Fenomenologia di Max Pezzali

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Quando i Buggles predissero nel 1980 che i video avrebbero spazzato via le star della radio, non potevano neanche sospettare che la profezia sarebbe andata ben oltre il “semplice” televisore.
Tutti i monitor delle nostre tv full HD, delle web tv, i lucidi schermi tattili di tablet e smartphone, perfino le finestre minimizzate mentre facciamo spuri e brutali lavoretti di data entry, risplendono sempre di un videoclip che, frame dopo frame, ci porta a lambire i punti più bassi dell’animo umano.
Registi con velleità À la Boris, più spanati di Dawson e delle sue pulsioni ancestrali per il pene circonciso di Steven Spielberg.
Scandagliando gli abissi di YouTube e di Vevo emergono giovanissimi chansonnier che hanno sacrificato dignità e autorevolezza per raggiungere l’Olimpo del trash.
Qualche esempio? Abbiamo i mirabili passi di danza di quel santone di Franco Battiato, con la sublime coda di Marco Travaglio che dopo una sessione di trucco lo imitò aggiungendo carisma e sintomatico mistero ai suoi editoriali.

L’Omero di Pavia

Ma focalizziamoci sul cammino del cantore di Pavia, il nostro Max nazionale, l’unico e inimitabile Max Pezzali, passato senza colpo ferire dal trucido in chiodo su Harley, da allevatore di struzzi a compulsivo divoratore di mozzarella light.
Il cammino dei video ufficiali dell’ex 883, con o senza biondo con ballo di San Vito sullo sfondo è mirabile, la parabola di un talento con tanto di occhiaie e incipiente e prematura calvizie. Il segreto del suo successo è un mistero insondabile, piace perché trasuda sincerità, è vero come il buon pane di paese.

Iniziamo dalle origini, dal primissimo video.
Il singolo che tutti conoscono, che salvò dall’oblio l’Uomo Ragno ancor prima dell’avvento della prima trilogia di Sam Raimi. L’industria di caffè ancora non si è ripresa da quel ritornello ossessivo. Il video è tratto dalla perla più trash degli anni 90, quel Jolly Blu che rappresentava la devoluzione naturale dei musicarelli degli anni Sessanta che erano un po’ il facebook di Gianni Morandi prima degli autoscatti, delle ciotolone di fagiolini e di Ravazzi e Anna. Ed è notizia di pochi giorni fa che per quel film c’era in lista anche una giovanissima Angelina Jolie. La Jolie del Jolly Blu, immaginate Max al posto di Brad Pitt! Di sicuro tra struzzi e zanzare pavesi, la Jolie sarebbe rifiorita…

Abbiamo Max, il Presidente che si rivela essere un angelico Jovanotti con cravatta bianca, camicia inquietante a righe che vibra quando parte l’ululato e si avvolge in chilometri di fili di telefono, bianchi e senza fine. Max con la stessa camicia di Clark Kent canta della novità e dei cannoni che hanno fatto bang, spasmi di inquadrature, passetti da Non è la Rai e gli short della segretaria bionda che sono ancora uno dei grandi misteri della musica italiana.

Va peggio con Il pappagallo. Montaggio anni 90, Max e Mauro ondeggiano alla periferia di Carugate, spacciata per deserto americano


Ma è con “Sei un mito” che Max capisce di esser nato per stare davanti a una telecamera. Bianco e nero che fa tanto James Dean, il chiodo, effetti da neofita di programma di montaggio, con frame esplicativi, appuntamento alle 9 e mezza, ed ecco le lancette. Sorrisi, ammiccamenti, reti, seni ballonzolanti, sulle casse Marshall ecco la ballerina che più di vent’anni prima di Miley Cyrus passa da un lato all’altro dello schermo, dondolando su una liana come Tarzan. Ne parlò pure lo Sgargabonzi e a lui rinviamo per un’analisi più dettagliata. Ellissi e sorrisi ecumenici inclusi.

Fine prima puntata