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Federica Sgaggio

Lingua madre addio, noi impariamo a sbagliare

in Eventi

Federica Sgaggio – «Giù la testa e leggere», diceva la mia maestra delle elementari. Era una donna alta e volitiva; fusa nel piombo delle donne torbide e austere degli anni Quaranta: capelli biondi a mezza misura con le onde, tailleur avvitati di lana con gonne al polpaccio.

Da queste parti, invece, siamo almeno in due a preferire il «su la testa, e scrivere», e a metterci anche un punto esclamativo in fondo: una sono io, e l’altra è Catherine Dunne, la scrittrice irlandese amatissima in Italia.

La prima volta che la vidi – nel 2010 a Dublino, a un corso di scrittura creativa che teneva all’Irish Writers’ Centre – Catherine aprì la lezione invitandoci tutte (eravamo solo donne) a mettere ogni mattina faccia al muro, in un angolo, la strega cattiva che quando ci mettevamo a scrivere ci diceva «senti un po’, scema: ma tu chi ti credi di essere per poterti permettere il lusso di pensare a te come a una scrittrice?».

La nostra cultura ha costruito attorno alla scrittura elaboratissime cancellate che milioni di benvenuticellini hanno cesellato: e chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. E che belle, le volute di quelle cancellate. Viste da fuori, poi, sono espressione della magnificenza del Creatore dell’Editoria.
Scrivere è un lusso, un privilegio, un’attività che si viene ammessi a svolgere solo dopo che un qualche San Pietro ha fatto scattare la serratura su indicazione di qualche collega con l’aureola.

Fino al giorno in cui non accade un miracolo: abbiamo una cosa da scrivere. È una cosa che dentro non sa rimanere. L’abbiamo fatta girare qua e là dentro di noi per ammorbidirla un po’ come i vecchi con la dentiera fanno col mandorlato, ma alla fine ha fatto bum ed è uscita.

Solo allora realizziamo una cosa: che – sì – il cancello e i benvenuticellini e sampietrone e sampietrini; sì la tribù eletta degli Scrittori Santificati. Sì tutto, va bene tutto. Ma noi abbiamo delle cose da scrivere, e che nessuno per piacere ci rompa le scatole.

Sembrava fatta.
E invece col cavolo.
Il sanpietro teneva sempre le chiavi, e qualche santa minore tornava a trovarci in forma di strega ogni volta che mettevamo le dita sulla tastiera: «Cretina!», ci sussurrava sorridendo. «Ma dove credi di andare? Pensi che uscirai per la Mondadori? Come? Punti a Stile Libero? Ossantapace: ma lo sai che sei veramente scema?».

Ed è esattamente qui – a questo punto preciso della storia – che entrano in gioco tre cose: Catherine, la sua strega da neutralizzare, e la lingua straniera.
Catherine perché dopo dieci romanzi – ogni volta glielo devo chiedere, quanti sono – ancora mette ogni mattina all’angolo la sua strega.
E la lingua straniera perché non è la lingua madre.

Quando ci si deve esprimere in una lingua della quale non si è padroni assoluti, accade un magnifico miracolo, scoppietta dentro l’anima un fuoco d’artificio.
Si accetta la possibilità di sbagliare.

Sbagliare è sempre parte di qualunque gioco, ma la strega sa fare del male anche quando ci dà le spalle: e quando si tratta di scrivere, l’errore non ce lo concediamo mai.

Quello che scriviamo dev’essere perfetto. Dovrebbe poter piacere a Dostojevski ma anche un po’ a Michela Marzano; essere amato dalla Ferrante e venir lodato allo stesso tempo da David Foster Wallace e Annie Ernaux (ma dalla Ernaux con molta sobrietà).

E invece no.
Sapere che puoi sbagliare ti fa quasi far pace con San Pietro e compagnia bella.
Sì. Io sbaglio, caro San Pietro: e con questo? Lo sai, tu che tieni tutte quelle chiavi, che solo sentendomi libero di sbagliare io riesco ad arrivare in fondo alla storia che voglio raccontare? Lo sai, tu con quell’aureola, che se tutti fossimo perfetti l’Empireo dell’Editoria non avrebbe più bisogno di un guardiano come te?

Io sbaglio, e ne vado fiero.
«Sono un uomo libero», diceva Gerry Conlon alla fine di Nel nome del padre, «ed esco dalla porta principale».
Noi ci diciamo che siamo persone libere, e ci prendiamo la libertà di sbagliare e di perdonarci.
Perché è dal perdono di sé che nasce la legittimazione.
Ed è dalla legittimazione che nasce la forza di non farsi spaventare da nessun sanpietro.

Per questo facciamo un corso di scrittura creativa di dieci ore in inglese, a Verona.
Per questo ci prendiamo come Cicerone una scrittrice (e donna, onestamente, fenomenale) come Catherine.
Vogliamo che, per una volta, quindici persone si diano la libertà di sbagliare invece di fare a gara a chi è più bravo.

Ah, che liberazione.
Quest’estate abbiamo già fatto un corso ispirato alla stessa filosofia, Found in Translation, all’Istituto italiano di cultura a Dublino: due docenti – Catherine e la collega, e connazionale, Lia Mills; trenta ore di lezione, e mentoring uno-a-uno.
È stato una gioia.

Ora facciamo una cosa più piccola, diversa, a Verona, nel co-working creativo Mero&More. Perché non siamo gente da cose normali, noi. A noi piace fare le cose in mezzo alle stoffe da cucire e alle cose da inventare.

Sabato 3 febbraio dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 17, e domenica 4 febbraio dalle 10 alle 13, Catherine sarà l’insegnante di scrittura creativa in inglese di quindici persone – se fossero di più, l’attenzione resa a ciascuno potrebbe essere insufficiente.
Un’occasione unica.
E alle 18.30, sempre da Mero&More, Catherine presenterà il suo ultimo romanzo – «Come cade la luce» – che uscirà in Italia in anteprima mondiale.

Il corso costa 335 euro, ovvero 275 euro più Iva.

Per altre informazioni, fate un salto qui:

‘Come Cade la Luce’: tour 2018, dalla Spagna all’Italia

The Way the Light Falls… in Spain and Italy


https://www.facebook.com/events/1462561417174478/

Per i dettagli relativi all’iscrizione, mandate fiduciosi – e veloci! – una mail a federicasgaggio@gmail.com

 

 

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