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Politica & Società - page 2

Vivere la società civile

L’assalto al cielo

in Politica & Società

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione al nuovo libro di Gianni Barbacetto e Nando dalla Chiesa, L’assalto al cielo, Melampo editore, un’antologia del mensile “Società Civile” realizzata in occasione dei 30 anni dalla fondazione.

Non ci volle molto a scegliere il nome.
In genere occorrono riunioni infinite. Dubbi e dilemmi. Sedute egocentriche, proposte sorrette dal principio di autorità (“date retta a me che sono uomo di marketing”), fuoco sulle idee altrui. Noi invece il nome l’avevamo ben chiaro in mente sin dall’inizio e piaceva a tutti: “Società civile”. Un nome che diceva tante cose insieme. Che conquistava d’istinto, a qualcuno evocava anche ottime letture, ma stava soprattutto nello spirito dei tempi.

Erano gli anni Ottanta, il 1985 più esattamente. L’Italia cambiava pelle. Si stava perfezionando un vero e proprio regime della corruzione, il cui vestito politico si sarebbe indecorosamente sfatto sette anni dopo sotto le inchieste giudiziarie di Mani pulite. Proprio a inizio decennio, il 15 marzo del 1980, era uscito su “la Repubblica” il famoso apologo di Italo Calvino sull’onestà, intuizione letteraria di un fenomeno, la crisi etica del paese, che avrebbe moltiplicato il debito pubblico gettandone il prezzo immenso sulle generazioni future. Una crisi etica che schizzava dappertutto. Corrodeva la finanza. Nel luglio del 1979, a Milano, l’avvocato Giorgio Ambrosoli era stato ucciso su ordine di Michele Sindona, finanziere siciliano ma asceso ai vertici del potere nel capoluogo lombardo usando con spregiudicatezza i suoi istituti di credito e finanza. Già dichiarato salvatore della lira e poi protagonista di una bancarotta devastante, Sindona si era dato alla latitanza negli Stati Uniti, rimanendo, da latitante, in stretto contatto con il capo del governo Giulio Andreotti. Nel giugno del 1982 un altro finanziere milanese aveva illustrato con la sua parabola lo stato della ex capitale morale. Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, vicepresidente dell’Università Bocconi, incrocio ai più alti livelli della finanza laica e della finanza cattolica, era stato trovato “suicida” sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Si seppe dopo che aveva provato a giocare d’azzardo con i soldi affidatigli da Cosa nostra, inondata di narcodollari dal monopolio dell’eroina sul Mediterraneo. Con quei soldi la mafia palermitana e corleonese aveva messo già dalla fine degli anni Settanta un’ipoteca su un pezzo di nuova economia milanese dopo la crisi del capitalismo familiare e della gloriosa industria del boom economico. Quanto a Calvi, arrestato anche lui per bancarotta, era stato fieramente difeso in parlamento contro i suoi giudici da Bettino Craxi, nuovo astro della politica nazionale e del socialismo italiano. Con i loro provvedimenti, aveva accusato il leader socialista, i giudici minacciavano gli interessi dell’economia nazionale.

Né solo di finanza e politica si trattava. Nel 1980 l’Italia intera era stata coinvolta dallo scandalo della P2, che aveva portato alla luce una struttura clandestina del potere, ramificata nella politica, nelle nervature dello Stato, nell’imprenditoria, nell’informazione. E proprio un quotidiano, il più grande quotidiano milanese e nazionale per antonomasia, il “Corriere della Sera”, se ne era rivelato lo scrigno prezioso, un po’ stanza di compensazione dell’organizzazione massonica un po’ sua rampa di lancio verso l’esterno.
E in Sicilia la mafia. Il ciclo terribile degli assassini eccellenti. Senza fermarsi davanti a nulla. Né ai vertici degli uffici giudiziari (Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici) né al presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, né a un parlamentare di grande prestigio politico come Pio La Torre, né al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, già guida vittoriosa della lotta al terrorismo. Una mattanza vera e propria, consumata in evidente intesa con il cuore segreto del potere politico nazionale. Ma anche la camorra aveva messo a nudo il nocciolo nero della politica. La vicenda del rapimento dell’assessore della regione Campania Ciro Cirillo, responsabile della ricostruzione nelle aree colpite dal terremoto dell’Irpinia, aveva sconcertato l’opinione pubblica nazionale. Il rapimento era stato compiuto dalle Brigate Rosse nel 1981. La Democrazia cristiana, il partito di Cirillo, aveva fatto per il suo assessore quel che non aveva fatto per salvare Aldo Moro: aveva trattato con i terroristi. E la trattativa era stata affidata al capo della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo, detenuto ma lasciato libero di muoversi per le carceri nazionali in stretto rapporto con i servizi segreti per incontrare i terroristi. Conclusione: lo stato corrotto si era messo nelle mani della camorra, pronto a pagare i terroristi in soldi ma anche con l’indicazione di possibili bersagli da colpire. Una disfatta, una successione di tracolli politico-morali in grado di fiaccare qualunque nazione.

Lo Stato uscito dalla Resistenza sembrava avere superato la fisiologica (e già alta) quota di corruzione e avviato a diventare un’altra cosa, pur sotto il manto formale della sua Costituzione. La politica sembrava incapace di trovare al proprio interno le energie necessarie per restituire fiducia nelle istituzioni. Non mancavano personalità di spessore culturale e incorruttibili. Ma esse si dimostravano incapaci di contrastare la corruzione altrui, che si faceva sempre più vorace e scientifica. Anzi i partiti contribuivano consapevolmente a promuovere il sistema delle tangenti e della grande spartizione impegnando cifre faraoniche nella reciproca competizione elettorale. Lo stesso leader politico della questione morale, Enrico Berlinguer, morto di malore nel 1984 dopo il drammatico comizio di Padova, non era riuscito a fermare la deriva da lui denunciata neppure nel proprio partito, il Pci, pur meno incline ad accettare la corsa agli arricchimenti personali.

Dove trovare le energie per reagire a questo disfacimento morale, preludio, come si sarebbe visto (anche se ancora oggi c’è chi rilutta ad accettarlo, incolpandone i magistrati…) di un disfacimento politico? Si sarebbe detto: all’esterno dei partiti. Senonché i partiti di allora non erano i partiti di oggi. Erano formidabili apparati di consenso e di organizzazione della vita quotidiana. Macchine in grado di arrivare ovunque. Alimentate da centinaia di migliaia o anche più di un milione di iscritti. Direttamente insediate, dunque, nella vita di milioni di famiglie. E che oltre a questo occupavano a raggiera tutte le forme di vita associata possibili. Non solo i sindacati e le cooperative, ma anche le aziende che venivano raccolte nelle cosiddette “partecipazioni statali”. Non solo la Rai ma anche le redazioni dei giornali. E i consigli scolastici, e le unità (oggi aziende) sanitarie locali. I circoli culturali e le case editrici. Le associazioni e le bocciofile. Diffusi dappertutto. Formalmente per vivificare la partecipazione democratica, in realtà per controllare e lottizzare risorse e decisioni. Di più: per lottizzare la verità.
Nessuna discussione pubblica veramente libera aveva corso. Non nel senso che operassero censure politiche di massa, naturalmente. Ma nel senso che ogni ragionamento veniva incasellato da un invisibile caporale di giornata nelle “linee” dei singoli partiti, e in particolare dei tre intorno a cui ruotava, di fatto, il celebre “arco costituzionale”: Democrazia cristiana, Partito socialista e Partito comunista, ai quali si aggiungeva la spruzzata laica dei partiti liberale, repubblicano e socialdemocratico. Le persone che si esprimevano in pubblico, o che dialogavano tra loro in civili conversazioni, venivano immediatamente studiate e identificate per le loro “appartenenze” politiche grazie alle parole-spia: ossia le parole che, pur esistendo sui migliori vocabolari o nei repertori scientifici più neutri, servivano a decidere le appartenenze e quindi il grado di accettabilità (e legittimità) delle idee di ciascuno. Bastava farsi scappare in un ragionamento informale “classe sociale” e si era comunisti; “riforma” e si era socialisti; “patto costituzionale” e si era “catto-comunisti” (fulgida creatura semantica dell’epoca); “merito” e si era socialisti o laici. Il ragionamento era giudicato “serio” se adottava le parole-chiave del partito di appartenenza dell’interlocutore o di un suo partito alleato. Una autentica prigionia della mente.

Al disfacimento morale si accompagnava il disfacimento della ragione. Le energie del cambiamento andavano perciò cercate (e potevano essere cercate solo) all’esterno di questo immenso impianto politico. Mettendone in salvo, dentro altre strutture o contenitori, il senso migliore, che è quello che cercammo di fare. Oppure rifiutandolo in blocco, che è quello che nello stesso periodo fece, costruendoci un nuovo partito politico, la allora Lega lombarda, avviata a diventare in pochi anni “Lega Nord”. L’espressione “Società civile” traeva insomma la sua forza dalla scelta di rompere con i meccanismi di controllo della società politica, di affrancarsene, di riscoprire la libertà di dialogo e pensiero e il fondamento etico dell’agire pubblico. Non solo da invocare, ma da praticare. Non solo da praticare, ma da difendere. Contro chiunque: il familiare, il collega di professione, il compagno di partito. Milano era la città ideale per tentare questa “rivoluzione”. Viveva un visibile declino di valori. La città asburgica e risorgimentale, della burocrazia efficiente e dei grandi slanci solidali, stava assumendo tratti levantini e iniziava a risentire della presenza di interessi un giorno geograficamente lontani. Più volte i suoi quotidiani avevano pubblicato editoriali o cronache di ispirazione dubbia sulle vicende siciliane, linguaggi che venivano da lontano e di cui un occhio appena esperto coglieva al volo le affinità. Dalla finanza ai comuni minori dell’hinterland si avvertiva l’emersione di una illegalità avvolgente. Ambrosoli e i suoi funerali solitari erano stati, in fondo, il simbolo della impreparazione e al contempo delle complicità di una classe dirigente.

A Milano, dunque, si “doveva”. Ma a Milano, anche, si “poteva”. La città aveva storicamente una energia e una tradizione civile che le veniva dalla sua stessa struttura sociale. Un articolato, ricco, sistema delle professioni; molte università, con intellettuali e studenti mossi da una voglia diffusa di mobilità e di indipendenza; resistenti filoni di cultura morale, giuridica e sociale; un certo benessere economico, premessa di maggiori libertà di scelta e di autonomia associativa. E in più la presenza del cardinale Carlo Maria Martini, che un anno prima, nel 1984, aveva spiazzato tutti definendo la corruzione la “nuova peste” di Milano. E poi centinaia di insegnanti provenienti dal sud e che avevano portato le scuole cittadine all’avanguardia del nuovo movimento antimafia nato dopo l’assassinio a Palermo del generale dalla Chiesa, nel settembre dell’82. Fu a Milano, e non per caso, che nacque infatti il primo “coordinamento di insegnanti e presidi in lotta contro la mafia” d’Italia.

E proprio la grande esperienza del movimento antimafia era stata decisiva per fare maturare il progetto di “Società civile”, diventandone un affluente fondamentale. Vi era stato un biennio di nuove forme di impegno pubblico, di scambi culturali tra scuole lontane, di creatività didattica, si era scoperta l’alleanza con i magistrati e con le forze dell’ordine, era maturato un nuovo metro di giudizio verso le vicende del Paese. L’esperienza stessa aveva però ben chiarito che il movimento avrebbe certo potuto con la sua azione svegliare coscienze e promuovere nuovi livelli di associazionismo, anche al di fuori della scuola; che avrebbe cioè potuto essere “agente di cambiamento”. Ma che non sarebbe riuscito a raggiungere neanche in parte i suoi obiettivi di fondo se non avesse potuto rappresentare una più vasta società civile, se non avesse avuto dietro una “patria” più grande, riserva di valori e di energie più generali. Bisognava rigenerare quella patria.

L’analisi sembrò fondata a molti. Che “Società civile” si dovesse e si potesse “fare” fu confermato dall’entusiasmo con cui aderì all’idea un numero di cittadini mai più messi insieme, con quella qualità e quel prestigio, da nessun’altra iniziativa. In che forma unirsi? Un partito? Un movimento politico? L’ipotesi venne scartata di istinto. Aggiungere un partito a quelli esistenti sarebbe stato inefficace rispetto al nostro progetto, che era esattamente quello di sottrarsi alla morsa delle logiche di partito, di fuoriuscirne e di darsi la massima libertà di ragionamento e di parola, uniti solo dalla volontà di presidiare i fondamenti essenziali dello spirito pubblico. Questo era in fondo il soggetto che mancava a una democrazia traballante e sempre più inquinata. Un’alleanza trasversale di natura etica, di persone che si rispettassero e si capissero in nome di valori comuni. Piazzare dentro l’edificio fatiscente una nuova idea di polis: era un’idea innovativa e chiara sul piano teorico ma anche alla portata di chi non avesse mezzi per cimentarsi con un’esperienza nazionale. Un soggetto cittadino, un circolo più precisamente, si decise, mutuando il termine dall’esperienza illuminista del “Caffè” dei Verri e di Beccaria. Un circolo fondato da tante persone che contano, e che insieme possano esercitare una forza d’urto, svolgere una funzione di riferimento per la città, ma anche contagiare con il loro esempio molti altri cittadini di buona volontà in tutto il paese.

 

La foto è di Pierpaolo Farina

Il Falco e il Bambino

in Politica & Società

Alessandra Ballerini – Il Falco arriva sull’isola dalla Tunisia, appoggiato sul braccio del suo compagno di viaggio – proprietario e addestratore –, un po’ provato, ma in buona salute.
Omar, il bambino, un fagotto di 3 mesi, sbarca a Lampedusa il 6 agosto, insieme ai genitori, al fratellino di 16 mesi e alla sorella di 7 anni. Scappa con la famiglia dalla guerra in Libia, la terra dove i suoi genitori avevano deciso di rifugiarsi dopo essere fuggiti dal Darfur e dal Ciad. Ci sono vite, ci sono famiglie, che non fanno che scappare e soffrire.

Omar ha navigato cinquanta ore prima di approdare sull’isola, e nel viaggio ha visto 300, tra uomini e donne, pregare e imprecare. Ha visto corpi incastrati e calpestati e ha visto il sangue. Ha visto accoltellare il padre e ha visto i suoi aggressori tentare di ucciderlo con pugni e lame, fino a quando un elicottero non ha illuminato la barca e alcuni uomini in divisa li hanno condotti in salvo.
Il Falco fa parte di una specie protetta: è un Falco pellegrino, un rapace fiero e prezioso e perfettamente addestrato dal giovane tunisino che lo porta con sé. Il Falco, appena arrivato al centro di Contrada Imbriacola dove stanno rinchiusi e ammassati un migliaio di profughi, viene accudito e curato: a lui è dedicata una stanza personale, per lui procurano cibo speciale, perché non abbia a patire neppure un attimo, nella sua nuova dimora.
Omar invece dorme da trenta giorni su un materasso di gommapiuma buttato per terra, in una stanza condivisa con altri compagni di sventura. Omar è un neonato sudanese profugo dalla Libia e dovrebbe, come neonato e come profugo, appartenere anche lui a queste due categorie protette. Ma non è un rapace.
Per il Falco si trova in pochissime ore una collocazione adeguata, perché è evidente che Contrada Imbriacola non è luogo adatto neppure per farci dormire un rapace: viene immediatamente disposto il suo trasferimento in una residenza protetta.

Il Falco viene preso in consegna da mani esperte e strappato dal braccio del suo giovane amico e legittimo proprietario tunisino. Il ragazzo resta così solo e disperato, rinchiuso a Contrada Imbriacola: è un profugo tunisino, non appartiene evidentemente a nessuna specie protetta, e dunque non merita né una degna accoglienza, né tantomeno la libertà. Non solo, essendo stato privato della compagnia del rapace, non gode neppure di riflesso dei benefici e dei privilegi che vengono concessi al Falco: si scorda la stanza e viene ributtato, in mezzo alle centinaia di altri profughi, nel “gabbio” per adulti, dentro la gabbia più grande di Contrada Imbriacola.
E lì si aggira, orfano del Falco, chiedendone a tutti notizie. La polizia, per tranquillizzarlo, gli racconta che se riuscirà a prendere un permesso di soggiorno, il Falco – la cui posizione sul suolo italico è già stata perfettamente regolarizzata – gli verrà restituito. Mi chiede se è vero e come mai al numero di telefono della nuova dimora del rapace non risponde nessuno. Provo a chiamare anch’io, inutilmente. Mi arrovello pensando a una fantasiosa ipotesi di ricongiungimento del Falco con il tunisino. Ma temo di non trovare molti precedenti di giurisprudenza in materia.

Omar oggi festeggia il suo primo mese di detenzione in Contrada Imbriacola, tra poliziotti, sporcizia e insetti. Ho scritto e segnalato l’illegittima detenzione di questo neonato e della sua famiglia a tutte le autorità, ma non ho ottenuto nessuna risposta. Neppure quando il piccolo, prelevato in piena notte da un’operatrice della Lampedusa Accoglienza che aveva deciso – senza chiedere il consenso della madre – di fare un bagnetto al neonato, è rimasto gravemente ustionato dall’acqua bollente sulla gambina destra, qualcuno ha pensato che il Centro, “la gabbia”, fosse un luogo non adatto, non solo a un rapace, neanche a un neonato.
Omar, il bambino, resta lì, nella gabbia.

La madre mi fissa a lungo, mi chiede quando finirà la loro prigionia, è stanca e arrabbiata. Vuole prendersi cura dei suoi figli fuori da lì. E ha paura. Paura che i figli si ammalino o vengano feriti in una delle molte rivolte che settimanalmente scoppiano nel Centro. Paura dei lanci di sassi, dei manganelli e delle lamette con cui spesso i profughi, anche minorenni, si lacerano il corpo per protesta, nella vana speranza di suscitare un po’ di compassione. E paura degli scafisti che avevano cercato di uccidere suo marito e che fino a pochi giorni prima erano rinchiusi nella stessa gabbia. Omar, per sua fortuna, non è in grado di riconoscerli, ma i suoi fratellini, quando hanno visto di nuovo gli “uomini cattivi” che avevano fatto male al loro papà, sono scappati via in singhiozzi.

Consegno a Kadija, la madre di Omar, tutte le lettere che ho scritto per loro alle varie autorità e le spiego che un procuratore, un uomo per bene, si sta occupando di loro, anche perché tra le altre cose sono vittime e testimoni di reati gravissimi, e dunque pure per questo andrebbero protetti. La rassicuro che presto, se Dio vuole, Insciallah, verranno trasferiti. Le piace che io le parli schietta, che non le menta promettendole certezze che non posseggo. E mi ripete “Insciallah”, se Dio vuole.
E così tocca a Dio farsi carico anche delle illegalità e della disorganizzazione di Contrada Imbriacola e di tutto quello che ci gira intorno.
Stanotte il Falco dormirà sonni tranquilli, dopo aver mangiato cibo selezionato ed essere stato visitato e coccolato da mani esperte e affettuose, soffrendo forse solo un poco per la nostalgia del ragazzo che l’ha allevato.

Stanotte Omar, il bambino, dovrà combattere contro il prurito di una piaga da ustione, contro le punture di insetti, il lancio di sassi e lame e le urla degli altri prigionieri.
La prossima vita, Omar, se nasce profugo, gli conviene nascere rapace.

tratto da La vita ti sia lieve, Melampo Editore
immagine © Amnesty International

Scrivere di mafia

in Politica & Società

Nando dalla Chiesa Un giorno Corrado Stajano mi disse che i libri sono come i fiumi. Vanno, si slargano in anse, sembrano placidamente immobili, eppure vanno, vanno e portano. Fino al mare. E mentre vanno irrigano. Era circa trent’anni fa. Mai metafora fu più indovinata. Quando incontro un giovane che mi racconta di avere trovato il tale mio libro nella libreria del padre o su una bancarella dell’usato, quando mi arriva una richiesta di intervista su un mio libro dalla Norvegia o ne trovo uno citato ripetutamente su una tesi di laurea in Belgio o in Francia, penso a Stajano, alla forza delle cose che si dicono senza pensarci, naturale distillato di saggezza, ma che nel più giovane si ficcano nel cervello e modificano le forme del pensiero. Già, come ci sarà arrivato fin lì quel libro vent’anni dopo la sua pubblicazione, senza una campagna pubblicitaria alle spalle, esemplare solitario e sconosciuto in viaggio per l’Europa?

La parola scritta si scava il suo alveo secondo modalità imprevedibili, a volte stupefacenti per le combinazioni umane di cui si avvale. In fondo se lo merita. Perché la scrittura è operazione diversa e più faticosa dall’orazione. La parola parlata può essere affascinante, può anche essere fissata in immagini memorabili e suggestive. Ma quel che rimane allora è un principio, un giudizio, una similitudine, anche folgoranti. Mentre il ragionamento che promuove e sospinge la capacità di pensiero sta nella scrittura.

E quando si parla di mafia c’è appunto bisogno di ragionare, di distendere il pensiero – certo, anche per farlo palpitare nell’attimo decisivo -, perché occorre misurarsi con le infinite sfumature dell’animo umano (“La mafia ci assomiglia” diceva Falcone), per descrivere con la santa pazienza dell’artigiano le differenze degli atteggiamenti e dei comportamenti: la connivenza, la convergenza, la compatibilità, la funzionalità, e non solo l’amatissima, scandalosa “complicità”. Se c’è argomento che non tollera semplificazioni questo è proprio il fenomeno mafioso. Scriverne, dunque, e non solo per i libri. Ma anche per sceneggiature (quella dei Cento passi è stata riscritta diciassette volte), per inchieste, per copioni teatrali, per rapporti istituzionali. Scriverne e scriverne bene. Usare un linguaggio ricco per non essere come i ragazzi a cui don Milani spiegava che ogni parola in meno nel loro bagaglio era un calcio nel sedere in più che avrebbero preso nella vita. Se dovessi spiegare a un ragazzo come ho potuto ribellarmi nella mia vita ai poteri che volevano costringermi a ingoiare la violenza e a recitare compuntamente la parte dell’orfano, gli direi così: perché ho avuto un maestro e delle professoresse che un giorno lontano mi hanno insegnato a scrivere.

Nando dalla Chiesa

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