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Carmelo Sardo

Cani senza padrone, i soldati senza esercito della Stidda

in Letture

GAETANO SAVATTERI – “La stidda è un’invenzione di voi giornalisti. Erano i boss di Cosa Nostra che ci chiamavano stiddari. Noi eravamo solo delinquenti, cani senza padrone…”. Con queste parole di Giuseppe Croce Benvenuto, picciotto di Palma di Montechiaro, ora uomo adulto, si apre il racconto sanguinoso e appassionante di Carmelo Sardo.
Cani senza padrone pubblicato da Melampo, con la prefazione di Attilio Bolzoni, racconta – come spiega il sottotitolo del volume – La stidda. Storia vera di una guerra di mafia, uno scontro forse oggi dimenticato, perché periferico, perché ambientato nei paesi calcificati di sole e di miseria della costa meridionale della Sicilia, che a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta seminò decine di morti, vittime del conflitto tra Cosa Nostra e giovani stiddari, fuorilegge senza bandiera, delinquenti a corpo libero che la mafia siciliana più blasonata per molto tempo non riuscì a mettere completamente sotto controllo.

Sardo spiega bene l’evoluzione, l’ascesa e il tramonto di decine di picciutteddi, allevati nelle patrie galere per piccoli reati che a un certo punto sfidarono i vecchi padrini, si confederarono in un network di alleanze di mutua utilità (io vengo a uccidere i tuoi nemici al tuo paese, tu vieni a uccidere i miei nemici al mio paese), ma probabilmente finirono, più o meno inconsapevolmente, per cadere nelle sottile strategie dei capi di Cosa Nostra che usarono i ragazzi dalla pistola facile per regolare conti, eliminare avversari e, secondo l’ipotesi avanzata da Sardo, anche per uccidere Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990.

Carmelo Sardo è un giornalista di lungo corso e quegli ex ragazzi che adesso è andato a sentire, nelle celle da ergastolani o nei loro covi da pentiti, li ha conosciuti, indirettamente, quando da cronista ad Agrigento raccontava delitti e stragi che segnavano la mappa della provincia, i paesi antichi delle miniere e dei latifondi, quei pugni di case che proprio a metà degli anni Ottanta cominciavano a conoscere una modernità disordinata e convulsa.

Ecco, proprio da questa modernità vorrei partire per fare due riflessioni su un libro che si legge con molta rabbia, ma anche con molta pena. Vorrei partire da quanto avvenne in questi paesi dimenticati proprio a cominciare dagli anni Ottanta. Prendiamo Palma di Montechiaro, ad esempio, il paese della famiglia Tomasi di Lampedusa, agglomerato di vecchie case raccolte attorno a un convento che a un certo punto si gonfiò di una metastasi di edifici abusivi e mai completati. Nel 1967, per una sua inchiesta sulla Sicilia, Pippo Fava si fermò a Palma di Montechiaro e scrisse così: “Le cose che colpiscono anzitutto sono i cani, le mosche e i bambini. (…) Metà della popolazione è formata da bambini sotto i dieci anni di età, molti sono maculati di terribili sporcizie, oppure hanno i piedi scalzi, oppure chiedono l’elemosina alla macchina del forestiero. Se ne vedono a volte a gruppi di trenta o quaranta in un vicolo o in una traversa. Giocano. In mezzo al vicolo o alla traversa c’è un fosso sul quale scorre il liquame, ed essi vi sguazzano dentro”.

Tra quei ragazzini c’erano anche Giuseppe Croce Benvenuto e i suoi amici. Cresciuti per le strade, nelle pozze di liquame, avvezzi a prendere tutto quello che si poteva prendere, con ogni mezzo e in ogni modo. Ma vent’anni dopo il passaggio di Fava da Palma di Montechiaro (in quel 1984 in cui Fava venne ucciso a Catania), Palma grazie alle rimesse degli emigrati aveva conosciuto un parziale miglioramento: slabbrato come la sua urbanistica, corroso come la sua edilizia. E quei ragazzini erano diventati uomini. Anche loro volevano godere del nuovo benessere, con ogni modo e con ogni mezzo.

La frattura tra Cosa Nostra e stidda (sempre che questa organizzazione sia mai esistita, incerta nell’origine del nome e nella sua disorganizzazione, come analizza Sardo nel libro), nasce innanzitutto da una divaricazione di esigenze e bisogni. Ho conosciuto quei ragazzi, ero un loro coetaneo, come lo era Carmelo Sardo: gli stiddari e le nuove leve di Cosa Nostra avevano la nostra età quando deflagrò la guerra di mafia. Li incontravamo per le strade e nei bar, ne conoscevamo storie e cattiva fama. Ricordo che quelli che crescevano all’ombra di Cosa Nostra mutuavano subito i modi dei vecchi padrini: profilo basso, poche parole, discrezione e forme del potere sottintese. Quelli che poi saranno chiamati stiddari, invece, vestivano alla moda, cavalcavano moto smarmittate, frequentavano le discoteche, bevevano forte e usavano droghe leggere e pesanti.

Qualcosa era successo anche nel sud del sud della Sicilia. Una ventata di modernità portata dalla televisione, dalla maggiore facilità di movimento, dai soldi che correvano nelle tasche aveva acceso inediti stili di vita, anche tra i giovani delinquenti, e non solo tra i ceti più abbienti o tra gli studenti universitari. Rapine e furti consentivano ai “bravi ragazzi” di avere tutto a portata di mano, con poca fatica. Era ancora possibile sottostare ai diktat di vecchi boss di campagna che giravano con le giacche stazzonate, i pantaloni cadenti e il passo da contadini?
Prima ancora che criminale, la frattura tra vecchi e giovani si appalesò come una spaccatura generazionale e sociale. Gli anni Ottanta, con la loro mitologia disco music della stagione da bere, spalancavano appetiti e desideri estranei a chi, come i boss di Cosa Nostra, aveva condotto il potere mafioso in una delle province più povere d’Italia sfruttando proprio i bisogni primari. Ma adesso i bisogni, risolte fame e miseria, cominciavano a diventare voluttuari, di lusso, griffati. Gli anni Ottanta, per molte vie, ora battevano anche sugli orologi dei campanili di Palma di Montechiaro, di Favara, di Racalmuto, di Porto Empedocle, in una Sicilia che disordinatamente si scrollava di dosso povertà ataviche e con esse arcaici comportamenti di vita.

Cos’era la stidda e cos’è stata, è questione che Carmelo Sardo esamina con passione e con molti interrogativi. Probabilmente, come spiegano i protagonisti nel libro, fu un’invenzione utile a Cosa Nostra, ai giornalisti e anche ai magistrati per dare forma, narrativa o giudiziaria, a un conglomerato di interessi diversi che, in quel momento, finirono per convergere e misero insieme traiettorie personali molto distanti. Per risolvere la questione, potremmo dire che la stidda, al di là di ogni etimologia, fu un’associazione temporanea di scopo, come si studia nei libri di diritto.

Un’associazione criminale, certo. Ma dalla durata determinata, a differenza di Cosa Nostra. Questo spiega, ad esempio, perché alcuni esponenti di questa incerta associazione a delinquere abbiano deciso di parlare con Carmelo Sardo, a prescindere dalla loro posizione giudiziaria. Collaboratori di giustizia o ergastolani con fine pena mai hanno raccontato nel libro la loro vita di criminali di allora e di detenuti di oggi. Alcuni di essi, come Giuseppe Grassonelli e Alfredo Sole, hanno studiato in carcere, si sono laureati e sono diventati autori di scritti, interpreti di documentari.

A differenza degli affiliati a Cosa Nostra, gli ex stiddari hanno deciso di dire a un giornalista cose che non hanno voluto dire nelle aule di giustizia. Questo si spiega proprio perché la stidda, se mai è esistita, oggi sicuramente non esiste più. I suoi ex affiliati, quindi, sanno che fuori dal carcere non c’è un’organizzazione capace di assistere le proprie famiglie o di intimidirle. Questo per certi versi li rende liberi. Li rende liberi, soprattutto, da un’ideologia, se così si può dire, che per la Cosa Nostra siciliana – sia pure indebolita – è ancora molto forte, al punto da dare un’identità soprattutto a chi è dentro un carcere. Far parte di Cosa Nostra fornisce a chi deve convivere con altri detenuti un profilo di difesa e di autodifesa non indifferente. Offre il senso di appartenenza a un’organizzazione radicata nel tempo e non del tutto scomparsa.

Gli stiddari non possono vantare questa appartenenza perché la loro associazione si è dissolta. Devono quindi dare di se stessi una testimonianza personale. Chi non lo ha fatto come collaboratore di giustizia, guadagnandone i benefici della legge, può darla solo come privato, come singolo. E deve argomentare le ragioni del suo passato, articolarne un senso, tentarne una spiegazione: innanzitutto per se stesso e per la sua comunità. Ecco perché i percorsi di alcuni di loro, come racconta Cani senza padroni passano attraverso la “testimonianza”. Come soldati senza più esercito, gli stiddari che non sapevano di esserlo, adesso cercano nei libri, nello studio, nelle battaglie civili contro gli ergastoli a vita, la cifra di lettura di un passato irrevocabile che, davanti allo specchio del tempo, appare folle, sanguinaria e insensata. Forse, in questo modo, i cani senza padrone stanno tracciando la possibile strada di una redenzione individuale.

 

Foto di Alessandro Jyoti Giudice

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