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Cinema Zak

Cinema Zak | Assassinio sull’Orient Express, un film onesto

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Marco Marincola – Premessa doverosa: tutto si può dire di Kenneth Branagh ma non che non sia un onestissimo professionista. In particolare, quando si trova a dover trasporre una materia letteraria lo fa in un modo che trasuda amore e devozione per il testo di partenza. Così è stato per le sue trasposizioni shakespeariane e così è per Agatha Christie.

Intendiamoci: non è il tipo di film che segna un’epoca. Però è un film come pochi se ne vedono oggi: onesto. Ed essendo la verità bellezza, ne consegue immediatamente che è bello, molto bello.

Facendo un paragone culinario si potrebbe dire che non è una creazione di Bottura, ma un piatto di tortellini in brodo fatto con tutti i crismi del caso. È che tortellini.

In un’epoca in cui prologhi, scene accessorie, e titoli messi alla fine sono diventati la regola, Branagh inizia con i titoli di testa (in primis il titolo del film) e chiude con i titoli di coda. Mi fa impressione voler menzionare questo aspetto parlando di un film, ma accidenti, volendo continuare con i paragoni gastronomici è come se rinunciasse alle stoviglie di design per riaffermare il diritto/dovere a servire un buon vino nel bicchiere giusto. Non siamo ancora al vino, ma abbiamo iniziato decisamente bene.

Poi arriva il vino. E accidenti se è buono.

Dunkirk è stata una lezione di cinema, sì, ma per esperti talentuosi: un virtuosismo. Assassinio sull’Orient Express è una lezione di cinema per tutti: un’eccellenza.

Ogni reparto della produzione ha funzionato perfettamente: grande cast (e scelto bene), bella sceneggiatura (con libertà non spiacevoli rispetto al libro), scenografie e costumi bellissimi, fotografia da manuale (65 mm, e si vede). Non una cosa fuori posto, a distrarti.

 

La storia scorre bene, e le immagini sono meravigliose, dalla prima all’ultima inquadratura. Decisamente una delle pellicole migliori della stagione.

Il momento forse di maggior leziosità e di differenza dal romanzo (ma lo glielo si perdona tranquillamente) è quando Poirot raccoglie i dodici personaggi: era evidentemente un’occasione troppo ghiotta avere 12 (+1) persone disposte lungo un solo lato di un tavolo per non ricreare un’Ultima Cena. Il riferimento a Leonardo è palese, ma non precisissimo, dal momento che l’affresco parla del Tradimento. È il momento però in cui Poirot sta per parlare della sua teoria sul caso, e la domanda che echeggia dall’affresco originale è “Sono forse io?”. Data anche la bellezza visiva della scena direi che c’è molto di cui essere contenti e la si può portare a casa felici di averla vista.

Anche perché, e qui chiudo, è il punto in cui ci si allontana di più dal romanzo. Il tema dell’Ordine e del suo legame con la Giustizia domina il film sin dall’inizio e pian piano questo legame viene smontato. Partiamo da un elogio del bianco e nero radicale (nessuna sfumatura) da parte di Poirot, elogio che viene sostenuto dall’incipit del film, per poi venire proiettati in un mondo di sfumature: il delitto sul treno. Siamo portati a credere che quelle sfumature alla fine spariranno e invece noi, con Poirot, dovremo accettarle e associare l’idea di Giustizia a qualcosa che non è necessariamente bianco o nero. Se gli altri cambiamenti erano minori (un personaggio che diventa di colore, un altro che diventa ispanico, etc…), qui deviamo parecchio.

Il Poirot della Christie accetta il verdetto dei passeggeri perché riconosce in loro la giuria di un tribunale. Quello di Branagh non fa riferimento alla giustizia umana, ma averli messi in scena stile cenacolo vinciano suggerisce che il detective belga abbia accettato il verdetto come espressione di una verità e di una giustizia più profonde, e che la sua fiducia in un mondo nero o bianco sia stata scossa in maniera veramente radicale (frasi d’effetto finali a parte).

 

Cinema Zak | L’amicizia fra la regina e un servitore indiano

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Marco Marincola – Soggetto e tema. “Victoria e Abdul” (di seguito “V&A”) racconta dell’amicizia fra la sovrana britannica è un servitore indiano, ma di cosa parla veramente?
Nel trailer di V&A la regina all’inizio proclama di essere la sovrana di oltre un miliardo di individui, poi afferma che questo comporta esserne la loro prima servitrice. Il tema sembra essere il Potere e le responsabilità che esso comporta.

Nel film invece, questo non appare. Il tema del servizio fa la sua comparsata solo in una frase di Abdul ma viene rapidamente dimenticato. E così succede a molti altri aspetti di questo film che sembra soffrire di amnesia o di estrema distrazione.
Il film parte con una verve da commedia, ma dopo un po’ se ne dimentica. Oppure parte dimenticandosi un antagonista forte e lo introduce solo in seguito. Il costumista si dimentica che Vittoria ordina di dare dei guanti ai servitori indiani. Persino all’inizio, nell’inquadratura chiave prima del titolo, nel gioco di sguardi fra la Regina e il suo servitore, il direttore della fotografia si dimentica di mettere a fuoco entrambi gli occhi di Vittoria (“apri tutto!” – cit.).

Ma la dimenticanza più grave è quella di un tema. Il film si regge sul fascino solidissimo della Corona britannica, ma cosa costruisce su queste fondamenta?

Nessuno dei personaggi cambia veramente; i due protagonisti fraternizzano subito e quindi il film non è sulla costruzione del loro rapporto; i nobili non cambiano atteggiamento verso Abdul, Abdul non fa niente che non sia per sé stesso, Vittoria è da subito e resta sempre una Regina assolutamente conscia delle sue prerogative (fondamentalmente fa sempre quello che vuole).

Non viene giocata fino in fondo neanche la carta del contrasto fra la durezza dei britannici in India e il rapporto tra V&A; al limite può essere un quadro sulle piccolezze umane, ma allora le ultime parole dell’altro servitore indiano stonano (così come stona l’ultima frase in sovrimpressione sulla futura indipendenza dell’India).
Insomma, bei costumi, bella recitazione, scenografie d’effetto ma… di cosa abbiamo parlato?

Cinema Zak | Loki: Ragnarok

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Marco Marincola – Ci sono un po’ di cose da dire su Thor: Ragnarok, sulla sua scrittura, sulla sua fotografia, sugli attori, ma ce n’è una su tutte che reclama il primo posto.
Guardate questo film (e ripensate ai due che l’hanno preceduto) con questa idea: non è la storia di Thor che viene veramente narrata, ma quella di Loki.

Abbiamo iniziato con il rapporto fra Loki e il padre (sia quello adottivo che quello biologico), abbiamo continuato con quello fra Loki e la madre, e ora siamo a Loki e il fratello.
Non so se sia dovuto alla bravura dell’attore o se sia stato preso un attore di livello superiore proprio perché questo era voluto, ma la vera storia interessante è quella del fratellino cattivo.

Detto ciò, ormai credo sia superfluo notare come l’operazione Marvel/Disney abbia travalicato l’unità espressiva conosciuta come “film” e introdotto nel cinema una narrazione orizzontale di un’ampiezza che si era vista solo nelle serie moderne. Alcuni passaggi di Thor: Ragnarok hanno senso solo alla luce di questo, e solo alla luce di questo è possibile perdonare alcune cose come il cameo del Dr. Strange (francamente inutile).

 

 

Una caratteristica di questa serie di film è stata la capacità di far tendere ogni personaggio verso il proprio genere particolare, ed è qui che questo film stupisce. O meglio ha già stupito, perché trattavasi di cosa urlata già dal primo trailer: il Dio del Tuono lascia il fantasy tecnologico per entrare nel territorio scanzonato e irriverente dei Guardiani della Galassia. Lo fa proprio quando deve affrontare il capitolo più scuro e gioca pericolosamente fra la drammaticità e la commedia. La scommessa non ha un risultato clamoroso, ma non fallisce. Se non fosse chiaro che il modello è cambiato la musica ce lo ribadisce, mettendo in campo qualche bella hit retro proprio come nelle avventure di Starlord & co. Certo, qui The Immigrant song è così azzeccata che viene riproposta due volte, ma non ci lamentiamo.

Va meno bene il discorso fotografia: anche qui il film è in bilico fra il bigio e l’esplosione di colori, ma non si percepisce nessuna coerenza con l’uso delle diverse palette di colori. Qualche inquadratura carina c’è, ma nulla di veramente notevole.
Quello che alla fine salva veramente il film sono gli attori: sopra le righe, apparentemente fuori parte, gigioneggianti; avrebbero potuto rendere questo film un disastro, e invece ne sono la forza. Menzione speciale per Cate Blanchett propone un personaggio per lei inedito e ne mostra sfumature diversissime fra loro (sadica, sarcastica, superba, …) e Anthony Hopkins, che mette in scena un Loki travestito e un Odino, ed è impossibile confonderli.

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