Scrivere, un racconto di Alessandro Carbone

in Narrazioni

Ieri mi hai chiesto cosa ne penso delle cose che hai scritto. Mi sono preso qualche giorno, mi capisci, non è una cosa facile.

Dunque, sai qual è la fregatura? Che quando scrivi a leggerti non sarà mai realmente chi volevi fosse davvero a leggere ciò che hai scritto. Mi spiego: si scrive per rabbia, per amore, per istinto di sopravvivenza alla solitudine, si scrive per seguire un pensiero, anche il più banale.

Così il più delle volte, i pensieri formulati ‘contro’ o ‘per’ qualcuno diventano quadretti da appendere lungo le camere buie dei discorsi che non portano da nessuna parte.

Mi capisci? Voglio dire, uno si impegna, se le pensa sino infondo queste le miracolate iniezioni di parole che poi viene male a pensare che il destinatario di tali sudatissime creazioni se ne fregherà allegramente di te e delle tue fatiche pensosissime.

Scrivere è portarsi via, cedere al rapimento anche di solo un attimo. Raccogliersi intorno a frasi buttate casaccio e mischiarle come tarocchi per divinare un futuro di grande avvenire.

Mi hai chiesto anche cosa ne pensassi di quel tuo manuale,‘Il mestiere dello scrittore’. Avrò letto almeno una decina di libri con un titolo simile, consigli, architetture, viaggi grammaticali, niente, ti giuro niente da cui cavare consigli utili. Meglio cedere ai buchi del pessimismo, quelli nei quali ogni tanto si sprofonda, si immalinconisce, ci si lascia addormentare nella speranza che il bello o la bella di turno leggendo le nostre vergate lettere d’amore vengano a succhiarci la tristezza dagli occhi e dal cuore. Non ci sono libretti d’ istruzione, manuali del buon scrivere, quelli che ci sono in giro sono pieni di balle da dimenticare appena lette.

Non c’è salvezza letteraria che non sia una bottiglia di buon Bourbon invecchiato a dovere in rovere irlandese e sigari brasiliani arrotolati a mano.

Per lo meno questa era la ricetta di Raymond Carver. Anche io dondolo ogni tanto nelle spire di fumo, nelle capriole dell’alcol nello stomaco, nei rigurgiti dei pasti frettolosi, nelle pasticche prese per sciogliere fagioli e cipolle. Ed è forse in quei rutti di anima notturni che si annidano i miei pensieri rimossi, non confessati. Hai mai mangiato fagioli e cipolle? Ecco bisognerebbe mettere in forma di parole l’indigestione perché lì che si annida qualcosa, dico qualcosa che si avvicina, di poco, molto poco, alla verità. Mi capisci? Le cose che della vita non digerisci, è quel movimento lì e quel tenersi dentro il fiato e lasciarlo andare poi lentamente. Gonfiarsi e sgonfiarsi di lamentele esistenziali. Mi ama, non mi ama, mi lascia, lo lascio, mi scopa, si ma quanto, dove, mi manca, si mi manca, no non mi manca, ma quanto manca alla verità?

Dai retta a me, dello scrivere saprai tutto solo quando una notte d’estate uscirai fuori dal balcone e fisserai distrattamente le stelle e se è la sera giusta, quella sera le stelle ti sembreranno diverse. Ti sembrano enormi. Non avrai mai visto stelle così a dire il vero. Giuro. Stelle, a milioni, miliardi. Come le parole, come tutte le parole che puoi immaginare.

Mi capisci? Prendi quella notte e quello che rimane della tua fantasia e cerca di unire come puoi tutti i puntini luminosi che riesci a far entrare negli occhi.

Se verrà fuori appena qualcosa di decente, una forma che abbia appena un po’ di senso, allora, solo allora ti converrà metterti a scrivere. Prendi qualsiasi cosa tua abbia a tiro e senza alzare la testa scrivi. Scrivi fin quando la tua anima pomperà inchiostro sulle punte delle dita. Fino a quando ogni goccia di ciò che avevi in corpo resterà aggrappata su qualsiasi cosa avrai usato per impregnare di te l’umanità intera.

Solo allora di chi leggerà o non leggerà non te ne fregherà più nulla.
Nulla. Credimi, proprio un bel nulla.

tratto dalla racconta inedita L’Arquebuse – 33 racconti in erba

Alessandro Carbone lavora presso la fabbrica delle visioni collettive Rai Fiction

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