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Spilli - page 3

Il giornalismo disinformato

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Una cosa che mi piaceva, del mestiere del giornalista, era che io avevo cominciato a farlo nel momento che i giornali la gente smetteva di leggerli. Cioè: quando la maggior parte dei giornalisti, prevedendo la fine del giornalismo, cercavano delle altre cose da fare, io mi ero messo a fare il giornalista ed era una cosa anacronistica che mi piaceva.

Paolo Nori ha scritto una critica aperta, ironica e amaramente divertente del tramonto di quello che qualcuno aveva definito “il mestiere più bello del mondo”. Il suo protagonista Ermanno Baistrocchi scrive un Manuale pratico di giornalismo disinformato in cui si ritrova a farsi portavoce e penna di punta di un giornalismo “nuovo” che lui stesso prova a diffondere con crescente successo.

Un giornalismo dove delle cose di cui si scriveva, non si sapeva niente e, soprattutto non si voleva sapere niente:

un giornalismo dove non si intervistava la gente che contava, ma la gente che non contava; dove non si scrivevano le cose che si possono scrivere, ma quelle che non si possono scrivere.

Ermanno mira a insegnare e, contemporaneamente, imparare a guardare nella tenebra del presente, finendo così poi a intervistare casalinghe romane trapiantate a Bologna che vivono in una cucina al cubo, fatta di ragù in cui il serpentone degli effetti collaterali stampato sul bugiardino di un medicinale assume l’epicità del catalogo delle navi dell’Iliade.

Il romanzo si apre come un film giallo, con un morto sul tavolo della cucina del protagonista, costretto così a confrontarsi con un libro di cronaca nera. Da lì si srotola un memoriale che è specchio deforme della realtà attuale, in cui l’inseguimento della notizia continua, scevra da approfondimenti e controlli e ricerche, genera mostri che riempiono le colonne destre dei siti dei principali quotidiani, tra gattini, donne con tre seni e bazzecole che prima meritavano posto solo nella pagina delle curiosità della Settimana Enigmistica.

Manuale pratico di giornalismo disinformato
di Paolo Nori
Ed. Marcos y Marcos
pp 208 – 15 euro

Sergio Endrigo, un artista vecchio stampo

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Mio padre non capiva nulla di affari, di marketing, né di contratti. Non aveva la mentalità e non gli importava proprio. Era un artista vecchio stampo, che non contava i soldi, non controllava nulla e si fidava di tutti. Per questo lo hanno sempre fregato, in vita, e anche adesso che non c’è più. Non voglio fare di lui una vittima, ma se ne sono approfittati in troppi. E questo dispiacere, il dolore per tanta gente che gli aveva voltato le spalle, se lo è portato dietro fino ai suoi ultimi giorni. Non riusciva proprio a capire un mondo usa e getta.

Claudia Endrigo

C’è una folgorante intuizione di Enzo Jannacci – quell’Ufficio Facce che consentiva al Dottore di catalogare, un po’ lombrosianamente, ma con il sorriso, il suo prossimo – che da sempre mi fa tornare alla mente la figura di Sergio Endrigo. Il quale con quel suo volto antico e nobile, di eleganza austera e senza tempo, raccontava moltissimo al pubblico, fin dal primo acchito: e nascondeva, anche, celava, alludeva, accennava, quasi che la condizione di cantautore in lui dialogasse con il corpo e le linee del viso. D’altronde, con quell’espressione un po’ così, quel carico di garbo e onestà intellettuale sospesi in una sorta di twilight zone, Endrigo si poteva permettere di cantare e dire praticamente di tutto, senza mai risultare sconveniente, eccessivo, fuori luogo. Chi altri, ad esempio, avrebbe potuto pronunciare un verso definitivo (“La solitudine che tu mi hai regalato / io la coltivo come un fiore”, 1968), capace poi di vincere il festival di Sanremo, il primo del dopo-Tenco, Canzone per te, con altrettanta forza e credibilità? Era, quello sotteso all’universo di Endrigo, una sorta di caos calmo, una poetica suggestiva e penetrante come un fiume carsico di parole e suggestioni, pillole di un artista che agli occhi del pubblico doveva sempre essere sembrato adulto e saggio, quasi che i colori e la devianza, le vibrazioni e gli impulsi tipici della gioventù dell’epoca, a Sergio non l’avessero mai neppure sfiorato.

La sua storia, professionalmente capace di abbracciare circa mezzo secolo, dalle esperienze del night club, a sussurrare My funny Valentine, September song, I’m in the mood for love, a sognare Johnny Mathis e Nat King Cole, ai tentativi di recuperare terreno, di restare sulla scena, stanco e sfiduciato, fino all’ultimo, è sottolineata da grandi successi: tra canzoni mandate a memoria da una generazione intera e capaci di imporsi anche all’estero (era di casa in Brasile e Sudamerica, e i dischi uscivano in molti paesi, con tournée trionfali in Grecia, Spagna, Giappone, USA, Canada, Turchia, Israele, Unione Sovietica e tutto l’est europeo…). Ma, in linea con quel carattere schivo, da persona soprattutto perbene, attraversato da un’ironia sottile e delicata, che ben si adattava al modo di cantare in punta di voce, senza slabbrature, né inflessioni dialettali, di Endrigo piace immaginare una modalità espressiva forse meno nota: che pare invece ideale per smascherarne qualità laterali, in grado di spiegare meglio un’identità altrettanto autentica, sfuggita probabilmente alle masse della tv in bianco e nero dei fatidici anni Sessanta, quando Sergio era un protagonista assoluto, un capofila indiscusso della musica italiana.

Enzo Gentile, Lontani dagli occhi

 

La verità su Sancho Panza

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«Nel corso degli anni, durante le ore della sera e della notte, Sancho Panza, che però non se ne è mai vantato, procurò al suo diavolo, cui diede in seguito il nome di Don Chisciotte, una quantità di romanzi di cavalleria e di brigantaggio e riuscì ad allontanarlo da sé in maniera che questi, privo di controllo, compì le sue matte gesta, le quali però, in mancanza d’ogni oggetto prestabilito – che avrebbe dovuto essere appunto Sancho Panza -, non fecero del male a nessuno.

Da uomo libero Sancho, imperturbabile e forse animato da un certo senso di responsabilità, seguì Don Chisciotte nelle sue scorribande e ne ricavò, sino alla sua fine, un grande e utile divertimento».

Franz Kafka, La verità su Sancho Panza

 

Imprudenza grammaticale

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Che strana voce grammaticale la prima persona del tempo futuro. Io farò, io partirò, io conquisterò. Chi fu il pazzo a inventarla? Quell’o accentato finale, che ridicolo, con tutta quella sicurezza di sé. Io comprerò, io costruirò, io scriverò. E se non ce ne fosse il tempo? Non l’ha calcolata, il padre ignoto della lingua, questa tenue possibilità?

Più decente l’inglese: I shall do, I will do, c’è una intenzione, una volontà, niente di più, non si intende ipotecare il futuro. Mentre noi! Poveri diavoli, che marciamo con il petto in fuori, gli occhi fissi alle lontananze, e magari a mezzo metro c’è la buca.

Dino Buzzati, In quel preciso momento

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