Camminando in mezzo al dissesto economico

in Narrazioni

Marco Candida – Una volta stavamo camminando per Via Plana, era una Domenica. Giravamo per Alessandria, in mezzo al dissesto economico. Ricordo di aver fatto notare a Nora quante vetrine dei negozi avevano le serrande abbassate. Le indicavo i cartelli Vendesi appesi sui vetri – coi loro colori arancione o giallo o verde acido davano anche un tocco di tetra allegria al susseguirsi color cacao e caffè dei palazzi di Corso Roma. I cartelli di “Svendita totale per cessata attività” non mi suggerivano gli stessi pensieri di quelli con la scritta Vendesi. Erano un po’ ovunque. In Via Milano ho trovato uno di questi cartelli con la scritta “Chiusura definitiva”, giallo chiaro su sfondo nero, sembrava la copertina di un mistery di serie B. Era orrendo, metteva tristezza immediata a guardarlo. Su un cartello in Via San Lorenzo c’era scritto Liquida tutto. Sconti 30, 60%. C’erano negozi e negozi falliti – e cartelli e cartelli. Come il Bar Aquila in Piazza Della Libertà. Numero civico 45. I negozi sono ancora lì adesso. Se si va al numero civico 45 si può ancora vedere adesso, come qualche mese fa, una tela cerata verde scuro plastificata. La serranda è abbassata, sembra una calza rete ingigantita a rombi orizzontali. L’insegna è divelta. Al di sopra della chiudenda c’è una lastra dorata orizzontale con fessure verticali retate. La vetrina non ha più il vetro. Dopo la tabaccheria altre due vetrine spoglie: l’ex ristorante Aquila. All’interno del locale, se si dà un’occhiata, ci sono carrelli da supermercato vuoti, barattoli di crema alla nocciola o senape, una latta sventrata, tupperware pieni di cucchiaini di plastica, sono rimasti lì per mesi, ci sono ancora adesso, ci sono mozziconi di sigarette, cartelline di plastica fucsia e verde acido vuote, bottiglie d’acqua vuote, incartamenti, carta schifosa, una bottiglia di Lysoform, per i pavimenti. Rimane, invece, ancora in piedi, in mezzo a questo quadretto di sporcizia e decadenza, il totem con i menù. La vetrina è zigrinata effetto ghiaccio: ci sono disegni geometrici di forchette. C’è un cartello con scritto: CI TRASFERIAMO. Oppure un altro esempio degli effetti del dissesto sul paesaggio urbano può essere Clodi abbigliamento uomo. Via dei Martirti 10. All’interno del locale svuotato c’è una pavimentazione in parquet chiaro. Sul fondo buio si vedono bustini maschili incellofanati per modelli sartoriali e un tavolo con gambe bianche. Sull’insegna c’è una striscia sottilissima: la bandiera italiana. Sulla vetrina principale c’è il cartello affittasi e dall’interno è stata applicata l’etichetta adesiva area video sorvegliata. Un altro esempio ancora di dissesto. Via dei Martiri 18: Manifatture di Genova. Sulla sommità della vetrina vuota c’è una specie di pergamena in bronzo stile liberty, con una conchiglia decorativa al centro, su cui è scritto: Galleria Guerci. All’interno del locale pareti azzurre e arancione, mattoni a vista, sul fondo una porta di servizio grigia, riflettente, chiusa. Non si sa dove immetta. Per terra sporcizia, Bic blu, zerbini arrotolati. Su una parete sporgente è infissa una lastra di plastica trasparente: Manifatture di Genova. Via San Lorenzo: ex negozio Immagine: rettangoli di carta da imballaggio, attaccata con riccioli di scotch semioscurano vetrine. Sul gradino esterno della vetrina ci sono pisciate e schizzi di altri liquidi. Si trattava, mi spiegava Nora quando ci passavamo accanto, di un negozio di articoli per arredamento, per liste di nozze. Ancora sul gradino: coriandoli misti a poltiglia. L’insegna bianca in verticale Un’immagine a caratteri minuscoli è attaccata su entrambe le vetrine. Ancora in Via San Lorenzo c’è un negozio di paccottiglia a un euro tipo cinese ma gestito da italiani. Locali vuoti. Cerate bianche oscurano vetrine. All’esterno arcate bianche sovrastanti piloni e soffittazione con mattoni a vista. Sembra una baita di montagna, mi ha fatto notare Nora, fuori luogo, attonita. Via San Lorenzo. Melluso Calzature. Altro cartello orrendo di svendita totale. Al di là dei fogli di carta sulle vetrine, si vedono borsette non molto belle, nere, quadrate, stoffa di velluto leopardato ricopre gli angoli: 80 euro. 40 scontate. Via San Lorenzo. Sinbad Pizza Kebab. La suddetta scritta a caratteri blu su insegna bianca: in basso, al centro dell’insegna, c’è l’immagine di un piccolo persiano con copricapo da avventuriero che guarda col cannocchiale non si sa bene cosa, però sorride. Corso Roma 142. Crazy Games: sala giochi chiude i battenti. Vetrina con impugnature metalliche Anni ’70. Il vetro è color acqua ed è incrinato. Sulla vetrina minore è affisso un Paperon de’ Paperoni: sguazza in mezzo a banconote e monete d’oro. E potrei andare avanti.
Per Zack ho anche scritto un testo per una “canzone” su basi di musica elettronica recitato in un contest tenutosi in un teatro alessandrino. Titolo Non solo dissesto. Ecco qua il testo.

La serranda è abbassata. E’ una rete a maglie quadrate, sembra, dice Maria accanto a me, una calza a rete di donna tesa. E’ di colore nero. Dietro la serranda c’è una tela cerata verde scuro, manca pochissimo perché sia un verde speranza. La tela copre la vetrina, è impossibile vedere cos’è rimasto all’interno. La vetrata non c’è più. Sopra la vetrina l’insegna del negozio è divelta. E’ rimasta solo una griglia di metallo dorata, chiazzata di nero qua e là. Maria e io rimaniamo per qualche momento ad osservare il panno impermeabile. In alcuni punti luccica – il silicone o la gomma che lo rivestono e lo rendono impermeabile, se si guarda con attenzione, riflette le ombre delle cose –, in altri punti, invece, è piena di polvere, sbracalata. Questo, mi dice Maria, è stato il Bar Aquila. Siamo in Piazza della Libertà. Sono le undici del mattino. Ci troviamo sotto i portici. Alle nostre spalle una carovana di nuvole si insegue nel cielo color catarro di Alessandria. L’aria è fredda. Adesso l’Aquila, come mi spiega Maria, si trasferisce. Maria indica un cartello – è un foglio di carta a quadretti scritto alla bell’e meglio con un pennarello nero – “Ci trasferiamo in Via De’ Martiri”. A me viene da pensare ci deve essere una valenza simbolica molto più grande di quel che sembra nel trasloco del Bar Aquila da Piazza della Libertà. Mi viene da pensarlo anche in Corso Roma davanti alla vetrina del Crazy Games – la sala giochi, con le slot machines. Penso: fine di ogni crazy games qui ad Alessandria, non è più possibile. Fine dei giochi. In Via Milano hanno tirato giù anche Le mascherine. Con Maria, Renata, Ray, Zack io che sono di Tortona ci sono stato a prendere solo un paio di aperitivi – e ricordo Ray aver chiesto qualcosa a proposito di come ci considerassimo e io rispondere “Napoleone Bonaparte” e lui replicare “Perché non una caccoletta? Mai nessuno che si consideri una caccoletta”, ricordo Maria alzarsi seccata, trovare una scusa, sganciarsi, forse la mia risposta non doveva esserle piaciuta. Lo spritz alle mascherine era buono – l’avevo preso col Campari anche se lo preferisco con l’Aperol, e però anche col Campari mi era risultato gustoso. Adesso sul vetro incrostato di sporcizia ci sono solo fogli di giornale, grigi, dilavati, appiccicati con riccioli di scotch, fanno proprio una cattiva impressione. Giù le mascherine, mi viene in mente osservando i fogli di giornale, che vuol dire “Basta con le finzioni”, non sono più possibili. Ha chiuso One Way. Hanno tirato giù Maroccoy. Via Milano. Via San Lorenzo. Corso Roma. In ogni via c’è un negozio con le saracinesche abbassate, le luci spente, le vetrate dei negozi schizzate di malta, atre, pulverulente. Maria e io schiacciamo i nasi contro le vetrine, vogliamo vedere gli effetti del dissesto, entrare il più possibile dentro questa parola, darle una fisionomia. Dentro il negozio Immagine di Via San Lorenzo notiamo una latta ridotta a nudo metallo, schiacciata e squartata. E’ gialla con scritte rosse. Una controporta buttata sul pavimento con un foro largo mezzo palmo nel pannello superiore, con i bordi contornati di rete arricciata. Un tavolo scorticato e grigiastro, sopra ci sono assi, martelli, un cacciavite, c’è una bottiglia di Lysoform. Sullo sfondo di un ex negozio di abbigliamento c’è una fila di bustini da donna, me li fa notare Maria, e ci sono un paio di manichini buttati a terra, a faccia in giù. Uno è senza il braccio destro. Il braccio è finito in un angolo del locale. Sta vicino a quattro metri circa di quelle che sembrano reggette a propilene per imballi. C’è anche un tubo giallo, ritorto, della lunghezza di circa 15 centimetri. Frammenti di un oggetto fatto di polistirolo espanso, forse un contenitore. Maria prende appunti. Scatto fotografie di ogni negozio andato in rovina. Dopo un po’ Maria si stanca di scrivere. E’ uno spettacolo che non fa certo venire voglia di proseguire. Sediamo su una panca di pietra davanti a un altro negozio fallito. Una carta da imballo marrone copre la vetrina. Non ci sono più insegne o scritte. Stiamo così, dopo aver passeggiato per un’ora tra le vetrine, con le gambe indolenzite. Indosso un giubbottino di pelle nera, lucido, assai aderente, un paio di jeans senza cintura, mi cascano un po’. Ho i capelli troppo lunghi. Per effetto del vento alcune ciocche di capelli mi schiaffeggiano la faccia in continuazione. Maria indossa un bomberino, ha i capelli corti, a caschetto, sono un po’ grassi, non pulitissimi, gli occhi sono cerchiati di nero, Maria non deve dormire molto la notte. Ci rendiamo conto, mentre stiamo seduti, che la vetrata del negozio dissestato davanti a noi ci riconsegna la nostra immagine e quella delle persone indaffarate nel loro andirivieni nella via principale della città di Alessandria.

Ma per tornare a prima di questa parentesi sul dissesto alessandrino, Nora e io, quella domenica, passeggiavamo per Via Plana, eravamo andati per vetrine, Nora mi aveva fatto vedere scarpe a poco prezzo, e camicette, vestiti. Dati i prezzi scontati, glieli avrei anche presi, ma i negozi erano chiusi. Non le ho fatto molti regali, qualcuno. Le ho regalato un cerchietto tempestato di brillantini finti in un negozio di paccottiglia al Centro Commerciale Panorama. Per me è stata una scusa come un’altra per spingerla nel separé del negozio a provarselo, io starle dietro la schiena, baciandole il collo. Una volta stavamo passeggiando in zona Pista e passando davanti a una vetrina Nora si è innamorata di un paio di calze. Gliele ho comprate. E le ho regalato ogni tanto bigiotteria. In genere le regalavo bricciche e non molto di più. La sua passione era andare negli stores cinesi e provarsi vestiti un po’ tamarri. A volte passavamo lì un’ora. La seguivo, entravo con lei nei camerini. Indossava per me gonnelline che terminavano al di sopra del ginocchio – magari fucsia o verde acido, tempestate di diamantini e abbellimenti ultrakitsch come farfalle o coccinelle. Oppure si divertiva a vestirmi. Mi metteva magliette larghe e scollate, dalle quali s’intravedevano le clavicole e le vertebre.
“Se non le indossi tu, chi li indossa questi capi?”
Magliette. Blu. Arancione. Verde. Colori sparatissimi. Anche negli States mi ero comprato qualche indumento fuori dalle righe. Una camicia da cowboy, con le frangette alle spalle. La cosa più bizzarra una giacca grigia, anche elegante, ma con frange da cowboy o non so cosa sulle spalle. Stivaletti con disegni di cowboy e cowgirl al galoppo in una radura, disegni colorati di rosso e blu, assai tacky. Sì, ho acquistate cazzate anche negli States. A Jennifer al contrario di Nora il kitsch americano non piace – e lo stile del Minnesota non è male, i colori sono variati sullo scuro, giallo scuro, rosso carminio, e poi tanto marrone, grigio, beige. Erano colori intonati al clima invernale dello Stato dei a thousand of lakes. Nora diceva anche di volermi portare da qualche parrucchiere cinese e farmi un’acconciatura diversa. Tenere i capelli lunghi, ma rasare la nuca. Rabbrividivo. Specie poi quando mi paragonava a un manichino.

“Sembri un manichino” mi diceva.
Per un po’ lei e Giusy sono andate avanti a darmi del metrosessuale. Invece tenevo solo un po’ al peso. Non mangiavo pane. Mangiavo poco. A volte due pasti al giorno. A volte, quando riuscivo, uno – magari abbondante. Quando mi concedevo un trancio di pizza al Welsh Pizza in Via Cavour, mi sembrava di aver commesso quasi un sacrilegio e lo stesso dicasi per la pizzetta al De Bottom Focaccia in Via Ferrari o alle tre di notte da Fernando in Spalto Borgoglio. E poi a casa andavo di manubri – dieci chilogrammi a testa. E avevo una sbarra e mi sollevavo anche trenta volte. Le vene sui bicipiti saltavano fuori, le clavicole sporgevano, le vertebre sulla schiena erano visibili, avevo braccia sexy, non sembravo palestrato, ma lo stesso avevo un corpo magro sul quale era possibile rintracciare un’espressione, uno di quei corpi dove si vedeva il passaggio della vita. Poco importa non fosse vero. Importano i segni del passaggio. Clavicole, ossa sporgenti, vene, muscoli. Ascoltando Nora progettare il mio look, mi domandavo se, considerandomi dell’aspetto di un manichino, non mi considerasse pure un manichino anche dal punto di vista mentale. Andiamo, lo sapevo! Forse facevo finta di niente, ma dalle parti della testa e del petto e anche un po’ dei pantaloni sapevo Nora mi considerasse da manipolare. Basta pensare al nostro segreto. Nostro figlio. Sì, Nora progettava di prendermi e farmi diventare un coglione colossale – magari con un paio di tatuaggi sull’addome e sulla schiena giusto per finire l’opera. Quante volte mi ha parlato di volermi far sparare un paio di piercing all’orecchio e sul naso?
“Hai il musino. Sei da mordere”
Quel giorno passeggiavamo, tenendoci a un metro di distanza, ma ogni tanto sfiorandoci, una mano, un fianco, le passavo la bocca sui capelli, respiravo il suo profumo, insomma inscenavamo entrambi i mordi e fuggi piuttosto tipici degli amanti. Ricordo il cielo color catrame, l’aria caldina, gradevole, odor di asfalto e di tubi di scappamento, a volte l’olezzo dell’asfalto, dei tubi di scappamento e l’afrore del tempo che si mette a pioggia, se non fa troppo freddo, ha effetti piacevoli, narcotici, rimbambisce, come se l’aria fosse carica di risate. E ricordo lo squillo del telefono di Nora interrompere ogni cosa, Nora fare qualche passo, parlare per un paio di minuti, e poi dirmi che in fondo alla via c’era Alberto. Ho dovuto dileguarmi. Nora faceva così mistero sulle sue telefonate….

Ricordo un sabato. Ho preso la Fiat Punto e sono andato ad Alessandria alla biblioteca comunale. Di sabato la biblioteca resta aperta fino a mezzogiorno, e sapevo di poterci trovare dentro Giusy e Nora – Nora passava per un saluto a Giusy, poi andava per negozi, qualche commissione – forse qualche incontro con qualche amico tenuto nascosto? Così parto da Tortona, supero il ponte dello Scrivia e il cartello bianco con la scritta nera “TORTONA”, tiro dritto per la strada statale per Alessandria, supero l’insegna del locale Leopard, l’insegna è un mio punto di riferimento, ma nel locale non sono ancora entrato, forse solo una volta, moltissimi anni fa, non ricordo bene, poi arrivo fino al semaforo di Torre Garofoli, sulla destra c’è una piscina dove da piccolo ho trascorso molti pomeriggi con mia madre e mio fratello, e poi via fino a Spinetta Marengo, fin quando non vedo l’insegna grande dell’Hotel Chesterton e poi dell’Hotel a quattro stelle Viceré, con l’insegna molto grande o grande come può essere grande una cosa grande in Italia dopo essere stati in America ossia minuscola, comunque di un bel colore rosso acceso, poi arrivo alla rotonda, e poi al semaforo davanti al McDonald’s, giro a destra e lascio l’auto sul ciglio di Spalto Gamondio oppure procedo diritto per Via Marengo fino all’Arco, poi svolto sulla sinistra e arrivo in Corso Cento Cannoni dalla Caserma Valfré, qui all’altezza dell’Esselunga e del palazzo dove mio padre da piccoli ci portava a tagliare i capelli dal parrucchiere col nome bernesco “Donato chic” abita Ray, poi giro per la biblioteca comunale, qualche volta posteggio lì, ma per poco tempo, non posso, ci vuole il permesso, e non l’ho né posso richiederlo – e, allo stato attuale, notizia di pochi giorni fa, è passato da venticinque a settantacinque euro, altro indizio delle conseguenze del dissesto alessandrino, e queste parole le scrivo il 18 marzo 2013 –, mi sono anche beccato una multa da cinquanta e rotti euro per averla lasciata un pomeriggio intero, c’era molta neve, pensavo di essere in qualche modo giustificato, invece i vigili mi hanno punito. Quel sabato (mia madre per pranzo mi aveva fatto trovare sul piatto salame d’asino) entro in biblioteca, supero il detector, metto il piede sul primo gradino della scala che conduce al piano superiore e in quel momento sento il bip del cellulare. Un sms. Leggo. Nora. Alberto sta venendo in biblioteca – Nora usa “biblio” –, meglio mi allontani, poi richiamerà lei. Giro sui tacchi ed esco dalla biblioteca. Cammino spedito altrove (“Come back to me, honey, please! I can’t live without you anymore! I’ve been waited too long! Enough! That’s enough!”), mi ficco in qualche bar, faccio un giro per il corso principiale seguitando la mia ricognizione dei negozi in dissesto, osservo vetrine scure, sporche con lo stesso interesse di chi sta osservando vetrine piene di colori, merci scintillanti, addobbi.

 

 

tratto dal romanzo Nelle mani dell’amore, Effigie 2017

Marco Candida ha pubblicato quattordici libri di narrativa. Nel 2011 è stato incluso nell’antologia americana Best European Fiction. Il suo ultimo romanzo è La casa benedetta (Prospero editore)