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Bottega di narrazione

Dieci cose da tenere presenti se si vuol far funzionare decentemente una storia

in Spilli

Giulio Mozzi – Premessa: tra “far funzionare decentemente una storia” e “scrivere una storia eccellente” c’è una bella differenza; così come tra “scrivere una storia eccellente” e “scrivere un capolavoro”. Lo scopo dei seguenti consigli è il raggiungimento del minimo sindacale. [Aggiungiamo, per tutto il resto c’è la Bottega di narrazione]

1. Una storia è costituita da una successione di eventi legati tra loro da cause ed effetti.

2. La relazione tra cause ed effetti non è mai automatica. Non è che se Tizio dà un pugno a Caio, Caio necessariamente gliene restituisca otto. Caio potrebbe cadere a terra tramortito; potrebbe porgere l’altra guancia; potrebbe fremere impotente; potrebbe chiamare aiuto; potrebbe ringraziare (esistono i masochisti); potrebbe declamare una poesia di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castevecchio, preferibilmente). Ogni causa può generare molti effetti, e noi dobbiamo non solo stabilire quale effetto sarà generato, ma anche (direi: soprattutto) perché sarà generato quell’effetto lì e non tutti gli altri possibili.

3. La stessa cosa vale all’incontrario: un effetto può essere generato da diversissime cause. Se Tizio se ne va in giro con gli occhi bassi, potrebbe essere stato lasciato dalla fidanzata (la perfidissima Petronilla); potrebbe essergli morto il gatto; potrebbe avere qualche meditazione in corso (sul senso della vita, sull’opportunità di contrarre un mutuo, sul colore del divano da comperare, sulla sensatezza del suo amore per Petronilla, la perfida); potrebbe avere il torcicollo; potrebbe essere stanco; e così via. Nel momento in cui presentiamo una situazione, dobbiamo non solo aver presente quali cause l’hanno generata: ma anche (direi: soprattutto) perché quella situazione ha avute quelle cause lì, e non altre (tra le quasi infinite possibili).

4. Istintivamente ci rendiamo conto che certe connessioni causa-effetto sono più probabili di altre; o quantomeno sembrano più probabili al senso comune. Ora: non è che nella nostra storia a ogni evento-causa debba seguire il più probabile (o ritenuto tale) degli eventi-effetto; soprattutto, non è che sia più realistica la più probabile delle relazioni causa-effetto.

5. Il funzionamento delle relazioni causa-effetto dipende dalle circostanze in cui accade ciò che accade. Se vogliamo che accada una certa cosa (a es. che il ragionier Peressutti diventi improvvisamente ricchissimo; o che lo rapiscano gli alieni; o entrambe le cose; ec.), dobbiamo immaginare le circostanze che la rendano credibile, ovvero che rendano necessarie le connessioni tra cause ed effetti.

6. In realtà i diversi tipi di narrazione presentano, circa la connessione tra cause ed effetti, esigenze diverse. Per esempio:

Mercoledì 20 luglio 2016 il ragionier Peressutti, spinto da una vago presentimento, per la prima volta in vita sua comperò dal tabaccaio – investendo 5 euro – una tessera del SuperLotto. Il giorno dopo – sempre dal tabaccaio: il ragionier Peressutti era un fumatore incallito – la fece controllare e scoprì di aver vinto il jackpot: 72 milioni di euro. Chiese al tabaccaio una sedia. Il tabaccaio, oltre a fornire la sedia, provvedette a fargli vento con un giornale. Dopo venti minuti il ragionier Peressutti si sentì meglio, si alzò, ringraziò il tabaccaio e disse: “Vado in banca. Sapranno loro come fare”. Furono le sue ultime parole. La banca era difronte. Mentre il ragionier Peressutti attraversava la strada, un raggio azzurro piovve dal cielo e lo rapì. Solo dieci anni dopo la moglie, la geometra Tumminielli, riuscì a ottenere una dichiarazione di morte presunta e – grazie alla testimonianza del tabaccaio che aveva effettuato il controllo – a incassare la somma, nel frattempo sostanziosamente erosa dall’inflazione.

Qui abbiamo un evento casuale, senza cause precise: il ragioniere non aveva mai comperato un biglietto del SuperLotto (né, si può presumere di altri giochi). Ma la cosa è sopportabile, sopportabilissima, perché: (a) è evidentemente che il regime del racconto non è esattamente di tipo realistico; (b) è evidente che l’andatura del racconto è giocosa; (c) ma, soprattutto, la vincita è qui proposta come evento scatenante, e gli eventi scatenanti hanno tutto il diritto di non avere cause precise (altrimenti, dovremmo sempre risalire ad Adamo ed Eva). Il “vago presentimento” della prima riga può restare – appunto – nel vago. Se il ragionier Peressutti fosse un giocatore abituale, nulla cambierebbe nella storia successiva.
Quanto agli alieni, è noto che ogni tanto prendono su qualcuno per studiarselo.

7. Le domande che devono guidare la costruzione del racconto sono dunque:

** Che cosa bisogna che accada prima, perché possa ragionevolmente accadere dopo ciò che io fin dal principio desideravo che accadesse?

** Dato che è accaduto quel che è accaduto, quale contesto devo allestire perché ciò che accade dopo appaia come ragionevolmente (se non proprio necessariamente) conseguente da ciò che è accaduto prima?

(Si tratta, per certi aspetti, della medesima domanda: ma ci sono delle sfumature).

8. Nessuna storia è la storia di un personaggio solo: tutte le storie sono storie di personaggi che si incrociano. Ogni personaggio è portatore di un desiderio (magari nichilistico, ma pur sempre un desiderio): la storia risulta dal conflitto, dalla competizione, dall’associazione, dalla divergenza, eccetera, dei desideri dei personaggi. I promessi sposi non esisterebbero se un certo giorno don Rodrigo, mentre andava a spasso con suo cugino il conte Attilio, non avesse avuto un (lieve) moto di desiderio nei confronti di una certa bella ragazzotta; se il conte Attilio, per desiderio di primeggiare, non avesse sfidato don Rodrigo a farsela, quella ragazzotta; se don Rodrigo, per desiderio di non sfigurare davanti al cugino, non avesse accettato la sfida; se Lucia non fosse stata seriamente e serenamente innamorata di (cioè desiderosa di) Renzo; se Renzo a sua volta non fosse stato seriamente e serenamente innamorato di (cioè desideroso di) Lucia; e via dicendo.
Di cosa parlano dunque le storie?
Di desideri, ovviamente.

9. La differenza tra una serie di fatti e un racconto è l’ordinamento dei fatti stessi. In un racconto si può mettere alla fine ciò che cronologicamente è avvenuto all’inizio; si possono rimescolare le carte e i tempi; anzi: si devono rimescolare le carte e i tempi. Nessuno è più noioso di chi racconta una storia per filo e per segno. La sequenza di episodi che costituiscono la parte “meravigliosa” dell’Odissea sarebbe noiosissima, se il racconto non fosse costruito a incastro (la narrazione, vi ricordo, comincia – dopo quella sorta di prologo che sono i libri in cui il figlio Telemaco lo cerca presso tutti i reduci della grande guerra troiana – con Ulisse che se ne sta placidamente a godersi le grazie della ninfa Calipso sull’isola di Ogigia; riceve poi l’ordine divino di mettersi in viaggio per tornare alla sua Penelope; si fa uno zatterone e parte; fa naufragio; arriva a una spiaggia dell’isola dei Feaci; il re dei Feaci lo tratta con ogni rispetto, lo invita alla sua mensa, fa venire un cantore; il cantore comincia a cantare la grande guerra troiana; Ulisse – che aveva celata la sua identità – si commuove; lo interrogano; e finalmente lui racconta di Circe, dei Lestrigoni, del Gigante Monocolo, e così via. Dopodiché l’ordine cronologico viene ripreso fino alla sfida ai pretendenti e al ricongiungimento con Penelope).
O pensate alla potenza di un racconto brevissimo come: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì” (Augusto Monterroso).

10. Se non si possono fare grandi lavori di montaggio, si può lavorare sull’annuncio. L’esempio classico è quello dei Vangeli: che interesse (narrativo) avrebbe la storia di Gesù di Nazareth, se non sapessimo che egli è in un qualche modo misterioso il “figlio di Dio”, se non esistesse una “scrittura” precedente nel quale il suo destino è “già scritto”, se non sapessimo che c’è un “destino” che lo attende, se Gesù stesso non provvedesse, qua e là, a notificare ai suoi increduli sostenitori l’inevitabilità e l’imminenza di tale destino? E se non sapessimo, infine, che dall’accettazione o dal rifiuto di tale “destino” verrà la salvezza o la perdizione dell’intero genere umano?

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