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Il lato rosso di Mario Gomboli, lo ‘zio’ di Diabolik

in Interviste

Mario Gomboli è il direttore editoriale dell’Astorina, la casa editrice che pubblica da più di 50 anni Diabolik:  architetto, grafico, professore, autore di fumetti e libri per l’infanzia e soprattutto è il papà di Luporosso.
Le sorelle Giussani hanno scelto bene il loro erede, non poteva essere che Gomboli a portare avanti il loro re del terrore.
Con Gomboli abbiamo chiacchierato a lungo del passato, del presente e del futuro del ladro col pugnale ma abbiamo voluto indagare anche sul suo personaggio per bambini: Luporosso. Il lupo buono creato per dispensare buoni consigli ai lettori più piccoli e spingerli ad amare tutti i giochi con la carta. Luporosso disegna, colora, ritaglia, piega, legge e scrive. Proprio come il suo papà.

Lei ha raccolto l’eredità delle sorelle Giussani. Oltre Diabolik c’è però anche un trascorso che i lettori del ladro con il pugnale forse non conoscono…
Ho iniziato esattamente 50 anni fa a muovermi in questo mondo grazie ad Alfredo Castelli che mi ha presentato le sorelle Giussani. Ho iniziato disegnando un marzianetto per una fan-zine, ho scritto oroscopi che spacciavamo per realizzati al computer, ho scritto testi per Tacabanda, uno dei caroselli della Rai. Si guadagnava bene, ma era difficile farsi approvare le strofe, me ne approvavano una su cinque presentate. Con Castelli e Silverio Pisu realizzammo alcuni pupazzi per Maria Perego: Lupo Lupone e Cappuccetto a Pois per la televisione svizzera.

Il lupo è uno dei suoi animali totemici…
Sì, il lupo è un animale che mi è sempre piaciuto. Luporosso è arrivato nel 1997. Mi avevano chiesto di fare un lupo per un’agenda del WWF edita dalla Mondadori. Dell’agenda non si fece più niente. Il Lupo prima era in bianco e nero: quando Cristina Sperandeo, direttore editoriale della Fabbri Ragazzi mi chiese una serie di educational, colorai quel Lupo di rosso perché i bambini devono stare attenti al lupo e anche al rosso. Ho scritto e illustrato davvero tanti libri per bambini – ben 160 titoli! -, per Mondadori, La Coccinella, Fabbri, edizioni Paoline; ma Luporosso è di fatto il mio personaggio più famoso. È tradotto in tutto il mondo, persino in cinese e coreano!

Come fa a conciliare le sceneggiature e i soggetti di Diabolik con la scrittura di storie per bambini?
Un po’ sono come Dottor Jekill e Mister Hyde, lo ammetto. Ma in fondo si tratta sempre di raccontare delle cose. Raccontare è un’abilità, una capacità che elabori nel tempo, ma è lo stesso raccontare una barzelletta agli amici, l’ecologia ai bambini o come fa Diabolik a sfuggire all’Ispettore Ginko. Diversificare così tanto le attività mi evita di annoiarmi.

La sua professione di architetto l’è servita per raccontare tante storie così diverse?
Ho fatto l’architetto per dieci anni e mi serve anche oggi per spiegare ai disegnatori un trucco particolare di Diabolik. La mia laurea con 110 e lode mi è stata utile solo nel 1982 per vincere un concorso come professore di composizione ad Algeri. Diabolik è stato il mio primo lavoro ben pagato. Adesso, dopo 850 numeri, inventare nuovi trucchi è una fatica di Sisifo: niente a che vedere col primo che mi pagarono, nel 1966. Avveniva in una cabina telefonica in cui un uomo veniva ucciso dal cianuro di potassio attivato dal batacchio del telefono. Angela Giussani me la pagò 2500 lire, 20 euro di oggi… e non è mai stato usato.
Per parecchio tempo ho venduto idee. Quando mi sono laureato nel 1972 sono rimasto sempre in contatto con le Giussani. A quei tempi un soggetto veniva pagato 100mila lire, ci facevo un mese di campeggio in Grecia. Guadagnavo bene, più di mio padre che faceva l’impiegato e che, senza mai capire come facessi a pagarmi l’università e portare tanti soldi a casa, forse pensava che fossi invischiato in loschi traffici. Nel 1997 proposi alla casa di animazione francese Saban alcuni miei personaggi. Li rifiutarono, ma si dimostrarono interessati a Diabolik e Martin Mystère: con la prospettiva di una serie di cartoni animati di Diabolik all’orizzonte, Luciana Giussani decise di farmi curare l’operazione. Quando i diritti passarono agli americani snaturarono il progetto ma Diabolik resiste a tutto perché il brand è più forte, resiste a tutte le speronate. Il pericolo è che Diabolik diventi un oggetto vintage ma almeno questo problema è scongiurato: la sua visibilità è la più alta di qualsiasi altro personaggio di fumetti in Italia perché il personaggio è trasversale, funziona come fenomeno inter-generazionale. Lo vediamo alla fiere dove arrivano nuovi lettori che vengono a cercare i nuovi numeri, dopo che hanno ereditato la collezione del papà.

Cosa c’è nel futuro di Diabolik?
Oltre all’inedito, continuano le due ristampe e lo speciale il “Grande Diabolik” anche ristampato a colori. Con Palumbo per i 40 anni abbiamo fatto il remake del numero 1, un’idea di Alfredo Castelli che in passato aveva cercato più volte di proporre alle Giussani. Fu proprio Castelli a presentarmi Giuseppe Palumbo. L’albo fu un successo: tappare i buchi della storia di Diabolik è diventato un filone che poco alla volta stiamo riempendo. Quest’anno uscirà un’altra puntata. In un episodio abbiamo anche ripercosso il passato di Ginko che ci ha permesso di smentire l’ipotesi che Ginko e Diabolik fossero fratelli.

E poi arriviamo all’altro Diabolik: DK. Chi è DK?
Allora ho provato a immaginare come sarebbe stato Diabolik se le Giussani invece di ispirarsi al feuilleton francese si fossero ispirate al fumetto americano. Da lì l’operazione DK ha preso forma e la risposta del pubblico e dei critici è stata buona. Abbiamo fatto un nuovo formato, con la stessa foliazione e il formato degli albi Marvel e DC Comics. DK è un altro Diabolik, gli somiglia ma ha una cicatrice. Eva c’è, ma è la sua acerrima nemica. L’ispettore si chiama semplicemente così e non Ginko. Vuole essere altro da Diabolik. Palumbo è già al lavoro sulla seconda stagione che avrà un esordio shock perché tutto il progetto DK vuole essere scioccante.

Qual è la storia che vorrebbe scrivere e che ancora non ha realizzato?
Una è già a buon punto: inizia con il solito controllo dei volti, Ginko scopre Diabolik con una maschera… ma stavolta lo lascia passare. Perché? Non posso dirvelo. Poi ho scritto una storia senza Diabolik che le Giussani mi fecero modificare per eccesso di originalità. Ecco, una storia di Diabolik senza Diabolik resta un mio vecchio pallino.

Antonino Pintacuda

La foto è di Roberto Caccuri – Contrasto

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