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Giorno della memoria

Il sorriso oscuro e felice di Liz Taylor

in Narrazioni

Il 20 gennaio del 1942 durante la conferenza di Wansee fu decisa la soluzione finale. L’ordine fu impartito dai gerarchi nazisti: gli ebrei dovevano essere annientati. Il Parlamento italiano con la legge 211 del 20 luglio 2000 ha istituito il giorno della memoria: la data scelta è il 27 gennaio. Per ricordare i sei milioni di ebrei che furono trucidati dietro il folle progetto di Adolf Hitler.

Leggiamo nel primo articolo della legge 211/2000: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria“ al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Più importante la conclusione dell’articolo 2 che sottolinea l’importanza della testimonianza al fine di “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, affinché simili eventi non possano mai più accadere”.
Non si deve dimenticare “quello che è stato”. Con questa espressione il poeta rumeno Paul Celan, sopravvissuto anche lui al campo di sterminio si riferiva alla Shoah.

Ancora più duro è il critico letterario George Steiner che dice che si dovrebbe bandire la parola Olocausto, d’uso corrente per la soluzione finale, perché Olocausto è “parola nobile che indica sacrificio”. Non c’è nobiltà e non c’è sacrificio nella lucida follia dei nazisti.
Paul Celan non sopravvisse al fardello del ricordo, nel 1970 si gettò nella Senna, a Parigi. Si diede la morte per acqua per dar pace ai fantasmi che lo portarono nelle spire di una cieca depressione. Anche Primo Levi nel 1987 decise di morire gettandosi nella tromba per le scale. E l’elenco di sopravissuti che scelsero il suicidio potrebbe continuare. La spiegazione è lampante: non si può continuare a vivere dopo aver visto l’abisso della malignità umana.

Si sono tentati vari approcci per cercare di rendere testimonianza dell’evento disumanizzante che ha lacerato il tempo e l’inviolabilità dell’uomo. Tra questi, quello del regista Jean-Luc Godard e dei suoi documentari Histoire(s) du cinéma è particolarmente significativo.

Godard s’è confrontato con l’esigenza di ripensare interamente, dopo Auschwitz, il nostro rapporto anche con l’immagine; l’ha fatto sottolineando come tutte le immagini, ormai, non ci «parlano» che di questo. Tutto, in un tipo di montaggio che fa turbinare i documenti, le citazioni, gli estratti di film verso una distesa mai coperta: montaggio centrifugo, elogio della velocità, parla di Auschwitz: nella composita architettura fatta di parole che si sovrappongono, di spezzoni, di commenti fuori campo e di musica, emerge un brandello di Storia che è spiazzante e fortemente significativo.

È la scena in cui i volti dei deportati sfumano nel sorriso di Liz Taylor, l’attrice è bella per sempre nella spiaggia di “Un posto al sole” (A Place in the Sun), non c’è nessuno stravolgimento o finzione, Godard ha semplicemente mostrato nel montaggio quello che è veramente accaduto. Lo spiega lui stesso in un’intervista:

C’è una cosa che mi ha sempre molto toccato in un cineasta che amo così così, George Stevens. In Un posto al sole trovavo un sentimento di profonda felicità che ho ritrovato solo in piccola parte in altri film, anche molto più belli. Un sentimento di felicità laico, semplice, in Elizabeth Taylor, in un certo momento. E quando ho saputo che Stevens aveva filmato i campi e che in quell’occasione la Kodak gli aveva affidato i primi rulli in 16 mm a colori, non ho saputo spiegarmi altrimenti il fatto che abbia potuto fare in seguito quel primo piano di Elizabeth Taylor che irradiava una specie di felicità oscura.

Lo sterminio si è conficcato nel tempo e nella vita che ha ripreso i suoi cicli, fatti anche di sorrisi hollywoodiani e, pure che una buona metà di quella pellicola era “rigata a morte”, ciò non ha impedito a Stevens di usarla per eternizzare quel sorriso oscuramente felice.

Antonino Pintacuda

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