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Irene Chias

Morale della favola. Un racconto di Irene Chias

in Narrazioni

Era più grande di me e studiava il violoncello.
Come le fusa che sorgono dal soddisfacimento di un bisogno primario di protezione, i suoni gravi emessi dalla vibrazione delle sue corde più spesse erano per me calore materno e sicurezza. Lui era un poeta dei suoni e da bambina lo guardavo ammirata, lo ascoltavo in apnea perché il mio respiro non rompesse l’armonia delle sue note dentro la mia testa.
Forse anche per questo sono diventata musicista, è stata con lui la prima esperienza di quella bellezza che può irradiarti dentro solo attraverso l’udito.
Ricordo che i ragazzini dello Stazzone lo sfottevano con accanimento. Dicevano che uno strumento che si suona a gambe aperte è uno strumento da femmina.
Dalla strada gli gridavano fimmina, fimmina cu’ li cosci aperti.
Era più grande, eppure quelli non avevano paura di lui. Era una persona perbene. Per loro, la sua delicatezza diventava fragilità. E la fragilità debolezza.
Suonava con la finestra aperta, la finestra del balcone di casa sua che si affacciava su Lido Esperanto, un nome che mi perseguita da anni, da quando smettemmo di trascorrere le nostre estati a Sciacca.
Nicola lo ammazzarono spaccandogli la testa. Avevo dieci anni, e a Sciacca da allora non ho più rimesso piede.
Fino a ora.

La proverbiale accoglienza della Sicilia è solo un benevolo luogo comune. Devi avere amici o parenti a riceverti, altrimenti sei nei guai. Tutto fila liscio fino all’atterraggio, non mi metto a lagnarmi neanche sul recupero bagagli, ma per arrivare a destinazione devo fare un giro assurdo, passare per il centro storico di Palermo e per di più fermarmici una notte. Non solo mancano mezzi che mi portino a destinazione direttamente dall’aeroporto ma, dato il tempo necessario per arrivare in città dal Falcone-Borsellino, e soprattutto per attraversarla, non ne trovo più neanche da Palermo. Si fa troppo tardi.
Scendo quando sento l’autista dire: “Piazza Politeama”, forse perché ci suonerò fra qualche giorno. Sarebbe opportuno trovare una sistemazione vicina alla stazione, da dove partirà la corriera per Sciacca. Ma voglio camminare. Giro con la borsa a tracolla e il trolley gigante in cerca di un hotel accogliente, ma non troppo costoso. Al momento dispongo solo di pochi euro, residuo del mio ultimo viaggio a Parigi. Dovrei cambiare, forse basterebbe trovare un bancomat, ma non voglio pensarci adesso.
Questo avvicinamento a un passato non più esplorato mi rende inquieta. Non so perché lo stia facendo. Normalmente adoro viaggiare, adoro ritrovarmi da sola a girare per città nuove, anche se proprio nuova Palermo non è. È un ritrovarmi: nell’andare da sola per luoghi non frequentati entro in contatto con un lato intimo di me anch’esso non frequentato.
Non mi coglie mai un’ansia da spaesamento.
Di solito.

Questa sera fra luminarie natalizie e festoni rosa e neri, chissà perché la città ne è invasa, mi sento invece un po’ a disagio, inadeguata. Mi torna in mente una disavventura sudamericana di qualche anno fa, l’ho sempre ricordata come una storiella quasi umoristica. Questa sera però mi assale la memoria fisica di quegli attimi di panico. Ma anche una tristezza sottile per la bottom line, la morale che volendo si potrebbe trarre dall’epilogo della storia: i malfattori, in qualche modo, la fanno franca.
Viaggiavo da sola per l’Argentina, era dicembre come adesso, da quelle parti inizio estate. Avevo lasciato Rosario venerdì alle 14, diretta a Cordoba. Prima di partire avevo chiamato l’Hotel Murciélago, avenida 25 de Mayo, eletto mio alloggio per la notte in seguito a una random selection dalla mia Lonely Planet.
Ero tranquilla allora, ma quell’esperienza di un dicembre estivo la associo alla mia ricerca di un hotel in questo dicembre invernale, e mi rende tutt’altro che serena. O forse è l’idea di Nicola.
Cammino per via Ruggero Settimo come in trance, poi via Maqueda. Non ho una meta esatta. Intendo solo trovare una sistemazione vicina alla stazione.
Mi fermo a guardare il teatro Massimo illuminato. Non ricordo se da bambine mio padre ci avesse mai portate a vederlo, se fosse aperto. Lo riconosco dalla scena de Il Padrino-Parte III, quando ammazzano Sofia Coppola sulle scalinate, davanti a suo padre Al Pacino.
I negozi chiudono, alcune luci si spengono. Nelle traverse laterali, su via Bara e sulle altre, vedo festoni rosanero che, appesi ai balconi, vanno da un lato all’altro della via.
Il viaggio da Rosario a Cordoba durò sei ore. Le prime due le passai a dormire. Le palpebre mi calarono su una pianura verde, ampia quanto il mio campo visivo. Alle quattro mi svegliai. Gli occhi mi si aprirono su una pianura verde punteggiata da vari bovini e qualche cavallo. Mi prese una vertigine da monotonia paesaggistica. Per la prima volta dall’inizio del mio girovagare sudamericano mi sentii lontana da casa, qualsiasi cosa volesse dire. Forse era la lontananza dal mare, nonché dall’idea di mare. A Rosario c’era il fiume. Ora mi approssimavo al centro del paese e non vedevo acqua.
E le distanze.
Dov’era l’aeroporto più vicino?
La mia vicina di pullman, come tutti da quando avevo messo piede in Argentina, mi scambiò per brasiliana. Quante volte mi ero sentita dire con piglio più o meno seduttivo: “¿De que parte de Brasil?” O, all’ingresso dei musei, quante volte gli impiegati della biglietteria mi avevano sorriso dandomi della garota. Grazie, ma sono inglese, pure mezza italiana, una girl quindi, casomai una ragazza. Poi andavo già per i trent’anni. Chiamatemi signora, pensavo.
A un certo punto di via Maqueda, dopo una piazza con le statue che credo sia quella del municipio, giro a sinistra. C’è una salita che non ricordavo, ma Palermo non la conosco bene. Vedo un’insegna al neon con la scritta verticale “Pensione”. All’estremità inferiore ci sono due stelle.
Mi faccio coraggio e, con le ruote del trolley che fanno un rumore infernale sull’irregolarità del manto, percorro il tratto non illuminato. Sono riuscita a infilare nel bagaglio il necessario per trascorrere oltre due settimane a cavallo del solstizio d’inverno. In spalla, dentro la tracolla, porto la custodia dell’oboe e l’astuccio delle ance, che preme fra le costole della schiena.

Quando mi ritrovo nella chiazza di luce proiettata dal neon davanti all’ingresso, mi blocco.

Verso le 22 arrivai stanca morta all’Hotel Murciélago, che – a quel punto risultava ormai chiaro – era la copertura di qualcosa di fantascientifico che non volevo neanche immaginare, ma che di certo aveva a che fare con le mutazioni genetiche. La ragazza giovane che stava al telefono dietro al bancone scrostato, sotto al neon fucsia intermittente, mi rise in faccia e non rispose quando le dissi incerta di aver prenotato una camera. Non sembrava una prostituta, di certo era una stronza. Dopo avermi guardata ancora con aria beffarda, chiamò la madre: “¡Mamà, hay una chica inglesa que dice que reservó un cuarto!”, e rideva. La madre arrivò con la pancia tonda e bianca che, gonfia e un po’ pendula, debordava dalla gonna di jeans sbottonata. Era totalmente scomposta e cercò di abbottonarsi alzando una gamba di lato, come nella più tradizionale iconografia del clochard ubriaco che cerca di grattarsi i testicoli. La stanza faceva schifo, la donna dal ventre gonfio – in qualche modo mi sfotteva anche lei – mi fece un prezzo più alto di quello concordato al telefono. Lasciai l’albergo sperando di trovarne un altro nei pressi. Mentre uscivo madre e figlia continuarono a ridere, chiedendomi, gridando sguaiate, se per caso mi fossi spaventata.
Torno indietro, torno su via Maqueda e decido di andare in un hotel più referenziato, una catena rinomata e confortevole. Su internet ho visto che ce n’è uno verso il mare, al Foro Italico. Domani potrò fare un giro prima di prendere il pullman.
Quando parto è già pomeriggio inoltrato. Sento che l’autista chiama il tratto di strada statale che percorre il pullman “fondovalle”, è la via alternativa all’autostrada.
Lungo il tragitto chiacchiera con familiarità con una passeggera, probabilmente una pendolare abituale. Commentano un avvenimento dell’estate scorsa. Hanno ucciso un tizio, forse un poliziotto, o comunque uno che possedeva un’arma da fuoco e la portava con sé. Gliel’hanno rubata e gli hanno sparato. Intercetto parole come ammazzatina, sbirro, Santa Rosalia.
Poi mi distraggo iniziando a pensare ai fatti miei. So che mi sto avvicinando alla verità, come in un clima da resa dei conti.
Lasciato il Murciélago telefonai a Diego, un amico di mia sorella Laura che avevo chiamato prima di arrivare e che viveva a Las Varillas, a circa 170 chilometri, per avvertirlo di non cercarmi al postribolo di Total Recall: me ne stavo andando altrove. Così, zaino in spalla, continuai a fidarmi della Lonely Planet evidentemente datata e localizzai sulla mappa l’Hotel Garden. La sera stessa vennero a trovarmi Marta, fidanzata di Diego, e Adriana, una sua amica logopedista. Mi portarono a casa di Andrés, il mezzo fidanzato di Adriana, un avvocato che si autodefiniva “filonazista”. Lui e Adriana avevano un rapporto a quanto pare molto, molto problematico. A casa Andrés teneva dentro una teca un pugnale con una croce uncinata. Le ragazze mi chiesero di evitare l’argomento, ma alla fine non riuscii a fare a meno di parlare di quel tema che – mi ero resa conto nei miei giorni argentini – continuava a suscitare reazioni contrastanti e molto emotive. Lui la chiamava “guerra civile” e parlava di morti dovuti, di questione di ordine. Diceva che io, venendo dal primo mondo, non potevo capire. Gli feci presente che trentamila morti, torturati, scomparsi, buttati nell’oceano legati e drogati, non erano forse liquidabili con una questione di ordine. Solo che non riuscii a prendere davvero a cuore quella conversazione, a sostenere con convinzione il mio punto di vista. Lui era una caricatura che parlava per frasi fatte. Non ci si poteva davvero ragionare. Bottom line: feci l’errore di molti e di sempre, sottovalutai il potere della stupidità.

A Sciacca non arriva il treno.
Pare ci fosse una volta una piccola ferrovia a scartamento ridotto, di cui sul suolo si indovina ancora qualche traccia. Ma, da che ho memoria, non ho mai visto un treno arrivare o partire da Sciacca. C’erano anche diversi caselli ferroviari, uno era esattamente su Lido Esperanto.
Ho l’immagine di Nicola col suo strumento fra le gambe, proprio dentro la casa cantoniera in fondo a Lido Esperanto. Suona e mi sorride. È una visione nitida, falsificata nel processo di richiamare continuamente alla memoria gli eventi di quell’estate, dopo quanto accadde.
Per arrivare a Sciacca a trascorrere il mio Natale solitario, ho fatto Londra-Roma-Palermo. Da Palermo ho preso la corriera che mi ha lasciato alla villa di Porta Bagni. Scesa dal pullman ho trattenuto le lacrime. È stato come essere investita dallo tsunami di una vita nascosta, una vita sotterranea che in tutti questi anni è scorsa parallela a quella della mia coscienza. Mi viene in mente quella volta che atterrai a Lusaka proveniente dall’inverno londinese: quando si aprì il portellone mi sentii mancare, travolta da un’afa indiscreta e potente. A Porta Bagni è avvenuto qualcosa di simile, ma più sottile e fuorviante. Non era il caldo, era la memoria.
Ho prenotato un piccolo appartamento alla Marina. Sono arrivata a piedi al bar del porto dove il cassiere, come convenuto per telefono con i padroni di casa, mi ha dato le chiavi. Non mi ha chiesto come mi chiamassi. Non mi ha detto una parola.
La casa è essenziale ma fornita. Mancano i termosifoni.
A Londra sono quasi le sei di sera. È ora. Prendo il cellulare e compongo il numero. Mia sorella risponde, non ci speravo. Dopo un preambolo minimale la investo con la mia richiesta, la stessa che per anni le ho rivolto invano.
“Joyce? Joyce dimmi qualcos’altro, please”, imploro.
“Stop it, Alice! Leave me alone. Non mi ricordo niente, non ne voglio più sapere. Lasciami in pace, ti prego”.
Mia sorella sa perché non siamo più tornati a Sciacca.
Spiego le lenzuola bianche e fresche sul letto, davanti alla finestra aperta che incornicia il rientro dei pescherecci, in un inverno mite. Mi abbandono al loro abbraccio profumato di mare. E sogno. O ricordo. Durante quelle quattro settimane estive che trascorrevamo in vacanza a Sciacca, zia Sisa, la preferita di mio padre, ci portava ogni domenica a messa in una chiesa che chiamava il Giglio. Ovvio a dirsi oggi, ma non era ovvio per me allora: non era una chiesa a forma di fiore.
Era nel quartiere alto, a San Michele, quello in cui, secondo quanto mi raccontavano, stavano i contadini. Sciacca, secondo questa concezione topologica, aveva una stratificazione sociale rispecchiata da quella urbana. I viddani stavano a monte, nel quartiere di San Michele; i piscaturi a valle, alla Marina. I nobili prima e i borghesi poi stavano nella parte intermedia fra il monte e il mare, dove ci sono piazza Scandaliato, via Giuseppe Licata, il circolo Garibaldi che prima, pare, era intitolato a Maria Carolina, moglie di Ferdinando I di Borbone, figlia di Maria Teresa d’Austria. Lo so perché ce lo diceva sempre zio Antonino, a me e alle mie sorelle, quando ci passavamo davanti salendo dalla piazza verso San Michele. Adoravamo zio Antonino, marito della zia Sisa, che ci raccontava storie splatter su massacri ed eccidi, che noi credevamo racconti estemporanei. Il malfattore, crudele impostore, traditore della fiducia del popolo, infame e vile, era un certo “Biscio”. Me lo immaginavo come un soldato con la testa di biscia. Solo anni dopo intuii che i suoi racconti erano varianti dei fatti di Bronte e che il vigliacco era Nino Bixio.
Bottom line della versione di zio Antonino: i criminali se la cavano e diventano eroi.
Per otto anni mia madre ci portò a trascorrere l’ultima settimana di luglio e le prime tre di agosto allo Stazzone, a casa delle zie nubili di mio padre, contigua a quella della madre di Nicola.
Lo Stazzone è poco lontano dalla Marina; oggi è la sua prosecuzione a ovest. Era un quartiere di villeggiatura, soprattutto negli anni Sessanta, Nicola però ci abitava anche d’inverno. Suo padre era morto qualche anno prima e lui viveva con la madre, la zia e il gatto Jajo. Era stato per via di Jajo che avevamo fatto amicizia. Era un bellissimo tigrato grigio con i cuscinetti delle zampe neri e una macchia bianca simmetrica sul muso e la gola, e spesso saltava dal balcone di Nicola a quello nostro.

Mia madre si chiamava June Milligan.
Aveva conosciuto mio padre nel ’62 a Londra, dove si erano sposati e abitavano. Andavamo dai suoi parenti, ma non credo di avere un solo ricordo di mio padre con noi durante quelle estati.
Ricordo invece che mamma adorava la musica di Nicola. Quando la sentiva sorrideva trasognata e iniziava a ondeggiare, come in un accenno di quella che sarebbe stata la sua danza in un mondo libero. Mamma è morta due anni fa per un enfisema. Era una fumatrice incallita, una chainsmoker, e sapeva che avrebbe fatto quella fine.
Quell’anno, l’ultimo anno di Sciacca per noi, mia sorella maggiore Joyce iniziò a frequentare Giuseppe Lamia, il figlio dello psichiatra.
Anche i Lamia stavano allo Stazzone, ma durante l’anno vivevano in una bella casa su corso Vittorio Emanuele, che lo zio Antonino indicava come corso Accursio Incursano, cui pare fosse intitolata prima dell’Unità d’Italia. Il medico dei pazzi, come lo chiamavano le zie di mio padre, era un personaggio molto temuto e poco amato.
Noi eravamo le mezze inglesi: Joyce, Alice e Laura.
Tra noi abbiamo sempre parlato in inglese condito dall’italiano quando stavamo a Londra e in italiano condito dall’inglese quando stavamo qui.
Contrariamente a quello che racconta il mito sull’acutezza lessicale dei bilingue, un apprendimento poliglotta favorisce la pigrizia dialettica e l’approssimazione. Si finisce con lo scegliere la via più facile. Dai fiato alla prima parola che ti viene in testa, in qualunque lingua essa sia.
Io e Laura avevamo tutto sommato vita facile. Papà e mamma avevano deciso di darci dei nomi omografi in inglese e in italiano. Che fossi Àlis o Alice, alla fine mi sentivo sempre io. Così per Lora-Làura. Joyce invece era la più esotica. Era anche la più grande e la più bella.
Aveva tredici anni e Giuseppe Lamia quindici. Era bello e arrogante, con il 125 che si può portare a sedici anni. Era bianco e nero. “Una Motoguzzi!”, diceva con l’entusiasmo dei primi tempi mia sorella, fingendo di capirne qualcosa.
Quando mi sveglio è tardi per fare la spesa. Guardo le pere dalla buccia che mi ricorda la mia pelle afflosciata e i due grappoli d’uva Italia dagli acini rattrappiti che i padroni di casa hanno lasciato nel frigo e decido di cenare al ristorante. La guida dice che vicino al porto ce ne sono vari. Qualcuno caro e qualcuno economico, ma tutti buoni. Scelgo a caso. Non ha né vista sul mare, né finestre, ma l’orata è buonissima, e anche gli antipasti che, non ancora sazia, ordino prima del conto, suscitando una certa disapprovazione. Esco e faccio una passeggiata a piedi, supero il molo che chiamano li Aj e una piccola Las Vegas di videogiochi e biliardi e motorini e teenager ciondolanti. L’aria è calda. La brezza del mare è calda. L’umidità è calda.
Arrivo sotto casa di Nicola, guardo dal basso il suo balcone dalle imposte scardinate e corrose dalla salsedine. Poi mi volto verso il mare e noto qualcosa di indecifrabile, come un’assenza.
Non ho il coraggio di arrivare alla casa cantoniera.
Mi fermo prima. Non arrivo alla fine della strada.
Lido Esperanto.
Ho una vertigine da déjà-vu e come un’allucinazione. Vedo l’immagine di Nicola: è fra i calcinacci sul pavimento del primo piano della casa cantoniera. Vedo Joyce che piange in silenzio.
Un giorno trovarono Jajo impiccato al ramo di un albero sotto casa di Nicola, dall’altro lato della strada, quella più vicina al mare. Era un gatto tranquillo, si fidava di tutti. Chiunque avesse deciso di ammazzarlo non aveva certamente trovato difficoltà nel prenderlo in braccio, assicurargli il cappio al collo e appenderlo.
Un’altra cosa che ricordo di quell’ultima estate a Sciacca è Giuseppe Lamia che strombazza con la moto sotto il balcone di casa nostra. È prima di Ferragosto, ma dopo la morte del gatto. Accelera, sgomma, suona il clacson, lancia qualche grido. Ricordo che corro da Joyce a dirle eccitata: “It’s Giuseppe! It’s Giuseppe!” Lei che mi risponde: “Sta’ zitta, cretina! Non ho nessuna voglia di vederlo. Non dire che ci sono, anzi, non farti proprio vedere”.
Ogni anno il 15 vedevamo la processione della Madonna del Soccorso. E Laura piangeva. Credo restasse impressionata dalle grida dei marinai sotto il peso della devozione e che avvertisse la tensione, il rischio, l’intensità del rito. La statua esce dalla Matrice e percorre le strade principali sulle spalle di marinai scalzi. Quella volta Joyce e io fummo incaricate di portare via nostra sorella. Giunte a piedi sotto casa delle zie, Joyce corse su per le scale e non ne volle sapere di accompagnarmi a far fare una passeggiata a Laura. Quindi io e la piccola proseguimmo fino alla casa cantoniera. Anche se le zie ci dicevano sempre di non entrarci, cedere alle insistenze di Laura mi sembrò un buon metodo per farla calmare. Tanto lo Stazzone era svuotato per la processione che si teneva per le strade del centro, nessuno lo avrebbe raccontato alle zie.
Quello che si affacciava su Lido Esperanto era il retro della casa cantoniera, la facciata era dove passava la ferrovia, non visibile dalla strada.
L’hanno abbattuta quest’anno per fare spazio a un nuovo edificio.
Aiutai Laura ad arrampicarsi fra le sterpaglie e i montarozzi di ghiaia, per raggiungere il portone. Era spalancato, e il pianterreno era vuoto e grigio. A terra solo detriti edili. Nell’aria puzza di piscio.
“Andiamo sopra”, mi dice Laura.
“Are you sure?”, le chiedo. “Lo sai che le zie non vogliono”. Faccio la giudiziosa, ma è la paura che mi frena. Laura insiste e, pur di non sentirla frignare, la aiuto a salire per la scala senza corrimano. Sopra è buio, le finestre sono chiuse da assi di legno, il pietrisco e chissà cos’altro ci si infila nei sandali, insinuandosi fra le dita e amalgamandosi col sudore in una fanghiglia fastidiosa. Quando sentiamo uno strano lamento Laura mi stringe e mi chiede di tornare a casa.
Ripensandoci, a casa, decido che si trattava di un animale.
Di primo mattino, dopo ore di ricerche, al primo piano della casa cantoniera trovarono il cadavere di Nicola col cranio aperto. Dissero che si trattava di un omicidio a sfondo omosessuale. Non avevo idea di cosa volesse dire, e anche oggi, quando ci penso, non mi sembra abbia senso. Il caso non fu mai risolto.
Il filonazista Andrés non era amico di Diego, che conobbi solo il giorno dopo e che invece era una persona molto gradevole. Per due giorni mi ospitò, mi portò in giro, si prese cura di me. Diceva che mia sorella era per lui una hermana. La sua disponibilità verso di me, in effetti, mi ricordava quella di Laura nei confronti di amici suoi e anche altrui. Aveva forse ereditato quella famosa e presunta ospitalità siciliana che io, onestamente, non credo davvero di aver mai avuto, né per la verità di aver mai riscontrato in mio padre. Sabato mi portarono a vedere il lago di Carlos Paz. Andammo in quattro: io, Marta, Adriana e Diego. Poco distante dal lago c’era una porzione di prato dove andai a distendermi, raggiunta subito da Adriana. Mi sentii invadere da una letizia leggera.
La pace finì quando nei paraggi arrivò Andrés, che ormai quando parlavo con gli altri definivo el nazi, con alcuni amici e le loro moto d’acqua al seguito. Adriana, spinta dalle sue fregole sadomaso, ci costrinse a spostarci da un’altra parte del lago, lontano dal prato da Eden ma più vicino ad Andrés, su una riva fangosa dove le auto si spingevano a parcheggiare quasi fino alla sponda, nonostante la mollezza del terreno. Diego e el nazi non si conoscevano, così vennero presentati. Qualcuno, uno degli amici di Andrés, mi chiese se volessi fare un giro sulla moto d’acqua. All’inizio risposi di no. Non mi fregava davvero niente di provarla. Alla fine però cedetti all’insistenza di Marta e a una certa inattesa curiosità che mi stava montando dentro. Altri motoristi acquatici facevano un baccano infernale e mi incutevano un po’ di paura, ma per i primi cinque minuti fu divertente. Caddi due volte a velocità moderata. L’acqua era calda, di un tepore che mi stupì.
Con Diego e Marta ce ne andammo dopo neanche un’ora, volevano portarmi al corazón de mi país, il supposto centro esatto dell’Argentina, a qualche chilometro dal lago. Adriana rimase lì. Mentre salivamo in macchina, Marta mi disse che il posto da cui ci stavamo allontanando, la riva fangosa fra i gipponi, era un po’ un ritrovo di caretas, fighetti, quello che era Andrés. Osservai da lontano – Diego non aveva parcheggiato sull’acqua – gli spruzzi esibizionisti di quei maschi che schizzavano sul lago veloci. Ricordo esattamente che guardando quei ragazzi pensai alla Storia come atto di fede, quello di Andrés e del suo dichiarato credo nazista. Bottom line: nel giro di qualche anno, neanche una generazione, la memoria è già annientata, in assenza di un minimo spirito critico o di ansia di conoscere e ascoltare più voci, si ereditano le idee di papà o si assumono quelle degli amici caretas che planano spacconi sull’acqua e, affamati di identità o appartenenza, si finisce col parlare per slogan.
Fu a quel punto, mentre guardando il lago pensavo all’ammirazione di Andrés per la dittatura, che Marta aggiunse: “Nel fondo di questo bacino una decina d’anni fa hanno trovato i resti di alcuni desaparecidos lanciati vivi, drogati o legati, dagli aerei militari”.
Lasciai l’Argentina qualche tempo dopo e non vi feci più ritorno.
Arrivata al quartiere dei videogiochi e dei motorini ho un’intuizione. Torno indietro sotto casa di Nicola, 17 anni, il ragazzo gentile, odiato non solo perché solitario e diverso.
Cosa manca, mi chiedo.
Rimugino finché non squilla il cellulare. È Marianna, la nipote di Sisa e Antonino, uno dei pochi parenti superstiti che ho contattato quando, ultimate le prove, ho deciso che sarei arrivata in anticipo per trascorrere qualche giorno in Sicilia prima del concerto di Capodanno a Palermo. Mi chiede se sono “arrivata tuttapposto”, mi fa gli auguri per Natale e mi invita a pranzo per martedì, “il giorno di Santo Stefano”, a Palermo dove vive da anni col marito, anche lui di Sciacca, mi fa capire. Mi dà l’indirizzo. “Complesso Resuttana”, mi dice con una nota di compiacimento che mi fa supporre si tratti di un bel posto.
Mentre mi parla penso al tempo che è passato, alle persone che sono morte, a come cambia la fisionomia delle città e della vita quotidiana grazie alla tecnologia…
La cabina telefonica!
Non c’è più la cabina telefonica vicino all’albero dove avevano impiccato Jajo. Visualizzo la strada, quel pomeriggio di circa trent’anni fa. La cabina telefonica gialla, col telefono a disco. E, dietro, la Motoguzzi bianca e nera. E poi, incorniciato dalle foglie delle siepi che separano la strada dalla spiaggia, Giuseppe Lamia sporco di calcinacci e fango che butta qualcosa in mare. Ma è lontano e quello non è fango. Sento Laura che mi tira per un braccio, tutto si oscura fino a oggi, nel buio di un ricordo spaventoso.
Chiamerò Joyce. Le dirò che ho capito perché non siamo più tornate, che ho capito di lei e Nicola, di Giuseppe e del gatto, della preoccupazione di mamma e della sua bocciatura a scuola l’anno successivo. Che ho capito perché da allora non è più stato lo stesso. E poi le dirò una cosa che già sa. Le dirò chi ha ucciso Nicola.
La voce di Marianna, appoggiata al mio orecchio, mi comunica un altro genere di programma: il menù previsto per il nostro incontro, fra tre giorni, quando sarò a pranzo da lei e suo marito.
Con orgoglio mi dice: è il primario del reparto di terapia intensiva del Civico, il dottor Giuseppe Lamia.

tratto da Palermo Criminale, a cura di Antonio Pagliaro, Laurana editore

Non cercare l’uomo capra, un libro-jazz

in Letture

Pediatra e scrittore, Franco Foschi, dopo l’esordio con sceneggiature radiofoniche e racconti su varie riviste e antologie, ha pubblicato una quindicina di libri tra narrativa e saggistica. Ha condotto per cinque anni (e 120 incontri) la rubrica televisiva di interviste a scrittori Leggere negli occhi, consultabile sul portale video www.arcoiris.tv.

Franco Foschi – Continua la mia personale esplorazione dei titoli Laurana. Questa volta ho letto Non cercare l’uomo capra, che ho, in parte con mia stessa sorpresa, ingurgitato in due e due quattro. Dico con mia stessa sorpresa perché sulla carta, visto il tipo di lettore che sono, avrei potuto rimanere sconcertato: il romanzo appartiene, se proprio vogliamo categorizzare, a quelle formulazioni difficilmente catalogabili che qualche anno fa chiamammo romanzo post-moderno, dopo il fulgido esempio di City di Baricco, e qualche altro strambo titolo qua e là, romanzo post-moderno sparito dalle normali locuzioni dei critici.

La forma del romanzo lo è, postmoderna, per quel suo vagare senza alcuna apparente direzione, senza la cronologia sequenziale di un romanzo ‘classico’, con una (apparentemente) disordinata congerie di personaggi tenuti assieme dal più labile dei fili, e cioè la narratrice onnisciente. Da far sbuffare d’insofferenza il lector communis, se. E invece. Invece si viene subito catturati dal modo schietto e sbarazzino che la Chias ha di raccontare, da quella sua vivacità saporita nel descrivere gli stati d’animo, e dalla soffusa ma persistente ironia dei racconti che riguardano la narratrice, che chiamerei endogeni, da buon medico. Il fatto è che il romanzo, pur sembrando talvolta scombiccherato e cigolante, ha anche degli ingredienti esogeni, diciamo così, voluminosi, imponenti, mica da prendere con sola ironia: le mutilazioni femminili, l’Africa, il razzismo culturale strisciante dell’europeo anche più illuminato… E’ tutto questo che dà un gran spessore intellettuale a un libricino dalla scarso spessore fisico, che esce dal solo mainstream per approdare alle questioni ‘maggiori’ con serietà e solidità.

Ho girato l’Africa in lungo e in largo, amandola visceralmente, e soffrendola altrettanto. Ma una cosa difficile per me è leggere dell’Africa, soprattutto se a scriverne è un europeo (per non parlare degli americani…): in questi casi, anche combattendo contro il mio essere prevenuto, non posso fare a meno di sentir strisciare dei luoghi comuni, della retorica, delle ovvietà, o della filosofia politica o economica a buon mercato. Non tutti nascono Kapuscinski. Ebbene questa volta non è successo: certo, l’amico senegalese del Vynil che parla come un filosofo francese del ’68 può lasciare perplessi, certi inserti e riflessioni teoriche possono apparire qualche volta un po’ ingessate, appiccicate lì con un copia/incolla da qualche saggio. Ma alla fine non è così, non è così. E credo che la motivazione stia nello stile complessivo del libro, che è un libro jazz, fatto di assoli cupi e di refrain eccitanti, possiamo parlare dei morti nel canale di Sicilia e poi descrivere appassionatamente una scena di sesso senza irritare l’intellettuale engagé da una parte, o la lettrice ‘dalla parrucchiera’ dall’altra (che vuole solo le scene di sesso).
Credo che in una redazione sia il classico libro che fa discutere all’infinito prima di una pubblicazione, per il suo essere irregolare da una parte e paradossalmente del tutto comunicativo dall’altra: è stato così, forse? In ogni caso è un libro ‘musicale’, che col lettore non può che azzeccarci. Begli strumenti, per una jazz suite seria e divertente, e brava e simpatica e seria Chias.
E adesso, che arriva?

Chi se ne frega di che colore sei?

in Narrazioni

Pubblichiamo un estratto del nuovo romanzo di Irene Chias, Non cercare l’uomo capra, Laurana editore.
In una Milano onirica e nevrotica si intrecciano le vite di Luisa, Simona, Seedia, Assane e Rodrigo tra le note di tango fusion e jazz manouche. A suggerirci che forse, alla fine, siamo tutti migranti.

«Ma quando ti dicono negro, ti offendi?» chiedo ad Assane.
«Dipende».
«Da cosa?».
«Da chi me lo dice, da come me lo dice. In ogni caso, generalmente noi senegalesi non ci offendiamo, la negritudine è stata al governo da noi, con Senghor».
«Eh?».
«Senghor».
«Ah!», cerco una via agevole per dissimulare la mia ignoranza, ma poi mi rendo conto che è più facile arrendersi. «Chi è Senghor?» gli chiedo alla fine senza troppa contrizione, d’altra parte Assane nell’84 non sapeva chi fosse Berlinguer.
«Léopold Sédar Senghor è stato presidente del Senegal fino al 1980».
Per quelli dell’Africa occidentale e per i caraibici la parola negro ha una storia particolare a partire da Aimé Césaire.
Senghor visse in Francia, dove conobbe Césaire, un poeta della Martinica. Sono loro che insieme ad altri intellettuali della diaspora africana, provenienti dalla colonie francesi ma anche dal Nord America, diedero un senso nuovo alla parola negro. Césaire coniò il termine négritude come risposta al razzismo ancora imperante in Francia. Prendi una parola dispregiativa, usata per insultarti e discriminarti, e ne fai il tuo orgoglio, la svuoti del senso originario e la rendi non solo un’arma spuntata, ma anche un elemento fondante della tua identità. Come ha fatto il mondo queer con la parola queer, appunto. E come forse molte donne, anzi tutte, dovrebbero fare con parole come troia.
«Il movimento coinvolse anche degli afroamericani, che in Francia venivano trattati con meno razzismo rispetto agli altri negri. Comunque oggi se dai del negro a un afroamericano o a uno dell’Africa orientale, ad esempio un somalo, quelli sì che si offendono. Rischi grosso» mi spiega Assane.
«Ma perché?».
«Per loro è diverso. Forse anche perché io sono più negro di un somalo».
Poi Assane mi parla di Wole Soyinka, un drammaturgo e poeta nigeriano che ha criticato questa storia della négritude.
«Soynka dice: ma perché state a ripetere questa storia delle negritudine, una tigre non sta tutto il tempo a parlare di tigritudine, una tigre attacca e basta».
«E tu, Assane, come la pensi?».
«Soynka è di un’altra generazione, non ha vissuto quello che avevano vissuto Césaire e Senghor. Ma comunque alla fine ha ragione lui, chi se ne frega di che colore sei?».
Mi guarda in silenzio per un po’ e poi mi dice: «Io sono più nero per i bianchi, o a volte per gli altri neri che stanno qui, che per me stesso. Ho la pelle molto più scura della tua, ma non credo che questo di per sé mi renda più diverso da te di quanto non lo sia Davide», si riferisce al collega occhialuto col piercing che conosceva l’album del Weather Report. «Sono cittadino italiano da vent’anni ormai. Ma italiano, senegalese… io sono io, poi c’è la mia storia. Il resto sono documenti – pezzi di carta molto utili – o chiacchiere da offrire alla gente se si ha voglia di intrattenerla».

Adesso afferro un po’ meglio quello che Assane mi aveva detto in un’altra occasione.
«Ognuno è quello che è, il maschio è maschio, la femmina è femmina, il maschio è femmina, la femmina è bianco, il bianco è nero, il nero è maschio, il nero è femmina».
«Sì?» gli avevo chiesto.
«Il sì è no» mi aveva risposto ridendo.

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