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GIanfranco Franchi

Genius Loci, un racconto di Gianfranco Franchi

in Narrazioni

Alla scoperta e riscoperta di voci nuove della letteratura italiana, inauguriamo questo nuovo spazio sulla nostra rivista con un racconto di Gianfranco Franchi, “let­te­rato romano di san­gue istriano, austro-trie­stino e tiburtino”.
Scrittore e fondatore di riviste, ideatore del mai dimenticato Lankelot, ha recentemente riordinato le sue mirabili schede di lettura nel suo sito Porto Franco
.
Ha pubblicato opere di narrativa, saggi, opere ibride.

GENIUS LOCI

Nascondere bene qualcosa è facile, penso: nascondere è un’arte. Tutti devono poter vedere quel che stai per far sparire, e forse, proprio per questo, nessuno finisce per accorgersene. Il miglior nascondiglio è quello più prevedibile.

La strada in cui abito da più di trent’anni nasconde un segreto. Forse non è il solo, ma io credo sia il più grande di tutti. Nei retrobottega di certi negozi – soltanto di alcuni, non di tutti – si nasconde uno strapiombo gigantesco. Almeno sei-sette metri di buio. Qualche negoziante, a dispetto delle nulle concessioni del Comune, ha costruito delle sinistre scalette a chiocciola, o dei freddi gradoni di cemento, per guadagnare un po’ di spazio in quel vuoto; c’è chi, appena due metri più in basso del suo negozio, s’è creato un piccolo ufficio segreto, con tanto di climatizzatore, e chi ha preferito farne un magazzino. Ogni tanto, in questi anni, quando m’è sembrato di aver guadagnato la fiducia di uno di questi commercianti di via Fonteiana, sono riuscito a farmi mostrare il retro del negozio. Più grande era la fiducia, più grande era quel che potevo vedere del buio nascosto dentro il negozio.
Mai nessuno è stato più gentile del mio amico Claudio, il meccanico factotum. Qualche giorno fa, sono andato a riprendere la mia Lancia, post tagliando. Avevo sempre pensato che la sua officina fosse parte sulla strada, parte nel box del suo negozio. Per trent’anni, da quando ero piccolissimo, passando di fronte all’officina non ho mai visto Claudio o il vecchio proprietario o uno dei loro aiutanti in una postazione diversa dalla superficie. Ma pochi giorni fa, tutto a un tratto, Claudio mi ha detto che doveva andare a prendere una cosa ed è sparito – letteralmente – dietro l’officina. Ho pensato: sarà stato un modo gentile di avvertirmi che doveva andare in bagno. Ovviamente sono rimasto ad aspettare. Ma lui mi chiamava, mi diceva “vieni di qua”, e io pensavo “di qua dove?”, e così, cauto, sono andato verso il fondo del negozio. A un tratto, proprio come in una vecchia attrazione del Luna Park, s’è aperta una scalinata ai miei piedi. Sono sceso per le scale, lento come un cacciatore primitivo in esplorazione in un ambiente nuovo, e dopo una manciata di gradini ho scoperto l’ufficio segreto, in una nicchia. Il tetto era bassissimo. Era necessario piegarsi. Non sono altissimo, questa cosa mi ha stupito molto. Mi sono seduto.

“Ti giuro che non mi ero mai accorto che l’officina avesse un retro scavato nel terreno…”
“Un sacco di negozi, qua a Roma, ce l’hanno…”
“Non sempre, dai. Non mi pare proprio…”
“Non c’hai mai fatto caso. È che il Comune dice che questi metri sono inagibili…”
“Perché?”
“Non lo so. Se vai al bar, qui di fronte, fa impressione. Loro hanno messo i bagni, a questa altezza. Ma sotto ci saranno altri dieci metri di vuoto”.
“Pazzesco”.
“Allora, ti preparo la fattura…”

Ho commesso il più classico errore di un cittadino di fronte a un meccanico: non ho fatto caso a quel che scriveva nella fattura. Mi guardavo in giro, ero altrove. Questo posto era fantastico.

“Ma scusa, più in basso qui da te, cosa c’è?”
“Niente…”
“Come niente? I gradini continuano, di là…”
“Ah sì. Ma boh, c’ho messo qualche giacca, qualche tuta, i pezzi di ricambio, cose del genere”.
“Posso scendere a guardare?”

Claudio si ferma, poggia la penna. Mi fissa. Pensa. Poi mi sorride.
“Sì, vai. Ma scendi piano. È buio”.
Filtrava un po’ di luce, dall’alto. E un po’ ne arrivava dal suo ufficio. Buio pesto non era. Sono sceso, pensando alla famosa discesa di Giordano Bruno, e cercando di capire cosa significasse che mi stesse venendo in mente la basilica di San Clemente, e i suoi sotterranei. Sono sceso per molti metri, mi sembrava non si finisse mai. La luce era davvero fioca. Eravamo almeno dodici metri sotto il livello della strada. Sentivo un odore strano. Ho camminato, mentre Claudio mi diceva “Tutto bene?” e io “Sì sì, tranquillo…” su questo strano pavimento, tutto di pietruzze e di sabbiolina (cos’era?), e ho inciampato su una torcia. Una gran bella torcia.

“Cla’, che la posso accenne?”
“Vai, Guido, vai…”

Ho acceso la torcia e l’ho puntata di qua e di là. Stracci. Oggetti. Una scatola degli attrezzi. Una scopa in condizioni inaccettabili. Un casco. Un martello da vigile del fuoco, molto grande. E… in un angolo, in basso… lucciole. No, impossibile. Lucette, forse di microlampadine. Manco quelle. No. Mi sono chinato. Ho puntato per bene la torcia su quell’angolo. C’era una fessura, sul muro. Quella lucina fievola veniva al di là della fessura. Forse Claudio non lo sapeva.

“Ma qua sotto cosa c’è?”
“Ci stanno i garage del palazzo a fianco”.

Mente locale. Possibile? Possibile. Però sono curioso lo stesso. Mi viene l’impulso di scavare. Lo vinco a fatica. Non posso fare danni davanti a lui.

“Dai, sali. Ho finito”.
Mi arrampico per le scale, con un passo decisamente più veloce. Entro nell’ufficio col tetto basso. Mi siedo di fronte alla scrivania.
“T’ho trattato benissimo…”
“Dimmi, quanto ti devo?”
Mi gira il foglio di fronte. Vedo un sacco di numeri impilati, e poi un “meno cinquanta sconto amico”, e un totale molto tondo. Intanto lui mi spiega.
“Olio, acqua, ‘na controllata alle gomme, frizione, freni, e poi revisione airbag e tutto quanto, bollino blu eccetera, chiudiamo a 630 euro”
“Come 630 euro? E io ‘ndo cazzo li trovo i soldi?”
“Ao’, questo costa”.
“Ma scherzi?”
“No, a Gui’. C’avevi una cosa sulla frizione che meno male che me ne sono accorto. Domani puoi farti pure un viaggio di mille chilometri…”
“Madonna. No senti, ti pago in due mesi…”
“Non si può”.
“Io ho con me cinquecento euro. Bastano? Devono basta’…”
“Non lo so…”
“A Cla’, a me ancora me devono paga’ febbraio, stamo a maggio. Fatte due conti. Senti. Io pago cinquecento, me fai lo sconto, ce devi sta’. E poi me fai pure un favore”.
“Favore?”
“Certo. Stanotte mi lasci il negozio”.
“Ma che sei matto? E perché?”
“Perché sto con una e voglio portarla qua sotto”.
“Ah. E a casa tua no?”
“No. Oggi cambiamo ambientazione. Le racconto tutto quel che so sui sotterranei di Roma. E chissà che non ci venga in mente qualcosa di divertente, così…”
“Sei matto. Ma sai che tte dico? Sticazzi. Damme cinquecento euro, e stasera passa a un quarto alle otto, ti lascio le chiavi, ti restituisco la macchina e ti dico come si fa ad aprire la serranda. Chiaro che tu non lo dici a nessuno…”
“Chiaro. Ma della serranda, dici?”.
“Ma no. Del retro, e di quello che c’hai visto”
“Ah. Ho capito, sì. A voja. Tranquillo”.

E così, dopo essermi dissanguato – un tagliando da un milione di vecchie lire è sempre un’esperienza dolorosa, soprattutto quando è del tutto immotivata come ogni meccanico sa – chiamai la mia ragazza e le preannunciai che quella notte l’avrei portata in un posto nuovo. “C’è tanta gente?”, mi domandò. “Scherzi? È un posto nuovissimo. Nessuno sa che cosa sia…”. Già, forse nemmeno io.

Consegnate le chiavi, ripresa la macchina e recuperata la mia ragazza sotto casa sua, giocai a fare il misterioso per un po’.
“Ma da che parte andiamo?”
“Verso casa mia…”
“E cosa c’è?”
“Casa mia, no?”
“E tutto ‘sto casino per portarmi a casa tua? Ci venivo uguale, no?”
“Ma magari a casa ti aspetta una sorpresa, che ne sai…”
“Mi hai comprato i fiori?”
“No”.
“Mi hai comprato le scarpe carine che vendono al negozio dietro casa tua?”
“No”.
“E dai, dammi un indizio”.
“Le cose più incredibili, nel mio quartiere, sono nascoste dove meno te lo aspetti”.
“Tipo?”
“Tipo sotto casa mia”.
“Non capisco”.

E continuai a guidare verso via Fonteiana. Monteverde è un quartiere nato ai piedi dell’antico ottavo colle di Roma, il Gianicolo. La nostra non era Roma, e Roma non è stata per molti secoli. Era una parte del territorio etrusco, una frontiera del territorio latino. Disabitata o quasi, ospitava, nell’antichità, un tempietto consacrato al figlio di Giano, Fonto. La mia strada si chiama “Fonteiana” per questa ragione: significa “Fonto, figlio di Giano”. C’erano boschi sacri, campi e qualche culto mai del tutto compreso dagli storici, come quello della dea Furrina. In termini chiari per tutti i contemporanei, eravamo qualcosa di diverso dalle periferie e dalle borgate: semplicemente, eravamo un’altra terra. Di quel tempo è rimasta una basilica del IV secolo dopo Cristo, San Pancrazio, che si diceva sorgesse a fianco di stupende terme, oggi leggendarie. Quando Garibaldi e gli altri eroi del Risorgimento combattevano da queste parti, tutto somigliava molto al quadro dell’antica Roma, di due millenni fa. C’era quella basilica, c’era qualche locanda, tanti parchi, tanti campi, un ottimo vinello bianco oggi sparito. Conquistare il Gianicolo significava conquistare una postazione strategica per poter scendere verso Trastevere, quella sì antica periferia romana, e quindi per entrare in città; oppure, per dominare dall’alto il Vaticano, per potersene fare beffe. Qualcosa del genere. In quegli anni, scendendo in città, dalle parti del fiume, si potevano incontrare ancora i resti del vecchio ponte di legno, Ponte Sublicio, che univa Roma all’Etruria.

Oggi è diverso, Monteverde Vecchio è un quartiere borghese, che ha mantenuto una dimensione paesana – da grande paesone – classica del Novecento, del secolo in cui è stato veramente e densamente popolato, passando in qualche decennio da periferia non estranea al degrado (Donna Olimpia, come Pasolini insegna) a periferia snob, diciamo “quasi centro”. Eppure io respiro e sento – come fossi una bestia, e non un essere umano – qualcosa di diverso, da queste parti. Sento l’antica anima del quartiere che lotta per rivendicare la sua essenza, il suo spirito di terra “altra da Roma”. E spesso ne parlo, alla mia ragazza e ai miei compaesani, chiamiamoli così, per risvegliare in loro un orgoglio che non deve assopirsi, e un’identità che non si deve impolverare.

Arrivammo in via Fonteiana, costeggiando via Vitellia e la basilica di San Pancrazio; parcheggiai nel mio garage e ci avviammo verso casa. Ma non entrammo, ovviamente. “Dobbiamo andare avanti ancora per duecento metri, amore mio” – spiegai. E avanzammo, sino alla serranda dell’officina del mio amico Claudio. Mi guardai intorno per sincerarmi che non ci fosse nessuno. Forse qualcuno mi stava guardando da una delle mille stanze dove a via Fonteiana si dorme; non aveva importanza, in fin dei conti. Entrammo, abbassai la serranda, accesi la luce e abbracciai la mia ragazza.

“Cosa vuoi fare? Perché mi hai portato qui?”
Sorrideva.
“Ho comprato l’officina. Lascio le patrie lettere. Divento meccanico”.
“Cosa?”
“Scherzo”.
“Ma perché siamo qui?”
“Perché devo mostrarti una cosa…”
“…”
“…”
“… e c’era bisogno di portarmi fin qui?”
“Stupida”.

Aggrottai la fronte, e – circospetto – dopo aver preso per mano la mia compagna, mi avviai fino al fondo del negozio.
“Ma non c’è niente, dove vai?”
“Vedrai…”

Quando arrivammo all’altezza delle scale, e lei guardò in basso, rimase stupita. Non si vedeva niente, oltre un certo livello. Soltanto gradoni che scendevano sottoterra. Tirai fuori un accendino, mi bastò per scendere sino all’ufficio di Claudio e accendere una prima lampadina. Scendemmo, io e Carla, muti a un tratto, e affascinati. Scendemmo un metro dopo l’altro, sin quando non mi ritrovai sul pavimento sporco di sabbia, e di pietruzze. Là trovai la grande torcia, e illuminai il retro dell’officina.

“Ma è pazzesco…”
“Hai visto? Saranno dodici metri…”
“Ma come l’hai scoperto?”
“Dovevo fare il tagliando. Dice Claudio che un sacco di negozi, in questa strada, sono cavi così, e nascondono metri e metri di buio inabitabile…”
“Ma adesso che siamo qui? Cosa vuoi fare?”

Indovina.
“Voglio farti vedere una cosa, te l’ho detto”.
“Cosa?”

Le indicai l’angoletto che avevo scoperto poche ore prima, con una luce che veniva dal basso. Lei si accigliò.
“E allora?”
“Claudio dice che ci stanno i garage, là sotto. Io non credo”.
“E quindi?”
“Apri la cassetta degli attrezzi, quella che sta laggiù. Mi serve qualcosa per aprire un buco nel muro. Poi ci parlo io, con Claudio. Trova qualcosa… anzi no. Prendo questo bel martello. Hai paura?”
“Mi sembri matto…”
“Ahah…”

E cominciai a battere contro il muro, col mio gran martello. Battevo forte, sempre più forte. Carla si copriva le orecchie. Il muro sembrava fradicio, cedeva con discreta fragilità, e così – in neanche dieci minuti – la fessura era diventata una presa d’aria di trenta centimetri. La luce che ne proveniva restava fioca, e in ogni caso non riuscivo a vedere da dove venisse.

“Adesso prendo a calci il muro. Voglio buttarne giù un bel pezzo. Questo muro è cotto…”
“Ma no dai!”
“Lasciami fare”.

E così, a calci e poi a martellate, aprii ancora più spazio. E tutto a un tratto, quando il buco era diventato di mezzo metro, un pezzo di pavimento si crepò; noi ci tirammo indietro, giusto in tempo: un paio di metri di pavimento franarono sotto i nostri piedi, sollevando un gran polverone. Carla gridò, e poi cominciò a tossire.
“Scappiamo!”
“Aspetta… aspetta…”

Lentamente, la nube di polvere si stava dissolvendo. E vedevo qualcosa di diverso da quel che Claudio pensava.

“Carla. Queste sono le catacombe di San Pancrazio…”
“Cosa?”
“Ti ricordi quando ti ho raccontato che sotto le nostre case, in questa strada, c’è un’antica catacomba Romana? Ecco. Questo è uno dei pezzi che non si possono visitare. Se entri a San Pancrazio ti fanno fare avanti e indietro per cinquecento metri… ma le catacombe arrivano fin dentro Villa Pamphili, sono estese per chilometri interi…”
“E adesso?”
“E adesso, se non hai paura, tieni puntata la torcia e fammi luce. Scendiamo nella catacomba e vediamo che succede”.
“Ma cosa vuoi che succeda?”
“Niente. Ma tu fammi luce”.
“E da che parte andiamo?”
“A destra. Di qua…”

Scendemmo nella catacomba, con un salto; il cunicolo era molto stretto, si doveva camminare in fila indiana. L’ossigeno non mancava, per fortuna. Carla mi illuminava la strada. Andavo piano, per non rovinare niente. Ma in effetti, nei primi dieci minuti, niente di imprevedibile incontrammo. C’erano nicchie, sui fianchi, piccoli sarcofaghi, iscrizioni che non riuscivo a leggere, qualche ossario. La luce naturale – per così dire – era sempre eccezionalmente fioca, ma viva. Da qualche parte doveva venire.

“Non andiamo troppo avanti. Ho paura. Qua scricchiola tutto…”
“Non avere paura. Hanno retto per duemila anni…”.
“Sì, ma non entrava nessuno…”
“Ehi. Avventura. Andiamo avanti…”
“Torno indietro…”
“Ti prego. Per me. Dammi un bacio, vieni qui”.

E in quel luogo di riposo e di mistero, chissà quanti secoli dopo l’ultima volta, due esseri umani si scambiarono un bacio. Mi sembrò di violare qualcosa di sacro, restituendolo alla vita. Ma ero euforico, e volevo avanzare. Qualcosa mi guidava. Mi sentivo telecomandato, qualcosa del genere.
“Andiamo avanti…”

In silenzio, per quasi un’ora, ci inoltrammo per le catacombe, camminando sempre nella stessa direzione, per quanto possibile. Ogni tanto si apriva una sorta di slargo, intravedevo resti di altari sacri, e a volte – a pochi passi dall’altare – un sepolcro, forse di qualche religioso, di qualche sacerdote, chissà. Ma niente mi stupì come una sorta di strano rumore di fondo, che man mano riconobbi come il rumore dell’acqua. Rabbrividii, pensando che poteva essere l’acqua delle fogne, cominciando a temere di incontrare qualche brutta pantegana e di respirare un’aria terrificante. Ma non sentivo nessun cattivo odore, e non vedevo bestie. Nessuna bestia. “Andiamo verso l’acqua, dai”, dissi a Carla. Lei mi seguiva senza più dire una parola. E poi, tutto a un tratto, voltato l’angolo in un cunicolo, ci ritrovammo in un corridoio un po’ più ampio, e qualche passo soltanto e fummo di fronte a un muro. No, non era un muro. Era una porta. Era una vecchissima porta. Sulla porta era inciso qualcosa del genere: “bhurván ferueere”.
Latino molto arcaico? Non sapevo orientarmi.
Diedi una manata alla porta. Non bastò. Diedi una prima spallata. Cigolò. Diedi una seconda spallata. Cedette di schianto. Per un attimo, tememmo che potesse crollare tutto, che ci cadesse in testa l’antico soffitto di quelle strette catacombe, ma non accadde. Ci fu un altro nuvolone di polvere, un gigantesco nuvolone di polvere; ci fece tossire e ci arrossò terribilmente gli occhi. Ma ne valeva la pena, ce ne saremmo accorti un momento dopo.

Neanche il tempo di stropicciare gli occhi, e di sincerarci che nessuno si fosse fatto male, ed ecco che di fronte a noi si mostrava qualcosa di impossibile, sottoterra. A una decina di metri c’era un cancelletto, e oltre si intravedeva un giardino. Pieno di luce. Sentivo un profumo buonissimo, di terra fresca, e di gelsomino e di basilico. Andammo, entusiasti come bambini, e forzammo il cancello senza fatica – era troppo vecchio, non aveva più forze. Si piegò, come un fiorellino di campo. Andammo, e ci ritrovammo in un incanto. Le perdute terme di Monteverde, finalmente, in questo giardino magnifico, tutto fontanelle naturali e… da dove veniva la luce del sole? Come era possibile che ci fosse tutta quella luce? Non riuscivo a raccapezzarmi. Quando mi voltai, Carla aveva spento la torcia e mi sorrideva.
“È uno scherzo, vero?”
“No, amore. Non so cosa abbiamo trovato. Dico davvero…”
“Dimmi come hai fatto. Ti sei messo d’accordo con Ian? Queste cose a Cinecittà sanno bene come organizzarle…”
“Tesoro, sul serio. Ti pare? Hai mai visto un giardino e delle terme nascoste sottoterra?”
“Io non sono mai stata sottoterra, prima. Che ne so?”
“Piantala…”

E così, esplorammo, per qualche felice ora, quel che restava delle stupende terme di Monteverde, spogliandoci e immergendoci in quelle acque salubri e antiche. Facemmo l’amore sotto una piccola cascata, e restammo lì, abbracciati, e per un attimo desiderai dormire. Volevo che il tempo si fermasse in quel momento, che non esistesse più niente, che…
“Chi siete?”
“Cosa?”
“Chi siete?”
“Mi chiamo Guido Orsini, signore”.
“Da dove venite?”
“Dal campo fonteiano”.
“Questo è il campo fonteiano”.
“Veniamo da qui, allora”.
“Qui io solo vivo. Da sempre”.

Era un signore di mezz’età, dagli occhi chiari e dai capelli grigi. Aveva la fronte alta, e gli zigomi sporgenti. Una fossetta e mezza, quando sorrideva. La voce molto bassa, rilassante e protettiva. Vestiva una tunica blu notte, e tra i capelli aveva una corona di alloro.

“Signore, io vivo qui dal 1978”.
“1978? Cosa significa? Non vivi nel campo fonteiano, allora”.
Carla, intanto, si nascondeva dietro di me. Nuda, si vergognava d’essere guardata. Io mi alzai in piedi, come niente fosse. Mi sentivo a mio agio, mi sembrava tutto naturale. Era tutto naturale.

“Io abito al di là del cancello, oltre l’antica porta. Ci sono i cunicoli del vecchio cimitero cristiano, e poi c’è un passaggio. Ci sono molti gradoni, e infine si risale nella nuova superficie. Là c’è il nuovo campo fonteiano, signore”.
“Non ti credo”.
“Credimi, ti prego”.
“Non posso. E adesso ti dico cosa accadrà. Lasciami la tua donna e torna indietro, o restate qui per sempre, tutti e due. Sarete con me, custodiremo il giardino, vivremo in pace aspettando il ritorno del Padre”.
“Il ritorno del padre?”
“Io sono Fonto, figlio di Giano. Questa è la mia terra. Queste sono le mie acque. Questo è il mio dominio. Vivo, solo, domandando ogni giorno il ritorno di mio Padre. Non so più nemmeno da quando. È come se fossi sempre esistito… non ho memoria del tempo. Il tempo mi confonde”.
“Tu sei… tu sei il nostro genius loci”.
“Io sono Fonto, figlio di Giano. Questa è la mia terra”.

Fonto ci voltò le spalle, ci disse – come era possibile che parlasse la nostra lingua? – che avrebbe atteso le nostre decisioni, e scomparve nel bosco. Carla mi prese per mano, mi disse “Restiamo”, ci guardammo e sorridemmo. “Restiamo, amore?”
“Restiamo”.

E per adesso questo è quanto, e io mi sto per congedare. Viviamo nelle terme che voi giurate perdute, e che credete dimenticate. Claudio, chissà, avrà murato il segreto accesso, facendo finta che non sia mai successo niente; se qualcuno ci sta ancora cercando, a noi non dispiace. Viviamo in questo piccolo eden, nascosto dalle parti dell’ottavo colle. Romani o non Romani poco importa, respiriamo l’aria che la nostra terra ha perduto, e ogni mattina cantiamo in onore del sole, e del dio Fonto, figlio di Giano. Ci piace pensare che un giorno avremo un bambino, e che potrà crescere sano in un ambiente incontaminato, e libero; selvatico, incantato. Voi, intanto, imparate a guardarvi intorno. Spesso, le cose più belle ve la hanno nascoste proprio sotto gli occhi. Sì, apposta perché non ve ne accorgeste. Io alle terme di via Fonteiana ho sempre creduto: in queste terme, adesso, vivrò, fino a diventare vecchio, e infine, un giorno, disteso, risolto, alla terra, alla mia terra, potrò ritornare.

[2008. Pubblicato in “Roma per le strade – 2”, Azimut, 2009. A cura di Massimo Maugeri]

Se le rose sono cadute qualcosa è successo

in Riscoperte

“Diario di bordo della rosa di Flavio Santi è un libro in cui, secondo Michele Mari, “la parola esplode per saturazione o implode per straniamento, la semantica si fa regressiva per nostalgia dei sensi perduti, ogni frase periclita fra lusso e suicidio, tutto l’impianto romanzesco collassa”. Collassa, perché non potrebbe essere altrimenti: vanno giustapponendosi frammenti e sketch, con una notevole forza visiva e performativa. Diciamo che il Diario di bordo della rosa è a metà strada tra un coraggioso, sfarzoso e lirico esercizio di scrittura e una morbosa (dis)educazione sentimentale, con tanto di epilogo grandguignolesco e impressionante”. Così Gianfranco Franchi su Lankelot.

Ho scritto sempre più spesso sul e del Friuli. In fondo, fin dal mio primo romanzo, Diario di bordo della rosa il Friuli era il mio cuore pulsante. Lì un cuore nero, marcio, fognario, ma perché ero un giovane irrisolto, che odiava il dialetto…

Flavio Santi scriveva questo su Nuovi Argomenti, presentando “La primavera tarda ad arrivare. La prima indagine dell’ispettore Furlan”, con il protagonista che “pensa e parla in friulano”. Di seguito un corposo estratto del suo primissimo romanzo, ripubblicato in ebook nella collana Laurana Reloaded diretta da Marco Drago

 

Il paese era un’esistenza agra da affrontare: i campi di patate pustolosi, tra il rubecchio di fuoco fatuo, scorbutico e scornato e un verde vaiolo, folti come un campo di spade seminate, vibranti alla tosse dell’aria, o gli alberi di noce come candele piantate in tante file, pieni e lunghi, a ceppo duro e mordente, definitivamente insediati fra le felci; la chiesa di pietra grigio tozzo, cavallino, bassotta e la campana slargata come una donna partoriente, che segnava le domeniche identiche alle prediche del parroco; la gente con i volti usurati, quasi che gli zigomi si deteriorassero tanto gli occhi altrui se li mangiano. Occhi di spine. Ma tutto questo creava la possibilità di un’intimità mascagna, e in gattabuia alla legge, quando oramai, piena, possedevate la certezza di esservi fatti tra un taglio del vino rosso emorragia, una brocca del tocai e una partita a tressette un calco di gesso da sovrapporre alla nudità della vostra natura. Comodo. Così la domenica prendevano posto nel bar di Nibbi Gjorgjùt, il locale della tranquillità, i contadini dopo messa, e pigliavano le sedie e un mazzo di carte umidiccio come una mano sudata.

A sinistra.
Una sedia.

E per una combinazione fortunata quanto anche, sembra, teatralmente necessaria si trovavano a giocarsi la domenica: loro che più che le zappe, o altro accessorio, avevano fatto scampanare delusione e testicoli durante i sei giorni, accompagnati da una musica mentale in falsetto, più che altro per l’incredulità dei fatti che giravano intorno. Il testicolo destro pensa, quello a sinistra si e inscemito con gli anni. Piagnucola. Loro appena riuscivano a centrare la loro personalissima anima e le lotte già quasi tutte cucite sopra, sopra quello che si sapeva e si voleva, si accorgevano allora di essere giovanissimi generalmente, come ancora sottili dentro, e per merito di vecchi uomini sfioriti, ormai passati, più da fossa che da posto vinario ormai, avevano svelato qualsiasi trucco, anche in pochi giorni, senza accorgersi di aver finito prestissimo.

A sinistra. La sedia.
Poteva diventare una dedizione intollerabile.

Fissarli negli occhi e cogliere un’innocenza da pupazzo. Vanni Nasaj occupa la prima sedia sulla sinistra. Lavora in latteria a cagliare latte e porta le gamelle, ma preferisce la stalla e i suoi odori: di escrementi a covaccio sulla pietra pavimento, con i residui di erba medica sbiancati lì, sulla cima. A caso: perché culo di vacca non possiede mente di logico, deposita alla suerte. L’odore di zoccolo, il profumo di mammelle, vicinissimo per intensità alla violacciocca ma più ondoso, dava l’impressione di immondizia nelle viscere, dalle narici penetrava nelle parti del corpo e vienigiù limaccioso. S’inarcava lungo il corpo e quasi gli toglieva la crosta. Odore di grappa, di mosto. Come se fitto nell’aria premesse i petali. Provasse a tagliarli, i petali che erano lì vicino. Anche perché poi si dice che le rose guardano e si ricordano di tutto. Alla fine restituiscono il giusto e l’ingiusto.

Attorno alle sette della sera il lattaro Nesto arrivava a casa passando per le rose, lasciava le chiavi a Giovanni.
“Tanto mi fidavo”: lui aveva bisogno di questa fiducia.

Tutto è sicuro quando la menzogna vivacchia succhiando energia, contenta delle frasi a mezza, delle affermazioni di proposito. Il fatto, poco dinamico in sé, che Giovanni riceveva le chiavi aveva soltanto bisogno di qualche sillaba piummeno incastrata, tirata dietro, un accordo di dogana, un sì sì no no.

Chiudeva la porta principale con il ringallo dell’uomo giusto, spegneva l’interruttore: accendeva la candela della tasca dietro, rapidamente ormai soltanto desideroso uiccoso, perché il Giovanni Nasaj delle cervella lente come uno specchio opaco era scomparso ormai. Ei, sbrindulecerviél…!

Sbrindulecerviel così ti chiamano la domenica e il sabato, al banco del bar e in strada: ora non ti accorgi che il senso del tempo ha fatto cortocircuito con l’interruttore. Mollando una bava che irrora la testa e dà il colore del rovo acceso. Ora una schiuma acidula lava i capillari temporali e i frontali, i tubi dell’occipite, le rifiniture dei lobi: e dentro c’era un’enorme quantità d’aria mista all’attesa.

Il buio era il migliore amante: era quel nero a togliergli il fiato, a invitarlo con la voce del suo solo colore: nero testardo, tremendamente inutile, tanto da risucchiare gli occhi, pronto a render aceto l’anima. Il buio era il migliore sfondo del paesaggio, la luna forse stava orbitando dietro le nuvole o gli era direttamente entrata in testa. L’aria cominciava a pesare.

Fu allora che il pavimento mi dé ragione, a, lo sentii venir sù tra i buchi delle piastrelle, e sù dal basso e sù e sù un’aria ciafoia, un soflòn stracaliente, entrato qua, lì, là, lò, su per i musculi, per le fibrie, per i chiavei, taccona taccona sento che lui me lo dice il pavimento di tacconare, ero io tutto in un bagno di caldo boiasso, bastardo, per il pavimento che m’ha fatto il malocchio, siorsì il voglàt.

Il voglàt strego, voglàt malocchio baiocchio.
Un sudore grosso. Il pavimento come una lava.

Allora: era il Dio del suo coso, un Dio di una trinità evanescente, rasata, Dio perché per esperienza immaturo, Dio perché selvaggio scuoiato, Dio perché spinoso, e la nicchia della bestia diventava una navata per il culto, alla destra e alla sinistra un ordine di candelieri sparso nel buio, giubilate, il cristo è tornato.

A pugni sulla schiena di sughero. Non bisogna ricordare certe cose: come non si ricorda l’aria del giorno prima, per non fare confronti e sentirsi indietro.
A pugni sulla schiena di sughero.

A pugni sulla schiena di sughero obbligava l’animalessa a stendersi su un fianco a terra e così la faccenda sembrava anche assumere un aspetto umano. Loro non mordono se vedono qualcosa sugli occhi e non glielo ficchi, bada, fra i denti, slèrpano e vonde, e basta. Sanno che quella lì non è maggiorana. È verdiccia; il bismark è pallido e si muove come una gallina famata vuole il granturco. Suggiù col chiàf, suggiù. Io lo facevo come Vanni, ora non lo faccio più perché volevo arrivare a tutto.

Tutto proprio. Anche se si ricomincia sempre di nuovo, e non si riesce a reggere che lo spazio di una mattina e di una notte. Guarda Ivana.
All’improvviso un imbarazzo irrigidì parte della faccia, imbarazzo nel dover riconoscere a tutto questo una perfezione quasi stellare, d’istinto. Tanto imbarazzo.

Per fortuna quei momenti bastavano e passavano, e tutto quel barocco tornava a essere solamente, nella sua bacheca più semplice, un ostacolo fisico, un impedimento alla sua trebbia, alle sue spiluccature: che il culo fosse grossolano, grommato oppure libero non gliene fregava proprio nulla. Collocare con l’equilibratura di una livella il bozzo tra le clapete e provvedere allo strofinìo, perforare lo strato settimanale di merda tal vergòt e offrirlo alla fogna della vacca approssimativamente duro, nel mufarone caldo, fienoso, inerpicarsi dentro i suoi muscoli salivosi, mantrugiarlo, col piacere così, unica forma di precisazione: tutto questo si faceva.

E il tutto trattato come si cura un raffreddore.

Te lo giuro. Ripassando non c’era neanche più un groppo nel roseto, era la stagione dello sviolinio dei petali. Dalla pienezza di un pugno a una fistola: i fiori all’improvviso si sono presi un lazzaretto, sono rimasti i gambi con in cima un passamontagna, un bitorzolo a campanello sull’estremità: e non si era visto nessun insetto assassino svolazzare intorno, il clima era stato sopportabile, la terra fertile, i passanti gentili, le signore premurose, l’annaffiatoio fresco, la potatura fedele. Generosi i cartomanti poi. Nessuno era andato a rivoltare le loro terre:… forse si rivoltano le radici se sono troppo dritte?

Ma se le rose sono cadute qualcosa è successo.

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