poesie?

R. Credo di aver scritto un racconto, uno, e per gioco. Era una scemenza. A scrivere delle poesie cominciai, credo attorno al 1982. E, tanto per prevenire la sua domanda, quasi tutte le ho buttate via.

D. Quasi tutte.

R. Sì. Ecco, si può dire che dal 1984 circa ho cominciato a conservare qualcosa.

D. Chi leggeva queste sue poesie?

R. Nessuno. Con una sola eccezione. Scrissi un poemetto in qualche modo ispirato alle Pasque di Apollinaire, Cendrars e Zanzotto – un poemetto che doveva essere davvero orribile, credo – e lo feci leggere alla mia insegnante d’italiano delle superiori. Questo forse, appunto, nel 1984. Lei non sapeva che dirmi. Io mi vantai di averlo spedito a Calvino e di avere ricevuto un biglietto di apprezzamento.

D. Davvero?

R. No, non era vero.

D. E allora, perché lo disse?

R. Non ne ho idea. Per pura vanità. Sempre la vanità. Non mi faccia dire che lo dissi perché già mi sentivo dentro un destino da scrittore. Non esiste. Mi fossi sentito dentro un destino da scrittore, quel poemetto ce l’avrei ancora da qualche parte. E invece no.

D. C’è stato un momento nel quale lei si è reso conto di avere dentro un destino da scrittore?

R. No. Mai.

D. E adesso…

R. Adesso che ho fatto i miei libri, eccetera eccetera, e che anche come scrittore sono morto e risorto un paio di volte, continuo a pensare che non era questo il mio destino: perché il destino non esiste. Possiamo riprendere il filo?

D. Sì. Tornò a incontrare Stefano Dal Bianco, diceva.

R. Sì. E Stefano mi raccontò che con alcuni amici suoi – Mario Benedetti, Fernando Marchiori – stavano per avviare una rivista di poesia, che doveva chiamarsi «Scarto minimo». Quello che gli mancava, era un giornalista che ne assumesse la direzione responsabile. Sa, ogni cosa che si pubblica periodicamente su carta, in Italia, deve avere un giornalista che la firma. Io dissi: «Be’, se vuoi, io la tessera dell’ordine ce l’ho». E così finii col fare il direttore responsabile, ovviamente di paglia, di questa rivista. Quando Stefano Mario e Fernando si incontravano, discutevano, preparavano la rivista, eccetera, cercavo di esserci anch’io. Ma non mettevo bocca. Ascoltavo.

D. Ma questi suoi amici avevano già delle entrature nel campo letterario?

R. Sì. E non mi chieda come se le erano procurate. Credo che sia stata importante, per tutti, l’università. Ma credo che sia stata ancora più importante la determinazione. Loro – così mi sembrava – un destino dentro se lo sentivano. Quindi agivano di conseguenza.

D. Com’è che lei nel frattempo era diventato giornalista? Lei continua a negarlo, ma la passione per la scrittura torna sempre…

R. Intanto: giornalista pubblicista, per la precisione. Poi: la passione per la scrittura non c’entra. Fu tutto merito del corso di dattilografia. Terminato il servizio civile – in un collegio-orfanatrofio – mi misi in cerca di un lavoro. Guardavo gli annunci nel giornale. Facevo colloqui. Avendo un diploma di maturità classica, e non avendo la patente (ancora oggi non ce l’ho), non è che ci fossero tutte queste opportunità. Finché non mi telefonò mio zio Domenico. Domenico lavorava allora alla Federazione regionale dell’artigianato veneto. Mi disse che cercavano una persona per lavoro di segreteria. Si trattava di lavorare a Venezia. A me andava benissimo. Feci un colloquio. Un mese dopo mi chiamarono. Per mia fortuna, si trattava di fare la segreteria dell’ufficio stampa. All’inizio era gestito da una cooperativa di giornalisti. Io dovevo rispondere al telefono, mettere in bella copia i comunicati stampa (loro scrivevano a macchina e correggevano a mano, o addirittura scrivevano a mano), imbustarli, leccare i francobolli, spedire eccetera. Dopo qualche mese chiamai il capo della Frav e gli dissi: «Senta, qui ci sarebbero delle cose da fare, c’è la Fiera tale e l’iniziativa talaltra, ma i giornalisti qui non li vedo da due settimane». Ci fu un po’ di maretta. Il capo della Frav mi disse: «Be’, vedi un po’ cosa riesci a fare tu nel frattempo». Io provai a scrivere dei comunicati, imitando quello che avevo visto fare ai giornalisti. Gli indirizzi li avevo. Per pura fortuna, andò tutto molto bene. Poi il capo della Frav trovò un responsabile dell’ufficio stampa molto, molto bravo: Guido Lorenzon. Guido mi insegnò molte cose, mi fece scrivere molto (producevamo anche delle riviste, facevamo un’agenzia stampa quotidiana ecc.). Dopo qualche anno se ne andò. Per un anno l’ufficio fu retto da Germana Parolini, poi arrivò Maurizio Pescarolo: anche lui molto bravo, anche lui molto disponibile a insegnare. Durante questi anni divenni una specie di tecnico della scrittura, e imparai un po’ di comunicazione. Presi anche la tessera di pubblicista, appunto.

D. C’era una relazione, secondo lei, tra la sua scrittura di lavoro e la scrittura di questi quaderni, racconti, poesie?

R. No, nessuna relazione. Se non il fatto che, a forza di esercizio, da un certo momento in poi per me scrivere non è stato un problema. C’è una cosa da scrivere? Mi siedo e la scrivo.

D. Attraverso la redazione di «Scarto minimo» lei cominciò a metter piede nel campo letterario?

R. Direi di no. Stavo a guardare. In «Scarto minimo» non furono mai pubblicati miei testi: non era proprio il caso, erano proprio brutti. Furono pubblicati, invece, alcuni testi di Laura Pugno, che è una persona importantissima.

D. Mi dica di Laura Pugno.

R. È una specie di romanzo. Nel 1988, il 30 aprile, ero a Roma per un convegno della Confartigianato, alla quale la Frav aderiva. Il convegno occupò la mattina. Io mi ero organizzato per stare a Roma un giorno o due, credo. Nel pomeriggio andai a spasso. In una libreria che oggi non c’è più, in Piazza dei Cinquecento, frugai nello scaffale di poesia. Trovai un libretto: Trasfigurazioni, di Laura Pugno. Lo comperai. Lo lessi camminando. Mi sembrò molto bello, o più esattamente: mi sembrò che ci fosse molta forza, in quel libretto. Vidi che era stato pubblicato nel 1987. Che l’autrice era nata nel 1970. Mi domandai: «Ma che testa ha, questa qui, che a quindici-sedici anni scrive di ’ste cose?». Vidi che abitava a Roma. Andai alla società dei telefoni, la Sip. Allora si chiamava così. C’era un ufficio con tutti gli elenchi del telefono, le cabine telefoniche. Consultai l’elenco. A Roma c’erano otto Pugno. Telefonai. Alle cinque del pomeriggio ero a casa di Laura. Lei non c’era, la madre – con la quale avevo parlato al telefono – mi offrì un caffè. Laura arrivò. Era il giorno del suo diciottesimo compleanno, era stata a farsi la permanente, la sera aveva in casa la festicciola. Ci parlammo con cautela – cautela soprattutto da parte sua: ti càpita in casa un tizio che ha dieci anni più di te, eccetera, ci stai attenta. Poi cominciammo a scriverci. Poi continuammo a scriverci.

D. E che cosa vi scrivevate?

R. Della vita di tutti i giorni. Credo. Forse di letture. Non lo so. Non era quello il punto.

D. Qual era il punto?

R. Per me, e per Laura non so, il punto era: scrivevo per una persona.

D. Non l’aveva mai fatto?

R. Mai con tanta continuità e tanta intensità. Ed era una cosa completamente diversa dallo scrivere articoli e comunicati stampa, scritti invece per destinatari ignoti. Ho imparato insomma, e lo dico con una parola che allora non avrei adoperata, una nuova postura.

D. Che parola avrebbe adoperato, allora?

R. Nessuna. Non mi rendevo conto di che cosa mi stava succedendo. Non sapevo nominarlo.

D. E quando si è reso conto che qualcosa in lei era successo?

R. Quando, qualche anno dopo, nel febbraio del 1991, scrissi a Laura – che in quel momento stava a Londra con un Erasmus – una lettera particolarmente lunga. Lei mi rispose: «Ma lo sai che hai scritto un racconto?».

D. Dunque tutto è cominciato lì?

R. No, tutto è cominciato – come ho cercato di spiegare – dalla nascita. Non nel senso che io sia nato predestinato – non concepisco pensieri di questo tipo, l’ho detto e lo ripeto – ma nel senso che la mia vita, ancora prima che io nascessi, si è sviluppata all’interno di certe condizioni, che davano luogo a certe possibilità. Non ci fossero state quelle condizioni, non ci fossero state quelle possibilità, chissà che cosa mi sarebbe successo.

D. Senta, Mozzi.

R. Mi dica.

D. Lei ha cominciato dicendo: «Per caso». E ho l’impressione che stia insistendo a voler far passare quell’idea lì.

R. No. Niente avviene «per caso». Ma molte cose che avvengono hanno una tale quantità di cause e concause, hanno bisogno di così tante condizioni e occasioni per avvenire – che tutto sommato dire «per caso» è onesto, se «per caso» si intende: che non si è capaci di riconoscere e distinguere tutte le cause, ciascuna con il proprio peso, tutte le concause, ciascuna con il proprio peso, tutte le condizioni, ciascuna con il proprio peso, tutte le occasioni, ciascuna con il proprio peso…

D. Lei ha colto le occasioni, questo mi sta dicendo.

R. Sì: quelle che, data la storia mia, della mia famiglia, eccetera, come ho già detto, potevano presentarsi. Ma sia ben chiaro: le ho colte senza avere dentro di me, o senza percepire dentro di me, né un destino né un progetto. È andata così: bene, sono contento.

D. La famiglia, Stefano Dal Bianco, la Confartigianato, Laura Pugno. Non c’è altro?

R. No, c’è tanto altro. Torno a prima, non so quanto prima, diciamo un anno due, della famosa lettera-racconto. Stefano mi aveva suggerito di leggere Marco Lodoli. Lessi Marco Lodoli. Lessi Diario di un millennio che fugge, lessi Grande raccordo. E da Grande raccordo fui folgorato.

D. Zapp!

R. I racconti di Grande raccordo mi sembrarono bellissimi e tremendi. Ma, soprattutto, raccontavano di personaggi che sembravano avere con me – soprattutto per il loro modo di stare nel mondo – un’aria di famiglia. E avevano una forma, quei racconti, una forma che io mi rappresentavo più o meno come una lenta caduta a spirale, che mi affascinava. Poi mi misi a leggere, cosa che non avevo fatta prima, altri autori più o meno di quella generazione – autori che avevano pochi anni più di me, che avevano l’età di mio fratello maggiore. Lessi Pier Vittorio Tondelli: e a colpirmi furono non tanto Altri libertini, che all’epoca parevano chissà che, quanto Pao pao e Camere separate. Leggendo Camere separate pensai – ricordo che distintamente lo pensai, cosa che non mi succede tanto spesso –: «Ma allora è possibile parlare di queste cose qui, ma allora è possibile fare letteratura con una lingua così vicina alla lingua della conversazione tra amici…».

D. Alla lingua delle sue lettere a Laura.

R. E delle lettere di Laura a me.

D. E quali erano le cose delle quali scoprì che era possibile parlare?

R. I sentimenti, per dirla all’ingrosso.

D. E per dirla più finemente?

R. I sentimenti. Poi lessi Vedi alla voce amore di David Grossman, e dalla prima delle quattro parti di quel romanzo imparai che cosa significa scrivere una storia abitando esclusivamente nel punto di vista – nel modo di percezione del mondo – di un personaggio, per di più di un personaggio il cui senso di realtà è diverso da quello dell’adulto standard (era un bambino di nove anni). E poi lessi, infine, le prime pagine dei Fratelli Tanner di Robert Walser, e vi scoprii un giovane apprendista, o commesso di libreria, nel quale mi identificai senza alcuna esitazione. Anche perché nel frattempo, dal 1989, avevo cominciato a lavorare in una libreria.

D. Per avvicinarsi al mondo del libro? O ancora una volta per caso?

R. Alla Frav l’aria era diventata irrespirabile. C’era stato un grosso scandalo, non sto a raccontarlo ora. Io ero devastato, anche per fatti miei – che non le racconto. Mi licenzia. Feci un’estate a spasso, piuttosto brutta. Trovai lavoro, come fattorino, alla Libreria internazionale Cortina. Una libreria universitaria: medicina, ingegneria, elettronica eccetera. Volevo un lavoro semplice e tranquillo. Ci stetti sette anni, fino al 1996, benissimo.

D. Io però comincio a perdermi, tra tutte queste cose. È come se lei esistesse molto poco, Mozzi, mentre tutte le cose attorno a lei esistevano molto.

R. Posso dire questo: la somma di una quantità di condizioni, tra le quali la mia sconfitta professionale (passare dall’essere addetto stampa in Frav a fare il fattorino non fu uno scherzo) e personale (della quale non sono disposto a parlare); la libertà mentale data dal nuovo lavoro; la corrispondenza con Laura; le molte letture, e soprattutto certe letture; l’influenza benefica benché non continuativa di Stefano; eccetera eccetera; fattostà che un giorno mi scappò di scrivere una lettera che era un racconto, e Laura se ne accorse.

D. E che racconto era?

R. È il primo racconto, «Lettera accompagnatoria», del mio primo libro, Questo è il giardino.

D. Ma dallo scrivere un racconto al fare un libro ce ne corre.

R. Sì. Era successo questo: Laura, lì a Londra, aveva subito un furto. Le avevano portato via la borsetta in un grande magazzino. Io mi immaginai di essere il ladro, e le scrissi una lettera di quindici pagine nella quale il ladro parlava e parlava, e spiegava perché aveva preso proprio la borsetta sua, e come l’aveva prima pedinata, e come aveva poi tagliato la corda, e che cosa aveva trovato dentro la borsetta – anche un paio di lettere mie… – e che impressione tutto questo gli aveva fatto. Alla fine veniva fuori quasi un innamoramento del ladro per la sua vittima.

D. E lei…

R. Oh, in quel momento ero probabilmente un pochino innamorato di Laura, almeno in immaginazione. Ma lei non lo era di me, almeno nella realtà, e questo tagliava la testa al toro. La lettera-racconto sublimò il tutto, e stop.

D. Ma il libro?

R. Era il febbraio del 1991. Tenga a mente la data. Nel corso dell’anno Laura cominciò a pensare che avremmo potuto farci una rivista. Una rivista per noi due. Farla circolare, e vedere che cosa succedeva. La facemmo. Si chiamò L’aimée, nome scelto da Laura. Ne confezionammo quaranta copie. Conteneva alcune poesie di Laura, in italiano e in inglese, e la mia lettera-racconto. Laura tirò fuori un repertorio di riviste letterarie comperato – anzi no: fotocopiato – non so se a Londra o negli Usa. Mandammo trentaquattro copie a trentaquattro riviste in Gran Bretagna, negli Usa, in Francia, in Germania, in Spagna: scelte, a naso, tra quelle delle quali la scheda diceva che avevano un qualche interesse per la narrativa o la poesia italiana. Quattro copie le spedimmo in Italia: una a Pier Vittorio Tondelli (spedii presso Transeuropa, sapevo del progetto Under 25), una a Marco Lodoli, una a Giuseppe Pontiggia, una a una persona che non nomino perché poi si comportò male.

D. E ce la dica…

R. No. Gli indirizzi di Lodoli e di Pontiggia li aveva – non mi chieda come – Stefano. Spedii il 13 dicembre 1991. Il giorno dopo lessi nei giornali che Tondelli era morto.

D. Che impressione le fece, la cosa?

R. Non mi ricordo. Pontiggia mi scrisse un biglietto: un complimento, breve. Ma quello arrivò qualche settimana dopo. Nel frattempo…

D. Aspetti, aspetti.

R. Mi dica.

D. Perché spedì a Tondelli e a Lodoli, ce l’ha spiegato o almeno fatto capire. Ma Pontiggia? Era stato importante per lei, Pontiggia?

R. No. Non avevo letto nulla di suo. Fu un suggerimento di Stefano, o un’idea di Laura, non so. Credo Stefano.

D. Lei mi sta dicendo, in sostanza, che di tutta la letteratura di quegli anni, lei a stento e solo per spinta altrui aveva letto solo Tondelli e Lodoli?

R. Sì. No.

D. Sì o no?

R. Sì e no. Un po’ per la vicinanza – ma non ininterrotta – di Stefano, un po’ per i fatti miei, leggevo molta poesia. Diciamo che, a tutt’oggi, nel mio studio, per ogni scaffale di prosa narrativa ce ne sono due di poesia. E – prevengo la domanda – sì, anche scribacchiavo delle poesie. Ma, al solito, non sapevo bene che cosa facevo.

D. Mi sa che lei, Mozzi, come si dice dalle sue parti, sta un po’ menando il torrone…

R. Certo. Mi tengo ben distante, in questa chiacchierata, dal cuore del discorso. Oggetti di scrittura che mi erano sostanzialmente incomprensibili – che mi sono tuttora sostanzialmente incomprensibili – esercitavano su di me – esercitano tuttora su di me – un fascino che mi è incomprensibile. Non so cosa dirle. Mi innamorai furiosamente – credo che fosse il 1984, quando ne trovai una copia alla Libreria Ginnasio di Padova, a metà prezzo – di Ciro di Pers. Parlo di innamoramento, e non d’altro, perché l’innamoramento non è un giudizio di valore – quando ci si innamora, ci si innamora di quella persona lì perché è quella persona lì, non perché abbia certe qualità o perché sia migliore di altre persone. E così ho passato non so quante ore e ore, nella mia vita dal 1984 in poi, a leggere e rileggere i sonetti e le canzoni libere – quasi dei recitativi – di questo poeta barocco: che è senza dubbio minore; che solo in un paio di componimenti, forse tre (il sonetto sui calcoli renali; quello sull’orologio a molla Mobile ordigno con dentate rote / lacera il tempo e lo divide in ore; la canzone libera Misera sorte umana / e che cosa è qua giù che non sia vana?) riesce davvero ad arrivare alla bellezza; che umanamente mi commuove, e me lo sento fratello.

D. E così, abbiamo scoperto gli altarini.

R. No, perché dovrei parlare di Machiavelli.

D. Che c’entra Machiavelli?

R. L’ho letto tutto. Principe, Discorsi, Storie, Arte della guerra, le lettere private, gli scritti diplomatici, eccetera. Tutto tranne le opere formalmente «letterarie».

D. E questo prima di cominciare a scrivere?

R. A quattordici anni.

D. E perché?

R. E che ne so. Mi affascinava.

D. E che traccia ha lasciata, questa lettura?

R. E che ne so. Guardi come scrivo. Guardi come scrivo quando provo a scrivere un ragionamento. Pensi non tanto al sillogizzare stretto del Principe, quanto all’argomentare dei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio (per leggere i quali, ovviamente, mi ero sparato prima Tito Livio – bellissimo – e poi Polibio – molto istruttivo. Se non c’era la Bur…).

D. Mozzi, mi permette un discorsetto?

R. Per carità. Faccia pure il discorsetto.

D. La mia impressione – come tentavo già di dirle prima – è che lei tenda ad autorappresentarsi come una tela bianca. Sulla quale, senza che lei precisamente e distintamente lo volesse, altri – altre persone, certi libri – hanno tracciato dei segni e pian piano composto delle figure. Una figura: la sua. Lei, come persona, sfugge continuamente. Ogni volta che potrebbe raccontare di una scelta, di una decisione consapevole, di un obiettivo deliberato e poi raggiunto o non raggiunto – lei si sottrae.

R. La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto.

D. Cosa dice?

R. Saranno dieci anni fa. Andai a trovare un’amica a Barcellona. Feci un po’ di turismo. Capitammo in una chiesetta sconsacrata nel quale c’era un’installazione. Su uno schermo campeggiava quella frase. Più tardi scoprii che era una frase di Salvador Elizondo, uno scrittore messicano del quale non so nulla a parte questo. Era morto pochi giorni prima.

D. Sì, ma il proyecto

R. Io preferisco la pàgina en blanco.

D. Così non arriverà mai a fare davvero una grande opera, però. Mi scusi, ma mi viene proprio da pensarlo.

R. Lo penso anch’io. D’altra parte, se ho un desiderio…

D. Finalmente!

R. …è quello di essere uno scrittore minore.

D. Ma perché? Perché non desiderare di più?

R. Intanto perché è meglio desiderare qualcosa di ottenibile, o meglio ancora: desiderare qualcosa che si ha, che si è già. Poi, perché gli scrittori grandi possono essere ammirati: da tanti, e magari un po’ per dovere. Invece, gli scrittori minori…

D. Possono diventare cult. Come Ciro di Pers per lei.

R. …gli scrittori minori possono essere amati. E io questo desidero.

D. Essere amato?

R. Sì. Perché, lei, no?

D. Lasciamo perdere. Eravamo rimasti alla rivistina spedita, al dicembre del 1991.

R. I redattori di alcune riviste inglesi, statunitensi, francesi, spagnole, tedesche ci risposero. Invitarono soprattutto Laura a mandare delle poesie. Magari in cambio ci mandavano le loro.

D. Ve l’aspettavate?

R. Non so mica più che cosa ci aspettassimo. Sono passati vent’anni.

D. E a lei, che cosa accadde?

R. Accadde che il 15 gennaio 1992 Lodoli mi telefonò. Mi riempì di complimenti – non le dico il mio imbarazzo, soprattutto quando disse che il mio raccono «era letteratura» – e mi disse che Elisabetta Rasy stava lavorando a un numero della rivista «Panta» dedicato a storie di crimini. Nel mio racconto c’era un furto, quindi… Poteva proporlo per la pubblicazione. Dissi di sì. La rivista usciì quasi un anno dopo, se ben ricordo, ma Lodoli parlò di me, e fece leggere la lettera-racconto, a Paolo Repetti di Theoria (editore del suo primo libro) e a Elisabetta Sgarbi di Bompiani (editore dei successivi). Sgarbi mi convocò, mi spaventò facendomi passare una giornata dentro l’orribile edificio della Rcs in via Mecenate a Milano, e mi disse: «Se mi fai un romanzo te lo compro per tot» (cinque milioni di lire, mi ricordo). Repetti mi scrisse (vado a memoria): saremmo contenti di averti tra i nostri autori. E mi disse: se hai abbastanza pagine, racconti o altro che siano, e buone, entro novembre 1992, possiamo far uscire il libro il 30 aprile 1993.

D. Un gesto generoso.

R. E coraggioso. E poi, il 30 aprile 1993 sarebbe stato il quinto anniversario della mia conoscenza con Laura. Potevo rifiutare?

D. Perché, le venne anche in mente di rifiutare?

R. Se lo faccia raccontare da Repetti, quante bizze feci. Scrivevo i racconti, man mano li mandavo in casa editrice, tutto andava bene, per carità, ma io avevo un problema: non sapevo che cosa stavo facendo. Non avevo la minima idea di che cosa significasse fare un libro. Non riuscivo a immaginarmi che cosa poteva essere, nella mia vita, un libro scritto da me e pubblicato, sparpagliato per gli scaffali delle librerie, preso in mano (forse) da sconosciuti. La cosa mi metteva in agitazione.

D. Non era, non diventò il suo sogno, il suo desiderio, pubblicare?

R. No.

D. E qual era, allora, il suo desiderio.

R. Non lo so. Potrei dire che, in sostanza, ubbidii agli incitamenti di Laura.

D. Mah. Poi il libro uscì…

R. Il libro uscì, il 30 aprile del 1993, nel momento più favorevole possibile; tra il 1993 e il 1998, più o meno, ci fu un grande interesse per i cosiddetti «giovani scrittori»; io godetti di questo interesse, fui riconosciuto da subito come uno «scrittore»; eccetera eccetera. E adesso sono passati vent’anni, ventidue.

D. E cos’è cambiato, da allora?

R. Alt. Questa è un’intervista sulla formazione di uno scrittore. Non sul suo declino.

D. Ma…

R. Abbiamo finito.

 

tratto da La formazione dello scrittore. A cura di Gabriele Dadati, da un’idea di Giulio Mozzi, Laurana

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