Cinema Zak | Loki: Ragnarok

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Marco Marincola – Ci sono un po’ di cose da dire su Thor: Ragnarok, sulla sua scrittura, sulla sua fotografia, sugli attori, ma ce n’è una su tutte che reclama il primo posto.
Guardate questo film (e ripensate ai due che l’hanno preceduto) con questa idea: non è la storia di Thor che viene veramente narrata, ma quella di Loki.

Abbiamo iniziato con il rapporto fra Loki e il padre (sia quello adottivo che quello biologico), abbiamo continuato con quello fra Loki e la madre, e ora siamo a Loki e il fratello.
Non so se sia dovuto alla bravura dell’attore o se sia stato preso un attore di livello superiore proprio perché questo era voluto, ma la vera storia interessante è quella del fratellino cattivo.

Detto ciò, ormai credo sia superfluo notare come l’operazione Marvel/Disney abbia travalicato l’unità espressiva conosciuta come “film” e introdotto nel cinema una narrazione orizzontale di un’ampiezza che si era vista solo nelle serie moderne. Alcuni passaggi di Thor: Ragnarok hanno senso solo alla luce di questo, e solo alla luce di questo è possibile perdonare alcune cose come il cameo del Dr. Strange (francamente inutile).

 

 

Una caratteristica di questa serie di film è stata la capacità di far tendere ogni personaggio verso il proprio genere particolare, ed è qui che questo film stupisce. O meglio ha già stupito, perché trattavasi di cosa urlata già dal primo trailer: il Dio del Tuono lascia il fantasy tecnologico per entrare nel territorio scanzonato e irriverente dei Guardiani della Galassia. Lo fa proprio quando deve affrontare il capitolo più scuro e gioca pericolosamente fra la drammaticità e la commedia. La scommessa non ha un risultato clamoroso, ma non fallisce. Se non fosse chiaro che il modello è cambiato la musica ce lo ribadisce, mettendo in campo qualche bella hit retro proprio come nelle avventure di Starlord & co. Certo, qui The Immigrant song è così azzeccata che viene riproposta due volte, ma non ci lamentiamo.

Va meno bene il discorso fotografia: anche qui il film è in bilico fra il bigio e l’esplosione di colori, ma non si percepisce nessuna coerenza con l’uso delle diverse palette di colori. Qualche inquadratura carina c’è, ma nulla di veramente notevole.
Quello che alla fine salva veramente il film sono gli attori: sopra le righe, apparentemente fuori parte, gigioneggianti; avrebbero potuto rendere questo film un disastro, e invece ne sono la forza. Menzione speciale per Cate Blanchett propone un personaggio per lei inedito e ne mostra sfumature diversissime fra loro (sadica, sarcastica, superba, …) e Anthony Hopkins, che mette in scena un Loki travestito e un Odino, ed è impossibile confonderli.

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