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Giorgio Manganelli

Pinocchio secondo Manganelli

in Riscoperte

«Chi apre il bellissimo libro di Manganelli dedicato a Pinocchio, ha da principio una strana impressione. Questo libro parla del burattino più famoso del mondo: di Geppetto, Lucignolo, la Fata dai capelli turchini, la Volpe e il Gatto, il Grillo parlante, il Colombo e il Pescecane; eppure ci sembra di leggere un rabbino commentatore della Scrittura, o di un dotto cristiano che chiosa il Prologo del Vangelo di Giovanni e insegue tutti i sensi, letterali e allegorici, del testo sacro. Sebbene commenti un libro veloce e guizzante come Pinocchio, l’esegesi di Manganelli ha un fervore devoto. La sua attenzione insegue il minimo particolare, scruta, paragona, scava, mette in rapporto. Dapprima Manganelli soggiorna sulla superficie del testo. Sfoglia per ore una parola, legge un bianco, sogna sopra ogni lettera, trasforma ciascuna di esse in un’ iniziale miniata, fantastica sopra un punto e virgola, resta esterrefatto a considerare una virgola, fissa affascinato lo smisurato spazio vuoto che divide una parola da un’altra». Pietro Citati

Manganelli ha dedicato un libro parallelo al capolavoro di Collodi con l’ardore di un esegeta che si accosti a un testo-mondo che gli altri hanno sempre scambiato per un semplice libro per bambini.
Libro che spalanca universi di senso e di significato, quello di Collodi, sentieri che si intrecciano nel bosco delle geometrie possibili in cui la Fata, Geppetto, l’Omino di Burro sono archetipi di un libro “cubico” e “altamente indiziario”, “un libro di tracce, orme, indovinelli, burle, fughe, che ad ogni parola colloca un capolinea”.

In un passo del capitolo XXIX, Manganelli annota che “ogni qual volta Pinocchio diventa «ubbidiente», studia e si fa onore, non accade più nulla. La stessa assenza di eventi si era avuta quando Pinocchio, dopo aver nuovamente incontrato la Fata, aveva finalmente cominciato ad andare a scuola. Dunque, l’ubbidienza, la saggezza di Pinocchio sono incompatibili con la sua storia, le sue avventure. In termini letterari, la storia è sempre «storia di una disubbidienza»; presuppone un errore, una diserzione dalla norma, una condizione patologica. Quanto più si estende, sottraendosi alla saggezza del vocabolario, tanto più il linguaggio assume come proprie le dimensioni della malattia. Non v’è piaga, angoscia, inesistenza, nulla patito nell’essere che non si faccia parola; per sfiorare i significati sempre più periferici occorre viaggiare, percorrere spazi, pellegrinare, fuggire; occorre perdersi, smarrire il nome, dissociarsi dalla socievolezza. Ogni qual volta le parole, coagulate in racconto, si fermano, il racconto da raccontare è andato oltre, e occorre inseguirlo, e trovarlo sempre nel momento in cui è in movimento, in fuga, così dissolto da non sembrare che possa essere né pronunciato né letto“.

Ad esempio della Fata Turchina si sottolinea la sua impalpabilità, è sempre incompleta, pronta a traghettare Pinocchio verso quella morte necessaria per la sua metamorfosi finale: “L’apparizione effimera e centrale della Fata ci induce a chiedere che mai sia, costei, in quell’isola in cui ha riparato; dovunque sia, in questo libro senza Re, essa è la Regina, la Regina solitaria ed infeconda, la Signora degli animali, la vecchina, la donnina stanca sotto il peso delle brocche, la padrona della Lumaca, la Bambina morta; ma, anche, la metafisica adescatrice di un fratellino, un figlio. Ogni volta che si approssima all’umano, essa è «quasi» qualcosa: quasi una sorellina, quasi una mamma. Ma quello che regge e nasconde nelle sue mani mai descritte è la morte, il Transito per sé e per gli altri. Come Regina è metamorfica ed occulta. Si nasconde, si trasforma, si umilia. Appare e scompare, lunghi iati dividono i segmenti della sua esistenza”.

Perché “Pinocchio ha scelto di morire: ha chiamato a sé gli «assassini», tutte le forme del fuoco e dell’acqua, l’Omino di burro, i febbroni, i fulmini delle sue «nottatacce», il Serpente, il pescatore verde. Egli ha usato tutta la sua leggenda, tutto il suo destino per uccidersi: e con il suo suicidio tutti i mostri che esistevano come destino di Pinocchio scompaiono per sempre. Nessuno poteva uccidere Pinocchio, se non Pinocchio; nessuno se non lui poteva far morire quel suo legno «durissimo». Ma vi è del mistero in questa morte. Il burattino di legno ha scelto la morte perché potesse cominciare a vivere il Pinocchio – se così si chiamerà – di carne; ma non si è trasformato. Morto, è rimasto come salma «appoggiato ad una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo». Pinocchio guarda quel burattino misterioso, il «burattino meraviglioso» e «buffo». Nella casa del nuovo Pinocchio resta quella reliquia morta e prodigiosa, il nuovo e vivo dovrà coabitare col vecchio e morto. Quel metro di legno continuerà a sfidarlo”.

Manganelli, scrittore, traduttore, giornalista, critico fa parte del patrimonio letterario italiano, ed è autore da scoprire e riscoprire in questo stupefacente libro.

Mangialibri

 

Alcuni link su Manganelli:
Nadia Terranova, Giorgio Manganelli: lettore in fuga, IL
Rai Storia, Muore lo scrittore Giorgio Manganelli
Ad Urbino sino al 30 giugno la mostra Manganelli Finxit. Arte come menzogna
Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Adelphi

Le interviste impossibili

in Narrazioni/Riscoperte

Alessandro Buttitta – C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui la Rai produceva prodotti di altissima qualità, intervistava con levità Tutankhamon e Gustave Flaubert, portava nel suo raggio d’azione scrittori del calibro di Italo Calvino e Leonardo Sciascia, funamboli della parola della foggia di Giorgio Manganelli e Alberto Arbasino. Era il tempo de Le interviste impossibili, di anni di grazia che vanno dal 1974 al 1975, di sperimentazione che, autentica, usciva dagli steccati autoreferenziali del post-moderno.

L’industria culturale italiana, che aveva in Viale Mazzini il suo centro nevralgico, nobilitava la sua missione di servizio pubblico con opere di indubbio valore, non avendo alcun timore di alzare l’asticella della qualità. D’altronde, se in quelle stagioni alla radio si cimentavano gli autori suddetti con l’ironica riverenza che si deve ai fantasmi di un passato glorioso ma non meno misero del presente, in televisione si programmava e realizzava la visionaria riduzione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto con la regia di un maestro del teatro qual è stato Luca Ronconi.

Le interviste impossibili rappresentano un divertissement letterario che, tra le sue maglie, nasconde autentici tesori. Sono “un gioco suggestivo per gli ozi dei pomeriggi estivi”, stando alla presentazione uscita nel luglio del 1974 su Radio Corriere Tv, ma ridurre a questa definizione la loro portata sarebbe delittuoso. Non c’è solamente una splendida sperimentazione, una riuscitissima contaminazione di generi. Si scoprono gusti, sfumature, dettagli di autori che altrimenti sarebbero andati persi. Indicativa, a tal proposito, è la scelta degli intervistati da parte degli intervistatori. Basti pensare a Italo Calvino che spiazza tutti ascoltando quanto ha da dire e grugnire l’uomo di Neanderthal o al fin troppo dimenticato Nelo Risi, poeta e fratello del più famoso Dino, capace di far dire alla moglie di Tolstoj, con parole mai banali, quanto sia stato difficile amare l’artefice di Anna Karenina e Guerra e pace.

Le interviste impossibili, nate da un’idea di Licia Motta e Sandro D’Amico, all’epoca curatori dei Servizi Prosa in casa Rai, hanno avuto un incredibile successo di critica. Da una parte c’erano gli scrittori che si mettevano in gioco lasciando il perimetro sicuro della pagina scritta per sfidare se stessi e le proprie parole in radio, campo minato di emozioni e sensazioni dove la voce è protagonista. Dall’altra parte c’era il pubblico che aspettava con ansia le disparate e disperate dichiarazioni di Edmondo De Amicis e Charles Dickens, ascoltati da un Giorgio Manganelli in piena fase creativa, o le rimostranze protofemministe della Beatrice dantesca al microfono di Umberto Eco.

Dialoghi brillanti, pieni di stoccate in punta di fioretto e di confessioni al fulmicotone, contraddistinguono le 82 interviste che impreziosiscono le Teche Rai. Riascoltarle – sul sito di Radio3, cercando bene, è possibile – è una continua riscoperta. In questi tempi, dominati dallo sterile chiacchiericcio, rivolgere l’orecchio al passato è sempre cosa buona e giusta. Le interviste impossibili, che hanno adattato ai canoni contemporanei la lezione delle Operette morali di Giacomo Leopardi, sono un unicum della letteratura italiana. Apprezzare il loro contributo nel dibattito culturale del tempo, con considerazioni e sguardi ancora oggi molto attuali, è un modo per omaggiare la qualità di cui si è fatta portavoce una Rai che, al tempo, credeva ciecamente nella leggera forza delle parole.

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