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TodoModo.club17 hours ago
«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».
«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».
Il magistrato scoppiò a ridere. «L'italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».
«L'italiano non è l'italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».

Leonardo Sciascia, Una storia semplice
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L' italiano non è l' italiano
Dialogo da "Una storia semplice", film tratto dall'omonimo racconto di Leonardo Sciascia. Regia di Emidio Greco. Con Gian Maria Volonté, Massimo Dapporto, En...
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TodoModo.club17 hours ago
Di recente è tornato disponibile nella collana Oscar INK lo strabiliante "Poema a fumetti" di Dino Buzzati in un formato che valorizza il primo graphic novel italiano della storia.
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TodoModo.club3 days ago
«La mia macchina più sicura sono le mie matite. Finché scrivo, mi sento (assolutamente) sicuro. Forse scrivo solo per questo. Ma ciò che scrivo è indifferente. Basta che non smetta... Se per qualche giorno non scrivo nulla, subito mi sento smarrito, disperato, abbattuto, vulnerabile, diffidente, minacciato da mille pericoli»
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TodoModo.club4 days ago
In 23 anni di convivenza Montalbano glieli ha mai rotti i cabasisi?
«Spesso e volentieri».
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TodoModo.club4 days ago
«Leggo in questi giorni – sul web, ironicamente – che non leggiamo piú. Molte persone mi confessano la stessa cosa quando vengono a sapere che sono un poeta. L’altro giorno stavo aprendo un conto in banca e l’impiegato, quando ha saputo della mia attività, ha sospirato e ha ammesso che ormai non legge piú come una volta. Gli ho domandato se aveva un account su Facebook, e ce l’aveva, e uno su Twitter, e aveva anche quello. Gli ho chiesto se riceveva e spediva e-mail. Sí, mi ha risposto, molte, tutti i giorni. Gli ho detto che allora, in realtà, leggeva e scriveva un sacco. Stiamo leggendo e scrivendo piú di quanto abbiamo fatto in un’intera generazione, ma lo facciamo in maniera differente: sorvoliamo sulle parole, le analizziamo, le bruchiamo, le inoltriamo, le usiamo come segnalibri, e le ritroviamo come spam. Sono tutti usi che per ora non vengono riconosciuti come «letterari»; tuttavia, visto che un intero esercito di scrittori usa il materiale grezzo trovato sul web come base per le proprie opere, è soltanto una questione di tempo perché lo siano.
Continuo a leggere che nell’epoca dei monitor abbiamo perso la capacità di concentrarci, che siamo diventati distratti e incapaci di mettere a fuoco; però quando mi guardo intorno e vedo le persone incollate ai loro congegni, non ho mai visto tanta concentrazione, attenzione e impegno. Trovo paradossale che quelli che dicono che non abbiamo capacità di concentrazione siano per lo piú infastiditi dal modo in cui le persone sono dipendenti e ossessionate dai loro congegni; trovo anche paradossale che la maggior parte delle volte in cui leggo quanto siamo dipendenti dal web è proprio sul web che lo leggo, in una miriade di siti, blog, tweet e pagine Facebook.
Su quei blog leggo che internet ci ha resi asociali, che abbiamo perso la capacità di fare conversazione. Tuttavia quando vedo le persone coi loro congegni, quello che vedo sono persone che comunicano tra loro: si scambiano messaggi di testo, messaggi istantanei, chiacchiere… E allora mi chiedo: in che modo possiamo definire tutto questo se non come «sociale»? Una conversazione, per quanto spezzettata in frasi brevissime e rapidi emoticon, rimane pur sempre una conversazione».

Kenneth Goldsmith, Perdere tempo su internet, Einaudi

L'autore (nella foto) è un artista concettuale ed è il primo poeta laureato del Museum of Modern Art di New York

Un'intervista sul New York Times https://www.nytimes.com/2016/08/07/education/edlife/kenneth-goldsmith-on-wasting-time-on-the-internet.html
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TodoModo.club4 days ago
Il 30 gennaio del 1969 sul tetto della Apple Records a Londra, i Beatles suonarono per l'ultima volta dal vivo. Le facce dei londinesi sono impagabili, soprattutto l'uomo che con la pipa sicuro si arrampica sui tetti.

«Fu molto divertente perchè eravamo all’aperto, che era inusuale per noi. Non avevamo suonato all’aperto per un sacco di tempo. Era una location molto strana, non c’era pubblico a parte Vicki Wickham e pochi altri. Stavamo suonando virtualmente per nessuno, solo per il cielo, era piuttosto bello». Così sir Paul McCartney