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Eugenio Montale

La vita ha il significato che noi riusciamo a imporle

in Riscoperte

Eugenio Montale – Giorni fa mi fu chiesto da un cortese intervistatore quale potrebbe essere lo status poetico della luna dopo il fatto compiuto dell’allunaggio. Gli risposi che la scoperta dell’ombrello non aveva impedito a Debussy e a D’Annunzio di mimare la pioggia in due loro celebri composizioni. Aggiunsi pure che la poeticità della luna era già in ribasso molto prima che i futuristi scatenassero la loro offensiva contro la pallida Selene. Nessun poeta moderno si rivolgerebbe alla luna col famoso interrogativo «che fai tu in ciel» etc. Detronizzata da gran tempo, la luna sopravvive come parola d’uso (es. «era una bella serata di luna» in cui la parola luna non ha funzione di protagonista). E sopravvivranno all’allunaggio le numerose connotazioni misterico-negromantiche che hanno fatto del nostro vicino satellite un inquietante personaggio astrale.

Accomiatatomi dall’intervistatore mi resi conto di essermela cavata a buon mercato. Infatti quella sua domanda ne conteneva un’altra ben più importante. L’interrogativo vero era questo: le scoperte tecnologiche e scientifiche avranno una portata rivoluzionaria anche nel campo dell’arte e, specificamente, in quello della poesia? E qui il problema si faceva più difficile. Esso partiva dal presupposto che i viaggi spaziali considerati come invenzione e scoperta fossero la più alta meta raggiunta dall’uomo. Su questo punto i dubbi di un vero uomo di scienza potrebbero essere più che legittimi. L’uomo ha compiuto fin dal suo avvento sulla terra un’infinità di scoperte assai più impressionanti. Basti dire che l’uomo è riuscito a render la terra abitabile dalla sua specie, salvando questa (fin che sarà possibile), dalla sua totale estinzione. Quando la scimmia o un suo evoluto derivato si decise, o fu costretto, a camminare su due zampe anziché su quattro, questa sua scoperta ebbe un’importanza assai maggiore di ogni futuro allunamento o insaturnamento spaziale. Il fatto non destò clamore, non fu nemmeno avvertito. Non esisteva neppure ciò che oggi definiamo come linguaggio: o esisteva in forme non verbali, come quello delle formiche. Da allora l’uomo ha percorso molto cammino e non solo con le sue gambe. Le scoperte e invenzioni da lui fatte hanno mutato il volto della terra; il mondo è diventato un suo dominio ed ora l’uomo vuole entrare in altri mondi inabitabili creandovi condizioni di vita che siano (sia pure per breve tempo) analoghe a quelle della terra on dubito del suo successo. Più dubbioso mi lascia fatto ch’egli ha anche scoperto di essere un Dio, il Dio di se stesso. Ma non vorrei divagare (il tema è immenso) e torno al mio tema: luna e arte, trionfo della scienza e suoi possibili riflessi sul mondo della creazione artistica, della poesia.

L’arte d’oggi è un’arte organizzata e sempre più professionale. E quest’arte si è certamente avvalsa di strumenti che l’uomo è andato via via inventando e perfezionando. Non per questo si può sostenere che l’arte faccia progressi. Unico progresso, semmai, è stato quello di piegare i nuovi strumenti alle sue leggi intrinseche, servendosene o addirittura rifiutandoli.

Valga l’esempio della fotografia. C’è un genere di pittura imitativa, quella che pretendeva di riprodurre esattamente il vero, che il nuovo strumento ha reso inutile. Si può obiettare che il vero, in pittura, non è mai esistito e che i suoi maggiori risultati (si pensi a Vermeer) ci hanno dato una superrealtà che è una delle forme più alte della fantasia. Ma il fiamminghismo è stato un caso limite, insuperato e insuperabile. L’arte ha, nel suo decorso, il bisogno di un’ordinaria amministrazione e non tiene alcun conto dei geni. Quando fu chiaro che l’imitazione del vero era una via chiusa l’avvento dell’impressionismo e di quel che poi segui fu inevitabile.

S’intende che io semplifico un processo ch’ebbe altre e anche maggiori componenti. Infatti, accanto alle scoperte della tecnica e delle scienze esatte si deve tener conto delle scienze che io direi opinabili: la filosofia, la psicologia, la sociologia, la psicanalisi, le varie forme del moderno irrazionalismo, tutta una serie di correnti di pensiero che hanno il necessario contraccolpo nel mondo dell’arte: senza mai, però, intaccarne l’essenziale bisogno di mantenere intatta la sua specifica autonomia. E tale autonomia non ha affatto bisogno di essere sussunta dai filosofi come un’autonoma categoria dello spirito. Basta la constatazione che in ogni tempo l’arte ci ha proposto il canone inderogabile di un assoluto irrealismo. L’arte comincia dove la realtà finisce; e di questo fu persuaso anche il più furibondo realista della storia: Emilio Zola, il grande esageratore del vero. Al polo opposto Puskin e Tolstoj, di una verità troppo vera per essere credibile. Miracolo di un’arte che sembra facile senza esserlo e non si può raggiungere ad arte. (In occidente abbiamo un solo caso affine: quello di Jane Austen).

La fuga dalla realtà non è un recipe infallibile come può constatare chiunque si avventuri a visitare i padiglioni della sempre agonizzante e sempre risorta Biennale veneziana. E’ probabilmente la peggiore delle ricette quando si trasformi in un programma. Non basta dire il falso per essere nel vero; eppure questo itinerario verso il falso obbligatorio ha avuto la sanzione di gran parte della critica quando ha assunto la seducente etichetta dell’aggiornamento. Se la vita scorre vuol dire che muta; se muta (primo errore) vuol dire che progredisce, che va verso il meglio, sia pure attraverso inevitabili errori. E perché allora non dovrebbe l’artista adeguarsi allo Spirito del Tempo?

Mi riferisco all’interpretazione sedicente ottimistica di ciò che oggi avviene nel mondo: venga pure il peggio purché qualcosa muti. Il meglio verrà dopo anche se non lo vedremo noi: sarà l’eredità che noi lasceremo all’uomo di domani: all’uomo del 3000 perché il 2000 è prossimo e non lascia prevedere traguardi affascinanti. E trascuro cosi l’altra possibile interpretazione: quella escatologica, sempre contestata e sempre dura a morire. D’altronde, trionfalismo finalistico e fine del mondo non sono ipotesi necessariamente antitetiche. La vita ha il significato che noi riusciamo a imporle: noi, cioè gli uomini di scienza e di pensiero. Ne consegue che il mondo coincide con la definizione che noi (a maggioranza relativa) decideremo di dargli. Se coloro che interpretano, o meglio inventano, la direzione dello spirito del tempo, il soffio dello Zeitgeist, proclameranno che il bene e il male, il giusto e l’ingiusto sono due insegne non complementari ma intercambiabili, allora il mondo potrebbe finire senza che alcuno se ne accorga, non già tra salmodie e geremiadi ma tra squilli dì fanfare. Per ora non siamo a tanto e la luna la fredda, buia, disabitata luna, il pianeta che forse si distaccò dalla terra quando questa era ancora in uno stato di semi-fluidità, porrà ancora suggerire ai poeti le immagini della falce, del corno, del velo, dello specchio oscurato; e dalle varie fasi delle lunazioni i pescatori, gli aruspici e i viaggiatori sedentari potranno trarre presagi, augurî e tutto un vasto repertorio di ciò che in altri tempi fu detto «poesia».

Corriere della Sera, 17 luglio 1969

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