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Alessandro Di Meo

La forza di uno scatto

in Backstage

Alessandro Di Meo – È domenica mattina, il 19 aprile 2015. Sto uscendo di casa per andare a fotografare la partita Roma-Atalanta allo stadio Olimpico. Faccio il fotogiornalista per l’agenzia ANSA. Mi chiamano dalla redazione per chiedermi se posso andare a Catania per il naufragio di un barcone carico di migranti. Tra due ore parte il volo da Fiumicino. Faccio i bagagli senza sapere quanto starò fuori. Di corsa, butto in valigia tutto quello che penso mi servirà. Devo essere molto veloce e stare attento a non scordare nulla, sono agitato e faccio dieci cose contemporaneamente correndo da una parte all’altra della casa. Bagaglio fatto, attrezzatura pronta, chiamo il taxi e vado in bagno a sciacquarmi il viso prima di uscire. Mi guardo allo specchio e inizio a piangere. So cosa è successo, cosa dovrò provare a raccontare con le mie foto laggiù, a Catania, ma mentre mi preparavo al viaggio ho voluto ignorare la notizia. Adesso, però, realizzo che non posso più fare finta di niente, tra poco dovrò affrontare la realtà. Si parla di settecento, ottocento morti, è difficile farsi carico di tutto quel dolore.

Sul porto di Catania fotografo l’arrivo degli unici ventisette sopravvissuti, poi riesco a imbarcarmi sul pattugliatore Denaro della Guardia di Finanza, staremo fuori tre giorni in mare al largo della Libia. Partiamo la sera del 22 aprile. La mattina seguente mi sveglio all’alba, vado subito in plancia di comando e, mentre sgranocchio qualche biscotto, parlo con l’equipaggio. Mi mostrano sulla cartina il punto in qui è avvenuto il naufragio e mi spiegano che probabilmente la maggior parte delle persone morte si trovava all’interno della barca, chiusa dentro. Penso alle grida nel buio, spente dall’acqua che invade la stiva. Dopo alcune ore arriva una segnalazione dal comando, un aereo pattugliatore della Guardia costiera ha avvistato un barcone con più di cento persone a circa trenta miglia di distanza. Siamo i più vicini; prua verso il punto segnalato e motori avanti tutta.

Fino a questo momento c’è un clima piacevole e con l’equipaggio parliamo di motociclette, politica, sport. Sono tutti disponibili a rispondere alle mie curiosità sul loro lavoro e sulla nave su cui ci troviamo, sono proprio loro a volermi raccontare quello che fanno nel quasi totale silenzio dei media. Dopo la chiamata appena arrivata, però, in plancia regna il silenzio. Sono tutti concentrati e scrutano il mare che abbiamo davanti. Vedo le mascelle serrate e sguardi concentrati, io sono eccitato: c’era il rischio di stare fuori tre giorni e di non scattare nemmeno una foto. Dopo quasi due ore di navigazione arriviamo nella rotta calcolata per approssimazione incrociando la loro direzione e velocità con le nostre. Usando cannocchiali, la telecamera termica e anche semplicemente gli occhi si cerca un puntino nel mare, sperando che non sia troppo tardi. Ecco che finalmente ci sembra di vedere qualcosa. Ci avviciniamo per capire cosa sia: loro, sono loro. I finanzieri mettono in acqua un gommone che gli si avvicinerà, mentre noi manteniamo una certa distanza. Devono verificare come stanno le persone a bordo e spiegar loro come funzionerà la manovra di salita sulla nostra nave. Questa è la fase più delicata del salvataggio perché prese dal panico queste persone rischiano di farsi male e di finire in acqua senza saper nuotare.

Mentre si avvicinano, vediamo chiaramente che i migranti si alzano in piedi e iniziano a sbracciarsi per attirare la nostra attenzione, ma il personale sul gommone ha un microfono collegato con la nostra plancia: sento che urla ai migranti di rimanere seduti, perché se si alzano in piedi e spostano il peso da un lato, il loro gommone rischia di imbarcare acqua e affondare in pochi secondi. Iniziamo a questo punto la manovra di avvicinamento e mentre scatto le foto mi rendo conto di quanto sia precario e pericoloso il loro gommone. Lo definirei più una zattera con un tubolare attaccato intorno. La chiglia è formata da stecche di legno pressato attaccate tra loro con delle barre filettate. Il tutto è spinto da un motore di 40 cavalli che di solito si monta su gommoncini di massimo tre metri, che portano quattro persone. In questo caso l’imbarcazione è di circa dieci metri e trasporta un centinaio di persone.

L’equipaggio della nostra nave lancia due cime al loro gommone. Cime che vengono afferrate e tenute strette da tante mani. Inizia la manovra di salita sulla nave della Guardia di Finanza: prima le donne e i giovani, e poi i maschi adulti. Il rischio che questa manovra finisca in scene di panico è altissimo e ci si va vicino diverse volte, ma gli uomini dell’equipaggio sono bravi a far rispettare l’ordine senza far cadere nessuno in acqua. Ci sono ancora sette uomini da far salire quando arriva un’altra chiamata, c’è un altro gommone nella stessa situazione. Mi accorgo che semplicemente per aver strusciato il nostro scafo, il loro tubolare si è rotto e dopo che l’ultimo uomo è salito a bordo il loro gommone inizia ad affondare. Ma non c’è neanche il tempo di pensare: dobbiamo andare a soccorrere altre cento persone. Stesse scene e procedure. Anche questa volta appena terminata la manovra di salita, il loro gommone affonda. Stavolta però, salita l’ultima persona sul ponte della nave, scoppia un fragoroso e liberatorio applauso. Siamo tutti contenti, viene naturale a me e ad alcuni finanzieri scambiarci il cinque con alcuni dei migranti. Poi mi giro e scatto una foto che racconta quel momento. C’è chi bacia il ponte della nave che lo ha salvato, c’è chi alza le mani in segno di vittoria e chi le alza al cielo per ringraziare il proprio Dio e c’è poi chi, stremato, non riesce nemmeno ad alzarsi. Il personale di bordo usa guanti e mascherine e mi consigliano di fare lo stesso, ma non voglio. Voglio che tutti i miei sensi vivano quel momento al massimo delle loro possibilità. Ci sono alcune foto che non ho scattato perché ho preferito guardare quegli occhi con i miei occhi, senza passare dalla lente della macchina fotografica. In alcuni casi, semplicemente, ho preferito sorridere o ricambiare un sorriso, invece che fare uno scatto. Certe foto non scattate le porterò sempre con me, nessuno le vedrà mai. Quelle sono forse le mie foto migliori.

Alessandro Di Meo, fotografo ANSA, è l’autore della foto in copertina.

(estratto da Sotto un altro cielo a cura di Claudio Volpe)

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