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Nel paese dove tutti vogliono leggere

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Mauro Giancaspro – Nessuno poteva immaginarlo — ammise Mario Audig, decano dei librai della città, con un giornalista che lo intervistava —. Davvero nessuno avrebbe potuto prevedere, solo sei mesi fa, quello che sta accadendo. Guardi la mia libreria. Vuota! Mi hanno lasciato solo i dizionari. Ho venduto tutto e i distributori sono in crisi perché nella mia situazione ci sono tutti i librai. I miei impiegati non possono far altro che assicurare i clienti scontenti che presto le scaffalature saranno di nuovo piene e che tutte le prenotazioni saranno soddisfatte.

Lo stupore di Mario Audig era più che motivato. In cinquanta anni di ininterrotta attività di libraio e di editore, dopo essersi battuto con tutti i mezzi per la promozione della lettura, con presentazioni, con dibattiti, convegni, con concorsi, dopo essersi inventato mille espedienti per coinvolgere le istituzioni pubbliche, sempre con risultati assai poco incoraggianti, si vedeva travolto da un fenomeno che sicuramente avrebbe segnato la storia dell’Occidente.

Nelle altre librerie della città e dell’intero paese, la situazione non appariva diversa; il ‘tutto esaurito’ aveva fatto la sua prima comparsa nelle vetrine e sui banconi, i siti Internet di vendita per corrispondenza erano impazziti, non riuscendo più a dominare l’inarrestabile flusso delle richieste.

Improvvisamente era stato recepito l’invito, tante volte andato a vuoto, ad abbandonare il torpore imbambolante della televisione, a non lasciarsi intrappolare dall’assuefazione ai videogiochi, a non farsi drogare da Internet per scoprire il piacere del libro e della lettura. Le sei emittenti televisive nazionali avevano cominciato a ridurre gli orari delle trasmissioni, tornando alle abitudini degli anni Cinquanta con apertura delle trasmissioni alle diciassette e chiusura alla mezzanotte con l’ultimo telegiornale. I contratti pubblicitari televisivi erano stati quasi tutti cancellati e tutti i produttori avevano cominciato a contendersi gli spazi sui libri.

Le tipografie avevano cominciato a lavorare a ciclo continuo, con turni anche notturni, per fare fronte a una richiesta senza precedenti degli editori, subissati dalle richieste di sponsor per ottenere le quarte di copertina, annunci pubblicitari da inserire tra un capitolo e l’altro, fascette o loghi sui cellophane che avvolgevano i volumi.

Erano diventati tutti lettori forti. Era divampata la voglia di leggere con la foga irrefrenabile della scoperta e con l’entusiasmo dei neofiti.

I sociologi italiani non erano riusciti a spiegarsi un fenomeno che, nel quadro culturale europeo, appariva limitato al nostro paese. I quotidiani e i periodici stranieri davano notizia, con titoli giganteschi, dell’improvviso scatenarsi della voglia di leggere in una nazione, come la nostra, che aveva sempre espresso al riguardo le statistiche più deprimenti dei paesi occidentali. Un fenomeno inaspettato che, una volta tanto aveva accomunato il Mezzogiorno e il Nord.

— Giornate indimenticabili — continuò Mario Audig, passandosi la mano su quel poco di capelli che gli restavano in testa, tentando anche lui di dare al giornalista tedesco una plausibile spiegazione di quanto stava accadendo. La libreria presa d’assalto. File interminabili all’ingresso del negozio. E, quando entravano, sembravano cavallette su un campo di grano. Hanno comprato di tutto, hanno chiesto di tutto, hanno ordinato di tutto. I telefoni erano impazziti, ci chiamavano dalle librerie più piccole per avere aiuto, anche loro non riuscivano a far fronte alle richieste.

Cinema, teatro, sport, discoteche riuscivano, sia pur con qualche affanno a contenere la concorrenza del libro. Ma televisione e videogiochi erano in ginocchio.

L’approvvigionamento stava diventando, per le librerie, un problema serio. Per far fronte alla richiesta, sempre più isterica, si erano vuotate anche le scorte di magazzino dell’usato. Nel corso di una agitatissima riunione l’associazione dei librai aveva deciso di arruolare degli agenti compratori, esperti nel porta-a-porta, che avrebbero tentato acquisti a domicilio, capovolgendo il consueto rapporto tra cliente e agente. I rappresentanti piombavano nelle case, non più per piazzare l’enciclopedia o la storia universale degli animali, ma per cercare di comprare libri con cui rifornire le librerie del richiestissimo usato a metà prezzo, e tacitare i lettori, in attesa che editori e tipografi facessero fronte all’incalzante richiesta.

— Ci siamo illusi — confessò Mario Audig — che l’espediente funzionasse. Ma quasi nessuno ha voluto cedere i propri libri. O hanno fiutato l’affare e si ripromettono tutti di venderli personalmente oppure, il che mi sembra l’ipotesi più attendibile, nessuno vuole separarsi dai libri. Solo in rarissimi casi i vecchi rappresentanti più smaliziati ed esperti sono riusciti a procurare qualche buon pezzo, che è già stato rivenduto. Insomma — precisò col tono di chi sta per chiudere l’intervista — da un lato sono contentissimo che sia finalmente arrivato il nostro momento, quello che da anni i miei nonni e mio padre e io sognavamo, dall’altro sono molto preoccupato, perché, dobbiamo riconoscerlo, non eravamo preparati a un evento del genere. Che nessuno si sa spiegare e nessuno sa come andrà a finire. Durerà?

La diffusione così straripante della voglia di leggere — dilagante come un’epidemia di cui nessuno sapeva spiegarsi l’origine e di cui nessuno poteva prevedere le conseguenze — aveva aspetti socialmente positivi, sui quali nessun esperto si sentiva di dissentire. Innanzitutto una visibile e inarrestabile tendenza alla calma. Le file nelle sale di attesa delle ASL, alle biglietterie dei treni e dei traghetti, alle fermate dell’autobus, non erano più frenetiche e stressanti come una volta: tutti aspettavano con pacata educazione il proprio turno, leggendo. Ognuno col suo libro in mano. Stando solo attenti, nelle grandi città, agli scippatori che avevano preso di mira i libri, che si piazzavano presso un buon ricettatore nel giro di pochi minuti.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. L’eccesso di lettura qualche problema lo aveva pur creato. I giovanissimi avevano scoperto la nuova droga della lettura, e intemperanti ed eccessivi come sempre, trascorrevano le nottate intere dei week-end a leggere, riuniti in ritrovi del libro, ricavati da vecchie discoteche in disuso. Poi, instupiditi dalla troppa lettura e con gli occhi stanchi, affrontavano alle luci dell’alba la guida dell’auto, provocando spesso gravi incidenti.

Non era più necessario far pubblicità ai libri, recensirli o stroncarli, era diventato inutile dare consigli su questo o quell’autore: pur di leggere la gente comprava e ingurgitava di tutto. Alle presentazioni nei circoli, nelle biblioteche e nelle sedi delle associazioni non andava più nessuno. Tutti preferivano la lettura al commento.

Gli unici luoghi ormai nei quali si registravano scene di impazienza nelle file, erano gli ingressi delle biblioteche pubbliche, per accaparrarsi un posto a sedere e, anche agli sportelli degli uffici di prestito, nella speranza che fosse disponibile ancora qualche testo da portarsi a casa. Nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe accaduto quello che, con molta fantasia, aveva scritto un famoso umorista, paragonando la calca domenicale alle biglietterie dello stadio a quella dei lettori alle porte della Biblioteca Nazionale di un non precisato paese di Bengodi. Invece era accaduto davvero, c’era poco da scherzare.

Tutti gli impiegati nelle sei emittenti televisive nazionali, i produttori di videogiochi e di programmi informatici, i recensori benevolenti e gli stroncatori, i saggisti che si erano battuti per la diffusione della lettura, tutti quelli, insomma, che non lavoravano più, si ponevano la stessa domanda che, con ben altro spirito, si facevano tutti quelli che avevano da sempre lavorato e tribolato con le sorti, un tempo incerte e oggi strabilianti, del libro e che avevano sempre più lavoro:

— Durerà?

tratto da L’odore dei libri © 2007, Grimaldi & C. Editori, Napoli.

Non esiliarsi dal proprio tempo

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Marcello Fois – In generale chi giudica lo stato di salute della letteratura italiana attuale non legge abbastanza, o legge solo quello che arriva sulla sua scrivania. Sono esploratori che visitano la Papuasia o la Nuova Guinea con i documentari del National Geographic e poi si lamentano che non esiste piú il selvaggio autentico. A chi si inoltra in questa esplorazione pigra e addomesticata sembra evidente che la letteratura «attuale» abbia poco a che fare col presente. È passeggera, spesso labile in maniera deprimente, inserita in una contingenza costante. Oggi c’è e domani è scomparsa. Siamo circondati da scrittori tristemente piú famosi dei propri libri. Da teorici al rovescio che prima scrivono e poi elaborano, prima promuovono e poi scrivono. Da quantità che disattendono qualunque qualità.

Ma i pochi che si spingono oltre le colonne d’Ercole degli uffici stampa possono avere grandi sorprese. Il sottobosco, la giungla vera, nasconde molte meraviglie. Perché, nonostante la pletora di scriventi che affollano le nostre librerie, esiste una classe di autori, scrittori, persino nell’odierno generalista panorama nazionale, che hanno progettato di attraversare l’arduo percorso dell’inattualità. L’inattualità come categoria della letteratura è, paradossalmente, «tradizionale». E sarebbe a dire che non può sussistere alcuna modernità che non si sostanzi in un rapporto strettissimo con la tradizione. Eppure sembrerebbe vero il contrario. La scrittura è ancora, da piú parti, considerata un esercizio per orfani o per figli di nessuno. Dentro a questa apparenza di gratuità si nasconde l’insidia di pensare che chiunque possa esercitarla. E ribadire che non è cosí pare una tautologia. Chiarire che scrivere è un atto complesso e persino faticoso, può sembrare, a lungo andare, una posa: l’alternativa allo scrivere sarebbe lavorare. In ogni caso vale la pena di essere santamente tautologici e ripeterci di tanto in tanto che non si fa letteratura senza la letteratura. Non si scrive senza leggere. Non si distrugge quanto non si conosce; dobbiamo ribadirlo per mettere una pietra sopra qualunque tentazione di avanguardia posticcia, derivante da percorsi non assimilati. La letteratura è un territorio di aggiustamenti, dove a un corpo macchina esistente si applica il talento di chi quella macchina riesce a spingerla al massimo.

La scrittura «attuale» è invece tutto il contrario, l’unico talento effettivo che richieda è di cavalcare l’appetito momentaneo del lettore. È scrittura senza parenti, vuoto a perdere. Spesso millanta un rigore che non possiede se non in termini di audience e di target assimilabili a quelli televisivi. È scrittura per adolescenti pubescenti; per lettori che non vogliono niente di impegnativo; che vogliano illudersi di saturare la scarsità di contenuti con l’abbondanza di pagine. L’armamentario completo dello scrivente che si riempie la bocca con l’autorizzazione concessagli dalle vendite. Non vorrei essere frainteso: il lettore è assolutamente fondamentale e confesso che piú di una volta ho «invidiato» il posto in classifica di qualche autore in voga; ma mai ho invidiato la sua scrittura. Certo il postulato non può essere che un autore che vende è dozzinale e un autore che non vende o vende poco è necessariamente un grande autore, ma non si può non tener conto che la storia della letteratura non si è quasi mai fatta con i campioni di incasso, ma con i campioni di resistenza. Un punto debole della scrittura «attuale» è per l’appunto la capacità di durare. Di alcuni autori che avrebbero dovuto cambiare le sorti mondiali della scrittura oggi, con buona pace di tutti, non sentiamo piú parlare: chi si ricorda di Lara Cardella? Chi riesce a citare un titolo di Susanna Tamaro dopo Va’ dove ti porta il cuore? Eppure entrambe queste autrici sono state premiate da un consenso planetario. La categoria della durata e quella del target sono strettamente legate: le migliaia di adolescenti che hanno comprato i primi libri di Federico Moccia oggi sono ventenni che hanno rimosso quella stagione. All’autore in questione non resta che abbassare il target; riattualizzarsi per poi risparire. Tuttavia, dicono i sostenitori dell’«attuale», questi fenomeni sono creati dal basso, dal popolo di internet e dei blog, quindi dal massimo del contemporaneo. Il web avrebbe mutato radicalmente le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura «attuale». Non sempre in modo positivo, mi pare. Da un lato il web ha funzionato come straordinaria cassa di risonanza, dall’altro però ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura. Ha reso il lettore, anche quello saltuario o mediocre, protagonista. Persino il non lettore in un sito di scrittura può affermare il suo inalienabile diritto di giudicare quanto non ha mai letto. È un paradosso che ha evidenziato la necessità assoluta di una critica che non abdichi al suo compito di custodire, interpretare e mettere in campo, un patrimonio inestimabile. Il confronto diretto è solo apparentemente democratico. Per fortuna non vedo scrittori che discutono di operazioni a cuore aperto in siti di cardiologia, ammesso che non siano medici. Ci sono spazi in cui si va per curiosità e per apprendere e altri in cui, oltre a questo, si ha titolo per intervenire. Vorrei piú lettori con piú argomentazioni, ma vedo solo scrittori che parlano tra loro o non lettori che farneticano. La democrazia è costosissima e diventa sempre piú rara, non dovremmo sprecarla, confondendo il sacrosanto diritto di parola con la fisiologia fonetica. Si rischia certo di apparire retrivi, ma vale la pena di ricordare ancora una volta che il consumo a corto raggio è una categoria lontanissima dalla letteratura, per lo meno da quella con un progetto di permanenza. È necessario lo scardinamento di una sequenza temporale rigidamente lineare: la grande letteratura fa il miracolo di valere a prescindere dal suo certificato anagrafico. Opere contemporanee sembrano vecchie e obsolete, mentre opere antiche appaiono in tutta la loro immortale contemporaneità.

L’età di un’opera, la sua fulgida «inattualità», spesso è il risultato di un compromesso tra la stagione che l’ha creata e la capacità dell’autore di metterla in contatto con tutto quanto l’ha preceduta. Non resta che affidarsi a un principio talmente banale che per molti è una chimera e che costituisce il discrimine stesso tra scrittore e scrivente: imparare senza esiliarsi dal proprio tempo.

tratto da
Marcello Fois, Manuale di lettura creativa, Einaudi 2016

Il libro degli abbracci

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Eduardo Galeano – C’era un uomo anziano e solitario che trascorreva la gran parte del suo tempo a letto. Si diceva che nascondesse in casa un tesoro.
Un giorno entrano i ladri, cercano dappertutto e trovano un baule in cantina. Lo portano via e quando lo aprono lo trovano pieno di lettere.

Erano lettere d’amore che il vecchio aveva ricevuto nell’arco di tutta la sua lunga esistenza. I ladri stavano per bruciare le lettere, ma, dopo averne discusso, decidono infine di restituirle. A una a una. Una per settimana.

Da quel momento, tutti i lunedì a mezzogiorno, il vecchio avrebbe atteso l’arrivo del postino. Appena lo vedeva, gli correva incontro e il postino, che sapeva tutto, teneva la lettera alta in mano.
E anche san Pietro udiva il battere di quel cuore, impazzito dalla gioia di ricevere il messaggio di una donna.

I giorni perduti

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Dino Buzzati – Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.
Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.
Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.
Si avvicinò all’uomo e gli chiese:
«Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse»?
Quello lo guardò e sorrise: «Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni».
«Che giorni?
«I giorni tuoi.
«I miei giorni»?
«I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso…»
Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso.
Scese in fondo alla scarpata e ne aprì uno. C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata che se n’andava per sempre. E lui neppure la chiamava.
Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava.
Ma lui era in giro per affari.
Ne aprì un terzo. Al cancellletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.
Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco.
Lo scaricatore stava diritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.
«Signore», gridò Kazirra. «Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole».
Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile.
Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

 

fotogramma da ‘Il posto delle fragole’ di Bergman

La mappa dell’impero

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In quell’impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale perfezione che la mappa d’una sola provincia occupava tutta una città, e la mappa dell’Impero, tutta una provincia.

Col tempo, codeste mappe smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una mappa dell’Impero, che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso.

Meno dedite allo studio della cartografia, le generazioni successive compresero che quella vasta mappa era inutile e non senza empietà la abbandonarono alle inclemenze del sole e degl’inverni.

Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere rovine della mappa, abitate da animali e mendichi; in tutto il paese non è altra reliquia delle discipline geografiche.

Jorge Luis Borges

Il testo originale letto dallo stesso Borges

Vendette incappucciate: sulle tracce dei Beati Paoli

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I Beati Paoli apparivano ed erano di fatto come una forza di reazione, moderatrice: essi insorgevano per difendere, proteggere i deboli, impedire le ingiustizie e le violenze: erano uno Stato dentro lo Stato, formidabile perché occulto, terribile perché giudicava senza appello, puniva senza pietà, colpiva senza fallire. E nessuno conosceva i suoi giudici e gli esecutori di giustizia. Essi parevano appartenere al mito più che alla realtà. Erano dappertutto, udivano tutto, sapevano tutto, e nessuno sapeva dove fossero, dove s’adunassero.  L’esercizio del loro ufficio di tutori e di vendicatori si palesava per mezzo di moniti, di lettere, che capitavano misteriosamente. L’uomo al quale giungevano, sapeva di avere sospesa sul capo una condanna di morte.

I misteri che si celano nel ventre della Sicilia non si possono mai contare davvero, proprio come i diavoli sul soffitto della Zisa, la splendida residenza estiva dei re normanni.
Fra questi un posto d’onore spetta alla setta di vendicatori incappucciati, i Beati Paoli, accomunati da un’inestinguibile sete di giustizia. Il libro che ne narra compiutamente le vicende è l’omonimo long-seller firmato dallo scrittore e giornalista siciliano Luigi Natoli, recentemente ripubblicato dalla Sellerio.

La prima uscita di Natoli sull’argomento risale addirittura a un secolo fa, quanto a cavallo del 1910 erano state pubblicate le 239 puntate del romanzo sul Giornale di Sicilia e poi nel 1955 da L’Ora sotto il nome de plum di William Galt sino ad essere raccolte in volume da Flaccovio nel 1971.

Nel libro sono narrate le vicende del protagonista Blasco Da Castiglione, sicilianissimo D’Artagnan guidato dall’amore e dalla sete di giustizia che lo porterà a incrociare la sua strada con gli incappucciati legati a doppio filo dal giuramento di silenzio, ignari della reciproca identità. Gli adepti si riunivano nei sotterranei delle chiese, tutte attorno al quartiere Capo.

“Conosco la carta e i segni…”
“Quali segni?”
“Guardi.”
Gli mostrò sulla cera del sigillo una piccola croce attraversata diagonalmente da due rozze spade.
“Ebbene?” domandò il duca.
“Questa lettera la mandano i Beati Paoli.”
“I Beati Paoli?”
“Eccellenza, sì. Mutano sempre il sigillo: ma io li riconosco.”
Don Raimondo si chiuse in un momento di silenzio; infine domandò: “Credete voi dunque che veramente esistano i Beati Paoli?”
“Come no!…”
“E dove sono?”
“Questo lo sa Dio: sono dappertutto, invisibili, introvabili, e sempre presenti. Quando meno si pensa, li abbiamo ai fianchi, alle spalle, in chiesa, per la strada, forse anche in casa; e non ce ne accorgiamo… Nessuno può guardarsene…”
“Diamine! voi ne fate una pittura terribile!” osservò don Raimondo con una punta di lieve ironia, che serviva a celare il senso di paura dal quale era invaso anche lui.
“Avete paura?” Il birro levò il capo, sorridendo, con gli occhi feroci.

“Del romanzo popolare il libro di Natoli ha proprio l’estrema spregiudicatezza nel ricalcare modelli precedenti, la libertà nell’allungare gli avvenimenti nel riaprire le partite già chiuse, la disinvoltura nel fornire come prefabbricata la psicologia dei suoi protagonisti.
Anzitutto, quasi a stabilire un legame e a dar ragione alla nostra ipotesi, Blasco viene ricalcato paro paro su D’Artagnan: ardito, squattrinato, spregiudicato e social climber come il guascone, come costui entra in scena su di un ronzino scalcagnato e quando mette piede in una osteria rischia di essere preso a bastonate: ha la sua Milady (perchè almeno verso la metà del romanzo Gabriella sfiora il ruolo della perversa vendicativa) che diventa la sua Costanza (Gabriella come Costanza Bonacieux muore avvelenata mentre D’Artagnan-Blasco le sfiora con un ultimo bacio le labbra ormai fredde); ha il suo Richelieu in Don Raimondo, che all’inizio cerca di farlo creatura sua; ha il suo Rochefort in Matteo Lo Vecchio, anima dannata di Richelieu-Raimondo; ha il suo Athos in Coriolano della Floresta. A metà del libro ha un duello con tre gentiluomini piemontesi che ricalca passo per passo il duello dietro il convento dei Carmelitani Scalzi, compresa l’amicizia che da quel momento legherà I contendenti. Ha il suo assedio della Rochelle e il suo brevetto di capitano, salvo che diventa duca alla fine per soprammercato, mentre D’Artagnan deve aspettare tre volumi per ricevere un bastone di maresciallo di Francia, e come lo riceve muore.
Il romanzo, pur di addensare gli episodi e riaprire quelli che sembravano chiusi, non disdegna di passare a tratti alla struttura picaresca, con l’eroe che compie varie peregrinazioni, incontra e reincontra vecchi e nuovi personaggi, passa attraverso traversie inaudite e ne esce sempre gaio come un fringuello” così annotava Umberto Eco nel saggio I Beati Paoli e l’ideologia del romanzo popolare.

Il grande semiologo aggiungeva:

Non potendo essere rivoluzionario perchè deve essere consolatorio, il romanzo popolare è costretto ad insegnare che, se esistono delle contraddizioni sociali, esistono forze che possono sanarle. Ora queste forze non possono essere quelle popolari, perchè il popolo non ha potere, e se lo prende abbiamo la rivoluzione e quindi la crisi. I risanatori devono appartenere alla classe egemone.
Poichè, come classe egemone, non avrebbero interesse a risanare le contraddizioni, devono appartenere a una schiatta di giustizieri che intravvedono una giustizia più ampia e più armonica.
Poichè la società non riconosce il loro bisogno di giustizia e non capirebbe il loro disegno, essi debbono perseguirlo contro la società e contro le leggi.

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