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Leggere in una fabbrica di sigari

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Vi siete mai chiesti perché i sigari Montecristo si chiamano così?

«A partire dal Settecento la fabbricazione dei sigari era diventata una delle principali industrie cubane; ma attorno al 1850 la situazione economica cambiò. La saturazione del mercato americano, l’aumento della disoccupazione e l’epidemia di colera del 1855 convinsero molti lavoratori a unirsi per migliorare le loro condizioni. Nel 1857 fu fondata una Società di mutuo soccorso riservata ai sigarai bianchi, seguita nel 1858 da una analoga per i negri liberi. Furono i primi sindacati cubani, precursori del movimento operaio di fine secolo.
Nel 1865 Saturnino Martínez, sigaraio e poeta, concepì l’idea di pubblicare un giornale per i lavoratori del tabacco, che doveva ospitare non solo articoli politici, ma anche testi scientifici e letterari, poesie e racconti. Con l’aiuto di alcuni intellettuali cubani, Martínez fece uscire il primo numero de “La Aurora” il 22 ottobre di quell’anno. “Lo scopo di questa pubblicazione,” scriveva nell’editoriale, “è di illuminare in ogni maniera possibile la classe sociale cui è destinata. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per renderci universalmente accetti. Se non ci riusciremo, la colpa sarà della nostra insufficienza, non della nostra mancanza di volontà.” Nel corso degli anni “La Aurora” pubblicò testi dei maggiori autori cubani dell’epoca, oltre a traduzioni di scrittori europei come Schiller e Chateaubriand, recensioni librarie e teatrali, e denunce delle prevaricazioni degli industriali e delle sofferenze dei lavoratori. “Sapete,” chiedeva ai suoi lettori il 27 giugno 1866, “che presso La Zanja, a quanto dice la gente, c’è un industriale che mette in catene i bambini assunti come apprendisti?”
Ma Martínez doveva capire ben presto che il vero ostacolo alla diffusione del suo giornale era l’analfabetismo; a metà dell’Ottocento appena il 15 per cento della popolazione operaia cubana sapeva leggere. Per risolvere il problema pensò a una lettura pubblica. Si presentò al preside della scuola superiore di Guanabacoa, chiedendogli che il suo istituto promuovesse letture pubbliche nei luoghi di lavoro. Entusiasta dell’idea, il preside si incontrò con gli operai della fabbrica di sigari “El Fígaro”, e ottenuto il permesso del proprietario li convinse dell’utilità dell’iniziativa. Uno degli operai fu scelto come lettore, pagato dagli altri con un piccolo prelievo sul salario di ciascuno. Il 7 gennaio 1866 “La Aurora” poteva annunciare: “La lettura nelle fabbriche ha avuto inizio per la prima volta tra noi; l’iniziativa spetta ai bravi lavoratori di “El Fígaro”. È questo un passo da gigante sulla via del progresso e della generale avanzata dei lavoratori, che in tal modo si familiarizzeranno con i libri, fonte di eterna amicizia e di grande divertimento.

Le letture spaziavano dal compendio storico Le battaglie del secolo ai romanzi didattici come Il re del mondo del dimenticatissimo Fernández y González, a un manuale di economia politica di Flórez y Estrada.
Altre fabbriche seguirono l’esempio di “El Fígaro”. Il successo di queste letture pubbliche fu tale che in breve vennero tacciate di “sovversivismo”. Il 14 maggio 1866 il governatore di Cuba emanava il seguente decreto:

1. È proibito distrarre i lavoratori del tabacco e di ogni altro genere di industria con la lettura di libri e giornali, o con dibattiti estranei al lavoro in cui sono impegnati.
2. La polizia eserciterà la sua costante vigilanza per imporre l’esecuzione di codesto decreto, e metterà a disposizione della mia autorità i proprietari di fabbriche, i dirigenti e i sorveglianti che violeranno questa disposizione, affinché vengano puniti secondo la legge in base alla gravitàdel caso.

Malgrado questa proibizione, le letture proseguirono clandestinamente per qualche tempo; nel 1870, comunque, erano praticamente scomparse. E nell’ottobre del 1868, con l’inizio della guerra dei Dieci anni, anche “La Aurora” era stata soppressa. Tuttavia le letture non furono dimenticate, e rinacquero già nel 1869 in territorio nordamericano, per opera degli stessi lavoratori.
La guerra dei Dieci anni era scoppiata il 10 ottobre 1868, quando un proprietario terriero cubano, Carlos Manuel de Céspedes, alla testa di duecento uomini male armati si impadronì della città di Santiago e proclamò l’indipendenza dell’isola dalla Spagna. Alla fine del mese, dopo che Céspedes ebbe offerto la libertà a tutti gli schiavi che si fossero battuti per la rivoluzione, il suo esercito contava dodicimila volontari; e nell’aprile dell’anno seguente egli fu eletto presidente della giunta rivoluzionaria. Ma la Spagna non cedeva. Quattro anni dopo Céspedes fu deposto in absentia da un tribunale cubano, e nel marzo 1874 veniva catturato e ucciso dalle truppe spagnole. Nel frattempo gli Stati Uniti, schierati contro la Spagna che poneva restrizioni al commercio, avevano apertamente aiutato i rivoluzionari, e New York, New Orleans e Key West avevano accolto migliaia di rifugiati cubani. In pochi anni Key West si trasformò da piccolo villaggio di pescatori in una seconda Avana, diventando la capitale della produzione mondiale di sigari.

I lavoratori emigrati negli Stati Uniti portarono con sé anche l’abitudine della lettura pubblica, cui erano ormai affezionati. Una illustrazione della rivista nordamericana “Practical Magazine” del 1873 ci mostra un lector, con gli occhiali e un cappello a larghe tese, seduto a gambe incrociate alle spalle di tre sigarai in panciotto e maniche di camicia, intenti al loro lavoro.
I libri da leggere, scelti d’accordo con gli operai (che come ai tempi di “El Fígaro” pagavano il lettore di tasca loro), spaziavano dagli opuscoli politici alla storia, dai romanzi alla poesia classica e moderna. Sappiamo che tra le letture favorite occupava un posto d’onore Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, divenuto talmente popolare che un gruppo di sigarai scrisse all’autore, poco prima della sua morte avvenuta nel 1870, chiedendogli il permesso di dare il nome del protagonista ai sigari da loro fabbricati. Dumas acconsentì».

Alberto Manguel, Una storia della lettura, trad. di Gianni Guadalupi, Feltrinelli, 2009

È davvero un bel libro?

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Una ben fornita libreria mi attrasse straordinariamente e mi venne voglia di dedicarle una visita fugace, sicché non esitai ad entrarvi con molto garbo, supponendo naturalmente di aver più l’aria di un severo revisore contabile, di un ispettore, di un collezionista di novità e fine intenditore, che non di un ricco, amato e ben accolto compratore o buon cliente.

Con voce cortese e sommamente riguardosa, usando – non occorre dirlo – le più elette espressioni, m’informai di tutto ciò che di nuovo e migliore offriva il campo delle belle lettere.

“Posso” chiesi timidamente “conoscere e apprezzare sul momento quanto v’è di più valido e di più serio e al tempo stesso (s’intende) di più letto e prontamente ammirato e acquistato? Ella mi obbligherebbe in modo eccezionale se mi volesse usare la compiacenza di esibirmi il libro che, come nessuno può sapere meglio di lei, ha ottenuto il maggior favore sia tra il pubblico che legge, sia presso la temuta e perciò vezzeggiata critica, e il cui successo continua a mantenersi vivo.

“In verità m’interessa sommamente apprendere quale sia, fra le opere della penna qui accumulate o messe in mostra, il fortunato libro in questione, la vista del quale farà di me, con ogni probabilità, un acquirente sollecito, lieto, entusiasta. Il desiderio di vedermi dinanzi lo scrittore prediletto dal mondo della cultura, nonché il suo ammirato e freneticamente applaudito capolavoro, per poi, come le dissi, comprarlo subito, mi pervade tutte le membra.

“Potrei cortesemente rivolgerle la più viva preghiera di mostrarmi questo libro d’impareggiabile successo, sicché l’ansia che si è impadronita di me si plachi e cessi alfine di agitarmi?”.

“Con piacere” disse il libraio.

Ratto come una freccia sparì alla mia vista, per ripresentarsi un attimo dopo all’avido amatore tenendo in mano il libro di non effimera validità, venduto e letto più d’ogni altro. Quel prezioso parto dell’intelletto era da lui recato con la stessa solenne compostezza di una reliquia santificante. Il suo volto era estatico; l’espressione irradiava sommo rispetto. Con le labbra atteggiate a quel sorriso che è proprio solo di chi sia intimamente compenetrato, egli depose innanzi a me, col fare più suadente, l’oggetto della sua pronta ricerca. Io gettai al libro uno sguardo severo e chiesi: “Può lei giurarmi che questo è il libro di maggior successo dell’anno?”.

“Senza dubbio”

“Può affermare che questo è il libro che bisogna assolutamente aver letto?”.

“Assolutamente”.

“È davvero un bel libro?”.

“La sua domanda è del tutto superflua e inopportuna!”.

“La ringrazio molto” dissi imperturbabile, lasciai dove si trovava il libro che aveva ottenuto il massimo successo di vendita perché bisognava assolutamente averlo letto, e uscii senz’altro aggiungere, ossia in perfetto silenzio.

“Uomo ignorante e incolto!”non mancò di gridarmi dietro il libraio, nel suo giustificato corruccio.

Robert Walser, La passeggiata, Adelphi, traduzione di Emilio Castellani

Un uomo attraversa a piedi le strade del suo paese, una semplice passeggiata che si trasforma in un viaggio fantastico, un nomadismo esistenziale tra personaggi ordinari e legati alla quotidianità di un qualsiasi villaggio: il direttore della banca, il libraio, il sarto, il professore, la cantante, il parroco. Per ognuna di queste figure il protagonista regala una osservazione, una riflessione a volte enfatica, a volte profonda a volte solo dettata dalla sua incomparabile solitudine. Una sfilata di personaggi comuni che agli occhi del protagonista assumono un aspetto mitologico: chiavistelli indispensabili per riflettere afferrare, forse, il senso stesso dell’esistenza. “Eppure ciò può avvenire e io credo che in realtà sia avvenuto”

Francesca De Meis, Mangialibri

La passeggiata, quella che traccia un percorso senza necessariamente risolversi in una meta, avvicina alla terra, dischiude il senso profondo delle creature viventi, una sensualità potente ed inerme che investe chi vi si abbandona per poi costruirsi da capo attraverso la scrittura. La passeggiata è un impegno formativo capovolto che non si affida ad una temporalità lineare e progressiva, come capita nei romanzi di formazione, ma scioglie il viandante in un istante d’estatica dimenticanza per mostrargli, percorrendo il sentiero della dissociazione, l’insensatezza di ogni progettualità esistenziale.

In Fabula

Per approfondimenti, in rete è disponibile la tesi di dottorato di Sara Ascolese, Scomparire dal mondo: la parabola artistica di Robert Walser:
In
Der Spaziergang di Robert Walser incontriamo per la prima volta lapasseggiata come caratteristica strutturale del racconto. Camminare è uguale a scrivere e il racconto è l’andatura. In questo racconto non ci sono né indicazioni temporali né geografiche ed esso segue lo schema dello svolgimento di una giornata. Il protagonista esce dalla sua stanza la mattina per poi rientrarvi lasera alla fine della passeggiata. Il flusso temporale viene fermato, passato efuturo si perdono a favore del presente

Dieci cose da tenere presenti se si vuol far funzionare decentemente una storia

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Giulio Mozzi – Premessa: tra “far funzionare decentemente una storia” e “scrivere una storia eccellente” c’è una bella differenza; così come tra “scrivere una storia eccellente” e “scrivere un capolavoro”. Lo scopo dei seguenti consigli è il raggiungimento del minimo sindacale. [Aggiungiamo, per tutto il resto c’è la Bottega di narrazione]

1. Una storia è costituita da una successione di eventi legati tra loro da cause ed effetti.

2. La relazione tra cause ed effetti non è mai automatica. Non è che se Tizio dà un pugno a Caio, Caio necessariamente gliene restituisca otto. Caio potrebbe cadere a terra tramortito; potrebbe porgere l’altra guancia; potrebbe fremere impotente; potrebbe chiamare aiuto; potrebbe ringraziare (esistono i masochisti); potrebbe declamare una poesia di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castevecchio, preferibilmente). Ogni causa può generare molti effetti, e noi dobbiamo non solo stabilire quale effetto sarà generato, ma anche (direi: soprattutto) perché sarà generato quell’effetto lì e non tutti gli altri possibili.

3. La stessa cosa vale all’incontrario: un effetto può essere generato da diversissime cause. Se Tizio se ne va in giro con gli occhi bassi, potrebbe essere stato lasciato dalla fidanzata (la perfidissima Petronilla); potrebbe essergli morto il gatto; potrebbe avere qualche meditazione in corso (sul senso della vita, sull’opportunità di contrarre un mutuo, sul colore del divano da comperare, sulla sensatezza del suo amore per Petronilla, la perfida); potrebbe avere il torcicollo; potrebbe essere stanco; e così via. Nel momento in cui presentiamo una situazione, dobbiamo non solo aver presente quali cause l’hanno generata: ma anche (direi: soprattutto) perché quella situazione ha avute quelle cause lì, e non altre (tra le quasi infinite possibili).

4. Istintivamente ci rendiamo conto che certe connessioni causa-effetto sono più probabili di altre; o quantomeno sembrano più probabili al senso comune. Ora: non è che nella nostra storia a ogni evento-causa debba seguire il più probabile (o ritenuto tale) degli eventi-effetto; soprattutto, non è che sia più realistica la più probabile delle relazioni causa-effetto.

5. Il funzionamento delle relazioni causa-effetto dipende dalle circostanze in cui accade ciò che accade. Se vogliamo che accada una certa cosa (a es. che il ragionier Peressutti diventi improvvisamente ricchissimo; o che lo rapiscano gli alieni; o entrambe le cose; ec.), dobbiamo immaginare le circostanze che la rendano credibile, ovvero che rendano necessarie le connessioni tra cause ed effetti.

6. In realtà i diversi tipi di narrazione presentano, circa la connessione tra cause ed effetti, esigenze diverse. Per esempio:

Mercoledì 20 luglio 2016 il ragionier Peressutti, spinto da una vago presentimento, per la prima volta in vita sua comperò dal tabaccaio – investendo 5 euro – una tessera del SuperLotto. Il giorno dopo – sempre dal tabaccaio: il ragionier Peressutti era un fumatore incallito – la fece controllare e scoprì di aver vinto il jackpot: 72 milioni di euro. Chiese al tabaccaio una sedia. Il tabaccaio, oltre a fornire la sedia, provvedette a fargli vento con un giornale. Dopo venti minuti il ragionier Peressutti si sentì meglio, si alzò, ringraziò il tabaccaio e disse: “Vado in banca. Sapranno loro come fare”. Furono le sue ultime parole. La banca era difronte. Mentre il ragionier Peressutti attraversava la strada, un raggio azzurro piovve dal cielo e lo rapì. Solo dieci anni dopo la moglie, la geometra Tumminielli, riuscì a ottenere una dichiarazione di morte presunta e – grazie alla testimonianza del tabaccaio che aveva effettuato il controllo – a incassare la somma, nel frattempo sostanziosamente erosa dall’inflazione.

Qui abbiamo un evento casuale, senza cause precise: il ragioniere non aveva mai comperato un biglietto del SuperLotto (né, si può presumere di altri giochi). Ma la cosa è sopportabile, sopportabilissima, perché: (a) è evidentemente che il regime del racconto non è esattamente di tipo realistico; (b) è evidente che l’andatura del racconto è giocosa; (c) ma, soprattutto, la vincita è qui proposta come evento scatenante, e gli eventi scatenanti hanno tutto il diritto di non avere cause precise (altrimenti, dovremmo sempre risalire ad Adamo ed Eva). Il “vago presentimento” della prima riga può restare – appunto – nel vago. Se il ragionier Peressutti fosse un giocatore abituale, nulla cambierebbe nella storia successiva.
Quanto agli alieni, è noto che ogni tanto prendono su qualcuno per studiarselo.

7. Le domande che devono guidare la costruzione del racconto sono dunque:

** Che cosa bisogna che accada prima, perché possa ragionevolmente accadere dopo ciò che io fin dal principio desideravo che accadesse?

** Dato che è accaduto quel che è accaduto, quale contesto devo allestire perché ciò che accade dopo appaia come ragionevolmente (se non proprio necessariamente) conseguente da ciò che è accaduto prima?

(Si tratta, per certi aspetti, della medesima domanda: ma ci sono delle sfumature).

8. Nessuna storia è la storia di un personaggio solo: tutte le storie sono storie di personaggi che si incrociano. Ogni personaggio è portatore di un desiderio (magari nichilistico, ma pur sempre un desiderio): la storia risulta dal conflitto, dalla competizione, dall’associazione, dalla divergenza, eccetera, dei desideri dei personaggi. I promessi sposi non esisterebbero se un certo giorno don Rodrigo, mentre andava a spasso con suo cugino il conte Attilio, non avesse avuto un (lieve) moto di desiderio nei confronti di una certa bella ragazzotta; se il conte Attilio, per desiderio di primeggiare, non avesse sfidato don Rodrigo a farsela, quella ragazzotta; se don Rodrigo, per desiderio di non sfigurare davanti al cugino, non avesse accettato la sfida; se Lucia non fosse stata seriamente e serenamente innamorata di (cioè desiderosa di) Renzo; se Renzo a sua volta non fosse stato seriamente e serenamente innamorato di (cioè desideroso di) Lucia; e via dicendo.
Di cosa parlano dunque le storie?
Di desideri, ovviamente.

9. La differenza tra una serie di fatti e un racconto è l’ordinamento dei fatti stessi. In un racconto si può mettere alla fine ciò che cronologicamente è avvenuto all’inizio; si possono rimescolare le carte e i tempi; anzi: si devono rimescolare le carte e i tempi. Nessuno è più noioso di chi racconta una storia per filo e per segno. La sequenza di episodi che costituiscono la parte “meravigliosa” dell’Odissea sarebbe noiosissima, se il racconto non fosse costruito a incastro (la narrazione, vi ricordo, comincia – dopo quella sorta di prologo che sono i libri in cui il figlio Telemaco lo cerca presso tutti i reduci della grande guerra troiana – con Ulisse che se ne sta placidamente a godersi le grazie della ninfa Calipso sull’isola di Ogigia; riceve poi l’ordine divino di mettersi in viaggio per tornare alla sua Penelope; si fa uno zatterone e parte; fa naufragio; arriva a una spiaggia dell’isola dei Feaci; il re dei Feaci lo tratta con ogni rispetto, lo invita alla sua mensa, fa venire un cantore; il cantore comincia a cantare la grande guerra troiana; Ulisse – che aveva celata la sua identità – si commuove; lo interrogano; e finalmente lui racconta di Circe, dei Lestrigoni, del Gigante Monocolo, e così via. Dopodiché l’ordine cronologico viene ripreso fino alla sfida ai pretendenti e al ricongiungimento con Penelope).
O pensate alla potenza di un racconto brevissimo come: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì” (Augusto Monterroso).

10. Se non si possono fare grandi lavori di montaggio, si può lavorare sull’annuncio. L’esempio classico è quello dei Vangeli: che interesse (narrativo) avrebbe la storia di Gesù di Nazareth, se non sapessimo che egli è in un qualche modo misterioso il “figlio di Dio”, se non esistesse una “scrittura” precedente nel quale il suo destino è “già scritto”, se non sapessimo che c’è un “destino” che lo attende, se Gesù stesso non provvedesse, qua e là, a notificare ai suoi increduli sostenitori l’inevitabilità e l’imminenza di tale destino? E se non sapessimo, infine, che dall’accettazione o dal rifiuto di tale “destino” verrà la salvezza o la perdizione dell’intero genere umano?

Nel paese dove tutti vogliono leggere

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Mauro Giancaspro – Nessuno poteva immaginarlo — ammise Mario Audig, decano dei librai della città, con un giornalista che lo intervistava —. Davvero nessuno avrebbe potuto prevedere, solo sei mesi fa, quello che sta accadendo. Guardi la mia libreria. Vuota! Mi hanno lasciato solo i dizionari. Ho venduto tutto e i distributori sono in crisi perché nella mia situazione ci sono tutti i librai. I miei impiegati non possono far altro che assicurare i clienti scontenti che presto le scaffalature saranno di nuovo piene e che tutte le prenotazioni saranno soddisfatte.

Lo stupore di Mario Audig era più che motivato. In cinquanta anni di ininterrotta attività di libraio e di editore, dopo essersi battuto con tutti i mezzi per la promozione della lettura, con presentazioni, con dibattiti, convegni, con concorsi, dopo essersi inventato mille espedienti per coinvolgere le istituzioni pubbliche, sempre con risultati assai poco incoraggianti, si vedeva travolto da un fenomeno che sicuramente avrebbe segnato la storia dell’Occidente.

Nelle altre librerie della città e dell’intero paese, la situazione non appariva diversa; il ‘tutto esaurito’ aveva fatto la sua prima comparsa nelle vetrine e sui banconi, i siti Internet di vendita per corrispondenza erano impazziti, non riuscendo più a dominare l’inarrestabile flusso delle richieste.

Improvvisamente era stato recepito l’invito, tante volte andato a vuoto, ad abbandonare il torpore imbambolante della televisione, a non lasciarsi intrappolare dall’assuefazione ai videogiochi, a non farsi drogare da Internet per scoprire il piacere del libro e della lettura. Le sei emittenti televisive nazionali avevano cominciato a ridurre gli orari delle trasmissioni, tornando alle abitudini degli anni Cinquanta con apertura delle trasmissioni alle diciassette e chiusura alla mezzanotte con l’ultimo telegiornale. I contratti pubblicitari televisivi erano stati quasi tutti cancellati e tutti i produttori avevano cominciato a contendersi gli spazi sui libri.

Le tipografie avevano cominciato a lavorare a ciclo continuo, con turni anche notturni, per fare fronte a una richiesta senza precedenti degli editori, subissati dalle richieste di sponsor per ottenere le quarte di copertina, annunci pubblicitari da inserire tra un capitolo e l’altro, fascette o loghi sui cellophane che avvolgevano i volumi.

Erano diventati tutti lettori forti. Era divampata la voglia di leggere con la foga irrefrenabile della scoperta e con l’entusiasmo dei neofiti.

I sociologi italiani non erano riusciti a spiegarsi un fenomeno che, nel quadro culturale europeo, appariva limitato al nostro paese. I quotidiani e i periodici stranieri davano notizia, con titoli giganteschi, dell’improvviso scatenarsi della voglia di leggere in una nazione, come la nostra, che aveva sempre espresso al riguardo le statistiche più deprimenti dei paesi occidentali. Un fenomeno inaspettato che, una volta tanto aveva accomunato il Mezzogiorno e il Nord.

— Giornate indimenticabili — continuò Mario Audig, passandosi la mano su quel poco di capelli che gli restavano in testa, tentando anche lui di dare al giornalista tedesco una plausibile spiegazione di quanto stava accadendo. La libreria presa d’assalto. File interminabili all’ingresso del negozio. E, quando entravano, sembravano cavallette su un campo di grano. Hanno comprato di tutto, hanno chiesto di tutto, hanno ordinato di tutto. I telefoni erano impazziti, ci chiamavano dalle librerie più piccole per avere aiuto, anche loro non riuscivano a far fronte alle richieste.

Cinema, teatro, sport, discoteche riuscivano, sia pur con qualche affanno a contenere la concorrenza del libro. Ma televisione e videogiochi erano in ginocchio.

L’approvvigionamento stava diventando, per le librerie, un problema serio. Per far fronte alla richiesta, sempre più isterica, si erano vuotate anche le scorte di magazzino dell’usato. Nel corso di una agitatissima riunione l’associazione dei librai aveva deciso di arruolare degli agenti compratori, esperti nel porta-a-porta, che avrebbero tentato acquisti a domicilio, capovolgendo il consueto rapporto tra cliente e agente. I rappresentanti piombavano nelle case, non più per piazzare l’enciclopedia o la storia universale degli animali, ma per cercare di comprare libri con cui rifornire le librerie del richiestissimo usato a metà prezzo, e tacitare i lettori, in attesa che editori e tipografi facessero fronte all’incalzante richiesta.

— Ci siamo illusi — confessò Mario Audig — che l’espediente funzionasse. Ma quasi nessuno ha voluto cedere i propri libri. O hanno fiutato l’affare e si ripromettono tutti di venderli personalmente oppure, il che mi sembra l’ipotesi più attendibile, nessuno vuole separarsi dai libri. Solo in rarissimi casi i vecchi rappresentanti più smaliziati ed esperti sono riusciti a procurare qualche buon pezzo, che è già stato rivenduto. Insomma — precisò col tono di chi sta per chiudere l’intervista — da un lato sono contentissimo che sia finalmente arrivato il nostro momento, quello che da anni i miei nonni e mio padre e io sognavamo, dall’altro sono molto preoccupato, perché, dobbiamo riconoscerlo, non eravamo preparati a un evento del genere. Che nessuno si sa spiegare e nessuno sa come andrà a finire. Durerà?

La diffusione così straripante della voglia di leggere — dilagante come un’epidemia di cui nessuno sapeva spiegarsi l’origine e di cui nessuno poteva prevedere le conseguenze — aveva aspetti socialmente positivi, sui quali nessun esperto si sentiva di dissentire. Innanzitutto una visibile e inarrestabile tendenza alla calma. Le file nelle sale di attesa delle ASL, alle biglietterie dei treni e dei traghetti, alle fermate dell’autobus, non erano più frenetiche e stressanti come una volta: tutti aspettavano con pacata educazione il proprio turno, leggendo. Ognuno col suo libro in mano. Stando solo attenti, nelle grandi città, agli scippatori che avevano preso di mira i libri, che si piazzavano presso un buon ricettatore nel giro di pochi minuti.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. L’eccesso di lettura qualche problema lo aveva pur creato. I giovanissimi avevano scoperto la nuova droga della lettura, e intemperanti ed eccessivi come sempre, trascorrevano le nottate intere dei week-end a leggere, riuniti in ritrovi del libro, ricavati da vecchie discoteche in disuso. Poi, instupiditi dalla troppa lettura e con gli occhi stanchi, affrontavano alle luci dell’alba la guida dell’auto, provocando spesso gravi incidenti.

Non era più necessario far pubblicità ai libri, recensirli o stroncarli, era diventato inutile dare consigli su questo o quell’autore: pur di leggere la gente comprava e ingurgitava di tutto. Alle presentazioni nei circoli, nelle biblioteche e nelle sedi delle associazioni non andava più nessuno. Tutti preferivano la lettura al commento.

Gli unici luoghi ormai nei quali si registravano scene di impazienza nelle file, erano gli ingressi delle biblioteche pubbliche, per accaparrarsi un posto a sedere e, anche agli sportelli degli uffici di prestito, nella speranza che fosse disponibile ancora qualche testo da portarsi a casa. Nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe accaduto quello che, con molta fantasia, aveva scritto un famoso umorista, paragonando la calca domenicale alle biglietterie dello stadio a quella dei lettori alle porte della Biblioteca Nazionale di un non precisato paese di Bengodi. Invece era accaduto davvero, c’era poco da scherzare.

Tutti gli impiegati nelle sei emittenti televisive nazionali, i produttori di videogiochi e di programmi informatici, i recensori benevolenti e gli stroncatori, i saggisti che si erano battuti per la diffusione della lettura, tutti quelli, insomma, che non lavoravano più, si ponevano la stessa domanda che, con ben altro spirito, si facevano tutti quelli che avevano da sempre lavorato e tribolato con le sorti, un tempo incerte e oggi strabilianti, del libro e che avevano sempre più lavoro:

— Durerà?

tratto da L’odore dei libri © 2007, Grimaldi & C. Editori, Napoli.

Non esiliarsi dal proprio tempo

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Marcello Fois – In generale chi giudica lo stato di salute della letteratura italiana attuale non legge abbastanza, o legge solo quello che arriva sulla sua scrivania. Sono esploratori che visitano la Papuasia o la Nuova Guinea con i documentari del National Geographic e poi si lamentano che non esiste piú il selvaggio autentico. A chi si inoltra in questa esplorazione pigra e addomesticata sembra evidente che la letteratura «attuale» abbia poco a che fare col presente. È passeggera, spesso labile in maniera deprimente, inserita in una contingenza costante. Oggi c’è e domani è scomparsa. Siamo circondati da scrittori tristemente piú famosi dei propri libri. Da teorici al rovescio che prima scrivono e poi elaborano, prima promuovono e poi scrivono. Da quantità che disattendono qualunque qualità.

Ma i pochi che si spingono oltre le colonne d’Ercole degli uffici stampa possono avere grandi sorprese. Il sottobosco, la giungla vera, nasconde molte meraviglie. Perché, nonostante la pletora di scriventi che affollano le nostre librerie, esiste una classe di autori, scrittori, persino nell’odierno generalista panorama nazionale, che hanno progettato di attraversare l’arduo percorso dell’inattualità. L’inattualità come categoria della letteratura è, paradossalmente, «tradizionale». E sarebbe a dire che non può sussistere alcuna modernità che non si sostanzi in un rapporto strettissimo con la tradizione. Eppure sembrerebbe vero il contrario. La scrittura è ancora, da piú parti, considerata un esercizio per orfani o per figli di nessuno. Dentro a questa apparenza di gratuità si nasconde l’insidia di pensare che chiunque possa esercitarla. E ribadire che non è cosí pare una tautologia. Chiarire che scrivere è un atto complesso e persino faticoso, può sembrare, a lungo andare, una posa: l’alternativa allo scrivere sarebbe lavorare. In ogni caso vale la pena di essere santamente tautologici e ripeterci di tanto in tanto che non si fa letteratura senza la letteratura. Non si scrive senza leggere. Non si distrugge quanto non si conosce; dobbiamo ribadirlo per mettere una pietra sopra qualunque tentazione di avanguardia posticcia, derivante da percorsi non assimilati. La letteratura è un territorio di aggiustamenti, dove a un corpo macchina esistente si applica il talento di chi quella macchina riesce a spingerla al massimo.

La scrittura «attuale» è invece tutto il contrario, l’unico talento effettivo che richieda è di cavalcare l’appetito momentaneo del lettore. È scrittura senza parenti, vuoto a perdere. Spesso millanta un rigore che non possiede se non in termini di audience e di target assimilabili a quelli televisivi. È scrittura per adolescenti pubescenti; per lettori che non vogliono niente di impegnativo; che vogliano illudersi di saturare la scarsità di contenuti con l’abbondanza di pagine. L’armamentario completo dello scrivente che si riempie la bocca con l’autorizzazione concessagli dalle vendite. Non vorrei essere frainteso: il lettore è assolutamente fondamentale e confesso che piú di una volta ho «invidiato» il posto in classifica di qualche autore in voga; ma mai ho invidiato la sua scrittura. Certo il postulato non può essere che un autore che vende è dozzinale e un autore che non vende o vende poco è necessariamente un grande autore, ma non si può non tener conto che la storia della letteratura non si è quasi mai fatta con i campioni di incasso, ma con i campioni di resistenza. Un punto debole della scrittura «attuale» è per l’appunto la capacità di durare. Di alcuni autori che avrebbero dovuto cambiare le sorti mondiali della scrittura oggi, con buona pace di tutti, non sentiamo piú parlare: chi si ricorda di Lara Cardella? Chi riesce a citare un titolo di Susanna Tamaro dopo Va’ dove ti porta il cuore? Eppure entrambe queste autrici sono state premiate da un consenso planetario. La categoria della durata e quella del target sono strettamente legate: le migliaia di adolescenti che hanno comprato i primi libri di Federico Moccia oggi sono ventenni che hanno rimosso quella stagione. All’autore in questione non resta che abbassare il target; riattualizzarsi per poi risparire. Tuttavia, dicono i sostenitori dell’«attuale», questi fenomeni sono creati dal basso, dal popolo di internet e dei blog, quindi dal massimo del contemporaneo. Il web avrebbe mutato radicalmente le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura «attuale». Non sempre in modo positivo, mi pare. Da un lato il web ha funzionato come straordinaria cassa di risonanza, dall’altro però ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura. Ha reso il lettore, anche quello saltuario o mediocre, protagonista. Persino il non lettore in un sito di scrittura può affermare il suo inalienabile diritto di giudicare quanto non ha mai letto. È un paradosso che ha evidenziato la necessità assoluta di una critica che non abdichi al suo compito di custodire, interpretare e mettere in campo, un patrimonio inestimabile. Il confronto diretto è solo apparentemente democratico. Per fortuna non vedo scrittori che discutono di operazioni a cuore aperto in siti di cardiologia, ammesso che non siano medici. Ci sono spazi in cui si va per curiosità e per apprendere e altri in cui, oltre a questo, si ha titolo per intervenire. Vorrei piú lettori con piú argomentazioni, ma vedo solo scrittori che parlano tra loro o non lettori che farneticano. La democrazia è costosissima e diventa sempre piú rara, non dovremmo sprecarla, confondendo il sacrosanto diritto di parola con la fisiologia fonetica. Si rischia certo di apparire retrivi, ma vale la pena di ricordare ancora una volta che il consumo a corto raggio è una categoria lontanissima dalla letteratura, per lo meno da quella con un progetto di permanenza. È necessario lo scardinamento di una sequenza temporale rigidamente lineare: la grande letteratura fa il miracolo di valere a prescindere dal suo certificato anagrafico. Opere contemporanee sembrano vecchie e obsolete, mentre opere antiche appaiono in tutta la loro immortale contemporaneità.

L’età di un’opera, la sua fulgida «inattualità», spesso è il risultato di un compromesso tra la stagione che l’ha creata e la capacità dell’autore di metterla in contatto con tutto quanto l’ha preceduta. Non resta che affidarsi a un principio talmente banale che per molti è una chimera e che costituisce il discrimine stesso tra scrittore e scrivente: imparare senza esiliarsi dal proprio tempo.

tratto da
Marcello Fois, Manuale di lettura creativa, Einaudi 2016

Il libro degli abbracci

in Spilli

Eduardo Galeano – C’era un uomo anziano e solitario che trascorreva la gran parte del suo tempo a letto. Si diceva che nascondesse in casa un tesoro.
Un giorno entrano i ladri, cercano dappertutto e trovano un baule in cantina. Lo portano via e quando lo aprono lo trovano pieno di lettere.

Erano lettere d’amore che il vecchio aveva ricevuto nell’arco di tutta la sua lunga esistenza. I ladri stavano per bruciare le lettere, ma, dopo averne discusso, decidono infine di restituirle. A una a una. Una per settimana.

Da quel momento, tutti i lunedì a mezzogiorno, il vecchio avrebbe atteso l’arrivo del postino. Appena lo vedeva, gli correva incontro e il postino, che sapeva tutto, teneva la lettera alta in mano.
E anche san Pietro udiva il battere di quel cuore, impazzito dalla gioia di ricevere il messaggio di una donna.

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