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GIanfranco Franchi

Se le rose sono cadute qualcosa è successo

in Riscoperte

“Diario di bordo della rosa di Flavio Santi è un libro in cui, secondo Michele Mari, “la parola esplode per saturazione o implode per straniamento, la semantica si fa regressiva per nostalgia dei sensi perduti, ogni frase periclita fra lusso e suicidio, tutto l’impianto romanzesco collassa”. Collassa, perché non potrebbe essere altrimenti: vanno giustapponendosi frammenti e sketch, con una notevole forza visiva e performativa. Diciamo che il Diario di bordo della rosa è a metà strada tra un coraggioso, sfarzoso e lirico esercizio di scrittura e una morbosa (dis)educazione sentimentale, con tanto di epilogo grandguignolesco e impressionante”. Così Gianfranco Franchi su Lankelot.

Ho scritto sempre più spesso sul e del Friuli. In fondo, fin dal mio primo romanzo, Diario di bordo della rosa il Friuli era il mio cuore pulsante. Lì un cuore nero, marcio, fognario, ma perché ero un giovane irrisolto, che odiava il dialetto…

Flavio Santi scriveva questo su Nuovi Argomenti, presentando “La primavera tarda ad arrivare. La prima indagine dell’ispettore Furlan”, con il protagonista che “pensa e parla in friulano”. Di seguito un corposo estratto del suo primissimo romanzo, ripubblicato in ebook nella collana Laurana Reloaded diretta da Marco Drago

 

Il paese era un’esistenza agra da affrontare: i campi di patate pustolosi, tra il rubecchio di fuoco fatuo, scorbutico e scornato e un verde vaiolo, folti come un campo di spade seminate, vibranti alla tosse dell’aria, o gli alberi di noce come candele piantate in tante file, pieni e lunghi, a ceppo duro e mordente, definitivamente insediati fra le felci; la chiesa di pietra grigio tozzo, cavallino, bassotta e la campana slargata come una donna partoriente, che segnava le domeniche identiche alle prediche del parroco; la gente con i volti usurati, quasi che gli zigomi si deteriorassero tanto gli occhi altrui se li mangiano. Occhi di spine. Ma tutto questo creava la possibilità di un’intimità mascagna, e in gattabuia alla legge, quando oramai, piena, possedevate la certezza di esservi fatti tra un taglio del vino rosso emorragia, una brocca del tocai e una partita a tressette un calco di gesso da sovrapporre alla nudità della vostra natura. Comodo. Così la domenica prendevano posto nel bar di Nibbi Gjorgjùt, il locale della tranquillità, i contadini dopo messa, e pigliavano le sedie e un mazzo di carte umidiccio come una mano sudata.

A sinistra.
Una sedia.

E per una combinazione fortunata quanto anche, sembra, teatralmente necessaria si trovavano a giocarsi la domenica: loro che più che le zappe, o altro accessorio, avevano fatto scampanare delusione e testicoli durante i sei giorni, accompagnati da una musica mentale in falsetto, più che altro per l’incredulità dei fatti che giravano intorno. Il testicolo destro pensa, quello a sinistra si e inscemito con gli anni. Piagnucola. Loro appena riuscivano a centrare la loro personalissima anima e le lotte già quasi tutte cucite sopra, sopra quello che si sapeva e si voleva, si accorgevano allora di essere giovanissimi generalmente, come ancora sottili dentro, e per merito di vecchi uomini sfioriti, ormai passati, più da fossa che da posto vinario ormai, avevano svelato qualsiasi trucco, anche in pochi giorni, senza accorgersi di aver finito prestissimo.

A sinistra. La sedia.
Poteva diventare una dedizione intollerabile.

Fissarli negli occhi e cogliere un’innocenza da pupazzo. Vanni Nasaj occupa la prima sedia sulla sinistra. Lavora in latteria a cagliare latte e porta le gamelle, ma preferisce la stalla e i suoi odori: di escrementi a covaccio sulla pietra pavimento, con i residui di erba medica sbiancati lì, sulla cima. A caso: perché culo di vacca non possiede mente di logico, deposita alla suerte. L’odore di zoccolo, il profumo di mammelle, vicinissimo per intensità alla violacciocca ma più ondoso, dava l’impressione di immondizia nelle viscere, dalle narici penetrava nelle parti del corpo e vienigiù limaccioso. S’inarcava lungo il corpo e quasi gli toglieva la crosta. Odore di grappa, di mosto. Come se fitto nell’aria premesse i petali. Provasse a tagliarli, i petali che erano lì vicino. Anche perché poi si dice che le rose guardano e si ricordano di tutto. Alla fine restituiscono il giusto e l’ingiusto.

Attorno alle sette della sera il lattaro Nesto arrivava a casa passando per le rose, lasciava le chiavi a Giovanni.
“Tanto mi fidavo”: lui aveva bisogno di questa fiducia.

Tutto è sicuro quando la menzogna vivacchia succhiando energia, contenta delle frasi a mezza, delle affermazioni di proposito. Il fatto, poco dinamico in sé, che Giovanni riceveva le chiavi aveva soltanto bisogno di qualche sillaba piummeno incastrata, tirata dietro, un accordo di dogana, un sì sì no no.

Chiudeva la porta principale con il ringallo dell’uomo giusto, spegneva l’interruttore: accendeva la candela della tasca dietro, rapidamente ormai soltanto desideroso uiccoso, perché il Giovanni Nasaj delle cervella lente come uno specchio opaco era scomparso ormai. Ei, sbrindulecerviél…!

Sbrindulecerviel così ti chiamano la domenica e il sabato, al banco del bar e in strada: ora non ti accorgi che il senso del tempo ha fatto cortocircuito con l’interruttore. Mollando una bava che irrora la testa e dà il colore del rovo acceso. Ora una schiuma acidula lava i capillari temporali e i frontali, i tubi dell’occipite, le rifiniture dei lobi: e dentro c’era un’enorme quantità d’aria mista all’attesa.

Il buio era il migliore amante: era quel nero a togliergli il fiato, a invitarlo con la voce del suo solo colore: nero testardo, tremendamente inutile, tanto da risucchiare gli occhi, pronto a render aceto l’anima. Il buio era il migliore sfondo del paesaggio, la luna forse stava orbitando dietro le nuvole o gli era direttamente entrata in testa. L’aria cominciava a pesare.

Fu allora che il pavimento mi dé ragione, a, lo sentii venir sù tra i buchi delle piastrelle, e sù dal basso e sù e sù un’aria ciafoia, un soflòn stracaliente, entrato qua, lì, là, lò, su per i musculi, per le fibrie, per i chiavei, taccona taccona sento che lui me lo dice il pavimento di tacconare, ero io tutto in un bagno di caldo boiasso, bastardo, per il pavimento che m’ha fatto il malocchio, siorsì il voglàt.

Il voglàt strego, voglàt malocchio baiocchio.
Un sudore grosso. Il pavimento come una lava.

Allora: era il Dio del suo coso, un Dio di una trinità evanescente, rasata, Dio perché per esperienza immaturo, Dio perché selvaggio scuoiato, Dio perché spinoso, e la nicchia della bestia diventava una navata per il culto, alla destra e alla sinistra un ordine di candelieri sparso nel buio, giubilate, il cristo è tornato.

A pugni sulla schiena di sughero. Non bisogna ricordare certe cose: come non si ricorda l’aria del giorno prima, per non fare confronti e sentirsi indietro.
A pugni sulla schiena di sughero.

A pugni sulla schiena di sughero obbligava l’animalessa a stendersi su un fianco a terra e così la faccenda sembrava anche assumere un aspetto umano. Loro non mordono se vedono qualcosa sugli occhi e non glielo ficchi, bada, fra i denti, slèrpano e vonde, e basta. Sanno che quella lì non è maggiorana. È verdiccia; il bismark è pallido e si muove come una gallina famata vuole il granturco. Suggiù col chiàf, suggiù. Io lo facevo come Vanni, ora non lo faccio più perché volevo arrivare a tutto.

Tutto proprio. Anche se si ricomincia sempre di nuovo, e non si riesce a reggere che lo spazio di una mattina e di una notte. Guarda Ivana.
All’improvviso un imbarazzo irrigidì parte della faccia, imbarazzo nel dover riconoscere a tutto questo una perfezione quasi stellare, d’istinto. Tanto imbarazzo.

Per fortuna quei momenti bastavano e passavano, e tutto quel barocco tornava a essere solamente, nella sua bacheca più semplice, un ostacolo fisico, un impedimento alla sua trebbia, alle sue spiluccature: che il culo fosse grossolano, grommato oppure libero non gliene fregava proprio nulla. Collocare con l’equilibratura di una livella il bozzo tra le clapete e provvedere allo strofinìo, perforare lo strato settimanale di merda tal vergòt e offrirlo alla fogna della vacca approssimativamente duro, nel mufarone caldo, fienoso, inerpicarsi dentro i suoi muscoli salivosi, mantrugiarlo, col piacere così, unica forma di precisazione: tutto questo si faceva.

E il tutto trattato come si cura un raffreddore.

Te lo giuro. Ripassando non c’era neanche più un groppo nel roseto, era la stagione dello sviolinio dei petali. Dalla pienezza di un pugno a una fistola: i fiori all’improvviso si sono presi un lazzaretto, sono rimasti i gambi con in cima un passamontagna, un bitorzolo a campanello sull’estremità: e non si era visto nessun insetto assassino svolazzare intorno, il clima era stato sopportabile, la terra fertile, i passanti gentili, le signore premurose, l’annaffiatoio fresco, la potatura fedele. Generosi i cartomanti poi. Nessuno era andato a rivoltare le loro terre:… forse si rivoltano le radici se sono troppo dritte?

Ma se le rose sono cadute qualcosa è successo.

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