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Achille Campanile

Il grande inganno

in Narrazioni
giulio mozzi

Giulio Mozzi – La mia vita di compratore di libri è cominciata a quattordici anni circa (sono del 1960), in un negozio di libri a metà prezzo. Avevo i pochi soldi che mi davano i miei (benestanti, ma rigorosi) e li spendevo tutti lì. Più che altro, il titolare lasciava che rovistassi per ore. Comperai e lessi parecchie cose improbabili, comperai e lessi parecchi classici (che non cercavo sistematicamente: prendevo quel che c’era, ed ebbi quindi tutti i russi ma quasi nessun britannico), comperai e lessi alcuni libri determinanti per il funzionamento del mio immaginario (tra tutti: Teoria della comunicazione e struttura urbana, di Richard L. Meier, Il Saggiatore 1969). Insomma: cominciai a costruirmi quella cultura disordinata e casuale (potevo fare l’università; per vanità la evitai), ma alla fin fine concentrata su pochi, pochissimi temi (la città, la retorica, la vita eterna: e poco altro), che è la mia fortuna e la mia dannazione.

Oggi faccio un lavoro poco frequente: sono ritenuto, in sostanza, una persona capace di scovare autori letterari nuovi; nonché di educarli, insegnar loro un mestiere (come se fosse un mestiere, fare l’autore letterario – nuovo o no), accompagnarli nei primi passi dentro la terribilissima Repubblica delle Lettere. C’è dunque un editore che paga perché gli scovi autori nuovi, ci sono delle persone che pagano perché io insegni loro a scrivere e raccontare, ci sono degli organizzatori di convegni che mi convocano perché dall’alto della mia esperienza dica cose interessanti (ma in non più di dieci minuti, per carità) su temi come “lo scouting letterario nel web” o “i romanzi d’esordio tra autobiografia, autofiction, e fuga dalla realtà” o “i destini dell’editoria nella fase transitiva tra libro materiale e libro immateriale: realtà e prospettive in una visione culturale globalizzata”.

Dietro a tutto questo c’è un inganno. Ma lo dico solo a voi.

Uno che di mestiere vada in giro per campagne e città alla ricerca di autori nuovi dovrebbe, di routine, leggere almeno a campione, per estratti, a tratti e sprazzi, gli autori nuovi che vengono nel suo tempo pubblicati. Banalmente: come faccio a sapere se questo autore qui, che ho trovato e che mi sembra interessante e bello, è oltre che interessante e bello anche nuovo? Posso saperlo solo se, come si usa dire, mi tengo aggiornato.

Ebbene: io non m’aggiorno. Della narrativa che viene in grandi quantità pubblicata, perfino in questi tempi di crisi, non me ne importa nulla. Nemmeno dei libri degli amici – perché, a forza di vivere nella Repubblica delle Lettere, mi ci sono pure fatto degli amici – m’importa gran che. Qualcosa, per carità, leggo; di qualche amico, che mi pare abbia un senso della realtà più acuto di altri, leggo più o meno tutto ciò che pubblica: ma, ecco, non subito; non appena il libro è pubblicato; lascio passare qualche mese, magari – se riesco – qualche anno; e non per la tirchieria di aspettare l’edizione economica, visto che spesso i libri degli amici li ricevo in omaggio; ma, così, perché il fatto che un libro sia nuovo mi turba e mi disturba un po’.

Peraltro, in linea di massima, ormai non sono più un lettore di narrativa pubblicata. Aggiungo: la narrativa pubblicata ormai mi infastidisce. Questi libri che sono ormai scritti, ai quali non si può cambiare più nulla: che barba! Preferisco leggere la narrativa inedita, le opere di chi speranzosamente mi spedisce il romanzo che ha scritto e covato per anni: nove volte su dieci è roba irrimediabilmente brutta, ma una volta su dieci è brutta rimediabilmente, una volta su cento vale davvero la pena di mettere in atto dei rimedi, una volta su mille è bella con rimediabilissimi difettucci. E preferisco seguire la scrittura delle opere dei miei allievi (perché, ahimè, ho degli allievi): testi che si formano sotto i miei occhi, che avanzano, tornano indietro, si modificano, si trasformano, cambiano natura, vengono disfatti e rifatti, vengono gettati via e ricuperati: questa sì che è vita! Questa sì che è avventura!

Ieri ho messo il naso in una libreria di libri usati. Ho frugato nei cestoni. Mi sono messo in borsa un’edizione cartonata (non so se è la prima: non me ne importa: due euro) de Gli asparagi e l’immortalità dell’anima di Achille Campanile, il Letterati e lettori nel Settecento veneziano che è l’opera più citata di Cesare De Michelis (che è al momento un mio datore di lavoro, e quindi sono moderatamente curioso di lui: altri due euro). Il Campanile lo regalerò, poiché si trova sempre l’occasione di regalare un Campanile: e io comunque l’ho già letto, e probabilmente l’ho anche in casa, da qualche parte.

Non mi metterò qui a teorizzare (ma lo farò altrove, magari e prima o poi) l’opportunità o addirittura la necessità, per chi professionalmente cerchi opere letterarie nuove da pubblicare, di astenersi dalla lettura di ciò che viene pubblicato. A volte, a chi scopre la mia ignoranza in fatto di narrativa d’oggi, dico: con tutta la robaccia inedita e destinata a restar tale che mi tocca leggere, capirai, ho bisogno poi ristorare la mente leggendo opere sicure, rileggendo per l’ennesima volta i Karamazov o L’educazione sentimentale o I promessi sposi. Può darsi che sia anche una ragione vera: comunque è una ragione socialmente accettabile, e tanto mi basta.

Quando entro in una libreria di libri usati – una di quelle vere, non una libreria di libri a due euro come quella dove ho messo in naso ieri – mi sembra di entrare in un cimitero. I libri esposti, per tacer di quelli conservati in magazzino e nelle casse, sono quasi tutti morti. Aspettano un lettore curioso, un accademico in vena, un ragazzino sprovveduto che si fa imbambolare dai titoli, qualcuno di loro aspetta proprio me. Ma sono quasi tutti dei Lazzari destinati a non risorgere. E il pensiero mi va alle librerie di libri usati che verranno nel futuro, e che dovranno accogliere i miserabili resti della sterminata produzione attuale.

Quando ci trovo un libro mio, un libro che ho scritto io, in quei colombari, mi commuovo. Perché so di essere mortale, so che la mia opera letteraria è mortale, e mi commuove quel supplemento di vita – in attesa di non si sa quale improbabile lettore curioso o accademico in vena o, meglio, ragazzino sprovveduto – che la libreria dell’usato dona loro.

Che m’importa dell’attualità? Solo l’eternità, benché difficilissima, ha un senso.

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