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Italo Calvino

Le interviste impossibili

in Narrazioni/Riscoperte

Alessandro Buttitta – C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui la Rai produceva prodotti di altissima qualità, intervistava con levità Tutankhamon e Gustave Flaubert, portava nel suo raggio d’azione scrittori del calibro di Italo Calvino e Leonardo Sciascia, funamboli della parola della foggia di Giorgio Manganelli e Alberto Arbasino. Era il tempo de Le interviste impossibili, di anni di grazia che vanno dal 1974 al 1975, di sperimentazione che, autentica, usciva dagli steccati autoreferenziali del post-moderno.

L’industria culturale italiana, che aveva in Viale Mazzini il suo centro nevralgico, nobilitava la sua missione di servizio pubblico con opere di indubbio valore, non avendo alcun timore di alzare l’asticella della qualità. D’altronde, se in quelle stagioni alla radio si cimentavano gli autori suddetti con l’ironica riverenza che si deve ai fantasmi di un passato glorioso ma non meno misero del presente, in televisione si programmava e realizzava la visionaria riduzione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto con la regia di un maestro del teatro qual è stato Luca Ronconi.

Le interviste impossibili rappresentano un divertissement letterario che, tra le sue maglie, nasconde autentici tesori. Sono “un gioco suggestivo per gli ozi dei pomeriggi estivi”, stando alla presentazione uscita nel luglio del 1974 su Radio Corriere Tv, ma ridurre a questa definizione la loro portata sarebbe delittuoso. Non c’è solamente una splendida sperimentazione, una riuscitissima contaminazione di generi. Si scoprono gusti, sfumature, dettagli di autori che altrimenti sarebbero andati persi. Indicativa, a tal proposito, è la scelta degli intervistati da parte degli intervistatori. Basti pensare a Italo Calvino che spiazza tutti ascoltando quanto ha da dire e grugnire l’uomo di Neanderthal o al fin troppo dimenticato Nelo Risi, poeta e fratello del più famoso Dino, capace di far dire alla moglie di Tolstoj, con parole mai banali, quanto sia stato difficile amare l’artefice di Anna Karenina e Guerra e pace.

Le interviste impossibili, nate da un’idea di Licia Motta e Sandro D’Amico, all’epoca curatori dei Servizi Prosa in casa Rai, hanno avuto un incredibile successo di critica. Da una parte c’erano gli scrittori che si mettevano in gioco lasciando il perimetro sicuro della pagina scritta per sfidare se stessi e le proprie parole in radio, campo minato di emozioni e sensazioni dove la voce è protagonista. Dall’altra parte c’era il pubblico che aspettava con ansia le disparate e disperate dichiarazioni di Edmondo De Amicis e Charles Dickens, ascoltati da un Giorgio Manganelli in piena fase creativa, o le rimostranze protofemministe della Beatrice dantesca al microfono di Umberto Eco.

Dialoghi brillanti, pieni di stoccate in punta di fioretto e di confessioni al fulmicotone, contraddistinguono le 82 interviste che impreziosiscono le Teche Rai. Riascoltarle – sul sito di Radio3, cercando bene, è possibile – è una continua riscoperta. In questi tempi, dominati dallo sterile chiacchiericcio, rivolgere l’orecchio al passato è sempre cosa buona e giusta. Le interviste impossibili, che hanno adattato ai canoni contemporanei la lezione delle Operette morali di Giacomo Leopardi, sono un unicum della letteratura italiana. Apprezzare il loro contributo nel dibattito culturale del tempo, con considerazioni e sguardi ancora oggi molto attuali, è un modo per omaggiare la qualità di cui si è fatta portavoce una Rai che, al tempo, credeva ciecamente nella leggera forza delle parole.

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