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Giulio Mozzi

Dieci cose da tenere presenti se si vuol far funzionare decentemente una storia

in Spilli

Giulio Mozzi – Premessa: tra “far funzionare decentemente una storia” e “scrivere una storia eccellente” c’è una bella differenza; così come tra “scrivere una storia eccellente” e “scrivere un capolavoro”. Lo scopo dei seguenti consigli è il raggiungimento del minimo sindacale. [Aggiungiamo, per tutto il resto c’è la Bottega di narrazione]

1. Una storia è costituita da una successione di eventi legati tra loro da cause ed effetti.

2. La relazione tra cause ed effetti non è mai automatica. Non è che se Tizio dà un pugno a Caio, Caio necessariamente gliene restituisca otto. Caio potrebbe cadere a terra tramortito; potrebbe porgere l’altra guancia; potrebbe fremere impotente; potrebbe chiamare aiuto; potrebbe ringraziare (esistono i masochisti); potrebbe declamare una poesia di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castevecchio, preferibilmente). Ogni causa può generare molti effetti, e noi dobbiamo non solo stabilire quale effetto sarà generato, ma anche (direi: soprattutto) perché sarà generato quell’effetto lì e non tutti gli altri possibili.

3. La stessa cosa vale all’incontrario: un effetto può essere generato da diversissime cause. Se Tizio se ne va in giro con gli occhi bassi, potrebbe essere stato lasciato dalla fidanzata (la perfidissima Petronilla); potrebbe essergli morto il gatto; potrebbe avere qualche meditazione in corso (sul senso della vita, sull’opportunità di contrarre un mutuo, sul colore del divano da comperare, sulla sensatezza del suo amore per Petronilla, la perfida); potrebbe avere il torcicollo; potrebbe essere stanco; e così via. Nel momento in cui presentiamo una situazione, dobbiamo non solo aver presente quali cause l’hanno generata: ma anche (direi: soprattutto) perché quella situazione ha avute quelle cause lì, e non altre (tra le quasi infinite possibili).

4. Istintivamente ci rendiamo conto che certe connessioni causa-effetto sono più probabili di altre; o quantomeno sembrano più probabili al senso comune. Ora: non è che nella nostra storia a ogni evento-causa debba seguire il più probabile (o ritenuto tale) degli eventi-effetto; soprattutto, non è che sia più realistica la più probabile delle relazioni causa-effetto.

5. Il funzionamento delle relazioni causa-effetto dipende dalle circostanze in cui accade ciò che accade. Se vogliamo che accada una certa cosa (a es. che il ragionier Peressutti diventi improvvisamente ricchissimo; o che lo rapiscano gli alieni; o entrambe le cose; ec.), dobbiamo immaginare le circostanze che la rendano credibile, ovvero che rendano necessarie le connessioni tra cause ed effetti.

6. In realtà i diversi tipi di narrazione presentano, circa la connessione tra cause ed effetti, esigenze diverse. Per esempio:

Mercoledì 20 luglio 2016 il ragionier Peressutti, spinto da una vago presentimento, per la prima volta in vita sua comperò dal tabaccaio – investendo 5 euro – una tessera del SuperLotto. Il giorno dopo – sempre dal tabaccaio: il ragionier Peressutti era un fumatore incallito – la fece controllare e scoprì di aver vinto il jackpot: 72 milioni di euro. Chiese al tabaccaio una sedia. Il tabaccaio, oltre a fornire la sedia, provvedette a fargli vento con un giornale. Dopo venti minuti il ragionier Peressutti si sentì meglio, si alzò, ringraziò il tabaccaio e disse: “Vado in banca. Sapranno loro come fare”. Furono le sue ultime parole. La banca era difronte. Mentre il ragionier Peressutti attraversava la strada, un raggio azzurro piovve dal cielo e lo rapì. Solo dieci anni dopo la moglie, la geometra Tumminielli, riuscì a ottenere una dichiarazione di morte presunta e – grazie alla testimonianza del tabaccaio che aveva effettuato il controllo – a incassare la somma, nel frattempo sostanziosamente erosa dall’inflazione.

Qui abbiamo un evento casuale, senza cause precise: il ragioniere non aveva mai comperato un biglietto del SuperLotto (né, si può presumere di altri giochi). Ma la cosa è sopportabile, sopportabilissima, perché: (a) è evidentemente che il regime del racconto non è esattamente di tipo realistico; (b) è evidente che l’andatura del racconto è giocosa; (c) ma, soprattutto, la vincita è qui proposta come evento scatenante, e gli eventi scatenanti hanno tutto il diritto di non avere cause precise (altrimenti, dovremmo sempre risalire ad Adamo ed Eva). Il “vago presentimento” della prima riga può restare – appunto – nel vago. Se il ragionier Peressutti fosse un giocatore abituale, nulla cambierebbe nella storia successiva.
Quanto agli alieni, è noto che ogni tanto prendono su qualcuno per studiarselo.

7. Le domande che devono guidare la costruzione del racconto sono dunque:

** Che cosa bisogna che accada prima, perché possa ragionevolmente accadere dopo ciò che io fin dal principio desideravo che accadesse?

** Dato che è accaduto quel che è accaduto, quale contesto devo allestire perché ciò che accade dopo appaia come ragionevolmente (se non proprio necessariamente) conseguente da ciò che è accaduto prima?

(Si tratta, per certi aspetti, della medesima domanda: ma ci sono delle sfumature).

8. Nessuna storia è la storia di un personaggio solo: tutte le storie sono storie di personaggi che si incrociano. Ogni personaggio è portatore di un desiderio (magari nichilistico, ma pur sempre un desiderio): la storia risulta dal conflitto, dalla competizione, dall’associazione, dalla divergenza, eccetera, dei desideri dei personaggi. I promessi sposi non esisterebbero se un certo giorno don Rodrigo, mentre andava a spasso con suo cugino il conte Attilio, non avesse avuto un (lieve) moto di desiderio nei confronti di una certa bella ragazzotta; se il conte Attilio, per desiderio di primeggiare, non avesse sfidato don Rodrigo a farsela, quella ragazzotta; se don Rodrigo, per desiderio di non sfigurare davanti al cugino, non avesse accettato la sfida; se Lucia non fosse stata seriamente e serenamente innamorata di (cioè desiderosa di) Renzo; se Renzo a sua volta non fosse stato seriamente e serenamente innamorato di (cioè desideroso di) Lucia; e via dicendo.
Di cosa parlano dunque le storie?
Di desideri, ovviamente.

9. La differenza tra una serie di fatti e un racconto è l’ordinamento dei fatti stessi. In un racconto si può mettere alla fine ciò che cronologicamente è avvenuto all’inizio; si possono rimescolare le carte e i tempi; anzi: si devono rimescolare le carte e i tempi. Nessuno è più noioso di chi racconta una storia per filo e per segno. La sequenza di episodi che costituiscono la parte “meravigliosa” dell’Odissea sarebbe noiosissima, se il racconto non fosse costruito a incastro (la narrazione, vi ricordo, comincia – dopo quella sorta di prologo che sono i libri in cui il figlio Telemaco lo cerca presso tutti i reduci della grande guerra troiana – con Ulisse che se ne sta placidamente a godersi le grazie della ninfa Calipso sull’isola di Ogigia; riceve poi l’ordine divino di mettersi in viaggio per tornare alla sua Penelope; si fa uno zatterone e parte; fa naufragio; arriva a una spiaggia dell’isola dei Feaci; il re dei Feaci lo tratta con ogni rispetto, lo invita alla sua mensa, fa venire un cantore; il cantore comincia a cantare la grande guerra troiana; Ulisse – che aveva celata la sua identità – si commuove; lo interrogano; e finalmente lui racconta di Circe, dei Lestrigoni, del Gigante Monocolo, e così via. Dopodiché l’ordine cronologico viene ripreso fino alla sfida ai pretendenti e al ricongiungimento con Penelope).
O pensate alla potenza di un racconto brevissimo come: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì” (Augusto Monterroso).

10. Se non si possono fare grandi lavori di montaggio, si può lavorare sull’annuncio. L’esempio classico è quello dei Vangeli: che interesse (narrativo) avrebbe la storia di Gesù di Nazareth, se non sapessimo che egli è in un qualche modo misterioso il “figlio di Dio”, se non esistesse una “scrittura” precedente nel quale il suo destino è “già scritto”, se non sapessimo che c’è un “destino” che lo attende, se Gesù stesso non provvedesse, qua e là, a notificare ai suoi increduli sostenitori l’inevitabilità e l’imminenza di tale destino? E se non sapessimo, infine, che dall’accettazione o dal rifiuto di tale “destino” verrà la salvezza o la perdizione dell’intero genere umano?

La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto: la formazione di Giulio Mozzi

in Letture/Narrazioni
giulio mozzi

D. Allora, Mozzi, è pronto?

R. Sì, sono pronto.

D. Cominciamo?

R. Cominciamo.

D. Lei, Mozzi, in che modo è entrato nel campo letterario?

R. Be’, sostanzialmente per caso.

D. Guardi, non ci credo nemmeno se mi paga.

R. Eppure è così.

D. Può essere più preciso? Mi può raccontare?

R. Certo. Si può cominciare dall’oratorio. Da ragazzo, diciamo tra i dieci e i diciotto anni, ho molto frequentato l’oratorio. Naturalmente si era formato tutto un giro di amicizie. Tra gli altri, questo oratorio era frequentato da Stefano Dal Bianco.

D. Il poeta?

R. Sì, quello che oggi è pubblicato nello Specchio di Mondadori, ossia la collana di poesia più istituzionale che ci sia in Italia.

D. E lei divenne amico di Dal Bianco?

R. Sì. Ma non, sia chiaro, per ragioni letterarie. Eravamo dei ragazzini. Semplicemente, con Stefano e con un paio di altri coetanei mi trovavo meglio. Si può dire, probabilmente, che avevamo in comune una serie di tratti socioculturali: buone famiglie, disponibilità delle famiglie a investire nello studio, livello culturale di partenza abbastanza alto, eccetera. Eravamo dei perfetti bravi ragazzi borghesi, credo. Forse la famiglia di uno era un po’ più ricca, quella dell’altro un po’ più colta, dico a caso, ma tutto sommato stavamo nella stessa fascia sociale. Qualcuno di noi era più tranquillo, qualcuno più bizzarro: ma poco cambiava.

D. La sua famiglia è ricca o colta?

R. Benestante, e molto colta. I miei genitori sono biologi. Ho zii e nonni medici, ingegneri, chimici, insegnanti, dirigenti di banca o d’azienda. Da parte di madre, credo che ci siano almeno quattro generazioni di laureati e – sottolineo – di laureate. Da parte di mio padre forse le generazioni sono solo un paio. Non credo che fossero molti, all’epoca, i miei coetanei con un retroterra simile.

D. Cosa intende per «benestante»?

R. Mio padre, dopo diversi anni di precariato universitario, diventò professore associato. Mia madre insegnò per tutta la vita alle scuole medie. Un paio di appartamenti di proprietà.

D. Lei fu educato alla lettura?

R. La scena primaria è questa: i due genitori nelle poltrone, con tra le mani il «Corriere della sera» o «Il Gazzettino» o «Epoca» o «Grazia». Noi tre stesi a pancia in giù sul tappeto: mio fratello maggiore con il «Corrierino dei piccoli», mia sorella con «Michelino», e io – il più piccolo, finché non arrivò il quarto – con «Mio Mao». «Mio Mao» si colorava e ritagliava, in «Michelino» c’era anche da leggere, il «Corrierino» era il «Corrierino». E io, mentre coloravo e ritagliavo, non desideravo altro che passare di grado: da «Mo Mao» a «Michelino», da «Michelino» al «Corrierino», eccetera. Sono stato educato a leggere, soprattutto sono stato educato a studiare.

D. Però poi non si è neanche laureato.

R. Vero.

D. Perché?

R. Per vanità. E proprio a causa di tanta ricchezza. Che cosa me ne viene a frequentare l’università, mi dicevo, se già sono capace di studiare da solo? Frequentai per qualche mese Lingue e letterature straniere, diedi qualche esame in attesa della chiamata per la leva, e decisi che l’università non faceva per me. Decisione presuntuosa, anche perché quei pochi mesi di lezioni mi diedero indicazioni importanti. Cominciai a leggere Alberto Savinio e Francis Ponge, ad esempio, perché appunto me ne parlarono a lezione: e sono autori rimasti importanti per me.

D. I suoi genitori approvarono la sua scelta?

R. No; e non avevano torto. La conseguenza più positiva di quella scelta è che oggi, a cinquantaquattro anni anni, ho più di trent’anni di contributi: perché, ovviamente, cominciai a lavorare subito dopo la maturità e il servizio civile.

D. Perché non avevano torto?

R. Perché oggi sarei meno ignorante. E forse avrei qualche relazione accademica.

D. Lei è ignorante?

R. Quanto basta. Come tutti quelli che fanno da soli, ho una cultura asistematica, deforme, umorale.

D. E non ha relazioni accademiche?

R. Pochissime. Confesso che il mondo degli accademici rimane, per me, assai misterioso.

D. Torniamo a Stefano Dal Bianco.

R. Sì. Ci frequentammo per un po’. Poi, come succede, ci perdemmo di vista: pur abitando a pochi passi l’uno dall’altro. Successero delle cose nella vita di ciascuno di noi – non mi domandi cosa successe nella vita di Stefano, tanto intervisterà anche lui, no?

D. (ride) Penso di sì.

R. Appunto. Ci ritrovammo parecchi anni più tardi, se non sbaglio nel 1986. Stefano era tra gli organizzatori di una manifestazione che si chiamava Poetronike. Una cosa su poesia ed elettronica. Io andai a vedere alcune conferenze, alcune esibizioni: un po’ per curiosità autonoma, un po’ perché c’era di mezzo Stefano.

D. Come mai le interessava una simile manifestazione?

R. Ma, sa, come tutti, io leggevo, scrivevo delle poesie, pensavo che la poesia fosse importante…

D. Come tutti?

R. Sì, come tutti. Come tutti quelli come me, cioè appartenenti a un certo ceto, eccetera. Quello che dicevo prima. E poi erano anni diversi da questi presenti. I libri di poesia circolavano, c’erano locali nei quali si davano pubbliche letture…

D. A Padova?

R. Sì, a Padova. E c’erano riviste in quantità, e così via. Almeno nel milieu che frequentavo – dove spesso ero l’unico che non fosse studente – era così. In questo momento non sono in grado di fare il sociologo di me stesso.

D. Ma mi può raccontare come accadde che cominciò a pensare che la poesia sia importante?

R. No. Il clima generale era favorevole. Mi pareva naturale.

D. Mi saprebbe raccontare un fatto specifico, un evento che si possa considerare iniziale di questo suo atteggiamento?

R. Sì. Però torniamo indietro di una decina d’anni almeno, a quando avevo tredici o quattordici anni. Non so se si tratta di un «primo evento», ma forse lo è. Una sera, credo d’estate, eravamo a casa, dovevano esserci anche dei parenti ospiti. Stavano a chiacchierare con i miei in salotto. Mi misi alla finestra. Guardai il prato alberato – pini marittimi, un paio di abeti – che c’è dietro la nostra casa di allora. A un certo punto presi carta e penna e mi misi a scrivere. Scrissi una specie di poemetto in versi liberi. Non ricordo che cosa ci fosse scritto dentro: sicuramente c’era un ragazzo, si parlava dei pinoli…

D. Fece leggere questo suo testo a qualcuno?

R. Ai genitori, appunto. Che ne furono molto colpiti, soprattutto perché doveva essere un pezzo molto malinconico. D’altra parte, a quattordici anni, che cosa può fare un ragazzino borghese se non esercitarsi nella malinconia?

D. A questo testo ne seguirono altri?

R. Presi l’abitudine di scrivere dei quaderni.

D. Li ha conservati?

R. No.

D. E cosa scriveva?

R. Di tutto. Non racconti. Pensieri, credo. Ma non so più che pensieri. Spesso cercavo di imitare lo stile dei libri che leggevo. Quando lessi Du côté de chez Swann, cominciai a fare delle frasi lunghissime…

D. A che età lo lesse?

R. A diciassette anni. In francese. Ma mi fermai lì. Non andai oltre nella Recherche.

D. Non l’ha più letta tutta?

R. L’ho letta al principio del 2006, tutta di fila, nella traduzione di Giovanni Raboni.

D. Quindi questi quaderni le servivano, diciamo così, per esercizio?

R. Guardi: io non saprei dire a che cosa mi servivano questi quaderni. So che ci scrivevo tanto. Non saprei dirle che cosa c’era dentro. Poi a diciotto anni mi misi a scrivere un saggio storico sulla disfatta di Caporetto.

D. Eh?

R. Giuro. A casa di mia nonna materna c’erano molti libri sulla Grande Guerra. Io, un po’ alla volta, li lessi tutti. E mi venne una curiosità ossessiva per questo evento: la disfatta di Caporetto. Un evento per molti versi inspiegabile, e comunque mitico. Tant’è che «una Caporetto» si dice per dire una disfatta, per antonomasia. Nel frattempo avevo preso un diploma di dattilografia.

D. Come mai?

R. Ci era capitata in casa una venditrice di corsi porta a porta, e i genitori considerarono che non era una cattiva cosa. Così io e mio fratello maggiore lo frequentammo. Facevamo una lezione ogni quindici giorni e un’oretta di esercizio al giorno, a casa. Era un buon metodo. Così, avendo la macchina da scrivere, non mi restava che scrivere. Scrissi un saggio di un centinaio di pagine o poco più.

D. L’ha conservato?

R. No. Vede, io non conservo niente. A un certo punto, diedi via tutti i libri sulla Grande Guerra che avevo accumulato comperandoli nelle librerie dell’usato, o facendomeli regalare. Di colpo, via tutto. Un tot ne buttai via, per fare prima.

D. Ma non scriveva, all’epoca, anche dei racconti o delle poesie?

R. Credo di aver scritto un racconto, uno, e per gioco. Era una scemenza. A scrivere delle poesie cominciai, credo attorno al 1982. E, tanto per prevenire la sua domanda, quasi tutte le ho buttate via.

D. Quasi tutte.

R. Sì. Ecco, si può dire che dal 1984 circa ho cominciato a conservare qualcosa.

D. Chi leggeva queste sue poesie?

R. Nessuno. Con una sola eccezione. Scrissi un poemetto in qualche modo ispirato alle Pasque di Apollinaire, Cendrars e Zanzotto – un poemetto che doveva essere davvero orribile, credo – e lo feci leggere alla mia insegnante d’italiano delle superiori. Questo forse, appunto, nel 1984. Lei non sapeva che dirmi. Io mi vantai di averlo spedito a Calvino e di avere ricevuto un biglietto di apprezzamento.

D. Davvero?

R. No, non era vero.

D. E allora, perché lo disse?

R. Non ne ho idea. Per pura vanità. Sempre la vanità. Non mi faccia dire che lo dissi perché già mi sentivo dentro un destino da scrittore. Non esiste. Mi fossi sentito dentro un destino da scrittore, quel poemetto ce l’avrei ancora da qualche parte. E invece no.

D. C’è stato un momento nel quale lei si è reso conto di avere dentro un destino da scrittore?

R. No. Mai.

D. E adesso…

R. Adesso che ho fatto i miei libri, eccetera eccetera, e che anche come scrittore sono morto e risorto un paio di volte, continuo a pensare che non era questo il mio destino: perché il destino non esiste. Possiamo riprendere il filo?

D. Sì. Tornò a incontrare Stefano Dal Bianco, diceva.

R. Sì. E Stefano mi raccontò che con alcuni amici suoi – Mario Benedetti, Fernando Marchiori – stavano per avviare una rivista di poesia, che doveva chiamarsi «Scarto minimo». Quello che gli mancava, era un giornalista che ne assumesse la direzione responsabile. Sa, ogni cosa che si pubblica periodicamente su carta, in Italia, deve avere un giornalista che la firma. Io dissi: «Be’, se vuoi, io la tessera dell’ordine ce l’ho». E così finii col fare il direttore responsabile, ovviamente di paglia, di questa rivista. Quando Stefano Mario e Fernando si incontravano, discutevano, preparavano la rivista, eccetera, cercavo di esserci anch’io. Ma non mettevo bocca. Ascoltavo.

D. Ma questi suoi amici avevano già delle entrature nel campo letterario?

R. Sì. E non mi chieda come se le erano procurate. Credo che sia stata importante, per tutti, l’università. Ma credo che sia stata ancora più importante la determinazione. Loro – così mi sembrava – un destino dentro se lo sentivano. Quindi agivano di conseguenza.

D. Com’è che lei nel frattempo era diventato giornalista? Lei continua a negarlo, ma la passione per la scrittura torna sempre…

R. Intanto: giornalista pubblicista, per la precisione. Poi: la passione per la scrittura non c’entra. Fu tutto merito del corso di dattilografia. Terminato il servizio civile – in un collegio-orfanatrofio – mi misi in cerca di un lavoro. Guardavo gli annunci nel giornale. Facevo colloqui. Avendo un diploma di maturità classica, e non avendo la patente (ancora oggi non ce l’ho), non è che ci fossero tutte queste opportunità. Finché non mi telefonò mio zio Domenico. Domenico lavorava allora alla Federazione regionale dell’artigianato veneto. Mi disse che cercavano una persona per lavoro di segreteria. Si trattava di lavorare a Venezia. A me andava benissimo. Feci un colloquio. Un mese dopo mi chiamarono. Per mia fortuna, si trattava di fare la segreteria dell’ufficio stampa. All’inizio era gestito da una cooperativa di giornalisti. Io dovevo rispondere al telefono, mettere in bella copia i comunicati stampa (loro scrivevano a macchina e correggevano a mano, o addirittura scrivevano a mano), imbustarli, leccare i francobolli, spedire eccetera. Dopo qualche mese chiamai il capo della Frav e gli dissi: «Senta, qui ci sarebbero delle cose da fare, c’è la Fiera tale e l’iniziativa talaltra, ma i giornalisti qui non li vedo da due settimane». Ci fu un po’ di maretta. Il capo della Frav mi disse: «Be’, vedi un po’ cosa riesci a fare tu nel frattempo». Io provai a scrivere dei comunicati, imitando quello che avevo visto fare ai giornalisti. Gli indirizzi li avevo. Per pura fortuna, andò tutto molto bene. Poi il capo della Frav trovò un responsabile dell’ufficio stampa molto, molto bravo: Guido Lorenzon. Guido mi insegnò molte cose, mi fece scrivere molto (producevamo anche delle riviste, facevamo un’agenzia stampa quotidiana ecc.). Dopo qualche anno se ne andò. Per un anno l’ufficio fu retto da Germana Parolini, poi arrivò Maurizio Pescarolo: anche lui molto bravo, anche lui molto disponibile a insegnare. Durante questi anni divenni una specie di tecnico della scrittura, e imparai un po’ di comunicazione. Presi anche la tessera di pubblicista, appunto.

D. C’era una relazione, secondo lei, tra la sua scrittura di lavoro e la scrittura di questi quaderni, racconti, poesie?

R. No, nessuna relazione. Se non il fatto che, a forza di esercizio, da un certo momento in poi per me scrivere non è stato un problema. C’è una cosa da scrivere? Mi siedo e la scrivo.

D. Attraverso la redazione di «Scarto minimo» lei cominciò a metter piede nel campo letterario?

R. Direi di no. Stavo a guardare. In «Scarto minimo» non furono mai pubblicati miei testi: non era proprio il caso, erano proprio brutti. Furono pubblicati, invece, alcuni testi di Laura Pugno, che è una persona importantissima.

D. Mi dica di Laura Pugno.

R. È una specie di romanzo. Nel 1988, il 30 aprile, ero a Roma per un convegno della Confartigianato, alla quale la Frav aderiva. Il convegno occupò la mattina. Io mi ero organizzato per stare a Roma un giorno o due, credo. Nel pomeriggio andai a spasso. In una libreria che oggi non c’è più, in Piazza dei Cinquecento, frugai nello scaffale di poesia. Trovai un libretto: Trasfigurazioni, di Laura Pugno. Lo comperai. Lo lessi camminando. Mi sembrò molto bello, o più esattamente: mi sembrò che ci fosse molta forza, in quel libretto. Vidi che era stato pubblicato nel 1987. Che l’autrice era nata nel 1970. Mi domandai: «Ma che testa ha, questa qui, che a quindici-sedici anni scrive di ’ste cose?». Vidi che abitava a Roma. Andai alla società dei telefoni, la Sip. Allora si chiamava così. C’era un ufficio con tutti gli elenchi del telefono, le cabine telefoniche. Consultai l’elenco. A Roma c’erano otto Pugno. Telefonai. Alle cinque del pomeriggio ero a casa di Laura. Lei non c’era, la madre – con la quale avevo parlato al telefono – mi offrì un caffè. Laura arrivò. Era il giorno del suo diciottesimo compleanno, era stata a farsi la permanente, la sera aveva in casa la festicciola. Ci parlammo con cautela – cautela soprattutto da parte sua: ti càpita in casa un tizio che ha dieci anni più di te, eccetera, ci stai attenta. Poi cominciammo a scriverci. Poi continuammo a scriverci.

D. E che cosa vi scrivevate?

R. Della vita di tutti i giorni. Credo. Forse di letture. Non lo so. Non era quello il punto.

D. Qual era il punto?

R. Per me, e per Laura non so, il punto era: scrivevo per una persona.

D. Non l’aveva mai fatto?

R. Mai con tanta continuità e tanta intensità. Ed era una cosa completamente diversa dallo scrivere articoli e comunicati stampa, scritti invece per destinatari ignoti. Ho imparato insomma, e lo dico con una parola che allora non avrei adoperata, una nuova postura.

D. Che parola avrebbe adoperato, allora?

R. Nessuna. Non mi rendevo conto di che cosa mi stava succedendo. Non sapevo nominarlo.

D. E quando si è reso conto che qualcosa in lei era successo?

R. Quando, qualche anno dopo, nel febbraio del 1991, scrissi a Laura – che in quel momento stava a Londra con un Erasmus – una lettera particolarmente lunga. Lei mi rispose: «Ma lo sai che hai scritto un racconto?».

D. Dunque tutto è cominciato lì?

R. No, tutto è cominciato – come ho cercato di spiegare – dalla nascita. Non nel senso che io sia nato predestinato – non concepisco pensieri di questo tipo, l’ho detto e lo ripeto – ma nel senso che la mia vita, ancora prima che io nascessi, si è sviluppata all’interno di certe condizioni, che davano luogo a certe possibilità. Non ci fossero state quelle condizioni, non ci fossero state quelle possibilità, chissà che cosa mi sarebbe successo.

D. Senta, Mozzi.

R. Mi dica.

D. Lei ha cominciato dicendo: «Per caso». E ho l’impressione che stia insistendo a voler far passare quell’idea lì.

R. No. Niente avviene «per caso». Ma molte cose che avvengono hanno una tale quantità di cause e concause, hanno bisogno di così tante condizioni e occasioni per avvenire – che tutto sommato dire «per caso» è onesto, se «per caso» si intende: che non si è capaci di riconoscere e distinguere tutte le cause, ciascuna con il proprio peso, tutte le concause, ciascuna con il proprio peso, tutte le condizioni, ciascuna con il proprio peso, tutte le occasioni, ciascuna con il proprio peso…

D. Lei ha colto le occasioni, questo mi sta dicendo.

R. Sì: quelle che, data la storia mia, della mia famiglia, eccetera, come ho già detto, potevano presentarsi. Ma sia ben chiaro: le ho colte senza avere dentro di me, o senza percepire dentro di me, né un destino né un progetto. È andata così: bene, sono contento.

D. La famiglia, Stefano Dal Bianco, la Confartigianato, Laura Pugno. Non c’è altro?

R. No, c’è tanto altro. Torno a prima, non so quanto prima, diciamo un anno due, della famosa lettera-racconto. Stefano mi aveva suggerito di leggere Marco Lodoli. Lessi Marco Lodoli. Lessi Diario di un millennio che fugge, lessi Grande raccordo. E da Grande raccordo fui folgorato.

D. Zapp!

R. I racconti di Grande raccordo mi sembrarono bellissimi e tremendi. Ma, soprattutto, raccontavano di personaggi che sembravano avere con me – soprattutto per il loro modo di stare nel mondo – un’aria di famiglia. E avevano una forma, quei racconti, una forma che io mi rappresentavo più o meno come una lenta caduta a spirale, che mi affascinava. Poi mi misi a leggere, cosa che non avevo fatta prima, altri autori più o meno di quella generazione – autori che avevano pochi anni più di me, che avevano l’età di mio fratello maggiore. Lessi Pier Vittorio Tondelli: e a colpirmi furono non tanto Altri libertini, che all’epoca parevano chissà che, quanto Pao pao e Camere separate. Leggendo Camere separate pensai – ricordo che distintamente lo pensai, cosa che non mi succede tanto spesso –: «Ma allora è possibile parlare di queste cose qui, ma allora è possibile fare letteratura con una lingua così vicina alla lingua della conversazione tra amici…».

D. Alla lingua delle sue lettere a Laura.

R. E delle lettere di Laura a me.

D. E quali erano le cose delle quali scoprì che era possibile parlare?

R. I sentimenti, per dirla all’ingrosso.

D. E per dirla più finemente?

R. I sentimenti. Poi lessi Vedi alla voce amore di David Grossman, e dalla prima delle quattro parti di quel romanzo imparai che cosa significa scrivere una storia abitando esclusivamente nel punto di vista – nel modo di percezione del mondo – di un personaggio, per di più di un personaggio il cui senso di realtà è diverso da quello dell’adulto standard (era un bambino di nove anni). E poi lessi, infine, le prime pagine dei Fratelli Tanner di Robert Walser, e vi scoprii un giovane apprendista, o commesso di libreria, nel quale mi identificai senza alcuna esitazione. Anche perché nel frattempo, dal 1989, avevo cominciato a lavorare in una libreria.

D. Per avvicinarsi al mondo del libro? O ancora una volta per caso?

R. Alla Frav l’aria era diventata irrespirabile. C’era stato un grosso scandalo, non sto a raccontarlo ora. Io ero devastato, anche per fatti miei – che non le racconto. Mi licenzia. Feci un’estate a spasso, piuttosto brutta. Trovai lavoro, come fattorino, alla Libreria internazionale Cortina. Una libreria universitaria: medicina, ingegneria, elettronica eccetera. Volevo un lavoro semplice e tranquillo. Ci stetti sette anni, fino al 1996, benissimo.

D. Io però comincio a perdermi, tra tutte queste cose. È come se lei esistesse molto poco, Mozzi, mentre tutte le cose attorno a lei esistevano molto.

R. Posso dire questo: la somma di una quantità di condizioni, tra le quali la mia sconfitta professionale (passare dall’essere addetto stampa in Frav a fare il fattorino non fu uno scherzo) e personale (della quale non sono disposto a parlare); la libertà mentale data dal nuovo lavoro; la corrispondenza con Laura; le molte letture, e soprattutto certe letture; l’influenza benefica benché non continuativa di Stefano; eccetera eccetera; fattostà che un giorno mi scappò di scrivere una lettera che era un racconto, e Laura se ne accorse.

D. E che racconto era?

R. È il primo racconto, «Lettera accompagnatoria», del mio primo libro, Questo è il giardino.

D. Ma dallo scrivere un racconto al fare un libro ce ne corre.

R. Sì. Era successo questo: Laura, lì a Londra, aveva subito un furto. Le avevano portato via la borsetta in un grande magazzino. Io mi immaginai di essere il ladro, e le scrissi una lettera di quindici pagine nella quale il ladro parlava e parlava, e spiegava perché aveva preso proprio la borsetta sua, e come l’aveva prima pedinata, e come aveva poi tagliato la corda, e che cosa aveva trovato dentro la borsetta – anche un paio di lettere mie… – e che impressione tutto questo gli aveva fatto. Alla fine veniva fuori quasi un innamoramento del ladro per la sua vittima.

D. E lei…

R. Oh, in quel momento ero probabilmente un pochino innamorato di Laura, almeno in immaginazione. Ma lei non lo era di me, almeno nella realtà, e questo tagliava la testa al toro. La lettera-racconto sublimò il tutto, e stop.

D. Ma il libro?

R. Era il febbraio del 1991. Tenga a mente la data. Nel corso dell’anno Laura cominciò a pensare che avremmo potuto farci una rivista. Una rivista per noi due. Farla circolare, e vedere che cosa succedeva. La facemmo. Si chiamò L’aimée, nome scelto da Laura. Ne confezionammo quaranta copie. Conteneva alcune poesie di Laura, in italiano e in inglese, e la mia lettera-racconto. Laura tirò fuori un repertorio di riviste letterarie comperato – anzi no: fotocopiato – non so se a Londra o negli Usa. Mandammo trentaquattro copie a trentaquattro riviste in Gran Bretagna, negli Usa, in Francia, in Germania, in Spagna: scelte, a naso, tra quelle delle quali la scheda diceva che avevano un qualche interesse per la narrativa o la poesia italiana. Quattro copie le spedimmo in Italia: una a Pier Vittorio Tondelli (spedii presso Transeuropa, sapevo del progetto Under 25), una a Marco Lodoli, una a Giuseppe Pontiggia, una a una persona che non nomino perché poi si comportò male.

D. E ce la dica…

R. No. Gli indirizzi di Lodoli e di Pontiggia li aveva – non mi chieda come – Stefano. Spedii il 13 dicembre 1991. Il giorno dopo lessi nei giornali che Tondelli era morto.

D. Che impressione le fece, la cosa?

R. Non mi ricordo. Pontiggia mi scrisse un biglietto: un complimento, breve. Ma quello arrivò qualche settimana dopo. Nel frattempo…

D. Aspetti, aspetti.

R. Mi dica.

D. Perché spedì a Tondelli e a Lodoli, ce l’ha spiegato o almeno fatto capire. Ma Pontiggia? Era stato importante per lei, Pontiggia?

R. No. Non avevo letto nulla di suo. Fu un suggerimento di Stefano, o un’idea di Laura, non so. Credo Stefano.

D. Lei mi sta dicendo, in sostanza, che di tutta la letteratura di quegli anni, lei a stento e solo per spinta altrui aveva letto solo Tondelli e Lodoli?

R. Sì. No.

D. Sì o no?

R. Sì e no. Un po’ per la vicinanza – ma non ininterrotta – di Stefano, un po’ per i fatti miei, leggevo molta poesia. Diciamo che, a tutt’oggi, nel mio studio, per ogni scaffale di prosa narrativa ce ne sono due di poesia. E – prevengo la domanda – sì, anche scribacchiavo delle poesie. Ma, al solito, non sapevo bene che cosa facevo.

D. Mi sa che lei, Mozzi, come si dice dalle sue parti, sta un po’ menando il torrone…

R. Certo. Mi tengo ben distante, in questa chiacchierata, dal cuore del discorso. Oggetti di scrittura che mi erano sostanzialmente incomprensibili – che mi sono tuttora sostanzialmente incomprensibili – esercitavano su di me – esercitano tuttora su di me – un fascino che mi è incomprensibile. Non so cosa dirle. Mi innamorai furiosamente – credo che fosse il 1984, quando ne trovai una copia alla Libreria Ginnasio di Padova, a metà prezzo – di Ciro di Pers. Parlo di innamoramento, e non d’altro, perché l’innamoramento non è un giudizio di valore – quando ci si innamora, ci si innamora di quella persona lì perché è quella persona lì, non perché abbia certe qualità o perché sia migliore di altre persone. E così ho passato non so quante ore e ore, nella mia vita dal 1984 in poi, a leggere e rileggere i sonetti e le canzoni libere – quasi dei recitativi – di questo poeta barocco: che è senza dubbio minore; che solo in un paio di componimenti, forse tre (il sonetto sui calcoli renali; quello sull’orologio a molla Mobile ordigno con dentate rote / lacera il tempo e lo divide in ore; la canzone libera Misera sorte umana / e che cosa è qua giù che non sia vana?) riesce davvero ad arrivare alla bellezza; che umanamente mi commuove, e me lo sento fratello.

D. E così, abbiamo scoperto gli altarini.

R. No, perché dovrei parlare di Machiavelli.

D. Che c’entra Machiavelli?

R. L’ho letto tutto. Principe, Discorsi, Storie, Arte della guerra, le lettere private, gli scritti diplomatici, eccetera. Tutto tranne le opere formalmente «letterarie».

D. E questo prima di cominciare a scrivere?

R. A quattordici anni.

D. E perché?

R. E che ne so. Mi affascinava.

D. E che traccia ha lasciata, questa lettura?

R. E che ne so. Guardi come scrivo. Guardi come scrivo quando provo a scrivere un ragionamento. Pensi non tanto al sillogizzare stretto del Principe, quanto all’argomentare dei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio (per leggere i quali, ovviamente, mi ero sparato prima Tito Livio – bellissimo – e poi Polibio – molto istruttivo. Se non c’era la Bur…).

D. Mozzi, mi permette un discorsetto?

R. Per carità. Faccia pure il discorsetto.

D. La mia impressione – come tentavo già di dirle prima – è che lei tenda ad autorappresentarsi come una tela bianca. Sulla quale, senza che lei precisamente e distintamente lo volesse, altri – altre persone, certi libri – hanno tracciato dei segni e pian piano composto delle figure. Una figura: la sua. Lei, come persona, sfugge continuamente. Ogni volta che potrebbe raccontare di una scelta, di una decisione consapevole, di un obiettivo deliberato e poi raggiunto o non raggiunto – lei si sottrae.

R. La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto.

D. Cosa dice?

R. Saranno dieci anni fa. Andai a trovare un’amica a Barcellona. Feci un po’ di turismo. Capitammo in una chiesetta sconsacrata nel quale c’era un’installazione. Su uno schermo campeggiava quella frase. Più tardi scoprii che era una frase di Salvador Elizondo, uno scrittore messicano del quale non so nulla a parte questo. Era morto pochi giorni prima.

D. Sì, ma il proyecto

R. Io preferisco la pàgina en blanco.

D. Così non arriverà mai a fare davvero una grande opera, però. Mi scusi, ma mi viene proprio da pensarlo.

R. Lo penso anch’io. D’altra parte, se ho un desiderio…

D. Finalmente!

R. …è quello di essere uno scrittore minore.

D. Ma perché? Perché non desiderare di più?

R. Intanto perché è meglio desiderare qualcosa di ottenibile, o meglio ancora: desiderare qualcosa che si ha, che si è già. Poi, perché gli scrittori grandi possono essere ammirati: da tanti, e magari un po’ per dovere. Invece, gli scrittori minori…

D. Possono diventare cult. Come Ciro di Pers per lei.

R. …gli scrittori minori possono essere amati. E io questo desidero.

D. Essere amato?

R. Sì. Perché, lei, no?

D. Lasciamo perdere. Eravamo rimasti alla rivistina spedita, al dicembre del 1991.

R. I redattori di alcune riviste inglesi, statunitensi, francesi, spagnole, tedesche ci risposero. Invitarono soprattutto Laura a mandare delle poesie. Magari in cambio ci mandavano le loro.

D. Ve l’aspettavate?

R. Non so mica più che cosa ci aspettassimo. Sono passati vent’anni.

D. E a lei, che cosa accadde?

R. Accadde che il 15 gennaio 1992 Lodoli mi telefonò. Mi riempì di complimenti – non le dico il mio imbarazzo, soprattutto quando disse che il mio raccono «era letteratura» – e mi disse che Elisabetta Rasy stava lavorando a un numero della rivista «Panta» dedicato a storie di crimini. Nel mio racconto c’era un furto, quindi… Poteva proporlo per la pubblicazione. Dissi di sì. La rivista usciì quasi un anno dopo, se ben ricordo, ma Lodoli parlò di me, e fece leggere la lettera-racconto, a Paolo Repetti di Theoria (editore del suo primo libro) e a Elisabetta Sgarbi di Bompiani (editore dei successivi). Sgarbi mi convocò, mi spaventò facendomi passare una giornata dentro l’orribile edificio della Rcs in via Mecenate a Milano, e mi disse: «Se mi fai un romanzo te lo compro per tot» (cinque milioni di lire, mi ricordo). Repetti mi scrisse (vado a memoria): saremmo contenti di averti tra i nostri autori. E mi disse: se hai abbastanza pagine, racconti o altro che siano, e buone, entro novembre 1992, possiamo far uscire il libro il 30 aprile 1993.

D. Un gesto generoso.

R. E coraggioso. E poi, il 30 aprile 1993 sarebbe stato il quinto anniversario della mia conoscenza con Laura. Potevo rifiutare?

D. Perché, le venne anche in mente di rifiutare?

R. Se lo faccia raccontare da Repetti, quante bizze feci. Scrivevo i racconti, man mano li mandavo in casa editrice, tutto andava bene, per carità, ma io avevo un problema: non sapevo che cosa stavo facendo. Non avevo la minima idea di che cosa significasse fare un libro. Non riuscivo a immaginarmi che cosa poteva essere, nella mia vita, un libro scritto da me e pubblicato, sparpagliato per gli scaffali delle librerie, preso in mano (forse) da sconosciuti. La cosa mi metteva in agitazione.

D. Non era, non diventò il suo sogno, il suo desiderio, pubblicare?

R. No.

D. E qual era, allora, il suo desiderio.

R. Non lo so. Potrei dire che, in sostanza, ubbidii agli incitamenti di Laura.

D. Mah. Poi il libro uscì…

R. Il libro uscì, il 30 aprile del 1993, nel momento più favorevole possibile; tra il 1993 e il 1998, più o meno, ci fu un grande interesse per i cosiddetti «giovani scrittori»; io godetti di questo interesse, fui riconosciuto da subito come uno «scrittore»; eccetera eccetera. E adesso sono passati vent’anni, ventidue.

D. E cos’è cambiato, da allora?

R. Alt. Questa è un’intervista sulla formazione di uno scrittore. Non sul suo declino.

D. Ma…

R. Abbiamo finito.

 

tratto da La formazione dello scrittore. A cura di Gabriele Dadati, da un’idea di Giulio Mozzi, Laurana

Quanta neve

in Letture

Giulio Mozzi – La mattina del giorno di Natale mi sono svegliato presto. Fuori della finestra c’era ancora buio. Sono rimasto a letto perché la mamma e il papà vogliono che nei giorni di festa, anche nelle semplici domeniche, noi rimaniamo a letto finché non vengono a chiamarci loro. Dopo un po’ che ero sveglio mi sono accorto che era sveglio anche mio fratello, perché si muoveva nel letto. Allora gli ho detto “Buon Natale”, e anche lui mi ha detto “Buon Natale”. Poi siamo rimasti in silenzio per provare a sentire se la mamma e il papà si erano svegliati e camminavano per casa o andavano in bagno o si parlavano.
Mio fratello ha provato a scendere dal letto quando abbiamo sentito il rumore che faceva la mamma con le tazze preparando il tavolo per la colazione. Ha aperto in fessura la porta e ha sentito che la mamma e il papà si parlavano sottovoce in cucina. Poi ha sentito che il papà arrivava e allora ha richiuso subito e si è ficcato sotto le coperte.
Quando il papà ha spalancato la porta e ci ha chiamati noi abbiamo fatto finta di essere ancora pieni di sonno, aprendo gli occhi appena appena e stiracchiandoci e facendo mmmm con la bocca chiusa. Quando il papà si è seduto sul mio letto e ha infilato un braccio sotto le coperte dicendo: “Ma che cosa è questo, è un bambino o un gatto che fa le fusa?”, allora io sono saltato in piedi e l’ho abbracciato gridando “Buon Natale”, e allora anche mio fratello è saltato giù dal letto e ha abbracciato il papà gridandogli “Buon Natale, Buon Natale”.
Il papà ci ha dato degli sculaccioni, ma per gioco, dicendo: “Ma guarda un po’, sembrava proprio che dormissero, questi due”; poi noi siamo corsi dalla mamma in cucina, l’abbiamo abbracciata e abbiamo dato il Buon Natale anche a lei. La mamma ci ha abbracciati, ci ha dato il Buon Natale e poi ha detto: “Andate lì a vedere sotto l’albero, che mi pare ci sia qualcosa. Però prima tornate in camera e vi mettete le ciabatte”.
Io sono corso a mettermi le ciabatte e poi sono corso in salotto a guardare sotto l’albero; ho fatto più svelto di mio fratello, anche se il suo letto è il più vicino alla porta. Sotto l’albero c’erano quattro pacchetti. Su un pacchetto c’era scritto: “La mamma per Marco”, e su un altro: “Il papà per Marco”. Gli altri due pacchetti erano per mio fratello.
Ho preso i miei due pacchetti e ho pensato subito: “Dov’è il pacchetto della nonna?” Poi mi sono ricordato che la nonna non c’è più da questa estate. Questa estate siamo andati via con la colonia, invece di andare a casa della nonna al paese, come avevamo fatto gli anni scorsi, perché la nonna stava poco bene. Un giorno la mamma è venuta a prenderci alla colonia con l’automobile e ci ha detto che la nonna non c’era più. Poi ci ha portati su fino al paese, che è in montagna. Siamo arrivati alla sera tardi, a casa della nonna c’era il papà e c’erano gli zii di Milano. La nonna non c’era e la sua stanza era chiusa. Il papà era triste. Noi siamo stati mandati a letto nella nostra stanza. La nostra stanza nella casa della nonna ha una tappezzeria con dipinte tante farfalle. Mi è sempre piaciuto guardare le farfalle ma quella sera, prima che prendessi sonno, mi facevano paura. Mi sembrava di vedere le ombre e i fantasmi. Che le farfalle volassero nella stanza, e io sentivo sul viso il piccolo vento delle loro ali. Mi ricordo che ho sognato che tornavo a casa dalla colonia con il pullman e a casa non si trovava più la mamma e nemmeno il papà mi sapeva dire dov’era. Mi sono svegliato con la paura e c’era la mamma seduta sul letto che mi diceva che non dovevo gridare e che dovevo cercare di stare tranquillo perché il papà doveva riposare.

Quando ho visto che sotto l’albero non c’era il regalo della nonna mi sono ricordato che la nonna non c’è più e che il papà non ha più la sua mamma. Io non volevo ma per questo ricordo mi sono messo a piangere, e poi mi sono accorto che la mamma e il papà e mio fratello mi guardavano e mi chiedevano che cosa c’era, ma io non volevo dire che pensiero avevo fatto per non far diventare triste il papà, così sono corso in camera e mi sono chiuso dentro. Dopo un po’ è venuta dentro la mamma e io le ho raccontato che cosa avevo pensato, e allora la mamma mi ha detto che non c’è niente di male a provare dolore per le persone che non ci sono più, e sicuramente il papà sarebbe stato contento di sapere che avevo pensato alla nonna in quel momento. Io non glielo volevo dire, perché mi era venuta paura che il papà pensasse che a me dispiaceva per la mancanza del regalo della nonna, ma la mamma mi ha detto di non fare di questi pensieri sciocchi e che avrebbe spiegato lei al papà. Mi ha detto di dire a voce alta: “Buon Natale nonna”, e che la nonna mi avrebbe sicuramente sentito da lassù nel cielo; allora io ho detto “Buon Natale, nonna” cercando di sorridere come avrei sorriso alla nonna, se lei fosse stata lì, e poi ho pianto ancora un poco.
Poi la mamma è tornata in salotto e io anche, ma un pochino dopo. Il papà e mio fratello mi aspettavano per aprire i regali; così li abbiamo aperti. La mamma mi ha regalato il Grande libro delle scoperte archeologiche che ha 453 pagine e sulla copertina c’è scritto che ci sono 1730 illustrazioni; io però non ho controllato. Il papà mi ha regalato una scatola di binari speciali per il trenino: ci sono l’incrocio a 30 e 60 gradi e quello a 45 gradi, e anche la coppia di scambi in curva. A mio fratello la mamma ha regalato un libro che si chiama Il radiolibro e il papà una collezione di provette e di sostanze per gli esperimenti chimici, perché quelle che gli avevano regalato per il compleanno sono già quasi tutte finite.
Dopo avere aperti i regali abbiamo fatto la colazione e il bagno e poi siamo andati alla messa delle undici. Mio fratello canta nel coro e forse l’anno prossimo, se passa con il coro dei grandi, lo faranno cantare nella messa di mezzanotte; così potrò andarci anch’io. Poi a casa abbiamo telefonato agli zii di Milano per fare gli auguri e poi io ho cominciato a provare gli incroci e gli scambi nuovi, mentre la mamma preparava il pranzo. Durante il pranzo la mamma ha spiegato perché mi ero nascosto nella camera dopo aver visto i regali e il papà mi ha detto “Bravo”, poi ha detto alla mamma: “Sai, anche a me ogni tanto sembra che sia ancora viva, anche sabato scorso che sono andato in centro a prendermi le scarpe, ho visto che c’era una vetrina tutta di trapunte bellissime, a riquadri di tessuti diversi, e per un momento ho pensato che avrei potuto regalarne una alla mamma, con il freddo che fa dalle sue parti”. Ho visto che la mamma con la mano destra prendeva la mano sinistra del papà, e il papà continuava a dire: “Ancora non ci credo, se n’è andata in due mesi, due mesi prima sembrava ancora una ragazzina”. Poi la mamma ha detto: “Basta, caro”; e il papà ha ricominciato a mangiare ed è stato zitto per un po’.
Nel pomeriggio io ho costruito un circuito con il trenino che passava per tutte le stanze della casa escluso il bagno. Mio fratello si è messo a leggere il Radiolibro disteso a pancia in giù sul letto, e ogni tanto andava a chiedere spiegazioni al papà, che stava a leggere il giornale e a guardare la televisione in salotto. Poi il papà si è alzato e ha esaminato il mio circuito. Io volevo far andare due convogli contemporaneamente senza che si incrociassero, e il papà mi ha aiutato manovrando gli scambi più lontani, eseguendo i miei ordini. Poi è andato dalla mamma, che stava lavorando in cucina perché mi sta accorciando un paio di calzoni che non vanno più bene a mio fratello, e le ha detto: “Ti ricordi l’anno scorso? Mentre eravamo lì è cominciato a nevicare, avevamo paura di non riuscire più a tornare indietro”. La mamma ha detto qualcosa che non ho sentito, ma ho sentito il papà che diceva: “Sì, hai ragione. Vado a fare un giro”. Poi il papà è uscito con l’automobile, salutandoci appena, e l’abbiamo sentito rientrare solo tardi, quando la mamma ci aveva già mandati a letto. Mio fratello è sceso dal letto e ha aperto la porta in fessura, così abbiamo sentito la mamma che diceva al papà: “Dove sei stato?”, e il papà che rispondeva: “Dove vuoi che sia stato. Avrei voluto portarti un po’ di neve, l’ho messa in una scatola che c’era nel bagagliaio ma si è sciolta. Adesso il bagagliaio è allagato”.

30 novembre-1 dicembre 1993

tratto da Giulio Mozzi, La felicità terrena, Laurana editore

Il realismo inquieto de “L’antagonista”

in Eventi
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È stato presentato alla Libreria Lirus di Milano il romanzo di esordio di Edoardo Zambelli, L’antagonista (Laurana Editore). Ne hanno discusso con l’autore Giulio Mozzi e Gianni Biondillo.

L’arte di fingersi autore di finzione

in Riscoperte

Giulio Mozzi The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe, Of York, Mariner: Who lived Eight and Twenty Years, all alone in an un-inhabited Island on the Coast of America, near the Mouth of the Great River of Oroonoque; Having been cast on Shore by Shipwreck, wherein all the Men perished but himself. With An Account how he was at last as strangely deliver’d by Pyrates. Con questo titolo-didascalia, redatto secondo l’uso dell’epoca, si presentò al pubblico, il 25 aprile 1719, il romanzo a tutt’oggi notissimo con il titolo opportunamente scorciato di Robinson Crusoe, e un’attribuzione d’autore diversa: Daniel Defoe. Già: perché questo romanzo che qualche manuale considera più o meno «il primo romanzo moderno» o «il primo romanzo modernamente realistico», eccetera, ovvero questo romanzo che è considerato una pietra miliare del romanzo europeo (e quindi di tutto il romanzo, dato che il romanzo è tutt’altro che una forma universale), tanto che alcuni manuali di storia del romanzo ritengono di poter bellamente ignorare ciò che fu romanzescamente scritto prima del 25 aprile 1719, o di poterlo trattare come se fosse scritto sì ma romanzescamente no (ma d’opinione contraria è Margareth Doody, che nel suo La vera storia del romanzo, in italiano per Sellerio, arriva a Defoe sì e no a metà libro – anzi, a metà librone: 780 pagine), questo romanzo, insomma, si presentò al pubblico dell’epoca non come un romanzo bensì come un libro di memorie: il cui autore, ovviamente, era il titolare della Life e delle Strange Surprizing Adventures, e cioè lo stesso Robinson. All’epoca, sia chiaro, il romanzo non godeva del prestigio del quale gode oggi: se si può dire che attualmente il romanzo è la forma regina della letteratura, all’epoca del Robinson Crusoe il prestigio andava – nell’ambito anglosassone – piuttosto al poemetto lirico-narrativo-sentimentale, alle raccolte di lettere morali, e così via (roba, in sostanza, che noi oggi ci indigneremmo di avere nella nostra biblioteca). Ma non per schivare il disonore di aver scritto un romanzo Daniel Defoe nascose il proprio nome, lasciando che tutti credessero reale il suo Robinson, e che Robinson avesse realmente scritto quel libro di memorie (due credenze che vanno ben distinte, faccio notare), bensì per accorta strategia anche commerciale ma soprattutto artistica (non che Defoe fosse insensibile al soldo: scriveva solo per quello): quella storia lì, capiva benissimo Defoe, sarebbe stata letta in un modo se fosse stata ritenuta vera, e in tutt’altro modo (e con, prevedibilmente, molto minore interesse) se fosse stata ritenuta inventata: l’unica via, dunque, era quella di farne un falso. Alla sua epoca, peraltro, i viaggi – e soprattutto quelli per mare – erano realmente avventurosi, e i naufragi all’ordine del giorno, e le isole deserte frequentissime (non come oggi, che ovunque tu vada ci trovi un Kentucky Fried Chicken o un negozio di telefonini): e, in mancanza del National Geographic Channel, che fu inventato solo molto dopo, il pubblico leggeva avidamente i resoconti di viaggi, e tanto più avidamente quanto più erano avventurosi. Il naufragio, l’isola deserta, i cannibali: questa roba, intuì Defoe, tirava moltissimo.
(Anche il sesso tirava, sotterraneamente: ma Defoe, in quanto inglese, era profondamente puritano. Di ciò che veramente accadde tra Robinson e Venerdì si poté leggere peraltro, già pochissimo tempo dopo, in certi romanzetti francesi – perché i francesi, si sa, sono sporcaccioni – l’ultimo dei quali è forse il celeberrimo La vie sexuelle de Robinson Crusoë, di Michel Gall, che apparve prima in inglese nel 1955 sotto l’astuto pseudonimo di Humphrey Richardson – il pruriginosissimo Lolita è di quello stesso anno; e il Pamela di Richardson, pressoché contemporaneo di Defoe, è il capostipite dei più larmoyant tra i romanzi d’amore –; e successivamente in una quantità di edizioni, anche illustrate a scopo didattico, nella lingua originale).

I manuali dicono che Defoe, scribacchino senza o con pochissimi scrupoli, si ispirò molto alla vita, vissuta e poi scritta e pubblicata, di tale Alexander Selkirk, pirata, che effettivamente navigò, piratò, e fu catturato e abbandonato su un’isola deserta, o quasi, dove visse qualche anno. Ne aveva parlato tale Woodes Rogers, comandante di nave, suo ricuperatore, in un libro intitolato A cruising voyage round the world: first to the South-Sea, thence to the East-Indies, and homewards by the Cape of Good Hopeworld e pubblicato nel 1712; la diffusissima rivista The Englishman gli dedicò un articolo con intervista: e, insomma, Defoe non poteva non sapere, anzi certamente sapeva e scopiazzò allegramente. Ma il romanzo, si sa, è durissimo con il mondo reale. L’isola dalle parti del Cile nella quale Selkirk soggiornò e se la cavò tutto da solo si chiama oggi, udite udite, “Robinson Crusoe”: e il più importante libro dedicato alla vita e alle strane e stupefacenti avventure di Selkirk, peraltro pubblicato solo nel 1885, s’intitola: The Life and Adventures of Alexandre Selkirk, the Real Robinson Crusoe. A narrative founded on Facts. Ma a nessuno sfugge che doversi presentare come «il vero Robinson Crusoe» è già da perdente (a nessuno verrebbe in mente di sostenere che Robinson è «il falso Selkirk»); e quanto ai cosiddetti fatti, si sa che dopo lungo travaglio sono ormai scomparsi – grazie al certosino lavoro dei media – dall’orizzonte del cittadino medio. Peraltro, curiosamente, la formula «basato su una storia vera» continua a garantire a un’opera narrativa o a un film una certa attenzione del pubblico: benché, a chi sia appena un poco smaliziato, non sfugga la larvata ossimoricità – e mendacità – della formula: se è una storia, non può essere vera. I nudi elenchi di fatti sono indigeribili al lettore moderno, che ha bisogno per affrontarli di robuste e appunto digestive iniezioni di narratività; la costruzione di una narrazione come sequenza articolata di fatti connessi tra loro da relazioni di causa ed effetto vale per il lavoro dello storiografo come per quello del narratore; e già notava Paul Veyne, nel 1970, in Comment on écrit l’histoire (Come si scrive la storia, Laterza) che storiografi e romanzieri adoperano i medesimi meccanismi narrativi (e gli storiografi si scandalizzarono; mentre i romanzieri, chissà perché, no).

Al centro di tutto c’è la pretesa di verità: che è una pretesa di chi legge prima che di chi scrive. Non so se qualche lettore si scandalizzò quando si scoprì (e non ci volle molto, dicono i manuali: ma si sa, certe cose magari si sanno nella società letteraria ma non le sa il mondo) che Robinson Crusoe esisteva solo come personaggio-autore della propria narrazione; fattostà che Defoe (che, d’altra parte, non si chiamava mica Defoe) poté permettersi non solo di pubblicare di gran carriera un secondo volume di avventure del suo Robinson (terrestri e non marinare, questa volta: pallossissime) ma anche (l’anno successivo) un volume intitolato Serious reflections during the life and surprising adventures of Robinson Crusoe: with his Vision of the angelick world, che come dice il titolo è tutto fuorché un’opera narrativa, ed ebbe una tale fortuna là per là e nei secoli successivi che nemmeno Wikipedia (la Wikipedia in inglese, dico) osa dedicargli una voce: mentre il Robinson primario, quello dell’isola, è diventato un personaggio universale come don Chisciotte, Pinocchio o Stanlio e Ollio. Come tutti i personaggi universali ha goduto di una quantità di imitazioni e riprese: dai già accennati romanzetti porno dell’epoca al Vendredi ou les Limbes du Pacifique di Michel Tournier, libro quasi filosofico del 1967. Uno dei pochi a trattare Robinson per quel che sotto certi aspetti è, e cioè un falso, è stato Georges Perec: che nel suo romanzo La vie mode d’emploi racconta tra centinaia d’altre la storia di un collezionista che viene convinto a comperare dei rarissimi libri antichi, per l’appunto falsi: «dei Quarli», si legge, come si direbbe «dei Manuzio» o «dei Bodoni». Ora, il più noto e meno sfortunato tra i romanzi imitativi del Robinson fu pubblicato nel 1727 e s’intitolava: The Hermit: or, the Unparalled Sufferings and Surprising Adventures of Mr Philip Quarll, an Englishman. Who wal lately discovered by Mr Dorrington, a British Merchant, upon an Uninhabited Island in the South Sea… where he still continued to reside and will not come away. Fin dagli inizio della sua vita di scrittore Georges Perec fu ossessionato dalla figura del falsario: e che a ispirargli il nome di un editore inesistente sia stato il nome di un personaggio inventato a imitazione di un altro personaggio inventato che imitava ai limiti del plagio un personaggio vero, be’: è cosa credibilissima, e perecchiana alquanto, benché non se n’abbia nessuna prova. Narrativamente funziona, e tanto basta.

Tutti i romanzieri inventano personaggi. Certi romanzieri s’inventano di fare dei loro personaggi gli autori del romanzo stesso. Variante: certi romanzieri s’inventano di fare dei loro personaggi gli autori del romanzo stesso, che però spacciano non per romanzo ma per testimonianza o memoria. Vedete che si tratta solo di passaggi di gradazione. Søren Kierkegaard, un filosofo che nessuno si sognerebbe di trattare da falsario, nella pubblicazione delle proprie opere si diede a un’onomaturgia sfrenata: l’Enten-Eller, altrimenti noto come Aut-Aut, suo opus magnum, è dato come l’edizione da parte di tale Victor Eremita di un pacco di carte (trovato, ovviamente, in un cassetto segreto d’uno scrittoio comperato da un antiquario) contenenti varie opere, alcune attribuite a un misterioso “A” (Victor sostiene di non averne trovato tra le stesse carte il nome) e comprendenti però anche un testo che lo stesso “A” attribuisce a un non meglio identificato Johannes; e altre attribuite a un certo giudice – o assessore – Wilhelm. Una settimana dopo la pubblicazione di Enten-Eller, a dirla tutta, Søren Kierkegaard firmò come Søren Kierkegaard, in una rivista, un articolo intitolato: «Chi è l’autore di Enten-Eller?». Per altre sue pubblicazioni usò prima e usò poi svariati altri pseudonimi: Constantin Constantius, Johannes de Silentio, Johannes Climacus, Virgilius Haufniensis, Nicolaus Notabene, Hilarius Bogbinder, William Afham, Frater Taciturnus, H. H., Anti-Climacus: e una volta, addirittura, raffinatissimamente e quasi invisibilmente, Søren Kjerkegaard (con la “j” al posto della “i”). Fernando Pessoa, del quale tutti sanno, mise al mondo i tre celebri eteronimi Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Bernardo Soares: più Alberto Caeiro, che diversamente dagli altri fu concepito come già morto – e la cui produzione, quindi, è da considerarsi completamente postuma –; ma pochi sanno che a questa banda dei quattro (capitanata ovviamente dal quinto, ovvero dall’ortonimo) sono da aggiungere, secondo gli accurati studi compiuti da Jerónimo Pizarro e Patricio Ferrari, almeno altri centotrentadue eteronimi minori. La fidanzata, Ophélia Queiroz, nell’intimità gli parlava in francese (Pessoa conosceva benissimo l’inglese) e lo chiamava Ferdinand Personne, id est Ferdinando Nessuno, o Ferdinando Ulisse. Quando Walter Scott, ormai giunto alla notorietà grazie a una vasta produzione di poemetti lirico-narrativi (alla quale affiancava traduzioni dal tedesco: a es. il Götz von Berlichingen di Goethe), decise di tentare la via del romanzo, non osò (il romanzo, lo ricordiamo, non godeva ancora del prestigio che oggi ha) firmare col proprio onorato nome. Il libro oggi noto come Waverley, primo della cosiddetta trilogia scozzese, uscì anonimo; i due successivi come «del medesimo autore di Waverley». Ivanhoe, ambientato invece in Inghilterra, fu firmato da un immaginario Paul Laurence Templeton. I successivi si distribuirono tra Cuthbert Clutterbuck detto anche “il Capitano”, Chrystal Croftangry, Jedediah Cleishbotham, Malachi Malagrowther, Peter Pattieson, e il reverendo Dryasdust. Mai, finché Walter Scott fu vivo, Walter Scott. I suoi eteronomi, per di più, erano piuttosto garruli: si scrivevano l’un l’altro le prefazioni – non sempre del tutto laudative –, si mandavano lettere, si intervistavano. E accenniamo solo a Nicolas Bourbaki, che visse all’incirca dal 1935 al 1983 e fu un notevolissimo matematico, sostenuto nelle sue ricerche da un’associazione di matematici di altissimo profilo che si chiamava per l’appunto Association des collaborateurs de Nicolas Bourbaki: solo che Nicolas Bourbaki, benché avesse tutti questi collaboratori, non aveva né carne né ossa: era in grado di dimostrare un teorema ma non di mangiare una bistecca, o firmare un assegno, o testimoniare in giudizio, o di gridare stizzito: «Lei non sa chi sono io!».

E potrei continuare con l’elenco. Ma a chi può interessare tutto questo? A chi può interessare una così corsiva rassegna, dalla quale risulta – ad abundantiam, nonostante la corsitivà – che una pratica a prima vista bizzarra come quella dell’invenzione non solo di un personaggio, non solo di un personaggio-narratore, non solo di un autore, ma addirittura di una folla di autori, è in realtà ben radicata nella tradizione narrativa europea? E chi non sa, ormai, in questi tempi di post-postmodernità, di identità liquide, di liquidazioni dell’io e di lazzarificazione dell’autore, che chiedere a un narratore di dire la verità significa nient’altro che invitarlo alle nozze con l’Invenzione?

Domande retoriche, lo so. Tant’è che oggi a nessuno – a nessuno, dico, che abbia a cuore la letteratura – importa chi sia, all’anagrafe, Elena Ferrante. Non sono più i tempi di quello che all’anagrafe voleva fare la concorrenza, di quel tale Honoré de Balzac (il cui vero nome non era Honoré de Balzac: ma qui finiamo).

Il grande inganno

in Narrazioni
giulio mozzi

Giulio Mozzi – La mia vita di compratore di libri è cominciata a quattordici anni circa (sono del 1960), in un negozio di libri a metà prezzo. Avevo i pochi soldi che mi davano i miei (benestanti, ma rigorosi) e li spendevo tutti lì. Più che altro, il titolare lasciava che rovistassi per ore. Comperai e lessi parecchie cose improbabili, comperai e lessi parecchi classici (che non cercavo sistematicamente: prendevo quel che c’era, ed ebbi quindi tutti i russi ma quasi nessun britannico), comperai e lessi alcuni libri determinanti per il funzionamento del mio immaginario (tra tutti: Teoria della comunicazione e struttura urbana, di Richard L. Meier, Il Saggiatore 1969). Insomma: cominciai a costruirmi quella cultura disordinata e casuale (potevo fare l’università; per vanità la evitai), ma alla fin fine concentrata su pochi, pochissimi temi (la città, la retorica, la vita eterna: e poco altro), che è la mia fortuna e la mia dannazione.

Oggi faccio un lavoro poco frequente: sono ritenuto, in sostanza, una persona capace di scovare autori letterari nuovi; nonché di educarli, insegnar loro un mestiere (come se fosse un mestiere, fare l’autore letterario – nuovo o no), accompagnarli nei primi passi dentro la terribilissima Repubblica delle Lettere. C’è dunque un editore che paga perché gli scovi autori nuovi, ci sono delle persone che pagano perché io insegni loro a scrivere e raccontare, ci sono degli organizzatori di convegni che mi convocano perché dall’alto della mia esperienza dica cose interessanti (ma in non più di dieci minuti, per carità) su temi come “lo scouting letterario nel web” o “i romanzi d’esordio tra autobiografia, autofiction, e fuga dalla realtà” o “i destini dell’editoria nella fase transitiva tra libro materiale e libro immateriale: realtà e prospettive in una visione culturale globalizzata”.

Dietro a tutto questo c’è un inganno. Ma lo dico solo a voi.

Uno che di mestiere vada in giro per campagne e città alla ricerca di autori nuovi dovrebbe, di routine, leggere almeno a campione, per estratti, a tratti e sprazzi, gli autori nuovi che vengono nel suo tempo pubblicati. Banalmente: come faccio a sapere se questo autore qui, che ho trovato e che mi sembra interessante e bello, è oltre che interessante e bello anche nuovo? Posso saperlo solo se, come si usa dire, mi tengo aggiornato.

Ebbene: io non m’aggiorno. Della narrativa che viene in grandi quantità pubblicata, perfino in questi tempi di crisi, non me ne importa nulla. Nemmeno dei libri degli amici – perché, a forza di vivere nella Repubblica delle Lettere, mi ci sono pure fatto degli amici – m’importa gran che. Qualcosa, per carità, leggo; di qualche amico, che mi pare abbia un senso della realtà più acuto di altri, leggo più o meno tutto ciò che pubblica: ma, ecco, non subito; non appena il libro è pubblicato; lascio passare qualche mese, magari – se riesco – qualche anno; e non per la tirchieria di aspettare l’edizione economica, visto che spesso i libri degli amici li ricevo in omaggio; ma, così, perché il fatto che un libro sia nuovo mi turba e mi disturba un po’.

Peraltro, in linea di massima, ormai non sono più un lettore di narrativa pubblicata. Aggiungo: la narrativa pubblicata ormai mi infastidisce. Questi libri che sono ormai scritti, ai quali non si può cambiare più nulla: che barba! Preferisco leggere la narrativa inedita, le opere di chi speranzosamente mi spedisce il romanzo che ha scritto e covato per anni: nove volte su dieci è roba irrimediabilmente brutta, ma una volta su dieci è brutta rimediabilmente, una volta su cento vale davvero la pena di mettere in atto dei rimedi, una volta su mille è bella con rimediabilissimi difettucci. E preferisco seguire la scrittura delle opere dei miei allievi (perché, ahimè, ho degli allievi): testi che si formano sotto i miei occhi, che avanzano, tornano indietro, si modificano, si trasformano, cambiano natura, vengono disfatti e rifatti, vengono gettati via e ricuperati: questa sì che è vita! Questa sì che è avventura!

Ieri ho messo il naso in una libreria di libri usati. Ho frugato nei cestoni. Mi sono messo in borsa un’edizione cartonata (non so se è la prima: non me ne importa: due euro) de Gli asparagi e l’immortalità dell’anima di Achille Campanile, il Letterati e lettori nel Settecento veneziano che è l’opera più citata di Cesare De Michelis (che è al momento un mio datore di lavoro, e quindi sono moderatamente curioso di lui: altri due euro). Il Campanile lo regalerò, poiché si trova sempre l’occasione di regalare un Campanile: e io comunque l’ho già letto, e probabilmente l’ho anche in casa, da qualche parte.

Non mi metterò qui a teorizzare (ma lo farò altrove, magari e prima o poi) l’opportunità o addirittura la necessità, per chi professionalmente cerchi opere letterarie nuove da pubblicare, di astenersi dalla lettura di ciò che viene pubblicato. A volte, a chi scopre la mia ignoranza in fatto di narrativa d’oggi, dico: con tutta la robaccia inedita e destinata a restar tale che mi tocca leggere, capirai, ho bisogno poi ristorare la mente leggendo opere sicure, rileggendo per l’ennesima volta i Karamazov o L’educazione sentimentale o I promessi sposi. Può darsi che sia anche una ragione vera: comunque è una ragione socialmente accettabile, e tanto mi basta.

Quando entro in una libreria di libri usati – una di quelle vere, non una libreria di libri a due euro come quella dove ho messo in naso ieri – mi sembra di entrare in un cimitero. I libri esposti, per tacer di quelli conservati in magazzino e nelle casse, sono quasi tutti morti. Aspettano un lettore curioso, un accademico in vena, un ragazzino sprovveduto che si fa imbambolare dai titoli, qualcuno di loro aspetta proprio me. Ma sono quasi tutti dei Lazzari destinati a non risorgere. E il pensiero mi va alle librerie di libri usati che verranno nel futuro, e che dovranno accogliere i miserabili resti della sterminata produzione attuale.

Quando ci trovo un libro mio, un libro che ho scritto io, in quei colombari, mi commuovo. Perché so di essere mortale, so che la mia opera letteraria è mortale, e mi commuove quel supplemento di vita – in attesa di non si sa quale improbabile lettore curioso o accademico in vena o, meglio, ragazzino sprovveduto – che la libreria dell’usato dona loro.

Che m’importa dell’attualità? Solo l’eternità, benché difficilissima, ha un senso.

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