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Politica & Società

Vivere la società civile

I 44 giorni di Gramsci ad Ustica

in Politica & Società

Alessandro Buttitta – “La popolazione dell’isola è correttissima. D’altronde, la nostra venuta ha determinato un mutamento radicale nel luogo e lascerà larghe tracce. Si sta combinando per impiantare la luce elettrica, dato che tra i confinati ci sono i tecnici capaci di condurre a termine l’iniziativa. L’orologio del campanile, che era fermo da sei mesi, è stato riattivato in due giorni: forse sarà ripreso il disegno di costruire la banchina nella cala dell’approdo del vaporetto”.

È il 2 gennaio 1927, Antonio Gramsci si trova confinato a Ustica per opposizione al regime fascista e scrive una lettera a Piero Sraffa, economista dalla solida formazione scientifica e dall’alta statura morale nonché caro amico. Sarà quest’ultimo, difatti, a provvedere al saldo del conto aperto dall’intellettuale sardo presso la libreria Sperling & Kupfer di Milano. Da lì arrivavano i libri, i giornali e le riviste che servivano a Gramsci per aggiornarsi, studiare e approfondire teorie di diversa natura e matrice che trovano spazio nei suoi Quaderni del carcere.

Arrestato l’8 novembre 1926 da deputato, in barba all’immunità parlamentare, per decreto di Benito Mussolini e recluso per un mese al Regina Coeli di Roma, il fondatore del Partito Comunista e dell’Unità arriva a Ustica il 7 dicembre. Saprà della destinazione del suo confino poche ore prima di partire da Palermo: per lui potevano esserci Favignana, Pantelleria, Lampedusa o qualche nome sperduto impresso sulla cartina della Somalia. Gli toccò in sorte l’isoletta del Mar Tirreno, a una sessantina di chilometri da Palermo, nella quale restò fino al 20 gennaio 1927. Lì trovò numerosi confinati politici – tra questi si ricorda Amedeo Bordiga, tra gli esponenti di spicco del PCI del tempo – e maturò convinzioni che rendono la sua figura ancora oggi d’esempio. Lo conferma il ricco corpus di lettere spedite da Gramsci durante la sua lunga permanenza in carcere, che proprio dai giorni di Ustica prende il via. Un epistolario, dettato da condizioni straordinarie, che andrebbe letto per comprendere al meglio la parabola emotiva dell’intellettuale, morto il 27 aprile 1937 per emorragia cerebrale dopo aver riconquistato da poco la libertà.

A Ustica Gramsci non si comporta da semplice confinato. I quarantaquattro giorni sull’isola, vissuti con inusitata curiosità tra fantasmagorici echi shakespeariani e divertenti catture di maiali, ci dicono molto della sua visione politica: come dal pensiero debba nascere l’azione, come ogni idea si possa tramutare in prassi, come lo studio sia necessario per perseguire una degna condotta morale, come non possa esistere merito senza metodo. Per un autore molecolare come il Nostro, che spesso viene più citato che compreso, soprattutto in stagioni politiche dove la velocità dell’annuncio è preferita di gran lunga alla lentezza dell’approfondimento, andrebbe ricordata la scuola che lui stesso fondò e guidò in compagnia del Bordiga poc’anzi menzionato.
Per combattere l’imbruttimento fisico e morale che fisiologicamente deriva dall’ignoranza e dalla cattività, i due politici comunisti organizzano corsi di grammatica, storia, matematica, scienze, francese in una falegnameria dismessa. Le lezioni hanno successo: non sono solamente seguite con disciplina e solerzia dai confinati, ma anche da funzionari del governo e abitanti locali. Inoltre, quando la preparazione difetta, in special modo nelle materie scientifiche, lo stesso Gramsci diventa allievo di Bordiga. Si comporta allo stesso modo quest’ultimo quando ci sono da approfondire le materie letterarie e le lingue straniere.
L’esperienza gramsciana a Ustica, raccontata tra l’altro con una certa sensibilità dal docu-film Gramsci 44 con protagonista Peppino Mazzotta (l’ispettore Fazio del Commissario Montalbano), si concluse presto. Il carcere di San Vittore a Milano e quello di Turi in Puglia attendevano il politico sardo dopo un processo fascista che aveva l’obiettivo di “impedire a questo cervello di funzionare per almeno vent’anni”. La scuola dei confinati a Ustica visse ancora grazie a Bordiga che però lasciò l’isola sul finire del 1927 per continuare il suo confino a Ponza. Da lì in poi attecchisce il ricordo con testimonianze che rendono giustizia al pessimismo dell’intelligenza e all’ottimismo della ragione tanto cari a Gramsci.
È significativo, in special modo oggi in un tempo nel quale l’istruzione scolastica consolida e perpetua le differenze sociali a dispetto dei tanti bei propositi sull’inclusione, osservare nuovamente la scuola fondata da Gramsci e Bordiga in un’isoletta persa nel Mediterraneo. Non è interessante rivalutare tutto ciò per le istanze gramsciane sull’egemonia culturale o sul ruolo degli intellettuali, quel nesso inscindibile fra homo faber e homo sapiens, su cui si è tanto dibattuto. Con l’evidenza dei fatti e degli esempi, la scuola di Gramsci ci ricorda che le nuvole di parole, sempre protagoniste nei cieli autoreferenziali della cultura italiana, non servono a nulla se non sono seguite dalle più concrete azioni, dai più tangibili gesti, dalle più materiali prese di posizione. Ricordare Gramsci significa ricordare la scuola per i confinati di Ustica, un luogo che testimonia inequivocabilmente cosa sia l’impegno intellettuale, cosa sia la fatica delle piccole e minute cose.

Dove si è nascosta la mafia?

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Attilio Bolzoni ha lanciato al principio dell’anno il suo blog Mafie, uno spazio dedicato all’analisi sulla criminalità organizzata non solo siciliana, ma anche sulla camorra e sulla ‘ndrangheta. Uno spazio di riflessione nell’anno del venticinquesimo anniversario dell’estate siciliana del 1992.

Dove è? Dove si è nascosta? Dove la dobbiamo cercare? «Io non so più come fotografarla perché non la vedo», dice Letizia Battaglia che con i suoi scatti l’ha fatta conoscere al mondo. Nel mezzo delle “guerre“, quando c’erano i morti a terra che diffondevano paura e allarme sociale. Durante i processi, quando i boss dietro le sbarre ne certificavano l’esistenza. E adesso, che non spara più e che qualcuno la dà perfino in via d’estinzione, dov’è la mafia? E’ destinata inesorabilmente a scomparire? Si è tramutata in un’élite che punta ad accorciare sempre di più le distanze fra mondo illegale e legale? Ogni epoca ha avuto la sua mafia, quella di oggi sembra una mafia senza più mafiosi. In questo 2017 cade il venticinquesimo anniversario di Capaci e di via D’Amelio. Il 1992, l’anno che ha cambiato tutto.
Dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino la reazione dello Stato è stata, come mai prima, decisa e persistente. Ma alla repressione giudiziaria e poliziesca non è seguita un’analisi profonda capace di cogliere i grandi mutamenti delle organizzazioni criminali, in grado d’intuire per tempo quali sono state le loro scelte e i loro riposizionamenti nella politica, nell’economia, nella finanza.
Più ci si è allontanati dalle stragi e più le mafie hanno abbandonato la strategia della violenza e apparentemente perduto il loro potere, così di mafie in Italia se ne parla e se ne scrive sempre meno. E quando vengono raccontate sono le banalità a prevalere, i conformismi culturali, le pigrizie investigative. La faccia di Totò Riina non può più spiegare cosa sono diventate.

Hanno preso altre forme, si presentano con volti difficilmente collegabili ai vecchi padrini, hanno infranto definitivamente anche il tabù delle loro sovranità territoriali. Le mafie non hanno più un solo luogo. E se le inseguiamo con le categorie e gli schemi ai quali eravamo abituati – pensando che siano ancora quelle del 1992 – fra qualche anno non le troveremo più. Non sapremo più riconoscerle.

© Attilio Bolzoni – La Repubblica

Attilio Bolzoni, giornalista di “Repubblica”, scrive di mafie dalla fine degli anni Settanta.
Con Melampo editore ha pubblicato Uomini soli

(l’immagine è un particolare della copertina del catalogo Letizia Battaglia Anthology)

Un moto perpetuo da un’elezione all’altra

in Politica & Società

Michele Monte – C’è una fase dell’infanzia nella quale i bambini, agli occhi degli adulti, diventano degli implacabili aguzzini rompiscatole; è quella fase in cui viene ossessivamente ripetuta la domanda “perché?”.
Per l’infante molesto il “perché?” è uno strumento di conoscenza del mondo, un modo per entrarne nelle pieghe; ne evidenzia un naturale moto di curiosità e la necessità di stabilire un contatto con il piano di realtà delle cose (che vede, che sente, che percepisce).
È anche però un implacabile strumento di relazione e di misurazione dell’interlocutore e delle sue risposte. Stai tergiversando, mi racconti delle fantasie, non ti credo… oppure mi tratti alla pari e quindi mi fido di te, ben presto sarai per me un riferimento.

A un certo punto questa fase viene superata e sostituita con qualcosa d’altro ma quel bagaglio di riposte ricevute, buone o cattive che siano state, costituirà da quel momento in poi gran parte dei riferimenti (o dei pregiudizi, sicurezze o insicurezze) che accompagneranno le esperienze future.
Ecco, se questa fase ci accompagnasse in modo costante, magari in modo meno ossessivo, nelle successive attività da adulti probabilmente la qualità del nostro rapporto con il piano della realtà sarebbe più intelligente e proficuo. Soprattutto in una delle attività principali che esprime in modo più accentuato le componenti sociali delle nostre attitudini come la politica, praticata a qualsiasi livello. Da ascoltatore o osservatore interessato, da partecipante attivo e, soprattutto, da chi la vive come impegno quotidiano, derivandone magari un reddito o il proprio riconoscimento e status sociale.

In effetti osservando le dinamiche, i comportamenti individuali e gli scenari che la politica ci propone oggi, si riscontra un pericolosa deriva verso la perdita di senso; l’affievolirsi di quella dote indispensabile della lettura e interpretazione della realtà che potremmo definire “intelligenza politica”.

Qui non c’entra il crollo delle ideologie ma troppo tempo è trascorso dal momento in cui la pratica politica ha abbandonato la costante riflessione sulle proprie radici di senso, trasformandosi in un moto perpetuo da un’elezione all’altra. Incoraggiando il piccolo cabotaggio e lo scambio (e non la sintesi, si badi bene) come principale fulcro della propria azione.

Gli effetti di questa deriva sono molteplici. Da un lato assistiamo allo sfarinamento dei tradizionali meccanismi di selezione del ceto politico con relative mutazioni genetiche che hanno portato ad un aumento della presenza sul proscenio di quella quota, un tempo confinata a una dimensione tollerabile fisiologicamente, di parolai arrivisti motivati da esigenze di carriera e affermazione personale.
Dall’altro, un progressivo distacco dal reale con riti, linguaggi, uno scellerato uso del tempo, infinite guerre puniche dal tenore eminentemente autoreferenziale.

Di tanto in tanto, per contrastare (ma sarà vero?) questa deriva, si levano voci che richiamano la necessità di tornare a parlare di contenuti. Ennesimo tentativo di depistaggio o, se si vuole, un modo per prendere tempo.
I cosiddetti “contenuti” se non inscritti in una cornice di senso hanno più o meno la funzione di marketing di un prodotto qualsiasi.
Nel frattempo, in un mondo che quotidianamente stravolge riferimenti e regole, aumenta la distanza e la capacità di comprensione; figuriamoci poi quella di immaginazione e di produrre innovazione.
A questo proposito sarebbe opportuno a volte soffermarsi a riflettere su alcune aberrazioni del linguaggio e al costante rifugiarsi nel conio di inquietanti neologismi. Una delle peggiori espressioni in questo senso è la definizione di “offerta politica”.

Che ci faccio qui? Chi e quali interessi rappresento? A quale progetto politico e idea di cultura e società faccio riferimento?

Poche e semplici domande che però servono a riposizionarci contemporaneamente sia nel mondo reale che nella dimensione etica della nostra azione. Per quanto tempo riusciremo ancora a farne a meno?

«Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi»

in Politica & Società

Il 5 gennaio del 1984 veniva ammazzato Pippo Fava, il giornalista che aveva firmato una serie di inchieste sulle pesanti collusioni tra Cosa nostra e i cavalieri del lavoro catanesi sulle pagine de “I Siciliani”. Ogni anno il 5 gennaio a Catania un corteo silenzioso lo ricorda. Noi lo facciamo con le pagine di uno dei suoi “ragazzi”, Riccardo Orioles suo erede e padre nobile del giornalismo coraggioso e d’inchiesta che merita di accedere alle Legge Bacchelli http://bit.ly/MandiamoInPensioneOrioles

Riccardo Orioles – Pippo Fava ha scritto un sacco di libri, e cose di teatro anche. Però Pippo Fava non è mica uno importante. Per esempio, arriva una Centoventiquattro scassata, dalla Centoventiquattro esce uno con la faccia da saraceno e un’Esportazione che gli pende da un angolo della bocca e ride e quello è Pippo Fava.
Bene, un giorno a Pippo Fava gli dicono di fare un giornale, è una faccenda strana affidare un giornale a Fava che, dice la gente perbene, è uno che non si sa mai che scherzi ti combina: comunque il giornale c’è, si chiama Giornale del Sud e subito Pippo Fava lo riempie di ragazzi senza molta carriera ma in compenso mezzi matti come lui. «Tu, come ti chiami?». «Così e cosà». «E cosa vorresti fare?». «Mah, politica estera…». «Ok, cronaca nera». La cronaca, al Giornale del Sud, la si fa all’avventura. Non si conosce nessuno, si parte proprio da zero. Ci sono storie divertenti, tipo quella del povero emarginato napoletano che arriva in redazione e tutti fanno i pezzi commoventi sul povero emarginato e poi arriva Lizzio dalla questura per un paio di stupri… Si chiude alle tre di notte; non si “buca” una notizia. Con grande stupore, i catanesi apprendono che a Catania c’è una cosa che si chiama mafia. E che Catania è divenuta un centro del traffico di droga. Dopo qualche mese, un attentato: un chilo di tritolo. Ma si va avanti.
La faccenda dura un anno. Poi succedono tre cose. La prima è che gli americani decidono che la Sicilia va bene per coltivarci missili. E questo a Fava non va bene, e lo scrive. La seconda che a Milano acchiappano un grosso mafioso, Ferlito, parente di un assessore e uomo di molto rispetto; e anche qua, Fava si comporta piuttosto – come dire – maleducatamente. La terza è che nella proprietà del giornale arrivano amici nuovi, uno dei quali è – ok, avvocato, niente nomi – un importante imprenditore catanese coinvolto nel caso Sindona e un altro un importante politico catanese coinvolto nell’assessorato all’agricoltura.
Telegramma all’illustrissimo dottor Fava: «Comunichiamo con rincrescimento a vossignoria illustrissima che il giornale ora ha un altro direttore». I matti, i ragazzi della redazione vogliamo dire, occupano il giornale. L’occupazione dura una settimana, durante la quale gli occupanti ricevono la solidarietà di alcuni tipografi, di una telefonista, di un guardiano notturno e di un ragazzino dell’Ansa (a pensarci, anche un giornalista ha telefonato, allora). Poi arriva il sindacato e, molto ragionevolmente, l’occupazione finisce.
Senza Fava finisce anche, e alla svelta, il Giornale del Sud (perché nonleggere le stesse notizie su un giornale nuovo, se puoi già non-leggerle su quello vecchio?). Ma Fava nel frattempo non s’è stato con le mani in mano. Ha raccolto una decina dei “suoi” matti: «Si fa un giornale». Come, quando e se si farà non lo sa nessuno. Ma intanto si mette su una bella redazione, con le sue brave Lettera 22 scassate.
Chi è disposto a investire qualche centinaio di milioni su due Lettera 22 scassate, dieci matti fra i venti e i venticinque anni e uno di sessanta? Ovviamente, nessuno. D’altra parte dopo l’esperienza del GdS Fava e i suoi, a sentir parlare di padroni, si mettono a bestemmiare. Allora si mette su una bella cooperativa − «Radar!». «E che vuol dire?». «Suona bene!» –, si disegna un bellissimo stemmino per la cooperativa e si firmano alcune tonnellate di cambiali. Due mesi dopo arrivano due bellissime Roland di seconda mano, offset bicolori settanta/cento, e Fava se le cova con lo sguardo, che se invece di essere due offset fossero due turiste svedesi lo denuncerebbero per stupro.
A fine novembre, Pippo Fava arriva in redazione, schiaccia l’Esportazione nel portacenere e fa: «Ragazzi, si fa il giornale». «Quando?», «Con quali soldi?», «Io faccio il pezzo sulla Procura!», «Come lo chiamiamo?», «Io ho un’idea per il pezzo di colore», «Ma i soldi…». La vigilia di Natale, le Roland sputano una cosa rettangolare con su scritto I Siciliani. Anno uno, numero uno, i cavalieri di Catania e la mafia, la donna e l’amore nel Sud. Un tipografo porta il pupo in redazione. «Be’, potrebbe anche andare», fa uno dei redattori con nonchalance, e subito dopo si mette a ballare. Il giornale arriva in edicola alle nove di mattina. A mezzogiorno non ce n’è più (a piazza della Guardia, dicono, due fanno a cazzotti per l’ultima copia: ma onestamente non ne abbiamo le prove). Si brinda nei bicchieri di plastica, e si prepara il numero due; nel cassetto i mazzi di cambiali sembrano meno minacciosi.
Ed è passato un anno. La mafia, a Catania, c’è o non c’è? «Ma no… al massimo un po’ di delinquenza…» (il signor prefetto). «Cristo se c’è! E sbrigatevi a fare qualcosa che qui finisce peggio di Napoli» (I Siciliani). E quel signore, come si chiama quel signore là? «Noto pregiudicato…» (la stampa per bene). «Santapaola Benedetto, detto Nitto, MAFIOSO!» (I Siciliani). E i missili, dite un po’, vi dispiace se lascio un paio di missili nel sottoscala? «Ma prego, si figuri, come fosse a casa sua!». «Ahò! Ca quali méssili e méssili! I cutiddati a’ casa vostra, si vvi l’aviti a ddàri!». E i cavalieri, vediamo un po’; anzi, i cavalieri? «Ecco dunque cioè nella misura in cui ma però… AIUTO diffamano Catania!». «I cavalieri catanesi alla conquista di Palermo con la tolleranza della mafia. Firmato dalla Chiesa. Noi stiamo con dalla Chiesa». Ed è passato un anno.
C’è un ragazzino, a Montepò, che ancora non sa bene se andrà a fare il suo primo scippo. C’è una vecchia, in via della Concordia, che è rimasta fuori dall’ospedale perché non c’era posto. C’è una tizia, a viale Regione Siciliana, che costa ventimila lire e ha quattordici anni. C’è un manovale, alla zona industriale, che ci ha rimesso una mano e dicono che la colpa è sua. C’è uno sbirro, in viale Giafaar, che ha una bambina a casa ma va di pattuglia lo stesso. C’è una bambina, da qualche parte allo Zen, che forse diventerà una puttana e forse una donna felice. E c’è un’altra bambina, in un cortile pieno di sole, e ora Pippo Fava prende in braccio la bambina e la bambina ride. «Nonno, nonno, ora faccio l’attrice».
«Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa… Beh, te lo prendi un caffè? E l’occhiello, vedi che dieci righe per un occhiello a una colonna sono troppe». Forse mezzo milione, forse di più: il tizio, con l’altro tizio e quello che doveva dare il segnale, era là ad aspettare e ha alzato la 7,65 e ha sparato. Professionale. Certo, in una villa di Catania s’è brindato, quella notte. Forse ha avuto il tempo di guardarlo negli occhi. Non pensiamo spaventato. Forse, impietosito. Sapendo benissimo che il tizio pagato – uscito forse da un miserabile quartiere, uno di quelli che lui non era riuscito a salvare – sparava anche contro se stesso, contro la propria eventuale speranza. Forse ha pensato che un giorno o l’altro quelli che venivano dopo di lui ci sarebbero riusciti a farli smettere di sparare, a… Ma forse non gliene hanno dato il tempo.
E questo è tutto. Ok, ringraziamo tutti quanti, grazie di cuore a tutti. Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c’è ancora un sacco di lavoro da fare per i prossimi dieci anni. Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi. Se qualcuno vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti facciamo da soli, tanto per cambiare.

Va bene così, direttore?

Elena Brancati, Cettina Centamore, Santo Cultrera, Claudio Fava, Agrippino Gagliano, Miki Gambino, Giovanni Iozzia, Rosario Lanza, Nanni Maione, Riccardo Orioles, Nello Pappalardo, Tiziana Pizzo, Giovanna Quasimodo, Antonio Roccuzzo, Fabio Tracuzzi, Lillo Venezia

Promemoria interno
1) La cosa più difficile è di renderci veramente conto che nulla potrà essere più come prima, soprattutto non noi. Questo non è più un giornale (solo un giornale), e noi non siamo più giornalisti (solo giornalisti). Abbiamo una responsabilità che prima non avevamo; verso altri esseri umani, non verso un’idea.

 

Gennaio 1984

 

tratto da Riccardo Orioles, Allonsanfan – La mafia, la politica e altre storie, Melampo editore

Quando anche i mafiosi hanno cominciato a dire che esisteva

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Gaetano Savatteri “intervista” Don Mariano Arena, il boss de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia. Il testo è tratto da “E ti vengo a cercare” (Einaudi 2011).

Un uomo con un abito di lino bianco, cravatta intonata, scarpe di cuoio, entra in scena parlando al telefono cellulare: è evidentemente una conversazione d’affari. L’uomo usa un buon italiano, con un accento siciliano.

DON MARIANO …la commissione ha dato l’autorizzazione …ma certo, ti dico …l’ho saputo adesso… sto uscendo dal ministero… guarda ho preso due appunti, te li leggo: primo lotto 36 milioni, secondo lotto 75 milioni di euro… certo: operativa, da subito…ma quello è un fatto formale… lo so bene…sto andando da lui adesso, a Montecitorio…no, questo non voglio nemmeno sentirlo…allora non capisci? Io me ne fotto di tutto: del magistrato, della polizia e pure dei carabinieri a cavallo…

SAVATTERI (tossendo per farsi notare) …scusi don Mariano

DON MARIANO (interrompe di colpo la telefonata) …prego? Ci conosciamo?

SAVATTERI Ricorda? Avevamo un appuntamento per un’intervista sulla mafia…

DON MARIANO Ah, certo! Bene, lo scriva: la mafia è il cancro della Sicilia. Anzi, dell’Italia intera. La mafia è il male assoluto. Lo sa che le dico? A me personalmente fa schifo. Scriva proprio così: a don Mariano Arena la mafia fa schifo.

SAVATTERI Scrivo, allora?

DON MARIANO Testuale: la mafia fa schifo. Ha capito? Schi-fo.

SAVATTERI Testuale, dunque.

DON MARIANO Esatto. È rimasto sorpreso?

SAVATTERI Abbastanza, in verità.

DON MARIANO Perché voi del nord avete i soliti pregiudizi. Pensate: questo è siciliano, questo non parla, questo è omertoso. E invece…

SAVATTERI Veramente anch’io sono siciliano…

DON MARIANO Allora non dovrebbe essere stupito. Ma lei è uno che scrive, che lavora con la penna, magari vive fuori dalla Sicilia…

SAVATTERI In effetti è così…

DON MARIANO Lo vede che ho ragione? Andate fuori dalla Sicilia, leggete qualche libro, qualche giornale e vi riempite la testa di pregiudizi. Con rispetto parlando: tutte minchiate!

SAVATTERI Sarà come dice lei. Però io ho preso qualche appunto, ho fatto qualche ricerca. Ecco: nel 1961 lei è stato arrestato per associazione a delinquere e omicidio. Se non sbaglio, le indagini erano condotte dal capitano Bellodi…

DON MARIANO Un vero uomo quel capitano.

SAVATTERI Lo so, conosco la sua classificazione dell’umanità: uomini, mezziuomini, ominicchi, piglianculo…

DON MARIANO …e quaquaraquà. Ha fatto scuola questa definizione, non per vantarmi. Il capitano Bellodi era un uomo. Mi è dispiaciuto molto per come gli è andata a finire…

SAVATTERI Come gli è finita?

DON MARIANO A coda di sorcio. Capisce che intendo, no? Era partito bene, sembrava che doveva cambiare il mondo, ma chissà che è successo: l’hanno trasferito in Sardegna, poi a Domodossola. Alla fine lo hanno messo nella fureria della fanfara dei carabinieri. Credo sia andato in pensione: non gli hanno dato manco i gradi di colonnello… mah, è la vita…

SAVATTERI E lei non c’entra niente?

DON MARIANO Io? Se si fosse rivolto a me, magari una mano gliel’avrei potuta dare. Conosco molta gente, anche tra i carabinieri. Ma il capitano Bellodi non era tipo da chiedere favori…

SAVATTERI Sicuramente non li avrebbe chiesti a lei. Ma non mi ha risposto a proposito delle accuse: dopo il 1961, è stato imputato nel maxiprocesso di Palermo, indagato per le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992, sottoposto a misura di prevenzione per il sequestro dei beni, citato nell’ordinanza….

DON MARIANO Assolto, prosciolto, prescritto, prescritto, assolto. Assolto. Assolto. Sempre assolto, con formula piena. Ecco: questa è la mia fedina penale, la porto in tasca, a scanso di equivoci, soprattutto se incontro gente come lei. Vede? Immacolata. Vergine. Candida.

SAVATTERI Sta dicendo che è perseguitato dai magistrati?

DON MARIANO Non mi faccia ridere. Queste cose le dicono solo gli sconclusionati. Io ho rispetto massimo per la magistratura. Sono felice che le procure di mezza Italia si siano occupate di me: è la controprova che non ho niente da nascondere, niente di sospetto. Guardi, le dico di più: io ho una stima incondizionata per i giudici. Se questo paese riuscirà a sconfiggere la mafia – che a me fa schifo, lo sottolinei – deve dire grazie ai giudici, ai poliziotti e ai carabinieri italiani. E io lo dico forte e chiaro: grazie giudici.

SAVATTERI Ho capito bene?

DON MARIANO Ha capito benissimo. La mafia non serve più a nessuno.

SAVATTERI A me non sembra, mi pare piuttosto che c’è grande voglia di mafia…

DON MARIANO Mi permetta, lei è un ingenuo. Si ricorda quando si diceva: la mafia non esiste?

SAVATTERI Certo, lo dicevano politici, intellettuali, perfino qualche giudice.

DON MARIANO Lo dicevano i mafiosi, soprattutto. Si ricorda quelle frasi? (rifà il verso, in un siciliano sovraccaricato) La mafia? Che è, marca di detersivi? La mafia? Vento dell’aria. La mafia? Invenzione dei comunisti. La mafia? E chi l’ha mai vista? Oppure, ancora meglio: c’è la commissione antimafia, c’è la superprocura antimafia, ergo, forse esiste pure la mafia. Frasi meravigliose, non trova?

SAVATTERI Se lo dice lei…

DON MARIANO Minchiate, ecco cos’erano. La mafia, amico mio, è morta.

SAVATTERI Quando? Forse non me ne sono accorto.

DON MARIANO Non faccia tanta ironia. La mafia è morta quando anche i mafiosi hanno cominciato a dire che esisteva. Da quel momento non esiste più la mafia, ma esiste invece l’antimafia.

SAVATTERI Sto perdendo il filo…

DON MARIANO Glielo spiego, con parole semplici, come a un bambino di sei anni….

SAVATTERI Grazie della considerazione…

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DON MARIANO Se tutti dicono che la mafia esiste, finisce per non esistere più. Perché non è più un segreto, perché non tutela i suoi associati, perché non permette di agire nell’ombra e nel silenzio. Lei ha letto Borges?

SAVATTERI Qualcosina…

DON MARIANO Borges dice: in un indovinello sulla scacchiera qual è l’unica parola che non può essere usata?

SAVATTERI La parola scacchiera…

DON MARIANO Bravo, ha studiato. La Sicilia negli ultimi centocinquant’anni è stata un grande indovinello sulla mafia: ma perché l’indovinello avesse risposta era necessario che la parola mafia non venisse pronunciata. Lo sa come si dice in Sicilia? Mutu cu sapi ‘u juocu. Chi sapeva il gioco doveva restare in silenzio. E il gioco lo sapevano tutti, alcuni meglio degli altri, ma tutti facevano finta di ignorare la risposta esatta. Poi, improvvisamente, il gioco si è rotto. La risposta veniva data ancor prima di porre la domanda. Puff, fine dell’indovinello, del mistero. Il re era nudo. Bisognava trovare un altro gioco.

SAVATTERI Ed è stato trovato?

DON MARIANO Certo che sì. Qual è la parola che oggi ci fa onore? La parola che distingue i siciliani per bene, gli imprenditori onesti, i magistrati coraggiosi, i giovani di buona volontà, i funzionari integerrimi, i politici meritevoli?

SAVATTERI Qual è?

DON MARIANO La parola è: antimafia. Una parola fatta di legalità, giustizia, verità. Se non usi questa parola sei finito. Tutti la possono usare. Ed è molto, molto, molto meglio di prima. Un tempo, se un mafioso diceva qualcosa sulla mafia, se ne ammetteva soltanto l’esistenza, rischiava la vita: diventava un pentito, un infame, un traditore. Ricorderà una famosa intervista a mio zio, Giuseppe Genco Russo…

SAVATTERI Il boss di Mussomeli era suo zio?

DON MARIANO Sì, alla lontana, per parte di madre…. quando gli chiesero della mafia, Genco Russo rispose così: “Mafia? Io dico: è amicizia… Persone che si incontrano, che si prendono reciprocamente in simpatia, che si aiutano… C’è una lite: accordiamola; un aiuto da dare: diamolo… Se questa volete chiamarla mafia, io dico: sono mafioso. La verità è che nessuno ha capito niente fino ad ora”. Mio zio Genco Russo era un uomo all’antica, di un’altra Sicilia, doveva fare un giro di parole per parlare della mafia. Ma oggi – oggi dico – tutti possono dire: sono antimafioso. Possono dirlo gli onesti, ma perfino i mafiosi, perfino i politici che prendono i voti della mafia. E non rischiano niente. Anzi, ci guadagnano. Di noi siciliani una volta si diceva che eravamo tutti mafiosi. Adesso, invece, siamo tutti antimafiosi.

SAVATTERI Lei vuole confondermi le idee. Il vecchio metodo di mischiare vero e falso, per far diventare tutto grigio. Ma la mafia ha ammazzato troppa gente, c’è poco da scherzare…

DON MARIANO E chi scherza? Un imprenditore che vuole mettere al riparo il proprio patrimonio, la propria azienda, lo sa che fa? Denuncia un’estorsione. Conosco uno che si è messo d’accordo con un mafioso finito in galera. Gli ha detto: io adesso vado a denunciarti dai carabinieri, dico che quando eri libero mi avevi chiesto il pizzo, e vengo pure a testimoniare in aula contro di te. Ti daranno sei mesi di pena, poca cosa: tanto, con tutte le condanne che hai già sulle spalle, devi stare dentro almeno dieci anni. In compenso, compro una casa a tua moglie, faccio lavorare tuo nipote, faccio studiare tua figlia alla Bocconi di Milano. Ebbene, fatta la denuncia quell’imprenditore si è messo al sicuro: la televisione lo intervistava, aveva la scorta dei carabinieri, lo invitavano nei convegni, andava a braccetto con i magistrati, di notte addirittura la polizia gli sorvegliava il cantiere. Nessuna indagine, nessun controllo, poteva fare tutto ciò che voleva. Meglio di così? Mafiosi come quell’imprenditore in Sicilia pochi ce ne sono, ma è bastata la parola magica: antimafia. E adesso dorme tranquillo.

SAVATTERI Ma la droga? Il pizzo?

DON MARIANO Cose vecchie, cose superate…ancora qualcuno si dedica a queste attività, ma è gente che non ha capito come gira il mondo. Sono soggetti residuali, arcaici. Ci vogliono pure loro, sa? Perché un bell’arresto, le manette, le sirene, i poliziotti col passamontagna e i titoli sui telegiornali della sera che annunciano “arrestato il capo della mafia” serve sempre. Serve alle carriere dei magistrati e degli sbirri – ho detto sbirri, mi scusi, volevo dire investigatori – serve ai politici che possono vantarsi di avere catturato uno dei soliti dieci latitanti più ricercati d’Italia. Ma è folklore, come la tarantella, il teatro dei pupi: roba per turisti.

SAVATTERI Ma il fatturato della mafia è colossale, secondo le ultime stime…

DON MARIANO Lasci perdere le stime: tutte minchiate, mi permetta. Ma lei pensa che vendere droga o tartassare i commercianti renda molto?

SAVATTERI Temo proprio di sì…

DON MARIANO Minchiatelle. Senza tenere conto dei rischi. I soldi, quelli veri, quelli buoni, quelli tanti, si fanno con lo Stato…

SAVATTERI Lo Stato?

DON MARIANO Lo Stato, proprio così. Ponti, autostrade, caserme, carceri. Duecento milioni, cinquecento milioni, ottocento milioni di euro. Lo sa quanto costa il ponte sullo Stretto? Più di sei miliardi di euro, undicimila miliardi delle vecchie lire. Viene la vertigine, vero? Ma chi è che paga tanto? Nessun altro, solo lo Stato. Ma bisogna essere in regola, bisogna avere i certificati immacolati, le credenziali inossidabili. Ci vogliono prefetti, giudici, ministri pronti a mettere la mano nel fuoco sulla verginità antimafia di chi si avvicina alla torta.

SAVATTERI Non ci sto: esistono gli antimafiosi veri, quelli autentici, gli imprenditori onesti, i giovani di Addiopizzo, i commercianti che si ribellano…

DON MARIANO Allora lei non vuole capire. Certo che esistono! Anzi, è necessario che esistano i veri antimafiosi per consentire ai falsi antimafiosi di professarsi tali. Ma una volta che siamo tutti nel paradiso dell’antimafia, chi verrà a cercare come ho fatto i soldi? Chi verrà a vedere se quei soldi sono sporchi del sangue fatto spargere da mio nonno, da mio padre o da me stesso? E’ solo un esempio, un esempio di scuola, naturalmente.

SAVATTERI Conosco la tecnica: filosofeggiare, fare i sofisti, citare Pirandello, dire che la Sicilia è una, nessuna e centomila o chiamare in causa Tomasi di Lampedusa affinché tutto cambi perché nulla cambi. Non mi inganna, questa volta: la mafia c’è stata e c’è, con i suoi delitti, le sue prepotenze, le sue vittime…

DON MARIANO Vogliamo parlare ancora della mafia? Di questa vetusta istituzione? Parliamone allora. Le premetto ancora che mi fa schifo, ma sono disposto ad approfondire l’argomento. Più di cent’anni fa uno studioso come Giuseppe Pitrè disse che la mafia non esisteva, ma era solo un comportamento sociale, il senso di virilità del siciliano che intende farsi rispettare, per cui perfino la parola omertà derivava da omineità, cioè l’ipertrofia dell’io dell’uomo siciliano pronto a uccidere pur di affermare i propri diritti.

SAVATTERI Una vera mistificazione culturale, sulla quale la mafia ha campato cento e più anni…

DON MARIANO Infatti, siamo d’accordo che erano tutte minchiate. Utili però a reggere il gioco di cui abbiamo parlato. Io invece sono pronto a dire che la mafia è sempre stata un’organizzazione criminale, potente e radicata nel territorio che ha usato intimidazione e violenza per raggiungere i suoi scopi…

SAVATTERI Mi fa piacere che lo ammetta…

DON MARIANO Lo ammetto, ma le dico pure che quest’organizzazione criminale ha contribuito fortemente, sia pur con molti difetti ed errori, a costruire il senso dello Stato in questa nostra martoriata isola che è la Sicilia.

SAVATTERI Adesso sta esagerando…

DON MARIANO Dov’era la mafia nel 1860? Accanto a Garibaldi, assieme alle sue mille camicie rosse per unificare la nostra nazione. E dopo la sventurata parentesi del fascismo, in cui la propaganda del regime fece credere di avere sconfitto la mafia con le torture del prefetto Mori, la mafia si ripresentò dalla parte giusta: accanto alle truppe anglo-americane, per liberare la Sicilia e l’intero paese dal fascismo e dal nazismo. La mafia, a suo modo, diede il primo impulso alla Resistenza.

SAVATTERI Calma, don Mariano, non diciamo bestemmie…

DON MARIANO Non bestemmio, non sa quanto abbia caro il destino dell’Italia. Ma andiamo avanti: in seguito, nel convulso dopoguerra, la mafia fu accanto alle forze democratiche, quelle che portavano avanti le idee di libertà, di mercato, di progresso.

SAVATTERI Ammazzando decine di sindacalisti, ad esempio?

DON MARIANO La mafia consegnò quei martiri alla storia gloriosa, e lo dico con sincera commozione, del movimento sindacale e della sinistra italiana.

SAVATTERI Adesso, secondo lei, bisogna addirittura ringraziare la mafia se ha ammazzato sindacalisti, giudici, poliziotti, donne, bambini…

DON MARIANO Il carattere di una nazione si forgia nel sangue, nelle guerre, negli scontri. In un paese come l’Italia e in una regione come la Sicilia, in un stagione di pace altrimenti molliccia e consociativa, la mafia ha dato ragioni morali altissime per ritrovare un’identità comune. Chi non ha pianto per Falcone e Borsellino?

SAVATTERI Quelli che li ammazzarono brindavano, altro che piangere…

DON MARIANO Questi esseri ignobili che uccisero e massacrarono svolsero in realtà il ruolo ingrato di portare sugli altari i figli migliori dell’Italia. Non passeranno alla storia, perché il boia non passa mai alla storia, ma non c’è eroe senza carnefice, se lo ricordi. Nella loro tenebrosa oscurità, nella loro miseria – sì, mi faccia usare questa parola – nella loro miseria morale, questi mafiosi con le loro azioni delittuose alla fin fine resero grande la Sicilia, riuscirono a dare un senso a parole altrimenti vuote: le parole Stato, etica, legalità, democrazia.

SAVATTERI Don Mariano, lei sta dicendo cose spaventose…

DON MARIANO Sto dicendo che i martiri siciliani sono stati uomini – uomini per come intendo io – fino e oltre il loro epilogo. E quell’epilogo è stato deciso dalla mafia che uccidendoli li ha consegnati alla nostra memoria, alla nostra morale e quindi all’eternità. Forse è spaventoso, ma è così. Per non parlare dell’indotto…

SAVATTERI Mi risparmi il discorso che la mafia dà lavoro…

DON MARIANO E’ così. Ma non parlo del lavoro generico: edilizia, movimento terra, cementifici, armieri, artificieri, killer, pompe funebri, che pure hanno un loro peso. Parlo di lavoro qualificato, di alto profilo culturale. Pensi al cinema: cosa sarebbe senza la mafia? Non avremmo capolavori come “Il Padrino”, prima e seconda parte, che sul terzo nutro qualche riserva. Parlo di registi come Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Sergio Leone. Parlo di fiction televisiva. Parlo di libri, di scrittori: Carlo Levi, Leonardo Sciascia, Michele Pantaleone. Parlo di università: storici, ricercatori, accademici. E non voglio nemmeno elencare il numero di giornalisti che hanno fatto carriera occupandosi di mafia.

SAVATTERI Più di uno è stato spedito al cimitero…

DON MARIANO E’ il prezzo del successo, amico caro. Ma, come vede, al netto di tutto, la mafia ha fornito materiale utile alle lettere e alla cultura italiana. All’immaginario di tutto il mondo, direi.

SAVATTERI Insomma, secondo lei, secondo questa sua assurda tesi, dobbiamo ringraziare personaggi spregevoli come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella?

DON MARIANO Ha ragione, sono spregevoli. Li guardi in faccia. Cosa vede? Uomini gretti e avidi, una irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà espressa con la violenza. Loro stessi, chiusi nel proprio cupo e misero mondo, accecati dall’odio e dalla brutalità, non hanno consapevolezza di avere rivestito una funzione più grande di quel che credono. Pensi a Provenzano – poteva essere dio, poteva dare vita e morte – recluso invece in un casolare nelle campagne di Corleone, come il contadino che era stato e che tornava ad essere. Sempre e soltanto un viddano. Un quaquaraquà.

SAVATTERI Provenzano un quaquaraquà?

DON MARIANO Esatto, e come lui gli altri mafiosi da ricotta e cicoria. Ma la storia è fatta anche dai quaquaraquà, strumenti inconsapevoli di un disegno molto più vasto. Ma adesso basta: non è più tempo di casolari, né di cicoria, né di ricotta. Non per me, almeno. Ma diamine, esiste lo champagne, esistono i grandi alberghi, gli yacht, i loft di New York, i velluti dei palazzi del potere di Roma, le luci soffuse di un ristorante di Parigi…una sera sul Canal Grande di Venezia accanto a una bella donna. Questa è la vita, amico mio. Il resto è mafia: e quella mafia, amico mio, a me fa schifo. L’antimafia, creda a me, è molto più comoda.

SAVATTERI Non so più cosa pensare, don Mariano. Mi sembra di trovare un’altra persona, non certo la stessa che aveva descritto Leonardo Sciascia…

DON MARIANO Egregio amico, credo che lei sia incorso in uno spiacevole errore.

SAVATTERI Quale?

DON MARIANO Quel don Mariano, quello del “Giorno della civetta”, non ero io.

SAVATTERI Come non era lei?

DON MARIANO No, non ero io. Quello era mio nonno. I tempi cambiano amico mio, ma gli uomini – gli uomini come dico io – non cambiano mai.

La foto è l’immagine di copertina della nuova edizione Melampo de I ragazzi di Regalpetra di Gaetano Savatteri

L’assalto al cielo

in Politica & Società

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione al nuovo libro di Gianni Barbacetto e Nando dalla Chiesa, L’assalto al cielo, Melampo editore, un’antologia del mensile “Società Civile” realizzata in occasione dei 30 anni dalla fondazione.

Non ci volle molto a scegliere il nome.
In genere occorrono riunioni infinite. Dubbi e dilemmi. Sedute egocentriche, proposte sorrette dal principio di autorità (“date retta a me che sono uomo di marketing”), fuoco sulle idee altrui. Noi invece il nome l’avevamo ben chiaro in mente sin dall’inizio e piaceva a tutti: “Società civile”. Un nome che diceva tante cose insieme. Che conquistava d’istinto, a qualcuno evocava anche ottime letture, ma stava soprattutto nello spirito dei tempi.

Erano gli anni Ottanta, il 1985 più esattamente. L’Italia cambiava pelle. Si stava perfezionando un vero e proprio regime della corruzione, il cui vestito politico si sarebbe indecorosamente sfatto sette anni dopo sotto le inchieste giudiziarie di Mani pulite. Proprio a inizio decennio, il 15 marzo del 1980, era uscito su “la Repubblica” il famoso apologo di Italo Calvino sull’onestà, intuizione letteraria di un fenomeno, la crisi etica del paese, che avrebbe moltiplicato il debito pubblico gettandone il prezzo immenso sulle generazioni future. Una crisi etica che schizzava dappertutto. Corrodeva la finanza. Nel luglio del 1979, a Milano, l’avvocato Giorgio Ambrosoli era stato ucciso su ordine di Michele Sindona, finanziere siciliano ma asceso ai vertici del potere nel capoluogo lombardo usando con spregiudicatezza i suoi istituti di credito e finanza. Già dichiarato salvatore della lira e poi protagonista di una bancarotta devastante, Sindona si era dato alla latitanza negli Stati Uniti, rimanendo, da latitante, in stretto contatto con il capo del governo Giulio Andreotti. Nel giugno del 1982 un altro finanziere milanese aveva illustrato con la sua parabola lo stato della ex capitale morale. Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, vicepresidente dell’Università Bocconi, incrocio ai più alti livelli della finanza laica e della finanza cattolica, era stato trovato “suicida” sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Si seppe dopo che aveva provato a giocare d’azzardo con i soldi affidatigli da Cosa nostra, inondata di narcodollari dal monopolio dell’eroina sul Mediterraneo. Con quei soldi la mafia palermitana e corleonese aveva messo già dalla fine degli anni Settanta un’ipoteca su un pezzo di nuova economia milanese dopo la crisi del capitalismo familiare e della gloriosa industria del boom economico. Quanto a Calvi, arrestato anche lui per bancarotta, era stato fieramente difeso in parlamento contro i suoi giudici da Bettino Craxi, nuovo astro della politica nazionale e del socialismo italiano. Con i loro provvedimenti, aveva accusato il leader socialista, i giudici minacciavano gli interessi dell’economia nazionale.

Né solo di finanza e politica si trattava. Nel 1980 l’Italia intera era stata coinvolta dallo scandalo della P2, che aveva portato alla luce una struttura clandestina del potere, ramificata nella politica, nelle nervature dello Stato, nell’imprenditoria, nell’informazione. E proprio un quotidiano, il più grande quotidiano milanese e nazionale per antonomasia, il “Corriere della Sera”, se ne era rivelato lo scrigno prezioso, un po’ stanza di compensazione dell’organizzazione massonica un po’ sua rampa di lancio verso l’esterno.
E in Sicilia la mafia. Il ciclo terribile degli assassini eccellenti. Senza fermarsi davanti a nulla. Né ai vertici degli uffici giudiziari (Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici) né al presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, né a un parlamentare di grande prestigio politico come Pio La Torre, né al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, già guida vittoriosa della lotta al terrorismo. Una mattanza vera e propria, consumata in evidente intesa con il cuore segreto del potere politico nazionale. Ma anche la camorra aveva messo a nudo il nocciolo nero della politica. La vicenda del rapimento dell’assessore della regione Campania Ciro Cirillo, responsabile della ricostruzione nelle aree colpite dal terremoto dell’Irpinia, aveva sconcertato l’opinione pubblica nazionale. Il rapimento era stato compiuto dalle Brigate Rosse nel 1981. La Democrazia cristiana, il partito di Cirillo, aveva fatto per il suo assessore quel che non aveva fatto per salvare Aldo Moro: aveva trattato con i terroristi. E la trattativa era stata affidata al capo della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo, detenuto ma lasciato libero di muoversi per le carceri nazionali in stretto rapporto con i servizi segreti per incontrare i terroristi. Conclusione: lo stato corrotto si era messo nelle mani della camorra, pronto a pagare i terroristi in soldi ma anche con l’indicazione di possibili bersagli da colpire. Una disfatta, una successione di tracolli politico-morali in grado di fiaccare qualunque nazione.

Lo Stato uscito dalla Resistenza sembrava avere superato la fisiologica (e già alta) quota di corruzione e avviato a diventare un’altra cosa, pur sotto il manto formale della sua Costituzione. La politica sembrava incapace di trovare al proprio interno le energie necessarie per restituire fiducia nelle istituzioni. Non mancavano personalità di spessore culturale e incorruttibili. Ma esse si dimostravano incapaci di contrastare la corruzione altrui, che si faceva sempre più vorace e scientifica. Anzi i partiti contribuivano consapevolmente a promuovere il sistema delle tangenti e della grande spartizione impegnando cifre faraoniche nella reciproca competizione elettorale. Lo stesso leader politico della questione morale, Enrico Berlinguer, morto di malore nel 1984 dopo il drammatico comizio di Padova, non era riuscito a fermare la deriva da lui denunciata neppure nel proprio partito, il Pci, pur meno incline ad accettare la corsa agli arricchimenti personali.

Dove trovare le energie per reagire a questo disfacimento morale, preludio, come si sarebbe visto (anche se ancora oggi c’è chi rilutta ad accettarlo, incolpandone i magistrati…) di un disfacimento politico? Si sarebbe detto: all’esterno dei partiti. Senonché i partiti di allora non erano i partiti di oggi. Erano formidabili apparati di consenso e di organizzazione della vita quotidiana. Macchine in grado di arrivare ovunque. Alimentate da centinaia di migliaia o anche più di un milione di iscritti. Direttamente insediate, dunque, nella vita di milioni di famiglie. E che oltre a questo occupavano a raggiera tutte le forme di vita associata possibili. Non solo i sindacati e le cooperative, ma anche le aziende che venivano raccolte nelle cosiddette “partecipazioni statali”. Non solo la Rai ma anche le redazioni dei giornali. E i consigli scolastici, e le unità (oggi aziende) sanitarie locali. I circoli culturali e le case editrici. Le associazioni e le bocciofile. Diffusi dappertutto. Formalmente per vivificare la partecipazione democratica, in realtà per controllare e lottizzare risorse e decisioni. Di più: per lottizzare la verità.
Nessuna discussione pubblica veramente libera aveva corso. Non nel senso che operassero censure politiche di massa, naturalmente. Ma nel senso che ogni ragionamento veniva incasellato da un invisibile caporale di giornata nelle “linee” dei singoli partiti, e in particolare dei tre intorno a cui ruotava, di fatto, il celebre “arco costituzionale”: Democrazia cristiana, Partito socialista e Partito comunista, ai quali si aggiungeva la spruzzata laica dei partiti liberale, repubblicano e socialdemocratico. Le persone che si esprimevano in pubblico, o che dialogavano tra loro in civili conversazioni, venivano immediatamente studiate e identificate per le loro “appartenenze” politiche grazie alle parole-spia: ossia le parole che, pur esistendo sui migliori vocabolari o nei repertori scientifici più neutri, servivano a decidere le appartenenze e quindi il grado di accettabilità (e legittimità) delle idee di ciascuno. Bastava farsi scappare in un ragionamento informale “classe sociale” e si era comunisti; “riforma” e si era socialisti; “patto costituzionale” e si era “catto-comunisti” (fulgida creatura semantica dell’epoca); “merito” e si era socialisti o laici. Il ragionamento era giudicato “serio” se adottava le parole-chiave del partito di appartenenza dell’interlocutore o di un suo partito alleato. Una autentica prigionia della mente.

Al disfacimento morale si accompagnava il disfacimento della ragione. Le energie del cambiamento andavano perciò cercate (e potevano essere cercate solo) all’esterno di questo immenso impianto politico. Mettendone in salvo, dentro altre strutture o contenitori, il senso migliore, che è quello che cercammo di fare. Oppure rifiutandolo in blocco, che è quello che nello stesso periodo fece, costruendoci un nuovo partito politico, la allora Lega lombarda, avviata a diventare in pochi anni “Lega Nord”. L’espressione “Società civile” traeva insomma la sua forza dalla scelta di rompere con i meccanismi di controllo della società politica, di affrancarsene, di riscoprire la libertà di dialogo e pensiero e il fondamento etico dell’agire pubblico. Non solo da invocare, ma da praticare. Non solo da praticare, ma da difendere. Contro chiunque: il familiare, il collega di professione, il compagno di partito. Milano era la città ideale per tentare questa “rivoluzione”. Viveva un visibile declino di valori. La città asburgica e risorgimentale, della burocrazia efficiente e dei grandi slanci solidali, stava assumendo tratti levantini e iniziava a risentire della presenza di interessi un giorno geograficamente lontani. Più volte i suoi quotidiani avevano pubblicato editoriali o cronache di ispirazione dubbia sulle vicende siciliane, linguaggi che venivano da lontano e di cui un occhio appena esperto coglieva al volo le affinità. Dalla finanza ai comuni minori dell’hinterland si avvertiva l’emersione di una illegalità avvolgente. Ambrosoli e i suoi funerali solitari erano stati, in fondo, il simbolo della impreparazione e al contempo delle complicità di una classe dirigente.

A Milano, dunque, si “doveva”. Ma a Milano, anche, si “poteva”. La città aveva storicamente una energia e una tradizione civile che le veniva dalla sua stessa struttura sociale. Un articolato, ricco, sistema delle professioni; molte università, con intellettuali e studenti mossi da una voglia diffusa di mobilità e di indipendenza; resistenti filoni di cultura morale, giuridica e sociale; un certo benessere economico, premessa di maggiori libertà di scelta e di autonomia associativa. E in più la presenza del cardinale Carlo Maria Martini, che un anno prima, nel 1984, aveva spiazzato tutti definendo la corruzione la “nuova peste” di Milano. E poi centinaia di insegnanti provenienti dal sud e che avevano portato le scuole cittadine all’avanguardia del nuovo movimento antimafia nato dopo l’assassinio a Palermo del generale dalla Chiesa, nel settembre dell’82. Fu a Milano, e non per caso, che nacque infatti il primo “coordinamento di insegnanti e presidi in lotta contro la mafia” d’Italia.

E proprio la grande esperienza del movimento antimafia era stata decisiva per fare maturare il progetto di “Società civile”, diventandone un affluente fondamentale. Vi era stato un biennio di nuove forme di impegno pubblico, di scambi culturali tra scuole lontane, di creatività didattica, si era scoperta l’alleanza con i magistrati e con le forze dell’ordine, era maturato un nuovo metro di giudizio verso le vicende del Paese. L’esperienza stessa aveva però ben chiarito che il movimento avrebbe certo potuto con la sua azione svegliare coscienze e promuovere nuovi livelli di associazionismo, anche al di fuori della scuola; che avrebbe cioè potuto essere “agente di cambiamento”. Ma che non sarebbe riuscito a raggiungere neanche in parte i suoi obiettivi di fondo se non avesse potuto rappresentare una più vasta società civile, se non avesse avuto dietro una “patria” più grande, riserva di valori e di energie più generali. Bisognava rigenerare quella patria.

L’analisi sembrò fondata a molti. Che “Società civile” si dovesse e si potesse “fare” fu confermato dall’entusiasmo con cui aderì all’idea un numero di cittadini mai più messi insieme, con quella qualità e quel prestigio, da nessun’altra iniziativa. In che forma unirsi? Un partito? Un movimento politico? L’ipotesi venne scartata di istinto. Aggiungere un partito a quelli esistenti sarebbe stato inefficace rispetto al nostro progetto, che era esattamente quello di sottrarsi alla morsa delle logiche di partito, di fuoriuscirne e di darsi la massima libertà di ragionamento e di parola, uniti solo dalla volontà di presidiare i fondamenti essenziali dello spirito pubblico. Questo era in fondo il soggetto che mancava a una democrazia traballante e sempre più inquinata. Un’alleanza trasversale di natura etica, di persone che si rispettassero e si capissero in nome di valori comuni. Piazzare dentro l’edificio fatiscente una nuova idea di polis: era un’idea innovativa e chiara sul piano teorico ma anche alla portata di chi non avesse mezzi per cimentarsi con un’esperienza nazionale. Un soggetto cittadino, un circolo più precisamente, si decise, mutuando il termine dall’esperienza illuminista del “Caffè” dei Verri e di Beccaria. Un circolo fondato da tante persone che contano, e che insieme possano esercitare una forza d’urto, svolgere una funzione di riferimento per la città, ma anche contagiare con il loro esempio molti altri cittadini di buona volontà in tutto il paese.

 

La foto è di Pierpaolo Farina

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