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Gaetano Savatteri

Cani senza padrone, i soldati senza esercito della Stidda

in Letture

GAETANO SAVATTERI – “La stidda è un’invenzione di voi giornalisti. Erano i boss di Cosa Nostra che ci chiamavano stiddari. Noi eravamo solo delinquenti, cani senza padrone…”. Con queste parole di Giuseppe Croce Benvenuto, picciotto di Palma di Montechiaro, ora uomo adulto, si apre il racconto sanguinoso e appassionante di Carmelo Sardo.
Cani senza padrone pubblicato da Melampo, con la prefazione di Attilio Bolzoni, racconta – come spiega il sottotitolo del volume – La stidda. Storia vera di una guerra di mafia, uno scontro forse oggi dimenticato, perché periferico, perché ambientato nei paesi calcificati di sole e di miseria della costa meridionale della Sicilia, che a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta seminò decine di morti, vittime del conflitto tra Cosa Nostra e giovani stiddari, fuorilegge senza bandiera, delinquenti a corpo libero che la mafia siciliana più blasonata per molto tempo non riuscì a mettere completamente sotto controllo.

Sardo spiega bene l’evoluzione, l’ascesa e il tramonto di decine di picciutteddi, allevati nelle patrie galere per piccoli reati che a un certo punto sfidarono i vecchi padrini, si confederarono in un network di alleanze di mutua utilità (io vengo a uccidere i tuoi nemici al tuo paese, tu vieni a uccidere i miei nemici al mio paese), ma probabilmente finirono, più o meno inconsapevolmente, per cadere nelle sottile strategie dei capi di Cosa Nostra che usarono i ragazzi dalla pistola facile per regolare conti, eliminare avversari e, secondo l’ipotesi avanzata da Sardo, anche per uccidere Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990.

Carmelo Sardo è un giornalista di lungo corso e quegli ex ragazzi che adesso è andato a sentire, nelle celle da ergastolani o nei loro covi da pentiti, li ha conosciuti, indirettamente, quando da cronista ad Agrigento raccontava delitti e stragi che segnavano la mappa della provincia, i paesi antichi delle miniere e dei latifondi, quei pugni di case che proprio a metà degli anni Ottanta cominciavano a conoscere una modernità disordinata e convulsa.

Ecco, proprio da questa modernità vorrei partire per fare due riflessioni su un libro che si legge con molta rabbia, ma anche con molta pena. Vorrei partire da quanto avvenne in questi paesi dimenticati proprio a cominciare dagli anni Ottanta. Prendiamo Palma di Montechiaro, ad esempio, il paese della famiglia Tomasi di Lampedusa, agglomerato di vecchie case raccolte attorno a un convento che a un certo punto si gonfiò di una metastasi di edifici abusivi e mai completati. Nel 1967, per una sua inchiesta sulla Sicilia, Pippo Fava si fermò a Palma di Montechiaro e scrisse così: “Le cose che colpiscono anzitutto sono i cani, le mosche e i bambini. (…) Metà della popolazione è formata da bambini sotto i dieci anni di età, molti sono maculati di terribili sporcizie, oppure hanno i piedi scalzi, oppure chiedono l’elemosina alla macchina del forestiero. Se ne vedono a volte a gruppi di trenta o quaranta in un vicolo o in una traversa. Giocano. In mezzo al vicolo o alla traversa c’è un fosso sul quale scorre il liquame, ed essi vi sguazzano dentro”.

Tra quei ragazzini c’erano anche Giuseppe Croce Benvenuto e i suoi amici. Cresciuti per le strade, nelle pozze di liquame, avvezzi a prendere tutto quello che si poteva prendere, con ogni mezzo e in ogni modo. Ma vent’anni dopo il passaggio di Fava da Palma di Montechiaro (in quel 1984 in cui Fava venne ucciso a Catania), Palma grazie alle rimesse degli emigrati aveva conosciuto un parziale miglioramento: slabbrato come la sua urbanistica, corroso come la sua edilizia. E quei ragazzini erano diventati uomini. Anche loro volevano godere del nuovo benessere, con ogni modo e con ogni mezzo.

La frattura tra Cosa Nostra e stidda (sempre che questa organizzazione sia mai esistita, incerta nell’origine del nome e nella sua disorganizzazione, come analizza Sardo nel libro), nasce innanzitutto da una divaricazione di esigenze e bisogni. Ho conosciuto quei ragazzi, ero un loro coetaneo, come lo era Carmelo Sardo: gli stiddari e le nuove leve di Cosa Nostra avevano la nostra età quando deflagrò la guerra di mafia. Li incontravamo per le strade e nei bar, ne conoscevamo storie e cattiva fama. Ricordo che quelli che crescevano all’ombra di Cosa Nostra mutuavano subito i modi dei vecchi padrini: profilo basso, poche parole, discrezione e forme del potere sottintese. Quelli che poi saranno chiamati stiddari, invece, vestivano alla moda, cavalcavano moto smarmittate, frequentavano le discoteche, bevevano forte e usavano droghe leggere e pesanti.

Qualcosa era successo anche nel sud del sud della Sicilia. Una ventata di modernità portata dalla televisione, dalla maggiore facilità di movimento, dai soldi che correvano nelle tasche aveva acceso inediti stili di vita, anche tra i giovani delinquenti, e non solo tra i ceti più abbienti o tra gli studenti universitari. Rapine e furti consentivano ai “bravi ragazzi” di avere tutto a portata di mano, con poca fatica. Era ancora possibile sottostare ai diktat di vecchi boss di campagna che giravano con le giacche stazzonate, i pantaloni cadenti e il passo da contadini?
Prima ancora che criminale, la frattura tra vecchi e giovani si appalesò come una spaccatura generazionale e sociale. Gli anni Ottanta, con la loro mitologia disco music della stagione da bere, spalancavano appetiti e desideri estranei a chi, come i boss di Cosa Nostra, aveva condotto il potere mafioso in una delle province più povere d’Italia sfruttando proprio i bisogni primari. Ma adesso i bisogni, risolte fame e miseria, cominciavano a diventare voluttuari, di lusso, griffati. Gli anni Ottanta, per molte vie, ora battevano anche sugli orologi dei campanili di Palma di Montechiaro, di Favara, di Racalmuto, di Porto Empedocle, in una Sicilia che disordinatamente si scrollava di dosso povertà ataviche e con esse arcaici comportamenti di vita.

Cos’era la stidda e cos’è stata, è questione che Carmelo Sardo esamina con passione e con molti interrogativi. Probabilmente, come spiegano i protagonisti nel libro, fu un’invenzione utile a Cosa Nostra, ai giornalisti e anche ai magistrati per dare forma, narrativa o giudiziaria, a un conglomerato di interessi diversi che, in quel momento, finirono per convergere e misero insieme traiettorie personali molto distanti. Per risolvere la questione, potremmo dire che la stidda, al di là di ogni etimologia, fu un’associazione temporanea di scopo, come si studia nei libri di diritto.

Un’associazione criminale, certo. Ma dalla durata determinata, a differenza di Cosa Nostra. Questo spiega, ad esempio, perché alcuni esponenti di questa incerta associazione a delinquere abbiano deciso di parlare con Carmelo Sardo, a prescindere dalla loro posizione giudiziaria. Collaboratori di giustizia o ergastolani con fine pena mai hanno raccontato nel libro la loro vita di criminali di allora e di detenuti di oggi. Alcuni di essi, come Giuseppe Grassonelli e Alfredo Sole, hanno studiato in carcere, si sono laureati e sono diventati autori di scritti, interpreti di documentari.

A differenza degli affiliati a Cosa Nostra, gli ex stiddari hanno deciso di dire a un giornalista cose che non hanno voluto dire nelle aule di giustizia. Questo si spiega proprio perché la stidda, se mai è esistita, oggi sicuramente non esiste più. I suoi ex affiliati, quindi, sanno che fuori dal carcere non c’è un’organizzazione capace di assistere le proprie famiglie o di intimidirle. Questo per certi versi li rende liberi. Li rende liberi, soprattutto, da un’ideologia, se così si può dire, che per la Cosa Nostra siciliana – sia pure indebolita – è ancora molto forte, al punto da dare un’identità soprattutto a chi è dentro un carcere. Far parte di Cosa Nostra fornisce a chi deve convivere con altri detenuti un profilo di difesa e di autodifesa non indifferente. Offre il senso di appartenenza a un’organizzazione radicata nel tempo e non del tutto scomparsa.

Gli stiddari non possono vantare questa appartenenza perché la loro associazione si è dissolta. Devono quindi dare di se stessi una testimonianza personale. Chi non lo ha fatto come collaboratore di giustizia, guadagnandone i benefici della legge, può darla solo come privato, come singolo. E deve argomentare le ragioni del suo passato, articolarne un senso, tentarne una spiegazione: innanzitutto per se stesso e per la sua comunità. Ecco perché i percorsi di alcuni di loro, come racconta Cani senza padroni passano attraverso la “testimonianza”. Come soldati senza più esercito, gli stiddari che non sapevano di esserlo, adesso cercano nei libri, nello studio, nelle battaglie civili contro gli ergastoli a vita, la cifra di lettura di un passato irrevocabile che, davanti allo specchio del tempo, appare folle, sanguinaria e insensata. Forse, in questo modo, i cani senza padrone stanno tracciando la possibile strada di una redenzione individuale.

 

Foto di Alessandro Jyoti Giudice

Quando anche i mafiosi hanno cominciato a dire che esisteva

in Politica & Società

Gaetano Savatteri “intervista” Don Mariano Arena, il boss de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia. Il testo è tratto da “E ti vengo a cercare” (Einaudi 2011).

Un uomo con un abito di lino bianco, cravatta intonata, scarpe di cuoio, entra in scena parlando al telefono cellulare: è evidentemente una conversazione d’affari. L’uomo usa un buon italiano, con un accento siciliano.

DON MARIANO …la commissione ha dato l’autorizzazione …ma certo, ti dico …l’ho saputo adesso… sto uscendo dal ministero… guarda ho preso due appunti, te li leggo: primo lotto 36 milioni, secondo lotto 75 milioni di euro… certo: operativa, da subito…ma quello è un fatto formale… lo so bene…sto andando da lui adesso, a Montecitorio…no, questo non voglio nemmeno sentirlo…allora non capisci? Io me ne fotto di tutto: del magistrato, della polizia e pure dei carabinieri a cavallo…

SAVATTERI (tossendo per farsi notare) …scusi don Mariano

DON MARIANO (interrompe di colpo la telefonata) …prego? Ci conosciamo?

SAVATTERI Ricorda? Avevamo un appuntamento per un’intervista sulla mafia…

DON MARIANO Ah, certo! Bene, lo scriva: la mafia è il cancro della Sicilia. Anzi, dell’Italia intera. La mafia è il male assoluto. Lo sa che le dico? A me personalmente fa schifo. Scriva proprio così: a don Mariano Arena la mafia fa schifo.

SAVATTERI Scrivo, allora?

DON MARIANO Testuale: la mafia fa schifo. Ha capito? Schi-fo.

SAVATTERI Testuale, dunque.

DON MARIANO Esatto. È rimasto sorpreso?

SAVATTERI Abbastanza, in verità.

DON MARIANO Perché voi del nord avete i soliti pregiudizi. Pensate: questo è siciliano, questo non parla, questo è omertoso. E invece…

SAVATTERI Veramente anch’io sono siciliano…

DON MARIANO Allora non dovrebbe essere stupito. Ma lei è uno che scrive, che lavora con la penna, magari vive fuori dalla Sicilia…

SAVATTERI In effetti è così…

DON MARIANO Lo vede che ho ragione? Andate fuori dalla Sicilia, leggete qualche libro, qualche giornale e vi riempite la testa di pregiudizi. Con rispetto parlando: tutte minchiate!

SAVATTERI Sarà come dice lei. Però io ho preso qualche appunto, ho fatto qualche ricerca. Ecco: nel 1961 lei è stato arrestato per associazione a delinquere e omicidio. Se non sbaglio, le indagini erano condotte dal capitano Bellodi…

DON MARIANO Un vero uomo quel capitano.

SAVATTERI Lo so, conosco la sua classificazione dell’umanità: uomini, mezziuomini, ominicchi, piglianculo…

DON MARIANO …e quaquaraquà. Ha fatto scuola questa definizione, non per vantarmi. Il capitano Bellodi era un uomo. Mi è dispiaciuto molto per come gli è andata a finire…

SAVATTERI Come gli è finita?

DON MARIANO A coda di sorcio. Capisce che intendo, no? Era partito bene, sembrava che doveva cambiare il mondo, ma chissà che è successo: l’hanno trasferito in Sardegna, poi a Domodossola. Alla fine lo hanno messo nella fureria della fanfara dei carabinieri. Credo sia andato in pensione: non gli hanno dato manco i gradi di colonnello… mah, è la vita…

SAVATTERI E lei non c’entra niente?

DON MARIANO Io? Se si fosse rivolto a me, magari una mano gliel’avrei potuta dare. Conosco molta gente, anche tra i carabinieri. Ma il capitano Bellodi non era tipo da chiedere favori…

SAVATTERI Sicuramente non li avrebbe chiesti a lei. Ma non mi ha risposto a proposito delle accuse: dopo il 1961, è stato imputato nel maxiprocesso di Palermo, indagato per le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992, sottoposto a misura di prevenzione per il sequestro dei beni, citato nell’ordinanza….

DON MARIANO Assolto, prosciolto, prescritto, prescritto, assolto. Assolto. Assolto. Sempre assolto, con formula piena. Ecco: questa è la mia fedina penale, la porto in tasca, a scanso di equivoci, soprattutto se incontro gente come lei. Vede? Immacolata. Vergine. Candida.

SAVATTERI Sta dicendo che è perseguitato dai magistrati?

DON MARIANO Non mi faccia ridere. Queste cose le dicono solo gli sconclusionati. Io ho rispetto massimo per la magistratura. Sono felice che le procure di mezza Italia si siano occupate di me: è la controprova che non ho niente da nascondere, niente di sospetto. Guardi, le dico di più: io ho una stima incondizionata per i giudici. Se questo paese riuscirà a sconfiggere la mafia – che a me fa schifo, lo sottolinei – deve dire grazie ai giudici, ai poliziotti e ai carabinieri italiani. E io lo dico forte e chiaro: grazie giudici.

SAVATTERI Ho capito bene?

DON MARIANO Ha capito benissimo. La mafia non serve più a nessuno.

SAVATTERI A me non sembra, mi pare piuttosto che c’è grande voglia di mafia…

DON MARIANO Mi permetta, lei è un ingenuo. Si ricorda quando si diceva: la mafia non esiste?

SAVATTERI Certo, lo dicevano politici, intellettuali, perfino qualche giudice.

DON MARIANO Lo dicevano i mafiosi, soprattutto. Si ricorda quelle frasi? (rifà il verso, in un siciliano sovraccaricato) La mafia? Che è, marca di detersivi? La mafia? Vento dell’aria. La mafia? Invenzione dei comunisti. La mafia? E chi l’ha mai vista? Oppure, ancora meglio: c’è la commissione antimafia, c’è la superprocura antimafia, ergo, forse esiste pure la mafia. Frasi meravigliose, non trova?

SAVATTERI Se lo dice lei…

DON MARIANO Minchiate, ecco cos’erano. La mafia, amico mio, è morta.

SAVATTERI Quando? Forse non me ne sono accorto.

DON MARIANO Non faccia tanta ironia. La mafia è morta quando anche i mafiosi hanno cominciato a dire che esisteva. Da quel momento non esiste più la mafia, ma esiste invece l’antimafia.

SAVATTERI Sto perdendo il filo…

DON MARIANO Glielo spiego, con parole semplici, come a un bambino di sei anni….

SAVATTERI Grazie della considerazione…

omicidio1

DON MARIANO Se tutti dicono che la mafia esiste, finisce per non esistere più. Perché non è più un segreto, perché non tutela i suoi associati, perché non permette di agire nell’ombra e nel silenzio. Lei ha letto Borges?

SAVATTERI Qualcosina…

DON MARIANO Borges dice: in un indovinello sulla scacchiera qual è l’unica parola che non può essere usata?

SAVATTERI La parola scacchiera…

DON MARIANO Bravo, ha studiato. La Sicilia negli ultimi centocinquant’anni è stata un grande indovinello sulla mafia: ma perché l’indovinello avesse risposta era necessario che la parola mafia non venisse pronunciata. Lo sa come si dice in Sicilia? Mutu cu sapi ‘u juocu. Chi sapeva il gioco doveva restare in silenzio. E il gioco lo sapevano tutti, alcuni meglio degli altri, ma tutti facevano finta di ignorare la risposta esatta. Poi, improvvisamente, il gioco si è rotto. La risposta veniva data ancor prima di porre la domanda. Puff, fine dell’indovinello, del mistero. Il re era nudo. Bisognava trovare un altro gioco.

SAVATTERI Ed è stato trovato?

DON MARIANO Certo che sì. Qual è la parola che oggi ci fa onore? La parola che distingue i siciliani per bene, gli imprenditori onesti, i magistrati coraggiosi, i giovani di buona volontà, i funzionari integerrimi, i politici meritevoli?

SAVATTERI Qual è?

DON MARIANO La parola è: antimafia. Una parola fatta di legalità, giustizia, verità. Se non usi questa parola sei finito. Tutti la possono usare. Ed è molto, molto, molto meglio di prima. Un tempo, se un mafioso diceva qualcosa sulla mafia, se ne ammetteva soltanto l’esistenza, rischiava la vita: diventava un pentito, un infame, un traditore. Ricorderà una famosa intervista a mio zio, Giuseppe Genco Russo…

SAVATTERI Il boss di Mussomeli era suo zio?

DON MARIANO Sì, alla lontana, per parte di madre…. quando gli chiesero della mafia, Genco Russo rispose così: “Mafia? Io dico: è amicizia… Persone che si incontrano, che si prendono reciprocamente in simpatia, che si aiutano… C’è una lite: accordiamola; un aiuto da dare: diamolo… Se questa volete chiamarla mafia, io dico: sono mafioso. La verità è che nessuno ha capito niente fino ad ora”. Mio zio Genco Russo era un uomo all’antica, di un’altra Sicilia, doveva fare un giro di parole per parlare della mafia. Ma oggi – oggi dico – tutti possono dire: sono antimafioso. Possono dirlo gli onesti, ma perfino i mafiosi, perfino i politici che prendono i voti della mafia. E non rischiano niente. Anzi, ci guadagnano. Di noi siciliani una volta si diceva che eravamo tutti mafiosi. Adesso, invece, siamo tutti antimafiosi.

SAVATTERI Lei vuole confondermi le idee. Il vecchio metodo di mischiare vero e falso, per far diventare tutto grigio. Ma la mafia ha ammazzato troppa gente, c’è poco da scherzare…

DON MARIANO E chi scherza? Un imprenditore che vuole mettere al riparo il proprio patrimonio, la propria azienda, lo sa che fa? Denuncia un’estorsione. Conosco uno che si è messo d’accordo con un mafioso finito in galera. Gli ha detto: io adesso vado a denunciarti dai carabinieri, dico che quando eri libero mi avevi chiesto il pizzo, e vengo pure a testimoniare in aula contro di te. Ti daranno sei mesi di pena, poca cosa: tanto, con tutte le condanne che hai già sulle spalle, devi stare dentro almeno dieci anni. In compenso, compro una casa a tua moglie, faccio lavorare tuo nipote, faccio studiare tua figlia alla Bocconi di Milano. Ebbene, fatta la denuncia quell’imprenditore si è messo al sicuro: la televisione lo intervistava, aveva la scorta dei carabinieri, lo invitavano nei convegni, andava a braccetto con i magistrati, di notte addirittura la polizia gli sorvegliava il cantiere. Nessuna indagine, nessun controllo, poteva fare tutto ciò che voleva. Meglio di così? Mafiosi come quell’imprenditore in Sicilia pochi ce ne sono, ma è bastata la parola magica: antimafia. E adesso dorme tranquillo.

SAVATTERI Ma la droga? Il pizzo?

DON MARIANO Cose vecchie, cose superate…ancora qualcuno si dedica a queste attività, ma è gente che non ha capito come gira il mondo. Sono soggetti residuali, arcaici. Ci vogliono pure loro, sa? Perché un bell’arresto, le manette, le sirene, i poliziotti col passamontagna e i titoli sui telegiornali della sera che annunciano “arrestato il capo della mafia” serve sempre. Serve alle carriere dei magistrati e degli sbirri – ho detto sbirri, mi scusi, volevo dire investigatori – serve ai politici che possono vantarsi di avere catturato uno dei soliti dieci latitanti più ricercati d’Italia. Ma è folklore, come la tarantella, il teatro dei pupi: roba per turisti.

SAVATTERI Ma il fatturato della mafia è colossale, secondo le ultime stime…

DON MARIANO Lasci perdere le stime: tutte minchiate, mi permetta. Ma lei pensa che vendere droga o tartassare i commercianti renda molto?

SAVATTERI Temo proprio di sì…

DON MARIANO Minchiatelle. Senza tenere conto dei rischi. I soldi, quelli veri, quelli buoni, quelli tanti, si fanno con lo Stato…

SAVATTERI Lo Stato?

DON MARIANO Lo Stato, proprio così. Ponti, autostrade, caserme, carceri. Duecento milioni, cinquecento milioni, ottocento milioni di euro. Lo sa quanto costa il ponte sullo Stretto? Più di sei miliardi di euro, undicimila miliardi delle vecchie lire. Viene la vertigine, vero? Ma chi è che paga tanto? Nessun altro, solo lo Stato. Ma bisogna essere in regola, bisogna avere i certificati immacolati, le credenziali inossidabili. Ci vogliono prefetti, giudici, ministri pronti a mettere la mano nel fuoco sulla verginità antimafia di chi si avvicina alla torta.

SAVATTERI Non ci sto: esistono gli antimafiosi veri, quelli autentici, gli imprenditori onesti, i giovani di Addiopizzo, i commercianti che si ribellano…

DON MARIANO Allora lei non vuole capire. Certo che esistono! Anzi, è necessario che esistano i veri antimafiosi per consentire ai falsi antimafiosi di professarsi tali. Ma una volta che siamo tutti nel paradiso dell’antimafia, chi verrà a cercare come ho fatto i soldi? Chi verrà a vedere se quei soldi sono sporchi del sangue fatto spargere da mio nonno, da mio padre o da me stesso? E’ solo un esempio, un esempio di scuola, naturalmente.

SAVATTERI Conosco la tecnica: filosofeggiare, fare i sofisti, citare Pirandello, dire che la Sicilia è una, nessuna e centomila o chiamare in causa Tomasi di Lampedusa affinché tutto cambi perché nulla cambi. Non mi inganna, questa volta: la mafia c’è stata e c’è, con i suoi delitti, le sue prepotenze, le sue vittime…

DON MARIANO Vogliamo parlare ancora della mafia? Di questa vetusta istituzione? Parliamone allora. Le premetto ancora che mi fa schifo, ma sono disposto ad approfondire l’argomento. Più di cent’anni fa uno studioso come Giuseppe Pitrè disse che la mafia non esisteva, ma era solo un comportamento sociale, il senso di virilità del siciliano che intende farsi rispettare, per cui perfino la parola omertà derivava da omineità, cioè l’ipertrofia dell’io dell’uomo siciliano pronto a uccidere pur di affermare i propri diritti.

SAVATTERI Una vera mistificazione culturale, sulla quale la mafia ha campato cento e più anni…

DON MARIANO Infatti, siamo d’accordo che erano tutte minchiate. Utili però a reggere il gioco di cui abbiamo parlato. Io invece sono pronto a dire che la mafia è sempre stata un’organizzazione criminale, potente e radicata nel territorio che ha usato intimidazione e violenza per raggiungere i suoi scopi…

SAVATTERI Mi fa piacere che lo ammetta…

DON MARIANO Lo ammetto, ma le dico pure che quest’organizzazione criminale ha contribuito fortemente, sia pur con molti difetti ed errori, a costruire il senso dello Stato in questa nostra martoriata isola che è la Sicilia.

SAVATTERI Adesso sta esagerando…

DON MARIANO Dov’era la mafia nel 1860? Accanto a Garibaldi, assieme alle sue mille camicie rosse per unificare la nostra nazione. E dopo la sventurata parentesi del fascismo, in cui la propaganda del regime fece credere di avere sconfitto la mafia con le torture del prefetto Mori, la mafia si ripresentò dalla parte giusta: accanto alle truppe anglo-americane, per liberare la Sicilia e l’intero paese dal fascismo e dal nazismo. La mafia, a suo modo, diede il primo impulso alla Resistenza.

SAVATTERI Calma, don Mariano, non diciamo bestemmie…

DON MARIANO Non bestemmio, non sa quanto abbia caro il destino dell’Italia. Ma andiamo avanti: in seguito, nel convulso dopoguerra, la mafia fu accanto alle forze democratiche, quelle che portavano avanti le idee di libertà, di mercato, di progresso.

SAVATTERI Ammazzando decine di sindacalisti, ad esempio?

DON MARIANO La mafia consegnò quei martiri alla storia gloriosa, e lo dico con sincera commozione, del movimento sindacale e della sinistra italiana.

SAVATTERI Adesso, secondo lei, bisogna addirittura ringraziare la mafia se ha ammazzato sindacalisti, giudici, poliziotti, donne, bambini…

DON MARIANO Il carattere di una nazione si forgia nel sangue, nelle guerre, negli scontri. In un paese come l’Italia e in una regione come la Sicilia, in un stagione di pace altrimenti molliccia e consociativa, la mafia ha dato ragioni morali altissime per ritrovare un’identità comune. Chi non ha pianto per Falcone e Borsellino?

SAVATTERI Quelli che li ammazzarono brindavano, altro che piangere…

DON MARIANO Questi esseri ignobili che uccisero e massacrarono svolsero in realtà il ruolo ingrato di portare sugli altari i figli migliori dell’Italia. Non passeranno alla storia, perché il boia non passa mai alla storia, ma non c’è eroe senza carnefice, se lo ricordi. Nella loro tenebrosa oscurità, nella loro miseria – sì, mi faccia usare questa parola – nella loro miseria morale, questi mafiosi con le loro azioni delittuose alla fin fine resero grande la Sicilia, riuscirono a dare un senso a parole altrimenti vuote: le parole Stato, etica, legalità, democrazia.

SAVATTERI Don Mariano, lei sta dicendo cose spaventose…

DON MARIANO Sto dicendo che i martiri siciliani sono stati uomini – uomini per come intendo io – fino e oltre il loro epilogo. E quell’epilogo è stato deciso dalla mafia che uccidendoli li ha consegnati alla nostra memoria, alla nostra morale e quindi all’eternità. Forse è spaventoso, ma è così. Per non parlare dell’indotto…

SAVATTERI Mi risparmi il discorso che la mafia dà lavoro…

DON MARIANO E’ così. Ma non parlo del lavoro generico: edilizia, movimento terra, cementifici, armieri, artificieri, killer, pompe funebri, che pure hanno un loro peso. Parlo di lavoro qualificato, di alto profilo culturale. Pensi al cinema: cosa sarebbe senza la mafia? Non avremmo capolavori come “Il Padrino”, prima e seconda parte, che sul terzo nutro qualche riserva. Parlo di registi come Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Sergio Leone. Parlo di fiction televisiva. Parlo di libri, di scrittori: Carlo Levi, Leonardo Sciascia, Michele Pantaleone. Parlo di università: storici, ricercatori, accademici. E non voglio nemmeno elencare il numero di giornalisti che hanno fatto carriera occupandosi di mafia.

SAVATTERI Più di uno è stato spedito al cimitero…

DON MARIANO E’ il prezzo del successo, amico caro. Ma, come vede, al netto di tutto, la mafia ha fornito materiale utile alle lettere e alla cultura italiana. All’immaginario di tutto il mondo, direi.

SAVATTERI Insomma, secondo lei, secondo questa sua assurda tesi, dobbiamo ringraziare personaggi spregevoli come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella?

DON MARIANO Ha ragione, sono spregevoli. Li guardi in faccia. Cosa vede? Uomini gretti e avidi, una irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà espressa con la violenza. Loro stessi, chiusi nel proprio cupo e misero mondo, accecati dall’odio e dalla brutalità, non hanno consapevolezza di avere rivestito una funzione più grande di quel che credono. Pensi a Provenzano – poteva essere dio, poteva dare vita e morte – recluso invece in un casolare nelle campagne di Corleone, come il contadino che era stato e che tornava ad essere. Sempre e soltanto un viddano. Un quaquaraquà.

SAVATTERI Provenzano un quaquaraquà?

DON MARIANO Esatto, e come lui gli altri mafiosi da ricotta e cicoria. Ma la storia è fatta anche dai quaquaraquà, strumenti inconsapevoli di un disegno molto più vasto. Ma adesso basta: non è più tempo di casolari, né di cicoria, né di ricotta. Non per me, almeno. Ma diamine, esiste lo champagne, esistono i grandi alberghi, gli yacht, i loft di New York, i velluti dei palazzi del potere di Roma, le luci soffuse di un ristorante di Parigi…una sera sul Canal Grande di Venezia accanto a una bella donna. Questa è la vita, amico mio. Il resto è mafia: e quella mafia, amico mio, a me fa schifo. L’antimafia, creda a me, è molto più comoda.

SAVATTERI Non so più cosa pensare, don Mariano. Mi sembra di trovare un’altra persona, non certo la stessa che aveva descritto Leonardo Sciascia…

DON MARIANO Egregio amico, credo che lei sia incorso in uno spiacevole errore.

SAVATTERI Quale?

DON MARIANO Quel don Mariano, quello del “Giorno della civetta”, non ero io.

SAVATTERI Come non era lei?

DON MARIANO No, non ero io. Quello era mio nonno. I tempi cambiano amico mio, ma gli uomini – gli uomini come dico io – non cambiano mai.

La foto è l’immagine di copertina della nuova edizione Melampo de I ragazzi di Regalpetra di Gaetano Savatteri

Quella Sicilia, eternamente gattoparda

in Narrazioni/Riscoperte

Gaetano Savatteri – Le miniere di zolfo sono chiuse da mezzo secolo. I contadini sono emigrati, le campagne abbandonate. I bambini non vanno più a scuola con le scarpe sfondate, ma i ragazzi vanno a studiare fuori dalla Sicilia per non tornare mai più. Il panorama sociale raccontato sessant’anni fa da Leonardo Sciascia nelle Parrocchie di Regalpetra è scomparso per sempre: meno male, è giusto dire.

Ormai il testo di Sciascia pubblicato da Laterza nel 1956 è la fotografia di un fossile. È memoria, documento letterario importantissimo perché, come diceva lo stesso Sciascia, quel suo primo libro contiene tutti i temi e gli argomenti che lo scrittore di Racalmuto avrebbe affrontato nella sua opera successiva: “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno: un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente”.

La casa editrice Laterza pubblicherà a breve la corrispondenza tra Leonardo Sciascia, allora misconosciuto maestro di scuola elementare e l’editore Vito Laterza, intercorsa prima e dopo la pubblicazione della Parrocchie. Un libro utile per capire i rapporti tra scrittore ed editore, per conoscere come nasceva un libro, attraverso quali riflessioni, fino alla felice individuazione di quel titolo, suggerito e scelto da Vito Laterza, che finì per trasformare la Racalmuto dove Sciascia era nato e cresciuto nella Regalpetra letteraria.

Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno: un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente

Regalpetra resterà quindi per sempre chiusa dentro quelle pagine. Ma anche il paese di Racalmuto spesso ha rischiato di rimanere intrappolato dentro la gabbia letteraria di Regalpetra. E questa, se si vuole, è una metafora dell’intera Sicilia. La Sicilia scompare, mentre restano e sopravvivono Regalpetra, Vigàta, Montelusa, Natàca, Donnafugata. La Sicilia appare ancorata alla lettura che grandi maestri ne hanno fatto. La Sicilia resta incatenata al gattopardismo del “tutto dove cambiare affinché nulla cambi”. Se fosse solo una proiezione letteraria, nessun problema: la questione, semmai, è voler continuare a interpretare la Sicilia di oggi con la scrittura, gli strumenti e lo sguardo di ieri.

Prendiamo, ad esempio, Regalpetra/Racalmuto. Ne parlo perché la conosco bene, vi sono cresciuto e qui affondano le mie radici. A metà degli anni Settanta, leggendo Le parrocchie, erano ancora rintracciabili gli elementi di continuità tra il presente e il libro di Sciascia che denunciava le condizioni di miseria di un paese siciliano. Alcuni protagonisti delle cronache sciasciane erano ancora vivi, il tempo si era mosso abbastanza lentamente nei vent’anni dalla pubblicazione.

Ma rileggerlo adesso, a sessant’anni di distanza, come ha fatto il paese di Racalmuto con affetto e sentimento nel maggio scorso, con vari capitoli affidati alla voce di uomini, donne e bambini che hanno declamato in pubblico interi capitoli del libro, negli stessi luoghi in cui sono ambientati – il circolo di conversazione, il palazzo municipale, la piazza, la scalinata di una chiesa – ecco, rileggendo adesso quel libro, appare siderale la distanza tra il passato e il presente. I ragazzini della scuola elementare che leggevano sul palco del teatro comunale le pagine di Sciascia sull’ignoranza, sulla povertà, sul bisogno di cui erano vittime alla loro età i loro nonni, i nostri nonni, erano invece ben vestiti, curati nel parlare, istruiti e non conoscevano la fame. A meno di voler dire che nulla è cambiato, a meno di non voler dimostrare che a distanza di sessant’anni questi bambini hanno i medesimi pensieri dei bambini del ’56 (“in fondo alla loro realtà di miseria e di rancore, lontani con i loro arruffati pensieri, i piccoli desideri di irraggiungibili cose”), a meno di non voler insistere che nulla mai si modifica, i bambini di Racalmuto oggi non sono più quelli di Regalpetra (e per fortuna).

Certo, esistono ancora molte cose che non vanno. Oggi Racalmuto è meno povera di sessant’anni fa, eppure è desertificata dall’emigrazione, economicamente stagnante, disperatamente immobile dentro una logica di sussistenza e sopravvivenza: un paese di molti vecchi, di pochissimi bambini, di pochi adulti produttivi e di tanti giovani in fuga.

Da quando è morto Sciascia, nel 1989, il paese ha conosciuto una terribile e sanguinosa guerra di mafia che all’inizio degli anni Novanta seminò venti morti in due anni, con due stragi consumate al centro del paese, la scomparsa misteriosa del capo dell’ufficio tecnico del Comune, l’emergere di un mafioso latitante che per un certo periodo venne indicato come il capo della Cosa Nostra della provincia di Agrigento, odi feroci tra gruppi familiari, lutti e galera, pentiti e processi, fino al punto che nel 2012 il consiglio comunale del paese di Sciascia – che per ironia della sorte, si era ribattezzato “il paese della ragione”, in nome e in omaggio allo scrittore – venne commissariato per mafia (storie e cronache che ho raccontato nel mio I ragazzi di Regalpetra, pubblicato da Melampo).

Quindi, se Racalmuto rispetto alla Regalpetra del 1956 ha conosciuto condizioni di benessere (sia pure minuto e spicciolo, ma sempre benessere) mai viste prima, ha dovuto attraversare anche la stagione forse più cupa e tragica della sua vita sociale. Tutto questo, credo, che nella vita di una comunità abbia peso, conseguenze e finisce per modificarne il suo paesaggio umano.

Eppure nella visione letteraria di Racalmuto/Regalpetra (e questo vale anche per la Sicilia tutta o per buona parte di essa) tutto questo sembra non esistere né valere. L’altro giorno ho finito di leggere il bellissimo libro di Massimo Onofri Passaggio in Sicilia, pubblicato da Giunti: un viaggio sentimentale e letterario, un ritorno in Sicilia, scritto dal critico letterario che forse meglio di tutti ha raccontato Leonardo Sciascia e che ha raccontato anche la formazione dell’immagine della mafia attraverso la letteratura scritta in Sicilia e sulla Sicilia.

Arrivato a Racalmuto, nella Racalmuto di oggi, Onofri percorre il suo itinerario sulle tracce di Sciascia, ricordando che c’era stato per la prima volta nel 1994. Onofri, come dimostrano i suoi libri, sa benissimo chi è Sciascia e altrettanto bene sa cos’è la mafia. Eppure in quel suo capitolo “Un sogno fatto a Racalmuto” (attenzione: non a Regalpetra, cioè nel luogo letterario, ma a Racalmuto, quindi nel luogo reale) Racalmuto sfuma sullo sfondo. L’immagine di Regalpetra, della Regalpetra di Sciascia, prende il sopravvento. Non c’è la piazza deserta, popolata solo da alcuni anziani. Non ci sono i nuovi quartieri di edilizia residenziale. Non c’è il ricordo recente di una mafia spietata. Non c’è il centro storico con le case chiuse per sempre. Il paesaggio si arresta sull’orlo della “campagna riarsa e ancora tarlata dalle vecchie e ormai dimesse zolfare che, un tempo non lontanissimo, avevano illuso quanto a un futuro prospero di sviluppo”.

E poi? C’è il percorso della memoria: la sede della Fondazione Sciascia con la sua collezione di stampe, il bel teatro Regina Margherita, la visita alla casa della contrada Noce dove Sciascia scrisse quasi tutti i suoi libri, la statua di bronzo di Leonardo Sciascia ad altezza naturale, realizzata dallo scultore Giuseppe Agnello e collocata sul marciapiede vicino al Circolo Unione. Tutto qui. Certo, è tanto. D’altra parte Onofri dichiara che il suo è un viaggio interiore in questa forma di guida-romanzo, narrazione tra libri, nostalgie e ricordi. Sotto questo aspetto Onofri è coerente: viaggia per la Sicilia attraverso gli autori che ha amato e ama.

Ma, messo da parte il libro di Onofri, per chi, come me, conosce Racalmuto e la Sicilia, per chi la soffre come me e come molti altri siciliani, per chi la vive con rabbia e amore, con indignazione e frustrazione, si spalanca una domanda: Racalmuto è questa? È la città natale di un grande scrittore e nulla di più? La Sicilia è questa? Certo, Onofri non sarebbe mai venuto a Racalmuto se non fosse diventata Regalpetra. Ma in quel paese, come in tutta la Sicilia, dietro le grandi metafore letterarie esistono luoghi e città popolati di uomini, donne, famiglie. In Sicilia ci sono oltre cinque milioni di persone in carne e ossa consapevoli di avere la fortuna di vivere dentro un’isola letteraria, addirittura orgogliosi di farne parte, ma allo stesso tempo divorati da nuovi bisogni, nuove miserie, ma pure nuove speranze e diversi orizzonti.

È possibile continuare ad usare sempre e soltanto la cassetta degli attrezzi di Tomasi di Lampedusa, di Verga, di Sciascia per leggere la Sicilia di oggi?

È possibile cercare di decrittare la Sicilia, il suo mistero o il suo fascino, facendo ricorso alla sua dimensione letteraria? È possibile continuare ad usare sempre e soltanto la cassetta degli attrezzi di Tomasi di Lampedusa, di Verga, di Sciascia per leggere la Sicilia di oggi? Forse questa è un’ossessione molto siciliana. Forse è il rifugio in un passato consolatorio perché passato. Un tempo in cui anche la miseria e le scarpe sfondate dei bambini di Regalpetra assumono oggi il sapore della malinconia e della dolcezza.

Quando vado in giro per la Sicilia c’è sempre un professore, un politico o un giornalista che per spiegare la Sicilia – quella di oggi – tira in ballo Pirandello, De Roberto o Brancati (l’ho fatto e lo faccio anch’io, ovvio). Ma confesso che non mi è mai capitato di sentir citare Manzoni per descrivere la Milano degli anni Duemila e neppure quella da bere degli anni Ottanta. E a Roma nessuno, tranne i turisti americani, crede più che in via Veneto ci sia ancora la Dolce Vita di Federico Fellini e che Roma sia ancora quella dei paparazzi.

Ma la Sicilia è irredimibile, si sa. E non cambia mai. Lo diceva Aimone Chevalley, lo diceva Tomasi di Lampedusa, lo diceva anche Sciascia. Se lo hanno detto loro vuol dire che è così. E se invece le cose sono diverse, la spiegazione è semplice: è la realtà testarda che si ostina a non volersi rassegnare all’evidenza della letteratura.

Gaetano Savatteri

La foto è di Massimo Minglino

Non si uccide di venerdì

in Narrazioni

Questa, più che una storia di mafia, è la storia di un gruppo di ragazzi, cresciuti nella Sicilia degli anni Ottanta, compagni di gioco sullo stesso campetto di terra battuta, che si allontanano fino a diventare nemici. I ragazzi di Regalpetra racconta la lunga guerra di mafia che agli inizi degli anni Novanta insanguinò una parte della Sicilia. E il conflitto, che vedeva gli amici di un tempo gli uni contro gli altri, esplose anche nei luoghi di Leonardo Sciascia, il grande scrittore che proprio sessant’anni fa fece letteratura delle cronache del suo paese con Le parrocchie di Regalpetra.

Una squadretta di assassini di Cosa Nostra, pronta a intervenire al bisogno, quando c’è da ammazzare qualcuno. Con una sola avvertenza: non si uccide di venerdì, perché è giorno di dolore, morì nostro Signore.

Riconnettendosi idealmente a quelle cronache paesane, Gaetano Savatteri ricostruisce come il seme della violenza sia germogliato. Un libro-verità, con nomi e cognomi, vittime e carnefici, di uno scontro che provocò decine di morti. «Una delle più interessanti storie di mafia che abbia letto», come scrive nella sua prefazione lo storico Salvatore Lupo, autore di studi fondamentali su Cosa Nostra. Savatteri aveva conosciuto quei ragazzi, diventati adulti e mafiosi. È andato a cercarli nelle tane da pentiti dove vivono nascosti o nelle galere dove scontano ergastoli. Per tentare di capire come siano potuti diventare avversari, seminando lutti e dolori che alla fine hanno devastato le vite di tutti.

Un libro sulla guerra tra Cosa nostra e stiddari che ha insanguinato il paese di Leonardo Sciascia per quindici anni. Anche l’autore è un ragazzo di Regalpetra, è cresciuto insieme a futuri boss e a futuri pentiti;
anni dopo è tornato a cercarli e a intervistarli, in carcere o dove vivono sotto protezione, per tentare di capire come gli amici di un tempo siano diventati nemici.

I ragazzi di Regalpetra

di Gaetano Savatteri
con la prefazione di Salvatore Lupo
Melampo editore

L’AUTORE. Gaetano Savatteri, giornalista, nato a Milano nel 1964, è cresciuto in Sicilia. Ha pubblicato saggi sulle mafie tra i quali Potere criminale. Intervista sulla storia della mafia, con Salvatore Lupo (Laterza, 2009), Il contagio. Come la ’ndrangheta ha infettato l’Italia, intervista ai magistrati Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino (Laterza, 2012). Per Melampo editore ha curato con Francesco Grignetti Mafia Capitale. L’atto di accusa della Procura di Roma (2015). È autore di romanzi editi da Sellerio, l’ultimo è La fabbrica delle stelle. Dirige Trame, festival dei libri sulle mafie che si svolge a Lamezia Terme. Vive e lavora a Roma.

L’immagine di copertina è di Alessandro Jyoti Giudice

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